Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex
Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale
internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto
suo
L’intervista
rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta
suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde,
via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni
reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un
posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.
Per questo
provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici,
giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una
biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto
stesso.
Chi ha gettato la prima palata di merda nel
ventilatore
Cominciamo
col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di
recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di
Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose
che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte
dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M.,
e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è
un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore
del cut© è persona nota da tempo per la sua peculiare
tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal,
mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di
un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la
prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni
dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori».
Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo
personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da
Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia,
dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri
intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti
interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di
sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.
Si sappia,
dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e
modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si
porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà»
di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.
Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio
Veniamo alle
parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente,
ma non artificiale):
So benissimo
cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica
e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il
numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si
svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e
ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a
Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un
nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio.
[…] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a
sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende
quest’accusa priva di fondamento.
Spiace
dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il
che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre,
è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale
internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.
Genocidio è
un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a
cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e
Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le
nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la
persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con
l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi
all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre
deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua
distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite
all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un
altro».
Che ci sia o
meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per
comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa
comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione,
e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento
presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la
locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico
genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael
Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della
Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle
relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha
luogo nelle relazioni fra individui».
Nel
deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse
gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile
distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo
gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di
cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli
stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia
nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne
è stata vittima.
Infine: lo
spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia
etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di
Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo
genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in
atto.
Erri De Luca
sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo
Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul
genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è
stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa –
l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul
militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in
ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso
o della bottiglia che hai tirato da giovane.
Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo
Per me, il
sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli
ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque
riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che
convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo.
In quanto
sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici:
«Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con
persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora
più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la
parola «genocidio» nel contesto di Gaza.
Per De Luca
«sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione
abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una
parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che
è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa
confusione.
«Sionismo» è
una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il
socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi
residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è
diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che
poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si
cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col
diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo
diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare
questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo
stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.
Israele,
ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro –
fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro
contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i
territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del
1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato
anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un
piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di
Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre,
la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione
democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato,
cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani
legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.
Si aggiunga
che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera
la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione
fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una
strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto
della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un
nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del
fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con
generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di
questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.
Ma quello
che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza
nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi
come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer
Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia
dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo
applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una
fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma
riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di
guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine
di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.
Di cosa
stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di
vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la
fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e
un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa
dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che
dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile,
se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo
che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta
di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è
quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo
stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a
molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e
saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo
durare, dargli spazio».
Bruciare i libri di Erri De Luca?
Ma se Erri
De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe
allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura
bruciarli?
A
bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno
dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare,
chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro
accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a
bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità
sono inutili, e se non le contengono sono dannose.
Anche perché
a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché
impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda
filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già
fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non
risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro
insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter
editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I
nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe
persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer
Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e
Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho
visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un
articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato
la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in
questione è uno che ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost
writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli
allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche
l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire:
cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a
nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è
all’altezza del nostro desiderio.
Tradurre l’Esodo non basta
I libri di
Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla,
quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui
traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono
diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può
tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è
la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere
una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro
popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che
ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita»
di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla
parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei
colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di
una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo
perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi.
Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle
parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella
lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è
impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità
intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità
di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla
maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».
Ma oltre al
contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che
fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi,
me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente
della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono
consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su
posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma
anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono
concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo,
oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella
trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli
eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una
lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo
mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché
dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva
osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di
Amsterdam una maledizione e una coltellata.
Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme
E poi,
pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece
disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo,
andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese
dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di
esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa
immagine.
Non importa
quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in
piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è
sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere
che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che
valore sarebbe quali opere siano?
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice
e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono
quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono
schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della
metafora.
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo.
Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e
insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero
per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di
fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema
dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci
e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e
sistematico.
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie
la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è
quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per
impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano
sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di
continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo
storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere
le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi
continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri,
individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di
fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per
pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha
nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non
dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema
a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da
dirvi.
*Girolamo De
Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio
politico-letterario Il
Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi
dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta
insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri
Pozza, 2025).
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