Lo hanno
messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione
europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte
del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi
imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le
successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa,
aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo
Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche
perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere
realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella
proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo
dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che
la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni
dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una
tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della
progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come
del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).
Allora che
dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione
contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione
della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come
raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori
delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei
più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il
cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne
soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”:
i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e
le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a
vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di
ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese
voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi
posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia,
dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a
un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni
all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal
tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con
l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi
intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a
pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.
Tra le forze
del “campo largo”, si registra la contrarietà dei 5 Stelle
di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno
asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un
certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere
minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento
europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui
troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati
perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” –
termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato.
Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato
informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero
grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza
veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato,
una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e,
per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a
sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla
questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non
è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto
di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare
un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma
fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non
affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.
La domanda è
infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la
sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la
transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere
le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la
progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una
posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente
l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle
destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che
non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a
non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle
cose.
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