Lo hanno
messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione
europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte
del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi
imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le
successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa,
aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo
Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche
perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere
realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella
proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo
dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che
la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni
dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una
tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della
progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come
del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).
Allora che
dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione
contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione
della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come
raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori
delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei
più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il
cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne
soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”:
i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e
le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a
vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di
ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese
voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi
posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia,
dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a
un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni
all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal
tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con
l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi
intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a
pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.
Tra le forze
del “campo largo”, si registra la contrarietà dei5 Stelle
di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno
asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un
certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere
minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento
europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui
troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati
perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” –
termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato.
Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato
informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero
grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza
veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato,
una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e,
per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a
sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla
questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non
è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto
di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare
un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma
fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non
affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.
La domanda è
infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la
sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la
transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere
le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la
progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una
posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente
l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle
destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che
non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a
non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle
cose.
Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni
Sono ormai
molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro
paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta
sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta
precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo,
quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I
miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi,
2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si
può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo
maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito
individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito
di raggiungere una giustizia fiscale.
La ragione è
facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la
composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito
tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello
che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica
– ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari,
quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro
reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in
un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i
sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro
studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani
(Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le
casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure
esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al
fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici
a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono
accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese,
già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che
pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra
Costituzione.
I dati a
disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando
segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo
leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito,
mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì
che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio
onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa
situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle
teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono
imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.
Per quanto
riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal
2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere
esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un
pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale
tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per
convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la
presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente
George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state
le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan
accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai
governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta
anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta,
il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per
le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che
– prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale
era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del
reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di
un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate
in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima
del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per
cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita
dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.
Quelle
elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema
progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia
fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema
diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre
l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa
provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo
elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito
dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.
Nel caso
italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974,
aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di
reddito, con aliquote
progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la
maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat
tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo
prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad
evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata,
soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio
introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti
a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta
facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.
È chiaro che
ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri
di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro
complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo
alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò
accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una
legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi
patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli
europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale
annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2
milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote
previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i
2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso
progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la
rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato
di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i
bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale
misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della
popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande
capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello
stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei
cittadini e la difesa dell’ambiente.
Perché la proposta di legge possa essere discussa dal
Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire
dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente
sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il
regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di
tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo
contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle
istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e
altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita
piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per
raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid
o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .
La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini
Il Global
Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas
Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di
qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle
disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti
gli Stati convergerebbe a 5mila euro.
Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui
super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima
alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro
al mese di reddito per tutti e un fondo globale che
redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di
finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica,
istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale,
ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della
Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty,
per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso.
Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in
occasione dell’inizio della World Inequality Conference
2026, sono ben
lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica
di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al
2100. Vasto programma, a dir poco.
Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per
evitare il collasso
La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento
delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di
ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la
stabilità climatica. E senza una
drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la
catastrofe ambientale. “La
compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una
profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione
necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.
Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di
aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare
su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico
– dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il
lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per
arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4%
l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5%
l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno
ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure
più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.
Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo
sovrano mondiale
Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo
globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla
convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e
della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni
anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque
volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo
monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo
sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a
gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico),
soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con
aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha
oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa
mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai
vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è
simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo
dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori –
tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel
Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo
ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei
miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In
altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per
spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali
in clima, sanità e istruzione.
A ogni Paese dividendi in base alla popolazione
Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si
stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero
sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero
distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti
condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di
riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi,
riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che
i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo,
è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse
dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil
mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”,
sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni
cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici
inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.
Cinquemila euro al mese per tutti
Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada
alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati
a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando
l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord
America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale
pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla
crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza
sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La
metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2%
della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità
vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay
gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più
ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di
quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale,
l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre
meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero
inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie
condizioni.
Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la
settimana cortissima
Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione
ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che
costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento
dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le
autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle
nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e
tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il
pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce
“sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e
dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo,
nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le
ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della
produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000
all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.
La camera di compensazione sognata da Keynes
Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di
riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni
climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile
e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la
piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e
monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni
finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di
popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema
“una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e
una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale
come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods
per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie
ricche.
Utopia o scelta politica?
Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme
delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella
Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata
e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità.
Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce
opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche
quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia
di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata
su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche
se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi
precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio
universale alla riduzione degli orari di lavoro
grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione
– che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste
consolidate.
“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta
politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire
una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società
civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe
proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’
che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e
del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio
di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per
compensare i suoi danni climatici.
"Anche se qualcuno morirà, pazienza". Parole gravissime e
inaccettabili quelle pronunciate ieri da Domenico Guzzini, presidente di
Confindustria Macerata, al convegno "Made for Italy per la moda".
Durante l'intervento introduttivo al forum promosso dalla sua stessa
organizzazione e trasmesso in diretta streaming, alla presenza del sindaco di
Macerata (lega) e del governatore regionale (fdi), Guzzini ha trattato i temi
della crisi economica innescata dal covid-19, con dichiarazioni
irricevibili: «Come sapete ci aspetta un Natale molto magro perché
stanno pensando addirittura di restringere ulteriormente. Questo significa
andare a bloccare anche un retail che si stava rialzando per la seconda volta
da una crisi e lo stanno rimettendo nuovamente in ginocchio. Io penso che le
persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero, alla fine,
venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Ma così, secondo me, diventa
una situazione impossibile per tutti».
Inevitabili si sono scatenate le polemiche, soprattutto tramite social, il
caso è montato sui media mainstream nazionali, e solo successivamente è
comparso sulla stampa locale - che negli articoli dedicati al convegno avevano
servilmente omesso di dare conto dell'accaduto. Come immancabili e da triste
copione sono arrivate le scuse – tramite Twitter – di Guzzini. Un maldestro e
tardivo tentativo di riabilitazione, all'indomani delle dichiarazioni
rilasciate al convegno, senza alcuna presa di posizione dell'organizzazione e
persino con la difesa pubblica del governatore Acquaroli. Scuse non nulla
tolgono alla gravità delle parole del presidente della confindustria locale,
che secondo le attiviste e gli attivisti del Centro Sociale Sisma di Macerata,
hanno senza dubbio avuto un “sinistro merito”, hanno esplicitato il pensiero
che l'associazione degli industriali ha sempre sostenuto nel corso dell’attuale
fase di crisi.
Di seguito riportiamo per intero il comunicato del Centro
Sociale Sisma.
"Anche se qualcuno morirà, pazienza".
Queste sono le parole pronunciate nella giornata di ieri da Domenico
Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, nel corso del convegno
"Made for Italy per la moda" organizzato dalla sua organizzazione e
trasmesso in diretta streaming, alla presenza di sindaco e governatore
regionale. Gli uffici stampa staranno già lavorando alla rettifica e verrà
detto che la frase non è stata interpretata correttamente, ‘è stata estrapolata
dal contesto’. Per noi, al contrario, non c'è niente di più chiaro ed
espressione del ‘contesto’. Perché le dichiarazioni di Guzzini hanno senza
dubbio un sinistro merito, per il quale dovremmo per assurdo ringraziarlo, se
non fosse per i loro tragici risvolti: esplicitano il pensiero che l'associazione
degli industriali ha sempre avuto nel corso dell’attuale fase di crisi. E lo
fanno brutalmente, togliendo per una volta il velo sul disprezzo per la vita
umana e sulla violenza quotidiana della classe dominante.
Confindustria fin dal primo momento ha svolto un ruolo nella gestione
politica dell'emergenza, con le scelte del governo al servizio del tristemente
noto "produci, consuma, crepa".
Ciò che conta è il capitale e i grandi profitti, se questo costerà qualche
vita... pazienza.
Sono gli stessi industriali che non vogliono la patrimoniale, che
vorrebbero far cadere il peso della crisi sui lavoratori e per i quali le
aperture/chiusure sono negoziabili puramente in termini economici, al servizio
dei grandi interessi. Il presidente di confindustria ha una arroganza tale da
farsi portavoce ‘delle persone che sono stanche di questa situazione e
vorrebbero venirne fuori’. Le persone sono stanche di subire scelte imposte
dall’alto, di una vita ridotta agli spazi e ai tempi dello sfruttamento, di una
gestione politica dell’emergenza sanitaria che sempre meno ha a che fare con le
esigenze di contenimento del contagio e sempre più con imperativi di controllo
e disciplinamento sociale. Non vogliono che sia il presidente di confindustria
a decidere per loro.
L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando è un fenomeno tutto interno
alle dinamiche del sistema capitalistico, conseguenza dello smantellamento del
sistema sanitario pubblico e della progressiva privazione del diritto
universale alla salute. Il virus è il capitalismo, ma i capitalisti vorrebbero
farci credere che saranno loro a salvarci.
Ora basta. Questa non vuole essere una banale dichiarazione di sdegno, ma
un messaggio che rivolgiamo a tutte e tutti, perché la pazienza è veramente
finita. Non possiamo più permettere a personaggi spregevoli di scegliere al
posto nostro e di ipotecare il nostro futuro.