lunedì 15 giugno 2026

Patrimoniale, perché parlarne? - Rino Genovese


Lo hanno messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa, aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).

Allora che dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”: i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia, dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.

Tra le forze del “campo largo”, si registra la contrarietà dei 5 Stelle di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” – termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato. Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato, una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e, per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.

La domanda è infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle cose.

da qui

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