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lunedì 13 dicembre 2021

ironie della tragedia chiamata storia – Enrico Euli

 

 

Lo stato di Israele è da sempre testimonianza diretta dell'inversione ironica (e tragica) della storia: le vittime dell'olocausto nazista rivoltate in carnefici nazisti di palestinesi e arabi, come se avessero imparato ed incarnato pienamente la lezione del male ricevuto.

Oggi l'israelizzazione del mondo procede ad ampi passi: e non solo attraverso la politica dei muri e dell'apartheid interno e verso lo straniero, ma anche sulla politica sanitaria antipandemica; Israele è sempre all'avanguardia, anche lì: quando noi siamo alla seconda dose, loro sono già alla terza.

E quando saremo alla terza, loro saranno alla quarta. E quando vaccineremo i bambini tra i 5 e i 12 anni, loro staranno già procedendo a vaccinare quelli sotto i 5.

Ma, nonostante questo, il primo caso di Omicron fuori dal Sudafrica si è svelato proprio in Israele.

Noi, al seguito. O sulle loro spalle, come nani nazi-apprendisti.

 

Si parla tanto dei no-vax ribelli, accusati come untori pestiferi che starebbero alla base delle nuove ondate, colpevoli di proseguire a contagiare il mondo.

Ce la si prende con persone, piccoli gruppi, minimi artigiani del dissenso.

Ma perché non ci si rivolge con la stessa rabbia e decisione contro i no-vax su scala industriale?

Perchè i no-vax più pericolosi sono proprio le aziende farmaceutiche e gli stati ricchi: quelli che negano il vaccino ai poveri del mondo, a chi non può pagare i brevetti, a chi non ha le strutture e le risorse per vaccinare i suoi cittadini.

Quelle stesse aziende e quegli stessi stati che continuano, miopi ed egoisti come solo i capitalisti sanno essere, continuano ossessivamente a vaccinare noi con tre o quattro dosi (visto che possiamo produrle, pagarle e quindi iniettarle) e non permettono ad altri di farlo.

Con la conseguenza di nuove ondate (che non dipendono quindi dai piccoli, ma dai grandi no-vax).

 

Mario Monti, come sempre, sa cosa si muove in alto.

Ed lui prevede e precede, da buon liberal lungimirante, quel che sta avvenendo ed avverrà: la fine della democrazia, anche della sua parvenza più illusoria: la libertà di stampa e di informazione.

Ascoltate il suo intervento a La Sette (qui ).

In guerra come siamo, anticipa sagacemente, l'informazione va centellinata e controllata.

La sua proposta è apertamente, sdoganatamente fascista, da vero e proprio Ministero della Propaganda.

Lui sa dove stiamo finendo. E già vede e provvede.

Come non condividere il suo appello a smetterla di blaterare del covid 24 ore su 24, vera e propria tecnica di intimidazione ed estenuante arma di distrazione di massa?

Ma quando i giornalisti la smetteranno di blaterare senza senno e senso, imboccati come ora dalle veline di stato e da un conformismo autocensurante in cui il pensiero si è assentato da tempo, chi arriverà ad informarci?

Solo assennati burocrati di regime dalle loro razionalissime scrivanie.

E se loro non basteranno, mistiche adunate online e ben vibrati manganelli mediatici.

da qui

 

giovedì 9 dicembre 2021

aspettando il vaccino cubano

 

POTERE AL POPOLO A CUBA PER IL VACCINO SOBERANA! - Giuliano Granato

 

Il 16 novembre è iniziato lo studio clinico in collaborazione tra l’Istituto di Ricerca cubano Finlay e il Policlinico torinese Amedeo di Savoia sul vaccino Soberana plus.

Siamo orgogliosi di essere presenti con una delegazione di Potere al Popolo a uno studio che può avere risvolti decisivi nella lotta globale alla pandemia. La ricerca – organizzata e seguita passo passo dai medici e ricercatori cubani e internazionali – permetterà di quantificare l’efficacia di Soberana plus come terza dose in chi ha effettuato le prime due con vaccini prodotti dalle multinazionali del farmaco (Pfizer, Moderna, Johnson).

Se l’efficacia di Soberana fosse confermata, ciò significherebbe che il vaccino cubano, più economico e facile da produrre, potrebbe essere utilizzato anche nei paesi occidentali come terza dose ma soprattutto sarebbe un’opzione per le decine di milioni di persone di paesi poveri o privi di aziende farmaceutiche che aspettano ancora la prime dosi o hanno necessità di effettuare il richiamo.

Un vaccino, ricordiamolo, pubblico e non prodotto dalle multinazionali, da cui nessuno trae lucro.

Quasi due anni fa i medici cubani sbarcavano nel nord Italia per fronteggiare lo scoppio del covid praticamente a mani nude, dando un supporto enorme. Oggi – in microscopica parte – siamo felici di poter ricambiare.

Viva la solidarietà e la cooperazione tra i popoli!


MA CHE COS’È QUESTO SOBERANA PLUS E COME FUNZIONA? FACCIAMO CHIAREZZA!

*di Giuliano Granato, portavoce nazionale Potere al Popolo!

In tante e tanti mi state scrivendo per chiedere più informazioni sul Soberana Plus, il vaccino che mi è stato somministrato a L’Avana come booster/terza dose, pensato per soggetti convalescenti dal virus o cui è stato già somministrato un altro vaccino anti-Covid-Sars2.
Ho quindi riassunto alcuni punti:

1. CHE VACCINO È? Il Soberana è un vaccino proteico, differentemente da Pfizer o Moderna, che invece usano tecnologia mRNA.
Semplificando, significa che a Cuba si usa una tecnologia tradizionale che permette di somministrare un pezzettino del virus – la cosiddetta “spike” – nel soggetto da vaccinare che così produce gli anticorpi necessari. I vaccini mRNA, invece, forniscono le “istruzioni”, l’organismo le apprende e alza la barriera di anticorpi.

2. EFFICACIA: Gli studi condotti finora dalle istituzioni cubane – e oggi anche da quelle italiane (Ospedale Amedeo di Savoia di Torino) – dimostrano che il Soberana Plus è un vaccino assolutamente efficace. Costruisce un altissimo muro di anticorpi, tanto in chi era già stato contagiato precedentemente, quanto in chi ha ricevuto altri vaccini.

3. EFFICACIA BIS: Per di più, il Soberana Plus è efficace anche contro le varianti Beta e Delta, la prima estremamente aggressiva e la seconda che ormai è la forma principale con cui si presenta il virus.

4. COSTI, PRODUZIONE, STOCCAGGIO: Il Soberana Plus all’enorme efficacia aggiunge costi di produzione molto bassi: vuol dire che potenzialmente il vaccino può essere prodotto in ogni angolo del pianeta, anche in quei Paesi la cui spesa procapite in sanità è inferiore ai 20$ l’anno, cioè meno di quanto Pfizer chiede per la vendita di una sola dose del “suo” vaccino.
Non solo: Soberana non presenta problemi o condizioni particolari per lo stoccaggio, il che evita di dover disporre di tecnologie avanzate per trasporto e immagazzinamento del vaccino.

5. EFFETTI COLLATERALI: Dall’osservazione condotta finora sui soggetti cui è stato somministrato il Soberana Plus viene fuori che ha effetti collaterali quasi nulli. Solo meno dell’1% soffre di febbre, arrossamento della zona dell’iniezione, malessere generale, eritemi. Per la stragrande maggioranza della popolazione, invece, nessun effetto avverso. Al massimo un piccolo dolorino nel punto della puntura.

6. VACCINO PUBBLICO AL 100%: E questo che c’entra? C’entra e non solo per motivi ideologici. Il fatto che una piccola isola, povera e sotto “bloqueo” da più di 60 anni, riesca in tempi brevissimi a sviluppare 3 vaccini e due candidati vaccinali, dimostra che si può fare, che se siamo in balia di Big Pharma è perché le nostre classi dominanti ci hanno consegnati mani e piedi alle multinazionali del farmaco e non perché non esisteva alternativa. Un serio progetto politico che voglia mettere al centro il bisogno forse più universale che ci sia – quello alla salute – non può prescindere da enti e istituti di ricerca biotecnologica pubblici al 100%.
Non dover essere soggetti alle esigenze di bilancio di qualche azienda e non dover elemosinare la caritatevole cessione di alcuni milioni di dosi per immunizzare milioni di persone sarebbe un salto civiltà di grande importanza.

7. COOPERAZIONE VS.. COMPETIZIONE: Lo studio clinico cui ho preso parte insieme a 35 cittadine/i italiane/i è una prova straordinaria del fatto che la cooperazione batte la competizione senza che ci sia partita.
È dalla messa in comune di conoscenze, tecnologie, possibili risposte, che l’umanità trae giovamento. Non certo dalle guerre tra Stati, dalle multinazionali che cercano di farsi le scarpe per sottrarsi l’un l’altra fette di mercato.
Un sistema internazionale fondato sulla cooperazione è un sistema che fa più bene ai nostri popoli. E se la cooperazione fosse la regola ne guadagneremmo quasi tutti. Eccetto quei pochi che sulla concorrenza lucrano a danno dei molti.

da qui

 

La speranza del vaccino cubano - Branko Marcetic

Mentre la diffusione delle varianti del Covid dimostra il fallimento della cura affidata ai meccanismi di mercato, il sistema pubblico di Cuba ha realizzato il proprio farmaco. Che ha già immunizzato milioni di persone

Gran parte della copertura dei media su Cuba la scorsa settimana si è concentrata su proteste anti-governative che non hanno avuto luogo. Nessuno ha parlato di una cosa che riveste importanza globale potenzialmente maggiore: la campagna vaccinale.

Dopo dodici mesi terribili, nel corso dei quali una riapertura troppo frettolosa aveva provocato l’aumento della pandemia, il picco di decessi e il paese di nuovo paralizzato dal lockdown, un programma di vaccinazione riuscito ha cambiato il segno alla pandemia. Cuba è ora non solo uno dei pochi paesi a basso reddito ad aver vaccinato la maggioranza della sua popolazione, ma l’unico ad averlo fatto con un vaccino che ha sviluppato per conto proprio.

Questa vicenda suggerisce un percorso avanzato per il cosiddetto mondo in via di sviluppo che continua a lottare con la pandemia di fronte all’apartheid vaccinale guidato dalle aziende e più in generale fa comprendere cosa è possibile fare quando la scienza medica si sgancia dal profitto privato.

La scelta più sicura

Secondo la Johns Hopkins University, al momento in cui scriviamo, Cuba ha vaccinato completamente il 78% della sua popolazione, posizionandosi al nono posto nel mondo, sopra paesi ricchi come Danimarca, Cina e Australia (gli Stati uniti, con poco meno di 60% della popolazione vaccinata, si trovano al cinquantaseiesimo posto). L’inversione di tendenza dall’inizio della campagna di vaccinazione a maggio ha risollevato le sorti del paese di fronte al doppio shock della pandemia e all’intensificarsi del blocco degli Stati uniti.

Dopo un picco di quasi diecimila infezioni e quasi cento morti al giorno, entrambe le cifre sono precipitate. Con il 100% del paese che ha assunto almeno una dose di vaccino prima della fine del mese scorso, il 15 novembre il paese ha riaperto i suoi confini al turismo, settore che costituisce circa un decimo della sua economia, e ha riaperto le scuole. Ciò rende Cuba un’eccezione tra i paesi a basso reddito, che hanno vaccinato solo il 2,8% della popolazione. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che il mondo cosiddetto sviluppato continua ad accumulare dosi di vaccino e la gelosa tutela dei monopoli dei brevetti impedisce ai paesi più poveri di sviluppare versioni generiche dei vaccini prodotti in primo luogo attraverso finanziamenti pubblici.

La chiave è stata la decisione di Cuba di sviluppare i propri vaccini, due dei quali – Abdala, che prende il nome da una poesia scritta da un eroe dell’indipendenza, e Soberana 2 – hanno finalmente ricevuto l’approvazione normativa ufficiale a luglio e agosto. Nelle parole di Vicente Vérez Bencomo, direttore del Finlay Vaccine Institute riconosciuto a livello internazionale, il paese stava «scommettendo sul sicuro» avendo deciso di prendersi il tempo necessario a produrre il suo vaccino. In questo modo, avrebbe evitato la dipendenza da alleati più grandi come Russia e Cina e aggiunto una nuova esportazione commerciale in un momento di difficoltà economica.

Questi sforzi sono già in corso. Il Vietnam, che ha solo il 39% della popolazione vaccinata, ha firmato un accordo per acquistare 5 milioni di dosi di vaccino, e Cuba recentemente ne ha spedite più di 1 milione al suo alleato comunista, 150 mila delle quali sono state donate. Anche il Venezuela (32% di vaccinati) ha accettato di acquistare 12 milioni di dollari del vaccino a tre dosi e ha già iniziato a somministrarlo, mentre Iran (51%) e Nigeria (1,6%) hanno concordato di collaborare con il paese per sviluppare i propri vaccini. La Siria (4,2%) ha recentemente discusso con funzionari cubani la stessa prospettiva.

I due vaccini fanno parte di una suite di cinque vaccini Covid che Cuba sta sviluppando. Ciò include un vaccino somministrato per via nasale che è passato alla Fase II degli studi clinici, uno dei cinque vaccini in tutto il mondo che hanno un’applicazione nasale. Secondo uno dei suoi migliori scienziati potrebbe essere particolarmente utile se dimostrerà di essere sicuro ed efficace, dato l’ingresso del virus attraverso la cavità nasale. Prevede anche un richiamo appositamente progettato per funzionare su coloro che sono già stati inoculati con altri vaccini e recentemente è stato sperimentato su turisti italiani. Da settembre, Cuba è in procinto di ottenere l’approvazione dell’Organizzazione mondiale della sanità per i suoi vaccini, il che aprirebbe la porta ad adozioni diffuse.

Un vaccino diverso

Sono diversi gli aspetti che rendono i vaccini cubani unici oltre al loro paese di origine, secondo Helen Yaffe, docente di storia economica e sociale presso l’Università di Glasgow. Al centro c’è la decisione di Cuba di perseguire un vaccino proteico più tradizionale piuttosto che la più sperimentale tecnologia mRNA utilizzata per i vaccini Covid con cui abbiamo acquisito familiarità, che era in sviluppo da decenni prima che l’inizio della pandemia accelerasse tutto.

Per questo motivo, il vaccino di Cuba può essere conservato in frigorifero o anche a temperatura ambiente, al contrario delle temperature subpolari a cui deve essere conservato il vaccino Pfizer o delle temperature del congelatore richieste dal vaccino di Moderna. «Nel Sud del mondo, dove enormi quantità di popolazione non hanno accesso all’elettricità, è l’ennesimo ostacolo tecnologico», afferma Yaffe.

La tecnologia dell’mRNA, che non è mai stata utilizzata sui bambini prima, ha comportato un ritardo tra la vaccinazione degli adulti e quella dei bambini nel mondo sviluppato – i vaccini per i bambini sotto i cinque anni sono ancora in fase di sviluppo – mentre Cuba fin dall’inizio ha mirato a creare un vaccino che i bambini potessero prendere. A partire da questo mese, ha vaccinato completamente più di quattro quinti di tutti i minori dai due ai diciotto anni.

Mentre circa i due terzi di tutti i bambini e le bambine di America latina e Caraibi a settembre non hanno potuto andare a scuola, Cuba ha riaperto le sue aule. Gloria La Riva, attivista e giornalista indipendente che ha visitato Cuba nel corso dell’anno ed è stata all’Avana da metà ottobre, ha descritto la scena alla Ciudad Escolar 26 de Julio quando genitori e nonni si sono presentati per la riapertura della scuola. «È una cosa molto importante per le famiglie – dice – Tutti sono molto orgogliosi».

Il potere del non profit

C’è un altro elemento che caratterizza il vaccino cubano. «È prodotto al 100% da un settore biotecnologico pubblico», dice Yaffe.

Negli Stati uniti e in altri paesi occidentali, i farmaci salvavita vengono sviluppati in gran parte grazie a finanziamenti pubblici prima che i loro profitti e la loro distribuzione vengano spietatamente privatizzati, il settore biotecnologico di Cuba è interamente di proprietà pubblica. Ciò significa che Cuba ha de-mercificato una risorsa umana vitale, una direzione politica esattamente opposta a quella che abbiamo visto in questi ultimi quattro decenni di neoliberismo.

Cuba ha investito miliardi di dollari nella creazione di un’industria biotecnologica nazionale dagli anni Ottanta, quando ci fu la combinazione di un’epidemia di febbre dengue e di nuove sanzioni economiche da parte dell’allora presidente Ronald Reagan. Nonostante lo schiacciante blocco da parte degli Stati uniti, responsabili di un terzo della produzione farmaceutica mondiale, il settore biotecnologico di Cuba ha prosperato: produce quasi il 70% delle circa ottocento medicine che consumano i cubani, otto degli undici vaccini del programma di immunizzazione nazionale ed esporta centinaia di milioni di vaccini all’anno. I ricavi vengono poi reinvestiti nel settore. «Tutti questi vaccini hanno un impatto molto grande sulla scienza ma sono molto costosi, economicamente inaccessibili», ha detto di recente Vérez Bencomo a proposito della decisione di Cuba di sviluppare i propri vaccini.

Il settore è riconosciuto a livello internazionale. Cuba ha vinto dieci medaglie d’oro dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Ompi) delle Nazioni unite, tra le altre cose, per aver sviluppato nel 1989 il primo vaccino al mondo contro la meningite B. Nel 2015, Cuba è diventata il primo paese a eliminare la trasmissione da madre a figlio dell’Hiv e della sifilide, esito sia dei farmaci retrovirali che aveva prodotto che del solido sistema di assistenza sanitaria pubblica.

In questo modo, Cuba è stata in grado di fare l’impensabile, sviluppando il proprio vaccino e facendo meglio di gran parte dei paesi occidentali nella lotta alla pandemia, nonostante le sue dimensioni e il livello di ricchezza, e nonostante una politica di strangolamento economico da parte di un governo ostile. Anche gli sforzi di solidarietà internazionale sono stati vitali. Quando il blocco degli Stati uniti ha significato una carenza di siringhe sull’isola, mettendo a rischio la sua campagna di vaccinazione, i gruppi di solidarietà dei soli Stati uniti hanno inviato a Cuba 6 milioni di siringhe, il governo messicano che ne ha inviate altre ottocentomila, e centomila sono arrivate dalla Cina.

Un’alternativa a Big pharma

Anche così, c’è qualche incertezza sui vaccini di Cuba. Il loro uso in Venezuela ha incontrato obiezioni da parte dei sindacati dei medici pediatrici e delle accademie mediche e scientifiche del paese. Sostengono che i risultati della sperimentazione del vaccino non sono stati sottoposti a revisione paritaria e pubblicati su riviste scientifiche internazionali. L’Organizzazione panamericana della sanità ha esortato Cuba a rendere pubblici i risultati.

Da parte sua, Vérez Bencomo se la prende con una comunità internazionale ostile a Cuba. In un’intervista di settembre, ha accusato le principali riviste di discriminare gli scienziati cubani, perché avrebbero rifiutato le osservazioni dei cubani pur avendo pubblicato ricerche simili da altri paesi e avrebbero agito come «una barriera che tende a emarginare i risultati scientifici che provengono dai paesi poveri».

Queste accuse piuttosto serie colpiscono uno scienziato rispettato a livello mondiale. Vincitore del Cuban National Chemistry Award e della Wipo Gold Medal 2005, Vérez Bencomo ha guidato il team che ha lavorato con uno scienziato canadese per sviluppare il primo vaccino semisintetico al mondo, creando un vaccino più conveniente per proteggere dall’Haemophilus influenzale di tipo B, il vaccino a basso costo contro la meningite. Nel 2005 gli è stato vietato di recarsi in California per ricevere un premio, con il Dipartimento di Stato di George W. Bush che ha ritenuto la sua visita «dannosa per gli interessi degli Stati uniti». Nel 2015 è stato nominato Cavaliere della Legion d’onore dall’allora ministro francese degli affari sociali e della salute, che lo ha elogiato per il suo lavoro e lo ha definito «amico della Francia» (Vérez Bencomo non ha risposto a una richiesta di intervista).

Mentre la reazione di Cuba alla pandemia suggerisce che la fiducia sua e del governo cubano nei vaccini non è mal riposta, potrebbe volerci un po’ più di tempo prima che ottengano l’imprimatur ufficiale della comunità scientifica internazionale. Se dovesse arrivare, si dimostrerebbe una potente confutazione del modello di vaccino guidato dalle aziende private, per cui, in linea con i punti di discussione di Big Pharma, solo la concorrenza alla ricerca del profitto può produrre l’innovazione nella cura che il mondo attende.

Forse, ancora più importante, questo vaccino potrebbe rappresentare una strada per il mondo in via di sviluppo per uscire finalmente dalla pandemia, dopo mesi in cui i vaccini sono stati diffusi solo nei paesi ricchi. I governi occidentali hanno continuato a opporsi alle richieste del Sud del mondo di rinunciare ai brevetti sui vaccini e di consentire loro di produrre o acquistare versioni generiche più economiche, lasciando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale ancora vulnerabile al virus e, ironia della sorte, mettendo in pericolo tutti noi. In questo senso, dovremmo tutti sperare che i vaccini di Cuba riscuotano lo stesso successo dei suoi scienziati.

*Branko Marcetic è collaboratore di JacobinMag. Ha scritto Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Vive a Chicago, nell’Illinois. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

venerdì 3 dicembre 2021

sta (ri)accadendo - Enrico Euli

 

Sarebbe stupido non dirselo: sta (ri)accadendo.

E' un qualcosa che accade quando, come ora, vengono a convergere le due più terribili frustrazioni: quella dei potenti resi impotenti da un mondo fuori controllo e quella dei dominati che sentono di non poter più avere potere neppure sui poveri resti della loro vita quotidiana.

I potenti cercano disperatamente di controllare almeno la vita dei sudditi (aumentando esponenzialmente gli obblighi e i diktat insensati, totalizzanti, paternalistici e colpevolizzanti), in una situazione generale che gli si rivolta contro sempre più (cataclismi climatici, pandemie, migrazioni...) e che sfugge ad ogni possibilità di gestione a medio termine. Al massimo, come cantava Conte, possono solo proseguire a 'sbagliare da professionisti'.

I dominati, frustrati ed umiliati, senza prospettive e sogni -se non quelli massificati e coartati, prodotti dai social- accumulano rabbia, risentimento e dolore verso i tanti poveri che stanno più sotto ancora (da segregare ed evitare) e verso gli strani, i divergenti, i renitenti (da sorvegliare e punire).

 Queste due frustrazioni, messe insieme, portano al nazismo. E sta (ri)accadendo.

Nella lista universitaria, un professore che -pur in quiescenza- pontifica da tempo, si è azzardato a dire che -se la situazione pandemica si aggravasse- si potrebbero anche incarcerare coloro che rifiutano di vaccinarsi. Vari altri colleghi hanno reagito contro i suoi eccessi senili, richiamandolo a gentilezza, cortesia e rispetto, come si fa tra accademici liberali.

Ma mi chiedo: non è che il professor malvagio dice quel che molti altri pensano (e alcuni altri già fanno in altri paesi (per ora)) ?

Che differenza ci sarebbe tra lui e titoli di Repubblica come 'Vaccini: iniziata la caccia ai renitenti tra professori e forze dell'ordine' ?

Che cosa ci dice un clima come questo?

Che la pedagogia della violenza -dopo essersi diffusa senza tregua e rimedio- ora inizia ad esprimersi apertamente, a 'sdoganarsi', come si dice ormai in un -peraltro a sua volta terribile- italiano.

Che sta (ri)accadendo.

da qui

lunedì 29 novembre 2021

Lettera ai no vax: Non sfondate quelle porte, altri le hanno aperte prima di voi - Gianni Lixi


In effetti non è una lettera ai no vax. I no vax sono un gruppo molto eterogeneo di persone che non si fanno convincere da nulla. La lettera vuole solo cercare di fare chiarezza su una moltitudine di tematiche portate all'attenzione in maniera confusa e disordinata da questa pandemia.

 

Innanzi tutto una considerazione sul trattamento mediatico riservato a questa categoria di persone che la sintesi giornalistica ha etichettato superficialmente come no vax. Mai una così esigua minoranza di persone ha ricevuto una così ampia esposizione mediatica. Certo a favorirlo ci sono comportamenti spesso delittuosi che vanno giornalisticamente riportati ma a me sembra che lo stesso risalto mediatico non sia mai stato dato a minoranze che da sempre trattano di problemi molto importanti come l’inquinamento ambientale, la stampa asservita al potere di turno, i diritti umani negati soprattutto alle popolazioni migranti  ecc…

 

Utilizzerò un fatto che mi è capitato in ambulatorio recentemente. Un paziente passa il triage ed arriva davanti a me con il suo foglio del triage compilato. C’è scritto che non ha eseguito alcuna vaccinazione. Lo visito , faccio il referto, il paziente appare anche soddisfatto della delucidazioni che gli do a proposito della sua salute. Poi gli chiedo perché non ha fatto il vaccino. Mi risponde: attendo tempi migliori. Mi scusi gli dico, quali sono i tempi migliori? Sono forse quelli che a lei servono per sapere se il vaccino che io ho fatto mi procurerà qualche problema di salute? Si, gli dico, certo che ho firmato una liberatoria, se così non fosse non staremo qui a parlare e lei probabilmente avrebbe già fatto il vaccino. Esiste, seppur remota, la possibilità che in un numero limitato di casi il vaccino possa dare qualche problema, ma qui siamo in un momento veramente emergenziale. Un anno fa una mia cugina e collega a Bergamo si è ammalata di covid in corsia, ha rischiato la vita e quando le hanno detto che era guarita è dovuta ritornare in corsia a rischiare di nuovo ed a vedere molti suoi ammalati morire. Il paziente un poco scosso mi dice che non si fida delle case farmaceutiche. Vede questa penna che ho sul tavolo, gli dico, è una normale penna biro senza alcun richiamo ad aziende farmaceutiche. Il fatto è caro signore, gli dico, che appartengo ad una associazione di medici che si chiama “No Grazie”. Per farmi capire meglio gli dico  il nome che questa associazione aveva quando è nata “No Grazie pago io”. Uno dei principali temi di cui si occupa questa associazione è proprio quello delle pressioni che le aziende esercitano sui medici per promuovere i farmaci. Si va da piccoli gadget tipo penne, calendari, libri, sino a viaggi (di aggiornamento e non). Si stima che il marketing sul medico valga il 40% del prezzo del farmaco; e questo in USA, le lascio immaginare il Italia! Nei casi più gravi si possono avere anche  falsificazioni di risultati di qualche ricerca scientifica. Quest’ultima grave situazione è molto difficilmente documentabile ma qualche anno fa una giornalista neozelandese si era messa sulle tracce di un cosiddetto luminare della neurologia mondiale ed aveva accertato un pagamento milionario di una casa farmaceutica per falsificare i dati di una ricerca cosa per cui il professionista era stato condannato. Vede, caro signore, continuo, ci sono persone che prima di lei si sono occupate del problema e che ora non lo sollevano a vanvera. Questa volta poi, la ricerca di queste case farmaceutiche per questi vaccini  è pagata da noi con i famosi 10 miliardi di dollari che la comunità internazionale ha versato, e questo rende completamente diversa la fase di ricerca e da un poco più di garanzia per l’ approvazione del vaccino. Certo mi farebbe più piacere sapere che vi arrabbiate  perchè i nostri miliardi per fare ricerca anziché servire a rendere il vaccino più disponibile nei paesi che non possono permetterselo sono serviti ad aumentare gli utili di quelle case da 7 ad 8 volte a seconda della casa farmaceutica interessata! Mi sembra però che non siete molto sensibili al problema.

 

Tenta un poco timidamente una replica dicendo che l’informazione è preconfezionata tutta orientata a promuovere la vaccinazione ed a criminalizzare i “no vax”. E qui mi rallegro un poco perché apre, per me, una sterminata prateria. Scusi, gli dico ci volevano tutti questi milioni di morti per covid (al momento in cui scrivo 5,16 Mln) per farle scoprire che siamo in mano ad una informazione manipolata non tanto dai politici di turno che sono i manovali,  quanto dai grossi interessi delle compagnie petrolifere, dell’industria delle armi, del cibo e della produzione farmaceutica? Le voglio fare un piccolo esempio della informazione manipolata che stiamo vivendo ora in Italia e le parlerò di una questione che conosco abbastanza bene e che seguo da anni. C’è una regione nel mediterraneo che si chiama Palestina che ha una storia di più di 4000 aa fatta di convivenza pacifica tra popolazioni di etnie diverse che si chiamavano e si chiamano palestinesi . Recentemente, circa 80 aa fa, questa regione è stata occupata da europei di origine ebraica che hanno avuto il permesso di occuparla da altri europei (inglesi) per sfuggire all’olocausto perpetrato sempre da noi europei. In tutto questo agevolati anche dagli americani che non volevano un’invasione ebraica degli Stati Uniti D’America. Le cose in verità non sono andate proprio così perché come gli storici hanno ampiamente documentato il disegno di occupazione della Palestina è ampiamente precedente all’olocausto. Ma questo non è l’argomento adesso. L’argomento è la manipolazione della informazione . Bene,  nella Palestina occupata si è instaurato uno stato che si chiama israele popolato da israeliani. Badi bene, non si tratta di ebrei osservanti  si tratta di israeliani tra i quali ci sono ebrei osservanti e normali cittadini atei che non professano alcuna religione come accade in molti paesi che si stanno secolarizzando. Anzi molti ebrei osservanti, proprio in virtù del messaggio della Torà (il loro libro sacro di riferimento) sono contrari all’occupazione e sottolineano che l’ebraismo non è una ideologia politica ma una religione. E’ un paese che non nasconde le mire di occupare interamente la Palestina e per fare questo utilizza sistemi di deprivazione e degradazione umana per cui è stato molte volte condannato da organismi internazionali.  La stampa italiana con i loro giornalisti cosiddetti di punta,  i vari R.Saviano, GB Battista, P.Mieli, F.Nirenstein, C.Cerasa ecc… (tanto per coprire tutto l’arco ideologico dei giornali italiani) sostiene che  in israele ci sono gli ebrei, perseguitati dell’olocausto  che devono essere protetti da chiunque cerchi di discreditarli, e chiunque cerca di discreditarli viene accusato di antisemitismo. Ebrei perseguitati dall’olocausto? Se gira per le  spiagge di Tel Aviv noterà che non si parla ebraico ma russo, ungherese bulgaro. Vada negli insediamenti dei coloni israeliani in Palestina e parli con i cosiddetti perseguitati ebrei, troverà degli uomini violenti, che minacciano e bastonano uomini donne e bambini che raccolgono le olive della loro terra, buttano letteralmente fuori dalle loro case intere famiglie palestinesi, e questi ebrei provengono da altri paesi ed a stento possono dimostrare ascendenze ebraiche magari con un nonno, bisnonno o con un certificato fasullo che gli permette di avere una casa ed un lavoro su una terra non loro. E’ vero che in Palestina c’è un intero popolo che viene perseguitato, deportato, massacrato ma questi non sono gli ebrei ma sono i palestinesi, ed i loro carnefici non sono gli ebrei ma sono gli israeliani. Si può sovvertire così smaccatamente la realtà? Si si può e la manipolazione è talmente evidente da sembrare paradossale. Il giorno dopo che israele dovesse cessare di essere la portaerei nel mediterraneo degli USA tutta questa solidarietà dei giornali italiani nei confronti di israele si squaglierebbe come neve al sole.

 

Non sfondate quelle porte,  appoggiatevi e le troverete aperte. Qualcuno le ha aperte prima di voi e sta lavorando con fatica e sudore perché non si chiudano mai. Una volta che questa emergenza (perché è una emergenza epocale) sarà finita, mi piacerebbe vedervi al mio fianco a combattere per una informazione più giusta e meno asservita al potere, contro il comparaggio delle case farmaceutiche, per una ricerca scientifica libera da interessi delle grandi case farmaceutiche. Ho paura però che questo mio desiderio sarà disatteso.

 

PS: volevo tranquillizzare chi mi ha letto sino adesso che fuori dell’ambulatorio non si è formata nessuna fila di pazienti. Il fatto è che per tutta la mia carriera professionale che sta volgendo al termine (fra due aa) ho lottato (e vinto) contro i burocrati delle asl (spesso miei colleghi!!?) assillati dalle temporizzazioni delle visite. Il tempo da dedicare al paziente per me è sacro ed è parte del momento terapeutico anche per una materia pragmatica come la chirurgia.

da qui

mercoledì 6 ottobre 2021

La chiglia che abbiamo costruito – Alessandro Baricco

 

Alla fine, bisogna annotare, questa storia del Vaccino e del Green pass è diventata una faccenda affascinante. Di per sé sarebbe solo una questione tecnica, una certa soluzione a un certo problema. Ma la verità è che in breve tempo ha finito per diventare una sorta di cerchio magico dove molti sono andati a celebrare i propri riti, chiamare a raccolta il proprio pubblico, risvegliare le proprie parole d’ordine, o anche solo ritrovare se stessi. Da ogni parte ci affrettiamo verso quel luogo del vivere portando la nostra dotazione di pensiero e istinto: lì ci risulta più semplice che altrove riconoscere e pronunciare il nostro modo di stare al mondo. Il risultato è che un problema in fondo squisitamente pratico, oggi ce lo ritroviamo come problema, di volta in volta, politico, economico, medico, filosofico, etico, giuridico. Vorrei essere chiaro: quando un problema lievita così al di là della sua lievitazione naturale non è più un problema che si possa risolvere. Lo si può giusto forzare a una soluzione, sacrificandone alcune parti e lasciandole vagare, irrisolte, per il firmamento del nostro vivere. È uno di quei casi in cui un eccesso di informazioni e di riflessioni dà alla domanda uno statuto per così dire quantistico: qualsiasi risposta è giusta e sbagliata allo stesso tempo. È ormai evidente: chiunque disponga oggi di un’opinione certa sul vaccino, si sta sbagliando.

Quindi bisognerebbe lasciar perdere e tirare la moneta, vaccino sì, vaccino no? Be’, non esattamente. Vincerà una narrazione piuttosto che un’altra, è inevitabile; sarà imprecisa, parziale e vagamente semplicistica, è inevitabile; ma sarà comunque la narrazione che una nostra inerzia collettiva avrà scelto tra le tante disponibili. Per questo, prima che una chimica in fondo misteriosa decida definitivamente da che parte inclineremo, mi permetto di annotare due correzioni, molto pragmatiche, che mi sento di suggerire: possono essere utili a rendere più fluidi i processi che porteranno una narrazione a diventare realtà, relegando tutte le altre a leggende.

1. Vorrei mitemente consigliare di non rendere obbligatorio il vaccino, di non farlo per nessuna ragione al mondo. Ormai molti di noi sono passati a interpretare quel gesto non come un comportamento, ma come lo spazio di una propria autodeterminazione. Quando arrivi a quel punto, quel che stai maneggiando non è più la soluzione a un problema, ma la postura mentale con cui degli umani della tua comunità vogliono stare al mondo. Vuoi stabilirla tu per legge? Che arroganza. D’altronde, se un’élite politica e scientifica non riesce a convincere la totalità dei cittadini sull’utilità di un comportamento, con tutti gli strumenti che ha, di dominio e persuasione, deve alle fine prendere atto che non ce l’ha fatta, chiedersi dove ha sbagliato, e affrettarsi a fare l’unica cosa che deve fare: ricavare il meglio dai risultati che ha ottenuto. Evidentemente la narrazione che aveva scelto era sufficientemente solida da convincere la maggior parte della comunità, ma non abbastanza da risultare accettabile agli altri. Bon, girare pagina e andare avanti. Verosimilmente, accettare che una parte largamente minoritaria di italiani non si vaccini significa oggi rinviare di mesi il ritorno a una vita “normale”: significa meno lavoro, meno reddito, meno vita fuori casa, più contagiati, probabilmente più morti. Ma è uno scenario che un’élite deve essere abbastanza forte da accettare quando non è riuscita a guidare tutta la propria comunità ai comportamenti che riteneva appropriati. Pensare che la colpa sia dei cittadini che non capiscono è follia. Ci saranno frange che proprio non ragionano, e va be’, ci sono sempre. Ma gli altri, tutti deficienti? Oh, no, hanno le loro ragioni, il loro sapere, il loro istinto. Probabilmente vedono cose che non esistono, ma anche vedono cose che agli altri risultano quanto meno sfocate. Nella pancia delle resistenze al vaccino, una comunità come la nostra conserva la propria capacità genetica di produrre eresie e di pensare diversamente da se stessa: sono anticorpi assai più importanti di quelli che ci servono contro il virus. Sopprimerli per legge sarebbe folle.

E non è nemmeno tanto dignitoso, se mi posso permettere, scegliere la strada dell’obbligo indiretto: che poi vuol dire rendere la vita talmente complicata ai non vaccinati da indurli a cedere, prima o poi. Che tristezza. Petit, dicono i francesi – il più sanguinoso degli insulti. Strumento di questa infantile strategia è, ovviamente, il Green pass. Che, per essere pratici, è uno strumento non indispensabile, ma sicuramente molto utile e efficace per riportarci a vivere situazioni che altrimenti sarebbero più pericolose, dai teatri ai posti di lavoro. Ma usarlo come manganello per i non vaccinati è ovviamente un eccesso di zelo. Non c’è bisogno di scomodare nessuna riflessione filosofica o vigilanza costituzionale: se usiamo il Green pass come regolatore della vita comune ne dobbiamo facilitare il possesso a tutti, compresi quelli che rifiutano il vaccino. Ci vorrebbe un altro generale Figliuolo a cui affidare la missione di rendere più semplice possibile la vita a coloro che non vogliono vaccinarsi. Sono sicuro che qualcuno si chiederà perché dovremmo fare una cosa del genere, o, ad esempio, pagare i test a persone che, con le loro convinzioni, mettono a repentaglio la salute dei più. Conosco la risposta. Perché siamo civili. Perché siamo una comunità e non una partita di guardie e ladri. Perché siamo un Paese, non un reparto ospedaliero. Perché potrebbero avere ragione loro, e per certi versi sicuramente ce l’hanno. Perché lo stesso fa, la comunità, quando nel gruppo dei dissidenti ci siamo noi. Perché più prezioso del vivere, c’è il vivere da uomini giusti – che delitto dimenticarlo.

2. La seconda correzione che vorrei suggerire riguarda quelli che declinano l’invito a vaccinarsi: è molto importante che la smettano di pensare di essere gli unici a saperla lunga, gli unici ad essere sfuggiti a un rimbambimento generale; è molto importante che non si sentano degli eroi perseguitati che combattono il sistema. Per favore, è un equivoco, non serve a niente, complica le cose, stiamo passando un brutto momento, abbiamo tutti bisogno di semplicità, di idee chiare e distinte. Non vaccinarsi è un gesto legittimo, ma prima che diventi un po’ troppo facilmente un gesto rivoluzionario, è utile ricollocarlo nella sua cornice. Cerco di spiegare, non sarò lungo, bastano tre, quattro di minuti di attenzione.

Viviamo in comunità, e facciamo bene perché come individui, anarchici e individualisti, saremmo già spacciati da tempo. Ogni comunità ha una sorta di chiglia sommersa, una spina dorsale, una nervatura resistente che la tiene insieme e le dà la possibilità di seguire una rotta. Grazie ad essa navighiamo a dispetto delle correnti e nonostante le onde. Possiamo cambiare il timoniere, e quindi la rotta, e lo facciamo abbastanza spesso, ma sempre contiamo su quella chiglia, senza la quale qualsiasi timone sarebbe pressoché inutile. Ora, quando si parla di comunità-nazione la chiglia è rappresentata da una sorta di intelligenza collettiva e impersonale che prevale su quelle individuali e in certo modo le supera e le aggrega. Dovete immaginarla come la vertiginosa fusione di principi morali, saperi, mitologie, scaramanzie, mode, memorie di battaglie, visioni geniali, strafalcioni. Quasi sempre reca l’orma visibile del potere, come la tazza reca quella della mano del vasaio: ma sarebbe stupido non capire che a generare quella chiglia sono anche il sentire collettivo, gli antidoti prodotti da ogni forma di dissidenza, certe spinte irrazionali che vengono dal ventre della comunità, e l’ubiqua influenza dell’errore casuale e dell’imperfezione umana. La chiglia di una comunità è la sintesi abbastanza precisa della sua intelligenza, tradotta in forza; è il meglio della sua immaginazione, tradotto in gesti. Non è una emanazione del potere pura e semplice, è un prodotto a cui mettono mano tutti. Il timone, sì, è in mano al potere, ma la chiglia è qualcosa di più complesso, non a caso fila invisibile sotto la superficie dell’acqua. Una delle nervature di quel legno siete voi, ciascuno di noi, io, tu. Ora, credetemi: la cultura del vaccino è inscritta in quella chiglia. Non è il parere di un timoniere, vi prego di capire, ma deriva direttamente da quell’intelligenza collettiva che tiene insieme la nostra comunità e di cui fate parte. Tutta la filiera di saperi e riflessioni che ha da prima immaginato i vaccini, poi li ha realizzati e poi li ha usati, proviene in maniera molto riconoscibile dalla chiglia della nostra comunità, dalla sua nervatura forte. I principi, i valori e le logiche che l’hanno determinata rispecchiano un’intelligenza a cui potete far risalire quasi tutti gli scenari dove sicuramente, ogni giorno, fate funzionare la vostra vita. Se domani andate contro un muro (dio non voglia) il sistema di intervento che vi terrà in vita non è quello che voi preferite, ma quello messo a punto nel tempo da quell’intelligenza, la stessa che sta chiedendovi di vaccinarvi. Se fate un bambino, quell’intelligenza dispone di un suo modo per ridurre i rischi che muoia, e quando il bambino sarà grande quell’intelligenza ha immaginato per lui un habitat dove essere educato: ci crede talmente da renderlo obbligatorio per anni e anni. Se leggete libri, sappiate che l’élite che li produce è compatibile con quella intelligenza, se vi piace andare nei musei sappiate che quell’idea di memoria e di conservazione proviene dritta dritta da un’ossessione di quella intelligenza e dal denaro che essa, spesso in modi atroci, ha accumulato nel tempo: è la stessa intelligenza che, quando non vi insegue per farvi fare i tamponi, decide quando l’aria della vostra città è irrespirabile o quanti grassi può contenere al massimo la vostra merendina. Attraverso quella intelligenza abbiamo scelto un sistema per stoccarci da morti, finanziamo le nostre università, ci spingiamo a decidere quando una droga inizia a farci veramente del male, e abbiamo una nostra idea di cosa sia la libertà sessuale. Non la smettiamo un attimo di lavorare, con quell’intelligenza. È una chiglia, fende il mare.

Così, per gran parte dei membri della comunità, l’esperienza quotidiana, ordinaria, abituale, è questa: abitare al 90% il mondo così come l’intelligenza collettiva l’ha organizzato, e poi patire e incazzarsi per un dieci per cento che proprio non digerisce. Arriva sempre quel frammento della realtà in cui il delta tra la tua sensibilità personale e le regole individuate dall’intelligenza collettiva diventa una voragine che ti fa davvero troppo male. In questo momento il vaccino è, per molti, quel frammento. Ma credetemi, ognuno ha il suo. Io per esempio ce l’ho con la scuola. Mi sembra che i guasti che facciamo lì siano più gravi di quelli che rischiamo di fare con un vaccino: posso sbagliarmi, ma era per spiegarvi che poi ognuno si impunta su un frammento della vita reale, intanto che accetta tutti gli altri, e questo è la normalità. Questa è l’esperienza di tutti, e tutti, prima o poi, finiamo dalla parte di quelli che non ci stanno, e patiamo l’ondata di disapprovazione, l’isolamento più o meno esplicito, il destino dubbio degli esuli, la tentazione di isolarsi in una propria tribù in guerra col mondo. Non per questo siamo degli eroi. Non lo credo proprio. Non per questo la sappiamo più lunga degli altri, non lo credo proprio. Viviamo, lo facciamo da svegli, ogni tanto ci troviamo sulla sponda dei ribelli. Tutto lì.

Oggi, devo aggiungere, e poi chiudo, tutto ciò accade nel paesaggio di un grandioso cambio di civiltà, e questo confonde molto le menti e i cuori. Come mi accade di scrivere spesso, quel che sta succedendo è che la chiglia si è scoperta vecchia, marcia, stanca, esausta per i lunghi viaggi spesso fallimentari. Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel bel mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura. Me ne accorgo, con sconsolata lucidità, quando ci vedo discutere, tutti, in questo modo vagamente panico, come di gente che si agita per non affogare. Cerchiamo punti saldi e non li troviamo. Alziamo la voce, allora, o ci induriamo, o scappiamo. Non c’è nulla che si possa fare a riguardo. Mi viene in mente, solo, il bellissimo esergo che Benjamin Labatut ha scelto per il suo ultimo libretto. Sono delle parole di Gramsci che io non ricordavo. Dicono così: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.  Siamo noi, ho pensato. I fenomeni morbosi, siamo noi. Che passi presto, questa terra di nessuno, ho pensato.

https://www.ilpost.it/2021/09/17/vaccini-green-pass-baricco/Alla fine, bisogna annotare, questa storia del Vaccino e del Green pass è diventata una faccenda affascinante. Di per sé sarebbe solo una questione tecnica, una certa soluzione a un certo problema. Ma la verità è che in breve tempo ha finito per diventare una sorta di cerchio magico dove molti sono andati a celebrare i propri riti, chiamare a raccolta il proprio pubblico, risvegliare le proprie parole d’ordine, o anche solo ritrovare se stessi. Da ogni parte ci affrettiamo verso quel luogo del vivere portando la nostra dotazione di pensiero e istinto: lì ci risulta più semplice che altrove riconoscere e pronunciare il nostro modo di stare al mondo. Il risultato è che un problema in fondo squisitamente pratico, oggi ce lo ritroviamo come problema, di volta in volta, politico, economico, medico, filosofico, etico, giuridico. Vorrei essere chiaro: quando un problema lievita così al di là della sua lievitazione naturale non è più un problema che si possa risolvere. Lo si può giusto forzare a una soluzione, sacrificandone alcune parti e lasciandole vagare, irrisolte, per il firmamento del nostro vivere. È uno di quei casi in cui un eccesso di informazioni e di riflessioni dà alla domanda uno statuto per così dire quantistico: qualsiasi risposta è giusta e sbagliata allo stesso tempo. È ormai evidente: chiunque disponga oggi di un’opinione certa sul vaccino, si sta sbagliando.

Quindi bisognerebbe lasciar perdere e tirare la moneta, vaccino sì, vaccino no? Be’, non esattamente. Vincerà una narrazione piuttosto che un’altra, è inevitabile; sarà imprecisa, parziale e vagamente semplicistica, è inevitabile; ma sarà comunque la narrazione che una nostra inerzia collettiva avrà scelto tra le tante disponibili. Per questo, prima che una chimica in fondo misteriosa decida definitivamente da che parte inclineremo, mi permetto di annotare due correzioni, molto pragmatiche, che mi sento di suggerire: possono essere utili a rendere più fluidi i processi che porteranno una narrazione a diventare realtà, relegando tutte le altre a leggende.

1. Vorrei mitemente consigliare di non rendere obbligatorio il vaccino, di non farlo per nessuna ragione al mondo. Ormai molti di noi sono passati a interpretare quel gesto non come un comportamento, ma come lo spazio di una propria autodeterminazione. Quando arrivi a quel punto, quel che stai maneggiando non è più la soluzione a un problema, ma la postura mentale con cui degli umani della tua comunità vogliono stare al mondo. Vuoi stabilirla tu per legge? Che arroganza. D’altronde, se un’élite politica e scientifica non riesce a convincere la totalità dei cittadini sull’utilità di un comportamento, con tutti gli strumenti che ha, di dominio e persuasione, deve alle fine prendere atto che non ce l’ha fatta, chiedersi dove ha sbagliato, e affrettarsi a fare l’unica cosa che deve fare: ricavare il meglio dai risultati che ha ottenuto. Evidentemente la narrazione che aveva scelto era sufficientemente solida da convincere la maggior parte della comunità, ma non abbastanza da risultare accettabile agli altri. Bon, girare pagina e andare avanti. Verosimilmente, accettare che una parte largamente minoritaria di italiani non si vaccini significa oggi rinviare di mesi il ritorno a una vita “normale”: significa meno lavoro, meno reddito, meno vita fuori casa, più contagiati, probabilmente più morti. Ma è uno scenario che un’élite deve essere abbastanza forte da accettare quando non è riuscita a guidare tutta la propria comunità ai comportamenti che riteneva appropriati. Pensare che la colpa sia dei cittadini che non capiscono è follia. Ci saranno frange che proprio non ragionano, e va be’, ci sono sempre. Ma gli altri, tutti deficienti? Oh, no, hanno le loro ragioni, il loro sapere, il loro istinto. Probabilmente vedono cose che non esistono, ma anche vedono cose che agli altri risultano quanto meno sfocate. Nella pancia delle resistenze al vaccino, una comunità come la nostra conserva la propria capacità genetica di produrre eresie e di pensare diversamente da se stessa: sono anticorpi assai più importanti di quelli che ci servono contro il virus. Sopprimerli per legge sarebbe folle.

E non è nemmeno tanto dignitoso, se mi posso permettere, scegliere la strada dell’obbligo indiretto: che poi vuol dire rendere la vita talmente complicata ai non vaccinati da indurli a cedere, prima o poi. Che tristezza. Petit, dicono i francesi – il più sanguinoso degli insulti. Strumento di questa infantile strategia è, ovviamente, il Green pass. Che, per essere pratici, è uno strumento non indispensabile, ma sicuramente molto utile e efficace per riportarci a vivere situazioni che altrimenti sarebbero più pericolose, dai teatri ai posti di lavoro. Ma usarlo come manganello per i non vaccinati è ovviamente un eccesso di zelo. Non c’è bisogno di scomodare nessuna riflessione filosofica o vigilanza costituzionale: se usiamo il Green pass come regolatore della vita comune ne dobbiamo facilitare il possesso a tutti, compresi quelli che rifiutano il vaccino. Ci vorrebbe un altro generale Figliuolo a cui affidare la missione di rendere più semplice possibile la vita a coloro che non vogliono vaccinarsi. Sono sicuro che qualcuno si chiederà perché dovremmo fare una cosa del genere, o, ad esempio, pagare i test a persone che, con le loro convinzioni, mettono a repentaglio la salute dei più. Conosco la risposta. Perché siamo civili. Perché siamo una comunità e non una partita di guardie e ladri. Perché siamo un Paese, non un reparto ospedaliero. Perché potrebbero avere ragione loro, e per certi versi sicuramente ce l’hanno. Perché lo stesso fa, la comunità, quando nel gruppo dei dissidenti ci siamo noi. Perché più prezioso del vivere, c’è il vivere da uomini giusti – che delitto dimenticarlo.

2. La seconda correzione che vorrei suggerire riguarda quelli che declinano l’invito a vaccinarsi: è molto importante che la smettano di pensare di essere gli unici a saperla lunga, gli unici ad essere sfuggiti a un rimbambimento generale; è molto importante che non si sentano degli eroi perseguitati che combattono il sistema. Per favore, è un equivoco, non serve a niente, complica le cose, stiamo passando un brutto momento, abbiamo tutti bisogno di semplicità, di idee chiare e distinte. Non vaccinarsi è un gesto legittimo, ma prima che diventi un po’ troppo facilmente un gesto rivoluzionario, è utile ricollocarlo nella sua cornice. Cerco di spiegare, non sarò lungo, bastano tre, quattro di minuti di attenzione.

Viviamo in comunità, e facciamo bene perché come individui, anarchici e individualisti, saremmo già spacciati da tempo. Ogni comunità ha una sorta di chiglia sommersa, una spina dorsale, una nervatura resistente che la tiene insieme e le dà la possibilità di seguire una rotta. Grazie ad essa navighiamo a dispetto delle correnti e nonostante le onde. Possiamo cambiare il timoniere, e quindi la rotta, e lo facciamo abbastanza spesso, ma sempre contiamo su quella chiglia, senza la quale qualsiasi timone sarebbe pressoché inutile. Ora, quando si parla di comunità-nazione la chiglia è rappresentata da una sorta di intelligenza collettiva e impersonale che prevale su quelle individuali e in certo modo le supera e le aggrega. Dovete immaginarla come la vertiginosa fusione di principi morali, saperi, mitologie, scaramanzie, mode, memorie di battaglie, visioni geniali, strafalcioni. Quasi sempre reca l’orma visibile del potere, come la tazza reca quella della mano del vasaio: ma sarebbe stupido non capire che a generare quella chiglia sono anche il sentire collettivo, gli antidoti prodotti da ogni forma di dissidenza, certe spinte irrazionali che vengono dal ventre della comunità, e l’ubiqua influenza dell’errore casuale e dell’imperfezione umana. La chiglia di una comunità è la sintesi abbastanza precisa della sua intelligenza, tradotta in forza; è il meglio della sua immaginazione, tradotto in gesti. Non è una emanazione del potere pura e semplice, è un prodotto a cui mettono mano tutti. Il timone, sì, è in mano al potere, ma la chiglia è qualcosa di più complesso, non a caso fila invisibile sotto la superficie dell’acqua. Una delle nervature di quel legno siete voi, ciascuno di noi, io, tu. Ora, credetemi: la cultura del vaccino è inscritta in quella chiglia. Non è il parere di un timoniere, vi prego di capire, ma deriva direttamente da quell’intelligenza collettiva che tiene insieme la nostra comunità e di cui fate parte. Tutta la filiera di saperi e riflessioni che ha da prima immaginato i vaccini, poi li ha realizzati e poi li ha usati, proviene in maniera molto riconoscibile dalla chiglia della nostra comunità, dalla sua nervatura forte. I principi, i valori e le logiche che l’hanno determinata rispecchiano un’intelligenza a cui potete far risalire quasi tutti gli scenari dove sicuramente, ogni giorno, fate funzionare la vostra vita. Se domani andate contro un muro (dio non voglia) il sistema di intervento che vi terrà in vita non è quello che voi preferite, ma quello messo a punto nel tempo da quell’intelligenza, la stessa che sta chiedendovi di vaccinarvi. Se fate un bambino, quell’intelligenza dispone di un suo modo per ridurre i rischi che muoia, e quando il bambino sarà grande quell’intelligenza ha immaginato per lui un habitat dove essere educato: ci crede talmente da renderlo obbligatorio per anni e anni. Se leggete libri, sappiate che l’élite che li produce è compatibile con quella intelligenza, se vi piace andare nei musei sappiate che quell’idea di memoria e di conservazione proviene dritta dritta da un’ossessione di quella intelligenza e dal denaro che essa, spesso in modi atroci, ha accumulato nel tempo: è la stessa intelligenza che, quando non vi insegue per farvi fare i tamponi, decide quando l’aria della vostra città è irrespirabile o quanti grassi può contenere al massimo la vostra merendina. Attraverso quella intelligenza abbiamo scelto un sistema per stoccarci da morti, finanziamo le nostre università, ci spingiamo a decidere quando una droga inizia a farci veramente del male, e abbiamo una nostra idea di cosa sia la libertà sessuale. Non la smettiamo un attimo di lavorare, con quell’intelligenza. È una chiglia, fende il mare.

Così, per gran parte dei membri della comunità, l’esperienza quotidiana, ordinaria, abituale, è questa: abitare al 90% il mondo così come l’intelligenza collettiva l’ha organizzato, e poi patire e incazzarsi per un dieci per cento che proprio non digerisce. Arriva sempre quel frammento della realtà in cui il delta tra la tua sensibilità personale e le regole individuate dall’intelligenza collettiva diventa una voragine che ti fa davvero troppo male. In questo momento il vaccino è, per molti, quel frammento. Ma credetemi, ognuno ha il suo. Io per esempio ce l’ho con la scuola. Mi sembra che i guasti che facciamo lì siano più gravi di quelli che rischiamo di fare con un vaccino: posso sbagliarmi, ma era per spiegarvi che poi ognuno si impunta su un frammento della vita reale, intanto che accetta tutti gli altri, e questo è la normalità. Questa è l’esperienza di tutti, e tutti, prima o poi, finiamo dalla parte di quelli che non ci stanno, e patiamo l’ondata di disapprovazione, l’isolamento più o meno esplicito, il destino dubbio degli esuli, la tentazione di isolarsi in una propria tribù in guerra col mondo. Non per questo siamo degli eroi. Non lo credo proprio. Non per questo la sappiamo più lunga degli altri, non lo credo proprio. Viviamo, lo facciamo da svegli, ogni tanto ci troviamo sulla sponda dei ribelli. Tutto lì.

Oggi, devo aggiungere, e poi chiudo, tutto ciò accade nel paesaggio di un grandioso cambio di civiltà, e questo confonde molto le menti e i cuori. Come mi accade di scrivere spesso, quel che sta succedendo è che la chiglia si è scoperta vecchia, marcia, stanca, esausta per i lunghi viaggi spesso fallimentari. Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel bel mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura. Me ne accorgo, con sconsolata lucidità, quando ci vedo discutere, tutti, in questo modo vagamente panico, come di gente che si agita per non affogare. Cerchiamo punti saldi e non li troviamo. Alziamo la voce, allora, o ci induriamo, o scappiamo. Non c’è nulla che si possa fare a riguardo. Mi viene in mente, solo, il bellissimo esergo che Benjamin Labatut ha scelto per il suo ultimo libretto. Sono delle parole di Gramsci che io non ricordavo. Dicono così: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.  Siamo noi, ho pensato. I fenomeni morbosi, siamo noi. Che passi presto, questa terra di nessuno, ho pensato.

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giovedì 12 agosto 2021

Noi, il vaccino e la pandemia: il green pass è davvero la soluzione? - Livio Pepino

 

Il green pass (o passaporto vaccinale, per usare un termine meno fuorviante: https://volerelaluna.it/opinioni/2021/08/04/il-green-pass-quando-il-linguaggio-non-aiuta-a-capire/) è da oggi necessario – in forza del decreto legge n. 52/2021 convertito nella legge n. 87/2021 – per l’esercizio di molteplici attività (consumazione di cibi all’interno di ristoranti e bar, accesso a cinema, teatri, musei e mostre, partecipazione a concorsi pubblici e via seguitando) ed è stato esteso proprio in queste ore, sia pure con decorrenza differita, anche al personale di scuole e università, agli studenti universitari e per i trasporti a lunga percorrenza. La sua introduzione, seguendo il modello francese (unico nel panorama europeo), sta provocando dubbi, discussioni e proteste. Comunque non sarà indolore e vedrà il rifiuto e la contestazione non di alcuni sparuti no Vax ma di settori consistenti della società (calcolati da alcuni in diversi milioni di persone). Per di più essa ha già ampliato una spaccatura politica strumentale, foriera di ricadute imprevedibili nelle prossime elezioni (con una rappresentazione surreale in cui la destra eversiva invoca il rispetto della costituzione e delle libertà mentre quel che resta della sinistra si accoda acriticamente al Governo e declina slogan più che argomenti).

Naturalmente si schierano all’unisono in favore del green pass gli editorialisti dei grandi media ammonendo i dissenzienti con la solenne affermazione che «la libertà non è arbitrio». Quel che resta in secondo piano è l’analisi del rischio che in questo modo non si tuteli la salute della collettività (addirittura abbandonando o riducendo altri necessari presìdi) e si deteriori ulteriormente la situazione istituzionale (già in drammatica sofferenza tra governi tecnici, irrigidimenti decisionisti, emarginazione del Parlamento, strumenti normativi impropri, attribuzione di ruoli tipicamente civili a militari che ci tengono a mostrarsi in tuta mimetica o in divisa e via elencando).

Provo a spiegare perché.

Primo. Non esiste nel nostro Paese un obbligo generalizzato di sottoporsi a vaccinazione contro il Covid. Tale obbligo è previsto solo, ai sensi dell’art. 4 decreto legge n. 44/2021, convertito in legge n. 176/2021, per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori sanitari che svolgono la loro attività in strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, nelle parafarmacie e negli studi professionali. Ci sono, nel dibattito politico, proposte di questo genere ma, allo stato, non sembrano all’ordine del giorno. Non per una impossibilità giuridica, ché l’articolo 32 Costituzione prevede la possibilità, a determinate condizioni, di trattamenti sanitari imposti dalla legge e nel nostro sistema già esistono ben 10 vaccinazioni obbligatorie (tra cui quelle contro la poliomielite, il tetano, il morbillo, la rosolia e la varicella) ma per due ragioni fondamentali. Anzitutto per il carattere tuttora sperimentale (seppur con avanzato tracciamento) dei vaccini contro il Covid, con l’ovvia conseguenza, affermata in numerose sentenze della Corte costituzionale, che ove il vaccino possa comportare un rischio per la salute della persona sottoposta a vaccinazione, quest’ultima non può che essere rimessa alla scelta individuale. In secondo luogo per la perdurante incertezza, dimostrata dalla stessa evoluzione della pandemia pur dopo l’attuazione di piani vaccinali molto estesi, circa l’efficacia del vaccino al fine di impedire la trasmissione del virus a terzi (condizione, quest’ultima, necessaria, per l’introduzione dell’obbligo, la cui legittimità è legata alla tutela della salute pubblica e non di quella di chi si sottopone al vaccino). Correttamente dunque – per vincoli giuridici ma anche per evidenti ragioni logiche – l’incremento delle vaccinazioni è, e deve continuare ad essere, perseguito con l’informazione e la persuasione e non con obblighi.

Secondo. Nella strategia della persuasione può rientrare l’introduzione di un passaporto vaccinale che, consentendo l’accesso a determinati servizi e attività solo a chi ne è in possesso, incentivi a vaccinarsi gli incerti o i riottosi? O esistono delle controindicazioni all’uso di tale strumento? C’è, al riguardo, un punto di principio ineludibile. Un lasciapassare il cui possesso amplia la sfera dei diritti o delle opportunità e la cui mancanza restringe tale sfera produce, di fatto, un doppio livello di cittadinanza, introducendo nel sistema un virus pericoloso e ponendo un precedente suscettibile di seguiti assai gravi. Ma, sostengono i pasdaran del passaporto vaccinale, il rilievo è improprio perché, in questo caso, si è di fronte a una diversità di trattamento determinata da una scelta dell’interessato e, per di più, si tratta di una situazione già presente nell’ordinamento (posto che, per esempio, solo chi ha conseguito la patente di guida può condurre dei veicoli) senza che ciò determini contestazioni o scandali. L’obiezione è tanto suggestiva quanto infondata. In primo luogo, in questo caso non si è in presenza di una scelta tra due opzioni che stanno sullo stesso piano ma del rifiuto di un trattamento sanitario invasivo e potenzialmente rischioso (ché analoghi rilievi non sono emersi con riferimento a una scelta non invasiva come l’uso della mascherina). Il secondo luogo, l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità (potenzialmente indeterminata) di situazioni. Non è poca cosa. Né va trascurato il fatto che gli effetti a lungo termine dell’erosione di un principio o di un diritto fondamentale, seppur inizialmente limitata (e non è questo il caso…), sono imprevedibili. Ed è per questo che la normativa europea (a cui pure la legislazione nazionale dovrebbe uniformarsi) è drastica nell’escludere la possibilità di strumenti siffatti. Il punto 36 del regolamento UE 953/2021 prevede, infatti, che «è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che […] hanno scelto di non essere vaccinate» e ad esso si affianca la risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa, che, nei punti 7.3.1 e 7.3.2, prescrive di «assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare» (punto 7.3.1) e di «garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato» (punto 7.3.2).

Terzo. Ma c’è chi, considerando i vincoli giuridici alla stregua di semplici lacci e lacciuoli, invoca, per mali estremi (il Covid, nel caso specifico), estremi rimedi e considera chi si oppone alla vaccinazione obbligatoria o al green pass una massa indistinta di mestatori politici o di soggetti che confondono la libertà con il personale ed egoistico interesse (schiavi della incultura individualista che permea le società contemporanee). È una visione parziale e ingenerosa. C’è, soprattutto nell’area più radicale dei no Vax, una componente siffatta, ma c’è anche molto altro. E ci sono, soprattutto, molte ragioni che inducono, quantomeno, a dubitare della validità della soluzione adottata. In sintesi: a) lo Stato ha certamente il diritto-dovere di imporre ai cittadini obblighi e sacrifici nell’interesse generale, ma deve trattarsi di obblighi e sacrifici ragionevoli e proporzionati, mentre nel caso specifico sono tuttora in discussione sia le potenziali conseguenze negative a lungo termine del vaccino sui singoli (o su alcune categorie di soggetti) sia gli effettivi benefici (maggiori di quelli di altre misure) per la collettività ; b) introdurre delle rotture del sistema dei diritti e della eguaglianza dei cittadini di questa entità richiederebbe, quantomeno, un confronto ampio e articolato nel Paese e nel Parlamento e l’uso dello strumento fondamentale della legge, mentre ancora una volta, il Governo ricorre alla decretazione di urgenza (quando la pandemia perdura ormai da un anno e mezzo) così marginalizzando ulteriormente il Parlamento; c) è quantomeno dubbio che il green pass e gli obblighi e i limiti ad esso connessi siano più efficaci degli strumenti classici (uso di mascherine, distanziamenti, limitazioni generalizzati di ingressi in locali per evitare assembramenti etc.) opportunamente rimodulati; d) il green pass e i relativi obblighi e divieti sono spesso irrazionali o contraddittori: nella stessa comunità alcuni soggetti sono tenuti al passaporto vaccinale e altri no (si pensi alla scuola o ai trasporti) e luoghi simili ai fini della diffusione del contagio (come le chiese e i musei) sono trattati in modo diverso; e) a tali profili di irrazionalità del sistema si aggiunge un inevitabile basso livello di effettività, essendo il suo funzionamento in gran parte demandato a privati con modalità e limiti poco chiari e indeterminati; f) il problema principale, nella campagna vaccinale, è attualmente quello della mancanza dei vaccini sufficienti per chi vuole sottoporvisi: non sarebbe più razionale completare la vaccinazione di chi lo vuole e fare, all’esito, una valutazione della situazione? Si potrebbe continuare a lungo ma tanto basta a dimostrare che il sistema proposto non è certo esente da dubbi e che addirittura rischia di costituire un alibi per la mancata adozione o il mancato potenziamento di altri presìdi necessari.

Una conclusione. Potenziare la campagna vaccinale è importante: allo stato non è certa nei suoi effetti, ma i suoi vantaggi sono ampiamente superiori ai rischi connessi. Ma non è indifferente il modo in cui lo si fa. È vero che la libertà non deve sfociare in arbitrio e in egoismo individuale ma è altrettanto vero che le istituzioni e i poteri pubblici devono operare con razionalità, lungimiranza e nel rispetto delle regole. Soprattutto nei momenti difficili, quando è necessario stabilire un patto con i cittadini e non alimentare contrapposizioni, conflitti e disgregazione sociale.

da qui

mercoledì 11 agosto 2021

TUTTI GIÙ PER TERRA – Gian Luigi Deiana

 

vaccinazione: necessità sociale e libertà individuale - le mutazioni

del virus, l'innalzamento della soglia di immunizzazione e il corto

circuito del green pass

 

quello che scrivo qui vale se si è convinti che il covid esiste, che

perdura una fase pandemica, che le misure di contenimento sono state

necessarie a evitare la saturazione degli ospedali, e che una campagna

di vaccinazione sia ora necessaria a far retrocedere l'epidemia; se

non si è convinti della fondatezza di queste premesse le

considerazioni seguenti sono inservibili;

 

queste medesime premesse non si situano tuttavia sullo stesso piano,

piuttosto sono scalari; e quindi non si situano sullo stesso piano e

sono scalari le relative obiezioni: 1, il covid non esiste; 2, esiste

ma è un normale virus influenzale; 3, non è un normale virus

influenzale ma si può curare a casa; 4, a conti fatti è più

ragionevole non intervenire affatto piuttosto che azzardare cure

invasive o peggio vaccini insicuri;

 

questa scalarità di obiezioni, di cui personalmente non condivido una

cicca, tende in questa fase ad amalgamarsi in un'unica generale linea

di contrasto, favorita dagli effetti collaterali del cosiddetto 'green

pass': mentre infatti la campagna anti-covid vorrebbe essere generale,

lo strumento green pass investe concretamente la situazione

individuale: ed è così che tutti i fili si intrecciano portando la

complessità sociale al corto circuito;

 

ora passiamo ai conti: stiamo smaltendo la seconda fase, che ha messo

sul piatto le contromosse del virus da noi denominate varianti;

contiamo ora nella sola europa un milione di morti, di cui oltre

ottocentomila nella sola unione europea; guida la classifica il regno

unito, che con una politica rocambolesca di apertura-chiusura ha

bellamente superato l'italia, pur totalmente colta di sorpresa dalla

primissima fase; ora sia in gran bretagna che in italia si conta un

indice di 2 decessi ogni 1000 abitanti; invece, se compariamo in

ambito europeo gli esempi opposti di massima precauzione e di minima

precauzione registrati finora, possiamo appurare che in mentre in

ungheria e repubblica ceca si contano 3 morti ogni 1000 abitanti, in

danimarca si conta 1 decesso su 3000 e in finlandia addirittura 1 su

6000; cioè, pur trascurando la finlandia che in distanziamento sociale

eccelle per natura, il covid ha finora prodotto 1 morto ogni 300

abitanti in ungheria e 1 morto ogni 3000 abitanti in danimarca; tutti

gli altri stanno in mezzo, ma una differenza di 1 a 10 tra i due

estremi dice pure qualcosa sulla differenza di strategie (è curioso

che uno stato di polizia come quello ungherese adotti una linea liberi

tutti e un governo di assoluta osservanza liberale adotti invece una

linea di disciplina e contenimento);

 

i dati sul numero complessivo dei contagi, degli ammalati gravi e

delle sofferenze casa per casa segnano le stesse dìfferenze;

non si tratta solo di diversa densità della popolazione o diversa

qualità dei servizi sanitari, si tratta del costume nella condotta

collettiva, cioè della composizione di società e stato, ovvero scelte

dei governi e responsabilità degli individui;

 

ma a questo punto siamo al se e al come dei vaccini; non sappiamo per

certo che i vaccini non busseranno negativamente sulla salute dei

corpi nel prossimo futuro, sappiamo però che si è trattato dell'unico

strumento utile a rallentare e circoscrivere l'espansione

dell'epidemia, e a dar tempo alla scienza di cominciare a vedere più

chiaro nel problema: e la scienza, appunto, a distanza di oltre un

anno conferma la strada vaccinale;

 

sul fronte opposto, al pregiudiziale negazionismo noto come no-vax si

è aggiunta la massa non imponente ma significativa dei refrattari al

vaccino; sulla definizione della coloritura politica si può

disquisire, ma è nell'ordine delle cose che la calamita di egemonia su

questo fenomeno, che è una miscela di sana concezione medica e di

malato ribellismo qualunquistico, si collochi a destra anche se vi

cresce ai margini la refrattarietà di sinistra;

 

poichè in situazioni del genere io trovo spregevole il ribellismo

qualunquistico, ma trovo anche atomistica la pura soggettività della

concezione medica, cerco di riflettere sui tre gradini del problema:

1, perchè vaccinarsi; 2, il corto circuito del green pass; 3, la

libertà individuale come aderenza al dovere sociale;

 

1, PERCHÈ VACCINARSI: allo stato attuale, che è uno stato di necessità

e di urgenza, è necessario e urgente che tutti quelli che possono

vaccinarsi, essendo in età utile e in buona salute, lo facciano,

proprio per proteggere tutti quelli che invece per età o per salute

(immunodeficienza, stato di gravidanza ecc.) invece non possono farlo;

brutalmente: quanti più adulti restano refrattari alla vaccinazione,

tanti più ragazzini ne dovranno essere sottoposti: cioè si

abbasserebbe l'età fin quasi ai bambini, e perchè? perchè le varianti

non si producono nel virus in quanto tale, si producono invece nella

moltiplicazione dei contagi; ciò determina la necessità di una più

alta soglia di copertura vaccinale, che se un anno fa era valutata sul

70 per cento della popolazione oggi invece, a variante delta, è

valutata al 90 per cento; in sintesi, ogni vaccino adulto in meno

significa qualche vaccino infantile in più: questo è quanto;

 

2, GREEN PASS: l'elevata refrattarietà alla vaccinazione e

l'insorgenza di varianti più minacciose ha indotto i governi a forzare

l'indirizzo generale di lasciare ai cittadini la libertà individuale

della scelta; una di queste forzature è il green pass; la ragione di

fondo è la seguente: la libertà di scelta pertiene al cittadino

astrattamente inteso; ma inteso concretamente, cioè nella rete della

contiguità sociale, per esempio sul posto di lavoro: in un ospedale, o

in un reparto o in uno sportello o in un servizio pubblico in genere,

il lavoratore non vaccinato, ove contagiato, determinerebbe un effetto

domino di quarantena su tutta l'organizzazione del suo comparto, e una

parte imprevedibile della vita quotidiana di chiunque finirebbe gambe

all'aria: anche solo l'orario degli autobus o la fila all'ufficio

postale; evitare l'effetto domino non è solo l'imperativo contingente

di un governo, è la ragione stessa per cui le società si sono dotate

di governo;

 

3, LIBERTÀ COME DOVERE: questi due vocaboli appaiono in netta

opposizione, ma stando al più illustre interprete filosofico della più

importante rivoluzione della storia, la rivoluzione francese, vi è un

punto nel quale i concetti espressi da questi due vocaboli, libertà

dell'individuo e responsabilità sociale, diventano la stessa cosa;

questo illustre e magnifico filosofo della rivoluzione si chiama

immanuel kant; chiamò questa sua concezione "imperativo categorico" e

la formulò nel modo seguente: " agisci in modo che la norma che ispira

la tua azione possa valere come legge universale"; la domanda è: quale

è, o quale deve essere in questa drammatica situazione, la norma

auspicabilmente universale che ispira la mia azione, e la tua?

 

- SCENA MADRE: ora abbiamo in scena il chiasso di rivolta contro il

green pass, da un lato, e il silenzio di milioni che hanno fatto la

fila per vaccinarsi, dall'altro; la scelta governativa del green pass

è visibilmente azzardata, in quanto miscela i motivi diversi della

protesta e ne innalza il volume, rischiando il corto circuito

generale; ciò non toglie che dietro questo rumore di primo piano sta,

sul fondo della scena, il silenzio dei milioni che hanno semplicemente

portato se stessi all'immunità di gregge, senza nemmeno aver studiato

kant;

 

((su questo tema mi si è dato del radical chic: nossignore, io ho pure

studiato qualcosa, ma l'ho fatto pascolando pecore: io sono un 

RADICAL SHEEP))