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mercoledì 29 luglio 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

  1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
  2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
  3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.

Generalizzando, possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità. Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche, per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è “buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte dell’elettorato di destra.

Il centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza climatica in modo puramente strumentale contro le destre.

Si tratta di una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense. Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo militare.

È difficile capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.

Insomma, non si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda, Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.

In sintesi:

  1. Le destre sono espressione di un vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come Trump.
  2. I socialisti europei sono vicini allo Deep State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di ricerca e nell’accademia.

La direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla virilità e al sacrificio per la Patria.

Per molti di noi le domande ricorrenti sono:

  1. Come è possibile che le marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro riservato ai loro stessi figli e nipoti?
  2. Come è possibile che non temano un’escalation militare con una potenza nucleare?

Se leggiamo la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?

Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia occidentale”.

Bisogna svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella più sofisticata della Gruber.

Chi è bravo e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa comune: la creazione di un’informazione veramente libera.

No, non ho preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.

Purtroppo la storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.

Come non essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un grande dibattito pubblico.

Oggi la contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso di esse che entra la luce.

Il capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.

Dividere il mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e raggiunga il suo scopo.

Contro le lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada, riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.


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domenica 15 ottobre 2023

L’informazione in Italia al tempo di David Parenzo - paolo

 

Lasciamo perdere la solita litania sulla sciagurata situazione dell'informazione nel nostro paese. Ormai è un argomento trito e ritrito ed è perfettamente inutile tornarci sopra. E' pur vero che questa situazione va avanti da decenni, visto che il nostro sistema mediatico è fortemente cooptato dai cosiddetti "poteri forti". 

Tuttavia al momento la situazione, ammesso fosse possibile, è ulteriormente peggiorata. La ragione risiede nel fatto che la tradizionale "lottizzazione" da parte dei vari partiti politici e opinion maker di varia estrazione, paradossalmente garantiva una pluralità di fake news, onde per cui si poteva risalire ad una qualche pseudo verità, attraverso un'opera di bilanciamento delle balle. Come dire fare una media pesata delle partigianerie, analizzarne le contraddizioni più eclatanti e trarne le conseguenze. Un'opera che richiede voglia, tempo e cultura, che ovviamente non è da tutti. Meglio, anzi molto meglio, introitare ciò che più ci aggrada, vuoi per partigianeria, ignoranza o tornaconto, e poi farne un mantra assoluto. Un modo come un altro per costituire un bacino di autentici coglioni che poi vanno a votare. Agli inizi della televisione, quando ancora c'era solo un canale RAI, la situazione era risolta toutcourt con un " lo ha detto la televisione", magari pronunciato in dialetto. Era inappellabile, una verità assoluta; ovviamente per un popolo ignorante appena uscito dal disastro della seconda guerra mondiale. 

Ma torniamo ad oggi e prendiamo un esempio.David Parenzo conduce un programma mattutino su La7, ovvero sostituisce quello che fu il programma di Mirta Merlino " L'aria che tira". Sia chiaro che non intendo darne un giudizio di qualità, ognuno avrà modo di apprezzarne o criticarne i contenuti. Fermo restando che comunque il telecomando da piena possibilità di scelta, seppure con tutte le limitazioni descritte in precedenza. Questo per dire che quando si corre il rischio di saltare dalla padella alla brace, uno può anche spegnere la tv e dedicarsi ad altro.

Capità però che la noia o la curiosità di avere sempre sottocchio cosa ci passa il convento, induca ad accendere. Così è stato in data odierna anche con Parenzo. Confesso la mia prevenzione sul conduttore perché non riesco a separare la figura di Parenzo da quella di Cruciani, quando insieme conducevano la trasmissione radiofonica " La zanzara". Primo argomento da trattare la vicenda della giudice d.ssa Apostolico di Catania sull'affair dei migranti. Una sua ordinanza impedisce l'espulsione di tre di loro; e questo proprio mentre si celebra in contemporanea il processo a carico di Matteo Salvini per "sequestro" di una nave ONG, quando lui era ministro degli interni nel governo Conte 1. Apriti cielo, immediato l'avvio della campagna nei confronti della giudice. Dopo avere ipotizzato di tutto, tranne che entrare nel merito dell'ordinanza, viene perfino ripescato un filmato risalente al 2018, che la ritrae, seppur con un ruolo non ben definito, in una manifestazione autorizzata a sostegno delle ragioni dei migranti. Nessuno, Salvini a parte, sa da dove sbuchi questo filmato. Si pone comunque un tema di opportunità sulla figura del giudice, tanto da attivare una richiesta di procedimento da parte del ministro Nordio. Il tema è alquanto delicato. All'uopo viene prima sentito l'emerito costituzionalista Sabino Cassese, una sorta di prezzemolo per tutte ricette, e poi, e qui veramente c'è da rimanere basiti, si assite alle opinioni nel merito di tale Luca Palamara. Si, proprio quello espulso dalla magistratura per le nomine pilotate al CSM. Mi domando. Ma era il caso ? Non c'era nessun altro da sentire ?. 

Il secondo argomento della puntata, verteva sulla sanità nazionale che sta precipitando in un baratro sempre più profondo. Ospiti vari, tra i quali Andrea Crisanti virologo anti Covid poi transitato nelle file del PD. Ognuno dice la sua sulle storture del nostro sistema sanitario, ma quello che stupisce è che ad argomentare sul tema ci sia pure un certo Roberto Formigoni. Si proprio l'ex governatore della Lombardia condannato a 5 anni e dieci mesi per corruzione proprio in ambito della sanità regionale. Che argomenta pure con un certo piglio come se nulla fosse.

Insomma se si discute di mala giustizia, cosi come di mala sanità, perché non sentire l'opinione di chi ne è stato protagonista negativo in prima persona. Come dire, un criterio un pò sui generis di Parenzo nel selezionare l'autorevolezza dei suoi ospiti. Sono curioso di vedere chi ospiterà quando si parlerà di criminalità. A questo siamo ridotti.

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lunedì 12 giugno 2023

Il nuovo Istituto Luce - Alessandro Ghebreigziabiher


Cari telespettatori e lettori, ma soprattutto patrioti, camerati o, in una sola parola, sudditi del novello Impero dell’altrettanto aggiornata Africa orientale italiana.

Qui è la Nazione – la gloriosa Italia, non il giornale, in piedi o inginocchiatevi a vostra scelta, smidollati – a parlarvi con la voce del nostro prode Ministro della Difesa Guido Crosetto, direttamente dalla verdeggiante masseria di proprietà dell’unico e solo cantore ufficiale delle gesta italiche, l’egregio e brufoloso dottor Bruno Vespa.
Gli impavidi uomini delle forze speciali italiane, di stanza a Brindisi, hanno coraggiosamente liberato una nave battente bandiera turca divenuta ostaggio di 15 feroci infedeli mori o neri, comunque scuri, clandestini, vigliaccamente nascosti a bordo dell'imbarcazione al largo di Napoli. I truci selvaggi stavano tentando di sequestrare la nave con le loro letali armi bianche. Coltelli, già, ma è risaputo quanto queste razze siano abili nell’usare le lame contro le genti indifese delle nostre generose e ospitali civiltà.
Con evidente sprezzo del pericolo gli eroi in divisa della Brigata San Marco sono intervenuti calandosi da due elicotteri della Marina, sbaragliando i crudeli nemici quando il traghetto era all'altezza di Ischia, e hanno prontamente ripreso il controllo della nave.
Questa è la verità, cribbio, punto. Ora spegnete pure la tv o il modem, staccate la spina, insomma, e andate a divertirti, a marciare, magari, oppure a mangiare e bere, o anche solo a dormire sonni tranquilli perché la Patria è al sicuro.
Tuttavia, casomai foste ancora collegati da qualche parte, non fate caso a chi osi mettere in dubbio l’unica attendibile versione, millantando per esempio di una fantomatica procura – diffidate dei giudici, come vi abbiamo sempre istruito – la quale affermerebbe che non ci sia stato alcun dirottamento, sequestro o aggressione di sorta. E, soprattutto, che i terribili stranieri colti sul fatto avrebbero usato i coltelli semplicemente per squarciare un telone per non morire soffocati nella stiva, e che erano stremati e denutriti.
Vedrete che ne diranno altre nelle prossime ore, ma voi non ascoltate, non leggete, ovvero, non approfondite, non ponetevi domande o dubbi.
Viva la Patria, viva l’Italia, a noi!

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domenica 15 gennaio 2023

Il paese delle armi – Giorgio Beretta

 recensione di Francesco Masala

(il libro è pubblicato da Altreconomia, ottobre 2022, 15 €)

 

Si tratta di un libro che fa il punto sull’Italia e le armi, ed è un libro che fa la radiografia delle mille contraddizioni e omissioni sia nella produzione e commercio delle armi che nelle informazioni che latitano.

“L’Italia è il Paese delle armi, ma è un Paese strano. È il Paese delle opacità e delle reticenze, dei silenzi e delle connivenze: atteggiamenti mirati soprattutto a nascondere i fatti – e i dati – ma perfettamente funzionali per alimentare la retorica.” (pag.10)

Non si conosce il numero di persone in possesso di una licenza o di un permesso per detenere armi, e i numeri ufficiali sono pochi, incompleti e contradditori e quindi inaffidabili, “soprattutto se si pensa che il ministero dei Trasporti rende noti non solo i dati sul numero di mezzi in circolazione, di nuova immatricolazione, sul numero e tipo di patenti di guida (per regione e genere), ma finanche sul numero di candidati bocciati all’esame di guida.” (p.12)

 

Giorgio Beretta ci dice che esiste una lobby delle armi, che sostiene ed è sostenuta da diversi politici, anche nel governo.

 

Viene poi fatta un’importante distinzione fra le armi “per uso civile” e quelle “per uso militare”.

Per superare l’insufficienza di dati Giorgio Beretta si serve di una ricerca dell’Università di Urbino.

 

Per le armi “per uso civile” il business principale per le impresa italiane è quello delle esportazioni, ma tutti i dati relativi sono coperti da un quasi segreto di stato, i numeri forniti dall’Istat sono parziali e incompleti, alla faccia della trasparenza. Le forniture di armi “per uso civile” sono indirizzate spesso a regimi autoritari e repressivi, con aiutini di decreti legge ad hoc, quando si scopre qualche grave problema nei comportamenti delle imprese produttrici.

 

Gli Usa sono il paese che acquista più della metà delle esportazioni “ad uso civile” dalle industrie italiane (più di 14mila persone morte per arma da fuoco nei primi otto mesi del 2022, da qui) e sono il paese nel quale “il mito del “libero possesso” delle armi permane indisturbato negli Stati Uniti soprattutto per l’influenza sul Congresso della National Rifle Association (NRA)” (p.32)

Ricorda Michael Moore:

 

La mancanza di trasparenza si ripete anche per le armi ad uso militare:

“…la comunicazione agli organi preposti, sebbene richiesta dall’adesione a trattati e alle norme comunitarie, avviene su base volontaria e non è prevista alcuna sanzione in caso di inadempienze o insufficienze…” (p.53).

 

Il concetto di responsabilità sociale d’impresa fa ridere quando si parla delle imprese che producono armi.

Lo dimostra il fatto che l’unica fiera nei Paesi dell’Unione Europea che presenta armi e materiali per diversi settori è “IWA Outdoor Classi- cs” che dal 1974 si tiene a Norimberga, in Germania21. Ma da subito si è caratterizzata per permettere l’accesso solo ad operatori professionali di settore, richiedendo di accreditarsi in anticipo e, soprattutto, vietando espressamente l’ingresso al pubblico generalista, cacciatori e tiratori sportivi compresi, oltre ovviamente ai minorenni (p.62).

Le fiere che si tengono in Italia permettono l’ingresso ai minori di 14 anni, “Che i minori potessero scorrazzare indisturbati in fiera impugnando armi vere – anche se scariche – schiacciandone il grilletto e provando a sparare è stato documentato da un’ampia serie di servizi giornalistici39: un fenomeno che si reiterato anche negli anni successivi alle richieste delle due amministrazioni comunali, al netto dei divieti e delle misure – in buona parte palliative – messe in atto dagli organizzatori della fiera” (p.64)

“EOS consente l’ingresso ai minorenni, basta che siano accompagnati da un adulto. Anche in questo caso – come hanno prontamente notato l’Osservatorio OPAL e Rete italiana pace e disarmo45 l’intento propagandistico è evidente: incentivare il possesso delle armi.” (p.65)

 

“È necessario analizzare con attenzione la narrazione che viene propagandata riguardo alla crescente insicurezza in Italia, alla presunta necessità di armarsi per contrastare le rapine nelle abitazioni e negli esercizi commerciali – rapine che vengono artatamente descritte dai media e da alcuni partiti come in forte crescita e fonte di grande apprensione per i cittadini -, e soprattutto di verificare l’impatto delle armi legalmente detenute riguardo a due fenomeni di chiara rilevanza sociale: gli omicidi in famiglia e i femminicidi.” (p.66)

 

Beretta analizza come viene creata l’insicurezza, in Italia, “L’insicurezza come sentimento diffuso nella popolazione italiana trova perciò in questi programmi televisivi una cassa di risonanza e di amplificazione: crimini come gli atti di violenza e gli omicidi per furti e rapine nelle abitazioni che, come abbiamo visto, sono fenomeni gravissimi ma statisticamente marginali, vengono di conseguenza percepiti come vicini, pervasivi, continuativi. (p.82).

Eppure l’Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo, dice il Ministero degli interni ( leggi qui)

 

Giorgio Beretta non inventa niente, la bibliografia ricchissima e le citazioni puntuali.

 

 

 

 

 

sabato 12 novembre 2022

Perché in un regime neoliberista è inutile informarsi - Francesco Erspamer

 

La guerra in Ucraina mi ha allontanato dai giornali, che ormai non fanno che amplificare le veline passate loro dal Pentagono tramite CNN o il New York Times, senza alcuno spazio per dubbi: gott mit uns (lo scrivo minuscolo perché si tratta del dio mercato) per cui chi si oppone alla crociata è un infedele e potenziale terrorista o, peggio, una minaccia all'edonismo obbligatorio e al consumismo compulsivo (di prodotti ma anche di idee, comportamenti, valori) che costituiscono ormai gli unici scopi esistenziali di milioni di italiani privi di memoria e di un senso di appartenenza a qualcosa (famiglia, comunità, Chiesa, Stato, patria, tutte indebolite da radicali e liberal) che trascenda la loro individualità.

 

Da tempo purtroppo mi sono accorto che è inutile informarsi: in un regime neoliberista verificare ed eventualmente contestare i «fatti» spacciati dall’apparato mediatico è vano; non perché non sia possibile dimostrarne, alla fine, l’eventuale mendacità, ma perché quando faticosamente ci si riesca, nel frattempo quei fatti già non contano più nulla per nessuno: il culto della novità e la pratica dell’innovazione continua, rapidissima e fine a sé stessa, ha come effetto l’oblio del passato, incluso quello recente, cancellato ancor prima che diventi passato da nuove pressanti novità che, sia pure per poche ore, assorbono tutta l’attenzione, peraltro scarsissima grazie a un sistematico addestramento, anche scolastico, alla superficialità.

 

La gente vive di «breaking news» (anglicismo e concetto importato dagli Stati Uniti), ossia di fatti che durano al massimo pochi giorni, poi vengono rimossi e non ha più alcuna importanza che fossero stati veri o falsi; come quando il mondo si indignò per le armi di distruzioni di massa del cattivo Saddam e diede mandato all’invincibile armada dei paesi democratici e politicamente corretti di distruggerlo; ma quando poi si scoprì che quelle armi non c’erano, si indignarono in pochissimi: per gli altri gli eventi di qualche mese prima erano altrettanto remoti e indifferenti delle guerre puniche. Tant’è che gli Stati Uniti non hanno perso un briciolo della loro credibilità e possono ripetere il giochetto accusando la Russia di avere armi di distruzione di massa in Ucraina.

 

E allora? E allora occorre ricostruire (ci vorranno decenni) le basi sociali e culturali che rendano di nuovo possibili le discussioni e valutazioni dei fatti: a cominciare da leggi che proibiscano le concentrazioni editoriali, che pongano drastici tetti alla pubblicità e dunque alla connivenza di potere finanziario e potere mediatico, che restituiscano alla scuola una funzione di educazione del cittadino e non di preparazione della mano d’opera gradita alle multinazionali per arricchirsi e rafforzare i loro monopoli. Nel frattempo, accettare che la politica si occupi prevalentemente di fatti (ossia di ciò che i media definiscono tali) è un errore; bisogna piuttosto analizzare gli ideali, gli obiettivi, i metodi, e appassionarsi per essi. Pensate che siano facilmente manipolabili? Molto meno dei fatti. Io per esempio vorrei una società socialista, in cui i ricchi siano tassati a sangue e le multinazionali ancora di più; in cui invece che di diritti individuali (incluso quello di drogarsi con la scusa della libertà d’espressione) si parli di diritti collettivi e anche di doveri, ossia di valori condivisi; in cui i settori essenziali (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico e in misura significativa l’informazione) siano gestiti direttamente dallo Stato e non da miliardari generalmente americani. Mica pretendo che la pensiate come me e so bene che pochi lo fanno ma mi piacerebbe che l’accordo e il dissenso si fondassero sulle priorità assegnate ai principii e ai propositi, non sulla pretesa di sapere cosa sia «oggettivamente» giusto o sbagliato, meglio o peggio, vero o falso.

da qui

mercoledì 2 febbraio 2022

Non sbattere il mostro in prima pagina - Domenico Gallo

 

Sbatti il mostro in prima pagina è un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Gian Maria Volonté che affronta in chiave grottesca il tema dell’uso sensazionalistico dei fatti di cronaca per creare dei “mostri” da dare in pasto al pubblico. In realtà la frontiera del rapporto fra giustizia e informazione è sempre stata un terreno minato che ha provocato vittime innocenti e ingiustificate sofferenze, a cominciare dal caso Girolimoni, il “mostro di Roma”, arrestato nel 1927 come responsabile del rapimento, dello stupro e dell’uccisione di sette bambine. ll 9 maggio 1927 l’Agenzia Stefani scrisse che dopo “laboriose indagini” erano state raccolte “prove irrefutabili” contro di lui. Dopo alcuni mesi di carcere Girolimoni venne prosciolto da ogni accusa e rimesso in libertà ma rimase marchiato d’infamia per tutta la vita. Il regime fascista presentò l’arresto di Girolimoni come un suo successo nella lotta contro il crimine e fece passare sotto silenzio la sua liberazione, imponendo ai giornali di non occuparsi più di fatti criminosi per non turbare l’opinione pubblica.

Un decreto legislativo, entrato in vigore il 14 dicembre scorso, è intervenuto su questo delicato tema al fine di determinare “il compiuto adeguamento” dell’ordinamento interno alla Direttiva UE del 2016/343 sulla presunzione d’innocenza, introducendo innovazioni importanti nello statuto delle garanzie del processo penale e nella disciplina della comunicazione giudiziaria. Come ha osservato Armando Spataro: «Il corretto rapporto tra giustizia e informazione-comunicazione è oggi uno dei pilastri su cui si fonda la credibilità dell’amministrare giustizia. All’opposto, la comunicazione scorretta e impropria genera tra i cittadini errate aspettative e distorte visioni della giustizia, in sostanza disinformazione, così determinando ragioni di sfiducia nei confronti della magistratura e conseguente perdita della sua credibilità». In realtà c’è un problema di sobrietà nelle informazioni sui fatti processuali fornite dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria (sul punto era già intervenuto il Consiglio Superiore della Magistratura con le linee guida approvate il 18 luglio 2018) che attiene alla credibilità della magistratura, ma l’altro corno del problema è il diritto dell’opinione pubblica di essere informata e la funzione dell’informazione di vigilare criticamente sull’esercizio di tutti i poteri pubblici, compreso il potere giudiziario. Se si assolutizza il tema della presunzione d’innocenza, ammantandola di troppo rigide garanzie extraprocessuali, c’è il rischio di restringere il diritto-dovere di informare. È necessario un temperamento dei contrapposti interessi, ma non è semplice trovare un punto di equilibrio.

Due sono i cardini su cui si basa la nuova normativa. Il primo riguarda tutte le autorità pubbliche (non solo magistrati e polizia), a cui è fatto divieto «di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili». Il secondo riguarda i rapporti del pubblico ministero con gli organi d’informazione; le informazioni devono essere fornite «esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa». La norma precisa inoltre che «la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico».

Quanto al primo principio, occorre precisare che in alcuni casi non può essere applicato senza distorcere i fatti o ledere il diritto all’informazione. Pensiamo al caso del delitto avvenuto nel Varesotto, dove un padre è stato arrestato in flagranza dopo l’omicidio del figlio di sette anni e il tentato omicidio della moglie. Sul piano meramente processuale vale la presunzione d’innocenza, nel senso che, fin quando non sono esaurite tutte le fasi processuali, lo status di colpevolezza dell’imputato non è definitivo, ma sul piano della comunicazione, come si fa a informare dei fatti rispettando il divieto di indicare come colpevole la persona sottoposta a processo? A volte i fatti parlano a voce alta, gridano e non possono essere silenziati.

Quanto al secondo principio, se la sobrietà è un valore che impone dei canoni deontologici, ingessare la comunicazione istituzionale delle Procure pretendendo che avvenga esclusivamente attraverso comunicati stampa e, solo in via eccezionale, attraverso conferenze stampa, senza la possibilità che procuratori e pubblici ministeri possano interloquire a loro volta con i media è un irrigidimento che può essere lesivo del bisogno di una corretta informazione e che può avere solo l’effetto – come osservato da Luigi Ferrarella – di incrementare il mercato nero delle notizie.

Infine c’è un altro aspetto che suscita perplessità. A chi spetta decidere se una notizia giudiziaria è di pubblico interesse? Può essere una competenza esclusiva della magistratura requirente, come emerge dal decreto legislativo in questione? Poiché attraverso il sistema giudiziario passa tutta la storia del Paese e le principali vicende della politica, il rischio è quello di mettere uno sbarramento a quella funzione di critica all’esercizio dei poteri attraverso l’informazione che è una delle missioni fondamentali del sistema dei media in una società democratica. Non a caso la Corte Europea dei Diritti dell’uomo, nel caso Dupuis contro la Francia, con una sentenza del 7 giugno 2007, in una vicenda di intercettazioni illegali, ha stabilito che l’esigenza di informare il pubblico prevale anche sulla presunzione d’innocenza, attribuendo ai giornalisti la funzione di “cani da guardia” della democrazia.

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domenica 14 novembre 2021

Il sistema dell’informazione è diventato avido e opaco - Annamaria Testa

 

Per capire come costruirci un buon futuro ci tocca ragionare sul sistema dell’informazione. Di fatto, ogni nostra decisione, piccola o grande, riguardante i prossimi trenta minuti o i prossimi trent’anni, si basa su quello che noi sappiamo adesso. 
E quello che noi adesso sappiamo, o crediamo di sapere, rispecchia l’assieme delle informazioni che, nel corso delle nostre vite e fino a questo momento, ci hanno raggiunto e colpito. E che, convincendoci della loro rilevanza, hanno incessantemente contribuito a formare, a modificare (o a deformare) la nostra visione di noi stessi e delle cose.


DECIDERE RAZIONALMENTE. Poter disporre di informazioni di qualità è fondamentale perché sia i singoli, sia i governi decidano bene e, per dirla con Steven Pinker, in modo razionale e responsabile: tale, cioè, da “salvare il mondo”.
Il problema è che il sistema dell’informazione non è mai stato così turbolento, pervasivo e soverchiante, opaco e tossico. Mai così capace di influenzare in modo istantaneo gli orientamenti individuali e collettivi. E mai così complesso: talmente complesso che osservarne le dinamiche è difficile. Qui di seguito riassumo alcuni punti. Unendoli è possibile, se si vuole, cominciare a farsi un quadro.


SITUAZIONE INEDITA. In realtà, tutto il sistema dell’informazione oggi ruota attorno a un piccolo gruppo di entità che fino a venti, a dieci o a cinque anni fa neanche esistevano. Facebook viene concepito nel febbraio del 2004 e arriva in Italia nel maggio del 2008. Youtube pubblica il suo primo video ad aprile 2005. Twitter si costituisce nel 2007. WhatsApp viene lanciata nel novembre 2009. Instagram nasce nell’ottobre 2010. Telegram nasce nel 2013. Il lancio di TikTok è del settembre 2016. 
Google precede tutti perché nasce nel 1998.
Già nel 2011 un articolo dell’Università dell’Indiana segnala che i social media stanno disegnando un nuovo ecosistema. La disintermediazione offre opportunità e implica rischi inediti. E le cose succedono così in fretta che neanche si riesce a capirne fino in fondo il funzionamento e le conseguenze. Tanto meno si riesce a stabilire delle regole.


MAGGIOR QUANTITÀ, QUALITÀ MINORE. Delle dinamiche di base che, nel contesto del sistema dell’informazione, governano la produzione di notizie, ci parla un ottimo articolo pubblicato su Farnam Street.
In sintesi: in rete, la velocità di consegna delle notizie aumenta. Il costo medio di produzione e la qualità media delle notizie diminuiscono. Le persone vengono incentivate a investire sempre più tempo per consumare sempre più notizie irrilevanti e di cattiva qualità.

Questo risultato si ottiene profilando gli utenti, confezionando notizie su misura (quindi, alterandole in modo che risultino più gradite a ogni singolo utente) e radicalizzandone i contenuti. Dei rischi connessi con la profilazione degli utenti e con la manipolazione dell’opinione pubblica tramite notizie false (elezioni Usa 2016, Brexit) ci si comincia ad accorgere solo nel 2018, quando scoppia lo scandalo Cambridge Analytica.


LA DISINFORMAZIONE RENDE. Oltre ad avere un ridottissimo costo di produzione (non c’è bisogno di preparazione e competenza, di indagini sul campo, di verifiche) in rete le notizie false offrono una redditività molto più alta di quella delle notizie vere: come attesta il Mit già nel 2016, le fake news raggiungono molte più persone, viaggiano più in fretta e arrivano più in profondità. 

Il motivo è semplice: le notizie false sono più “nuove”, sorprendono, scandalizzano, impauriscono o fanno arrabbiare di più. In sostanza, coinvolgono di più. Quindi, procurano anche più pubblico agli inserzionisti pubblicitari. 
Un’indagine recente, compiuta da NewsGuard e Comscore su un campione di 7500 siti, ci dice che, nel solo mercato statunitense, ai siti che diffondono fake news le inserzioni pubblicitarie rendono oltre un miliardo e mezzo di dollari di guadagni all’anno. 


INSERZIONI AUTOMARIZZATE. Poiché l’allocazione delle inserzioni è automatizzata, molte grandi marche, senza neanche saperlo, finanziano i siti di fake news attraverso la pubblicità. Secondo i dati del Pew Research Center per ogni 2,16 dollari di pubblicità digitale a testate giornalistiche legittime, gli inserzionisti statunitensi danno circa 1 dollaro ai siti di disinformazione. Minimizzare o eliminare la pubblicità su questi siti sarebbe una buona idea: ogni dollaro speso in pubblicità che va a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che va a media legittimi contribuisca alla produzione di giornalismo credibile. Questo intossica l’intero sistema dell’informazione.


SEMPRE PIÙ SOLDI IN RETE. In una manciata di anni, una larga parte dell’investimento pubblicitario ha smesso di sostenere i media classici, riducendo drammaticamente le risorse necessarie a fare buona informazione.
In Italia, per esempio, tra il 2010 e il 2020 i ricavi dei maggiori gruppi della stampa si sono più che dimezzati. Negli Stati Uniti, come ricorda Jill Abramson nel recentissimo Mercanti di verità – La Grande guerra dell’informazione (Sellerio), lo smantellamento dell’informazione locale è stato uno degli sviluppi più devastanti dell’era di internet.

Sempre secondo Pew Research, già nel 2018 si investe  online il 49 per cento dello stanziamento pubblicitario globale. Nel 2019 è il 51 per cento. Già el 2021 si stima che sia il 63 per cento. Nel 2024 potrebbe essere il 67,9 per cento. 
Nel 2020 fa capo al solo Facebook il 45 per cento dell’investimento pubblicitario mondiale. Google segue con un ulteriore 10 per cento. Le logiche economiche che in precedenza reggevano l’intero sistema dell’informazione sono esplose.


E LE TASSE? A fronte di profitti giganteschi, la tassazione è sempre stata irrisoria: per anni i colossi digitali hanno spostato i loro profitti nei paradisi fiscali. Finalmente 136 paesi hanno concordato di applicare, a partire dal 2023, una (modesta) aliquota del 15 per cento sui profitti, e di farlo là dove i guadagni vengono realizzati. 
I due signori Google e il signor Facebook sono oggi nel gruppo dei dieci uomini più ricchi del mondo (dello stesso gruppo fanno parte anche il signor Amazon, il signor Microsoft e il signor Oracle).


POTENZA STRANIERA. Facebook si comporta come una potenza straniera ostile; è ora che lo trattiamo come tale, titola l’Atlantic. Il social network raggiunge oggi 2,9 miliardi di utenti attivi mensili: è più delle popolazioni di Cina e India messe assieme. In effetti, argomenta l’Atlantic, Facebook andrebbe considerato come una potenza straniera ostile perché è focalizzato esclusivamente sulla propria espansione e sull’incremento dei propri guadagni. 

Secondo il politologo e storico Benedict Anderson, “le nazioni non sono definite dai loro confini ma dalla loro immaginazione”. In questo senso, Facebook pratica un nuovo tipo di colonialismo. È progettato per suscitare reazioni emotive forti. Ha condotto esperimenti sulle reazioni psicologiche degli utenti senza il loro consenso e ospitato contenuti che incitano all’odio e al terrorismo. 
Ricordiamo che, per esempio, alla disinformazione tramite Facebook nel 2018 si imputa  il massacro dei Rohingya in Myanmar. E che a Facebook viene attribuito un ruolo centrale nell’assalto di Capitol Hill.


BIG DATA E NEOCOLONIALISMO. Di neocolonialismo tecnologico parla anche Yuval Noah Harari, intervistato da Repubblica: Se prima le diseguaglianze erano nei possedimenti terrieri, oggi lo sono nei big data, l’asset più prezioso della nostra epoca. È estremamente rischioso che questa enorme mole di dati sia in mano a giganti come Facebook, Google, Alibaba. Se non stoppati subito, le disparità saranno sempre più estreme. Potrebbe scatenarsi un nuovo colonialismo digitale.


OPACITÀ. Altri, come il conduttore della CNN Brian Stelter, rimarcano l’opacità e la perniciosità dei comportamenti di Facebook paragonandoli a quelli delle multinazionali del tabacco. È quanto sostiene anche Frances Haugen, l’ex dipendente che consegna al Wall Street Journal una quantità di documenti scottanti: sono i Facebook files, dai quali risulta che Facebook nulla fa per contrastare gli usi penalmente perseguibili delle proprie pagine (spaccio, tratta di esseri umani, pornografia, disinformazione sulla pandemia, bullismo, razzismo). Che si sforza di coinvolgere utenti sempre più giovani, per la cui salute mentale dimostra un totale disinteresse. Che il controllo sui post non in lingua inglese è pressoché inesistente. 

L’APPELLO DI HAUGEN. Testimoniando davanti al Senato statunitense, Haugen dice: quando il governo si è reso conto che il fumo è nocivo per la salute è intervenuto. Quando è stato chiaro che le cinture di sicurezza salvano vite umane il governo ha obbligato l’industria dell’auto ad adottarle. Quando si è visto che i farmaci oppioidi creano dipendenza la politica è intervenuta. Vi supplico di farlo anche ora davanti ai danni sociali provocati da Facebook.
Un coinvolgimento di Facebook risulta perfino nella vendita illegale, e nella conseguente deforestazione, di parti della foresta pluviale: la fonte è la BBC, che ha condotto un’approfondita indagine in merito. 


MODELLO DI BUSINESS. Un consistente articolo del New York Times, invece, segnala che l’azienda, con il Project Amplify, ha avviato una intensa attività per tutelare e ricostruire la propria immagine, utilizzando il NewsFeed per presentare storie positive, e limitando la disponibilità dei dati che permettono ai ricercatori di studiarne gli effetti sociali avversi.
Certo: è la stessa Haugen a sottolineare che Facebook non promuove intenzionalmente l’odio, la rabbia, la frustrazione, l’illegalità o la disinformazione. Ma, di fatto, la sua impostazione algoritmica, che corrisponde a un modello di business inteso a incrementare a ogni costo il coinvolgimento per massimizzare i profitti pubblicitari, va in questa direzione. 


BLACKOUT. Il 4 ottobre 2021 Facebook, Instagram e WhatsApp si spengono per 7 ore circa a causa di un errore umano nella configurazione dei router. È il blackout più lungo di sempre. Il titolo perde 6.11 miliardi di dollari. L’interruzione, scrive il Guardian, evidenzia la dipendenza che gran parte del mondo ha nei confronti del social network, mette in risalto la sua posizione dominante, ci mostra quanto è ormai integrato nella vita quotidiana delle persone. Quanto è al centro delle economie informali di paesi come India, Messico e Brasile. E quanto è fragile. 

Certo: nessuno nega che Facebook aiuti le persone a restare connesse, e anche a lavorare. E che abbia contribuito a modernizzare il sistema dell’informazione. Ma non fa solo quello. Una posizione dominante così accentuata, unita alla dimensione planetaria e all’enormità delle risorse disponibili, dovrebbe implicare un’altrettanto accentuata assunzione di responsabilità. Almeno per ora, non è così.


UN ALTRO MILIARDO. Subito dopo il blackout, come scrive il Sole24Ore, Facebook rilancia con prodotti e tecnologie intesi ad aumentare la connettività dei paesi in via di sviluppo: il nostro impegno per la connettività ha contribuito a fornire a più di 300 milioni di persone una rete internet più veloce – ha dichiarato il vicepresidente Dan Rabinovitsj – siamo impazienti di offrire la stessa opportunità a un altro miliardo di utenti.
E poi c’è il progetto del Metaverso, che dovrebbe portare tutti quanti a vivere esperienze virtuali grazie alla realtà aumentata, qualsiasi cosa questo significhi.

IL PROBLEMA E LA SOLUZIONE. Chiariamoci bene: il problema non è la rete. E non sono nemmeno i social media in quanto tali. È l’informazione tossica (irrilevante, polarizzante o fuorviante) che alcune dinamiche della rete incentivano a scapito dell’informazione di qualità. La soluzione non è star lontani dalla rete. È riconoscere e privilegiare l’informazione di qualità, dovunque si trovi: offline oppure online.

 

SISTEMA DELL’INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA. Haugen consegna i suoi Facebook Files a un quotidiano autorevole come il Wall Street Journal, e non altrove. Basterebbe questa scelta a rimarcare, proprio in tempi turbolenti come questi,  l’importanza dei giornali, della loro credibilità  e del loro ruolo di controllo nei confronti del potere (di ogni potere).  

Della centralità della buona informazione per la democrazia ci parla il Nobel per la pace recentemente attribuito a due giornalisti coraggiosi, la filippina Maria Ressa, fondatrice di Rappler, una media company che si occupa di giornalismo investigativo, e il russo Dmitry Muratov, fondatore e direttore di Novaya Gazeta, la testata per cui lavorava Anna Politkovskaya. 
Sono segnali da cogliere.
Il precedente Nobel per la pace attribuito a un giornalista risale al 1935. A vincerlo è Carl von Ossietzky, incarcerato per la sua denuncia dell’antisemitismo e del riarmo tedesco, e morto di tubercolosi nel 1938 mentre è ancora sotto sorveglianza della Gestapo.
Merita un ricordo anche adesso. Anzi, proprio adesso.

da qui

giovedì 4 novembre 2021

La banalità del male pubblico: il caso Barbero - Gabriele Zuppa

 

È con la superficialità degli atteggiamenti quotidiani, con la banalità – per dirla con Hannah Arendt – della polemica meschina che danneggiamo quel confronto dialettico e veramente scientifico in cui consiste innanzitutto una democrazia

Quanto non sentiamo ripetere da giornalisti e politici della disinformazione che circola incontrollata nei social? Ma da cos'è veicolata la disinformazione se non dall'accontentarsi della prima cosa che capita – magari perché l'ha detta “uno dei nostri” –, dalla sbrigatività di giudizio, dalla scarsa attitudine all'approfondimento, dalla conseguente mancanza di familiarità con la complessità, dalla seduzione dello slogan e simili?

Ecco che la terza domanda retorica vien da sé: non sono queste caratteristiche proprie di giornalisti e politici? Ogni volta che mi son messo a condurre una piccola indagine, quest'anno, mi sono imbattuto in fake news: dai Måneskin ai vaccini ad Alessandro Barbero con le sue ultime considerazioni sulle disuguaglianze di genere.

«La Stampa» cui ha rilasciato l'intervista titola: «Le donne secondo Barbero: “Sono insicure e poco spavalde, così hanno meno successo”». Il titolo viene ripreso da altre testate e commentato da politici, opinionisti di professione e utenti social: una pioggia di considerazioni sprezzanti che mostrano come l'articolo (a pagamento) non sia stato letto e ci si sia limitati al titolo; talvolta sì, lo si è anche letto ma non lo si è capito; altre ancora, letto o non letto, lo si è strumentalizzato.

Il titolo è fuorviante. Si pensi che l'intervista ha per occasione una serie di lezioni dello storico dal tema: «Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole». Le figure che tratteggerà sono: madre Teresa di Calcutta, Caterina «la grande» di Russia e Nilde Iotti. Il focus delle lezioni è dunque sul coraggio che le donne hanno saputo mostrare nella storia, mentre il focus del titolo è sulla loro insicurezza e povertà di spavalderia. Come si arriva a ciò? Poiché l'intervistatrice gli chiede come mai le donne fatichino ancor oggi non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere parità di retribuzione o a fare carriera. Barbero risponde così:

«Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all’enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: “Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore”. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi.»

Barbero constata quindi il «cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni» (come testimoniato dall'aggressione mediatica che ha subito) e si chiede come, ciononostante, si sia ancora così indentro in quanto ad equità. Cioè: proprio perché la donna è in grado di svolgere compiti non meno dell'uomo cui non aveva accesso tradizionalmente, c'è da chiedersi cosa manchi affinché l'equità auspicata si compia.

Così se fosse che «aggressività, spavalderia e sicurezza di sé» risultassero degli elementi mediamente meno presenti nell'indole della donna rispetto a quella dell'uomo, allora, a parità di competenza, proprio questi elementi non dovrebbero determinare il divario che ancora oggi constatiamo. O forse qualcuno di noi crede che un bravo medico debba essere aggressivo e spavaldo, o che lo debba essere un notaio, un docente, un politico? Discriminare in base ad aggressività e spavalderia sarebbe un abbaglio a discapito della competenza. Anzi, la minore presenza di tali caratteri sarebbero talora un vantaggio professionalmente, e proprio nella politica: come dicono alcuni, sottolinea Barbero, «se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore».

Forse non è questo un fattore dirimente nello spiegare le disuguaglianze tra generi, ma è un'ipotesi legittima fino a quando non sia smentita scientificamente. Forse che tutti coloro che hanno attaccato Barbero avessero contezza degli studi finora prodotti e fossero in grado di smentire dati alla mano l'assurdità dell'ipotesi?

Ecco, è sconfortante che chi ha commentato probabilmente non abbia verificato neppure che cosa Barbero avesse detto, pur replicando con toni agghiaccianti, come ha fatto Carlo Calenda:

«Uno storico capace che dice castronerie di proporzioni cosmiche senza vergognarsene. C’è da domandarsi cosa stia accadendo agli intellettuali in questo paese. Sembrano diventati tutti Cacciari. Boh.»

L'intento è chiaro: una strumentalizzazione, un attacco ad hominem funzionale alla polemica sul Green Pass, rispetto al quale Barbero aveva espresso le sue perplessità e del quale Calenda è un fervente sostenitore. Lo stesso ha fatto il giornalista Gianni Riotta:

«Alessandro Barbero era un simpatico divulgatore, che ha deciso d'improvviso di demolire simpatia e storia con demagogia su greenpass, guerra mondiale e ora "differenze strutturali" con gli uomini che impedirebbero alle donne successi politici. Temo interventi su razza ed è chiusa.»

L'eurodeputata Pina Picierno invece ha sicuramente letto le parole di Barbero, perché nel suo Tweet riporta l'articolo, ma non deve averle capite:

«Ok, se il Prof Barbero vuole conoscere una donna aggressiva può parlare con me dopo che ho letto le sue parole.»

Un intervento del tutto gratuito perché, ovviamente, non si trattava di trovare una donna aggressiva e un caso non smentisce l'ipotesi.

I colleghi accademici non si sono trattenuti, da Raffaele Simone a Luciano Floridi:

«Purtroppo Barbero ha detto una sciocchezza (la seconda, dopo quella sul green pass).»

Un episodio triste e sconfortante, ulteriore, che dà la misura del livello già riscontato sul tema del Green Pass. (A tal proposito qualche parola opportuna l'ha scritta di recente Luca Illetterati qui). Un dibattito che testimonia quanto anch'essi siano poco avvezzi al confronto, ché invece di sciorinare argomentazioni mirabolanti e articoli scientifici di qualità, si limitano a denigrarsi a vicenda o poco più.

da qui