12 Ottobre 1492: qualcuno sbarcò in un continente… avrebbe fatto meglio a
non partire mai! Ne seguì il più esteso massacro della storia, si parla di
80 milioni di uomini, donne, anziani, bambini… Un continente intero invaso,
conquistato, occupato.
In questi ultimissimi anni si è parlato molto di “occupazione”, “diritto
alla difesa”, “resistenza”, ma se è un diritto ce l’hanno tutti. TUTTI E
TUTTE, ovunque nel mondo.
Ce l’avevano anche le popolazioni dei nativi che resistettero in tutti i
modi alla conquista. Le cartine che nel corso del tempo hanno indicato i loro
territori assomigliano tanto a quelle cartine della Palestina dove i territori
dei palestinesi si vanno progressivamente restringendo fino a restarne
briciole. Riserve. Bantustan (ufficialmente regioni autogovernate, ma di
fatto dipendenti dall’autorità del governo sudafricano bianco, ndr).
Arrivarono i più forti e comandarono.
Una terra senza un popolo (ma un popolo c’era, quello palestinese… anzi
arabo) per un popolo senza terra, come un continente intero senza un popolo (o
forse un popolo indegno di questo nome?) a disposizione di avventurieri,
conquistatori, saccheggiatori e schiavisti.
Chi è che scrive la storia? Noi: bianchi, occidentali, bene armati, dotati
di un buon reddito, banche e passaporti-passepartout.
Eppure qualcuno aveva proprio apprezzato come il governo statunitense
avesse risolto il problema dei nativi, come avesse fatto pulizia, come avesse
ottenuto il suo Lebensraum, il suo spazio vitale: un certo Adolf
Hitler. Dalla storia si può imparare il meglio, ma anche il peggio.
Dalla Treccani: ‹léebënsraum› s. m., ted. [comp. di Leben «vita»
e Raum «spazio»]. – Termine – tradotto in ital. con la
locuz. spazio vitale – che ha costituito l’idea centrale della
geopolitica e, successivamente, del nazionalsocialismo, secondo cui alcuni
popoli avrebbero avuto una sorta di «diritto naturale» ad espandersi su
territori limitrofi e a spese di altri.
La fine della storia ci sarà quando sarà sparito il genere umano, fino ad
allora non mancherà chi ama, lotta, resiste e ricorda. Come Leonard Peltier,
simbolo della resistenza dei nativi, da 48 anni in carcere. Per chi volesse
saperne di più: https://www.youtube.com/watch?v=NsD8kiuKRTM
Orrore giudiziario. Il simbolo della resistenza nativa è rinchiuso da 46
anni in un carcere negli Stati uniti dopo un processo-farsa. Il comitato che ne
chiede la liberazione ora porterà la sua lotta all’Onu.
Leonard Peltier è chiuso in carcere da ormai 46 anni ed è l’emblema dei
prigionieri politici e delle minoranze indigene negli Stati uniti. Di ascendenza
Ojibwa Lakota, è tra i fondatori dell’Aim (American Indian Movement) e simbolo
di una resistenza che dura da più di 500 anni. La sua vicenda giudiziaria è
ormai arcinota, raccontata in svariati libri, film e anche in molti articoli
dedicatigli da questo giornale.
NEI PRIMI 10 GIORNI di ottobre di quest’anno è previsto l’arrivo in Europa di
una delegazione dell’International Leonard Peltier Defense Committee, storico
comitato che da tempo si batte per la sua causa, composta da Jean Roach, Lona
Knight e Carol Gokee, che saranno presenti anche in diverse città italiane, a
partire da Milano. Il ciclo delle manifestazioni di sostegno vedrà il suo
culmine a Ginevra, in un incontro con le Nazioni unite.
Per chi non la conoscesse, la storia di Peltier vale la pena di essere
ricordata. Tutto ebbe inizio il 26 giugno 1975, a Pine Ridge, territorio degli
Oglala Lakota, una delle Riserve indiane più grandi e povere degli Stati uniti.
Erano tempi di forti tensioni e scontri, di continue aggressioni alle comunità
indigene, soprattutto da parte dei “Goons”, bande armate formate in parte da
nativi stessi, comprati dal governo statunitense per reprimere le lotte di
rivendicazione dell’Aim.
Quel giorno, senza alcun preavviso, irruppe nella riserva un’automobile priva
di targa con due uomini a bordo che diedero inizio a un conflitto armato. In
seguito si scoprirà che erano agenti dell’Fbi e che il pretesto per l’irruzione
fosse la ricerca di un indiano che avrebbe rubato un paio di stivali.
Ovviamente erano palesi bugie e, più probabilmente, l’irruzione fu una sorta di
provocazione che portò sul teatro dello scontro, nel giro di pochi minuti,
centinaia di agenti.
LA SPARATORIA CHE NE SEGUÌ fu caotica, lasciando a terra i due agenti
provocatori e un nativo. Sul nativo nessuno si prese la briga di indagare, come
avveniva regolarmente anche per la gran quantità di indigeni uccisi in quegli
anni, ma per i due agenti qualcuno doveva pagarla cara. In quanto attivista
dell’Aim, il trentunenne Leonard Peltier divenne così il capro espiatorio
perfetto.
In una successiva intervista Peltier rivelò: «Sono stato minacciato con le
pistole in faccia quando ho cercato di filmare un blocco stradale di una
squadra Goon; in un’altra occasione sono stato sbattuto contro un muro dai
Goon, che tendevano a percepire l’intero corpo della stampa come simpatizzante
dell’Aim. I freni della mia macchina furono tagliati e, in un’occasione, un
fucile ad alta potenza fece un buco in un’automobile su cui viaggiavo. Ma le
mie esperienze impallidiscono in confronto ai pestaggi, le bombe incendiarie e
le sparatorie in auto durante quel periodo, dove almeno 28 omicidi di indiani
rimangono ancora irrisolti e la tribù Oglala Sioux ha ripetutamente presentato
petizioni al governo federale per riaprire questi casi».
L’ARRESTO DI PELTIER avvenne in Canada, il 6 febbraio successivo, ma
l’estradizione fu ottenuta con prove così fasulle che, in seguito, il governo
canadese protestò formalmente col governo statunitense. Peltier venne
condannato nel 1976 a due ergastoli, dopo un processo segnato da
discriminazione e pregiudizio, dove venne accusato dell’omicidio dei due agenti
Ronald A. Williams e Jack R. Coler. Nonostante un accurato rapporto balistico
della stessa Fbi rivelasse che i proiettili non potevano essere stati sparati
dall’arma del leader dell’Aim, il destino dell’imputato Ojibwa Lakota era
segnato. Il processo infatti fu una farsa che ricalcò un copione già scritto:
la giuria era composta esclusivamente da bianchi.
NEL 2003 I GIUDICI del 10° Circuito dichiararono: «Gran parte del comportamento
del governo nella riserva di Pine Ridge su quanto è accaduto a proposito del
Signor Peltier è da condannare. Il governo ha trattenuto delle prove ed ha
intimidito testimoni. Questi fatti sono incontestabili».
Centinaia di singoli cittadini, associazioni e comitati in tutto il mondo hanno
sostenuto la causa di Peltier, raccogliendo milioni di firme e sottoscrivendo
migliaia di appelli. Si sono occupate del suo caso anche personalità come
Desmond Tutu, il Dalai Lama, papa Francesco, David Sassoli, istituzioni come il
Parlamento europeo, organizzazioni come Amnesty International, artisti come
Robert de Niro, Robbie Robertson, Bruce Springsteen e tanti altri. La sua
tragica vicenda è stata dettagliatamente raccontata dal regista Michael Apted,
nel film documentario del 1998, Incident a Oglala.
In una delle tante lettere scritte dal carcere Peltier denunciava: «Nelle terre
indiane e in tutto il mondo ci sono uomini che lottano ogni giorno per la
libertà. L’America ha più gente in prigione di ogni altro Paese e il nostro
sistema giudiziario è ormai un’industria, non un mezzo per cercare la
giustizia». Alla soglia degli ottant’anni, Peltier è duramente provato e
malato. Lo scorso gennaio è anche risultato positivo al Covid, fenomeno molto
frequente nelle carceri americane, così la sua salute è diventata ancor più
precaria.
IN UN COMMOVENTE MESSAGGIO spedito ai sostenitori della sua causa, Leonard
scrisse: «Ho sacrificato tutti questi anni di vita al mio popolo. Sono stanco. Per
anni ho nascosto le mie sofferenze. Ho sorriso quando volevo piangere. Ho riso
quando mi sentivo morire. Ho dovuto guardare le fotografie dei miei bambini per
vederli crescere. Ho perduto il piacere di stare con gli amici. Ho perduto la
gioia di passeggiare nei boschi. Ho perduto la mia libertà. Vi prego, non
dimenticate che in tutto il mondo i popoli indigeni sono oppressi. Vi prego,
non vi dimenticate di me, domani».
Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive – Stanislaw J. Lec
In economia c’è uno strumento di analisi per capire e studiare un certo prodotto, si chiama ciclo di vita del prodotto, e suddivide la vita di un prodotto in quattro fasi, introduzione, crescita, maturità, declino.
In realtà si ispira al concetto di ciclo di vita dell’essere umano, e può essere utile per osservare non solo i prodotti, ma tante manifestazioni che con l’umano hanno a che fare.
Proviamo a utilizzare questo modello per analizzare la vita degli imperi e interpretarne i comportamenti.
Quello che ci interessa per gli imperi è quella fase chiamata declino. Nel sistema capitalistico, in economia, il declino porta poi alla sostituzione di un prodotto con un altro (di una stessa impresa o di un‘altra, adesso non è importante), faccio un esempio, quando era in declino l’auto che si chiamava Uno, la Fiat stava già studiando la Punto, che poi ha sostituito la Uno. Questo passaggio non ha causato grandi problemi, per quello che sappiamo.
Il declino e la morte di un impero invece lascia infiniti lutti e l’umanità ancora non ha saputo gestire la caduta degli imperi, che è prevedibile e prevista (qui).
Adesso vorrei provare a capire e spiegare il declino dell’impero americano (che non è solo il titolo di un bel film di Denys Arcand, canadese del 1986), a partire dal dollaro.
Nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods (qui) fu deciso che i commerci internazionali avvenissero in dollari e che ci fossero rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.
Erano delle regole, ma gli Usa – il Paese più terrorista del mondo, in tanti sensi – non hanno mai seguito le regole, gli indiani d’America furono i primi a scoprirlo.
La regola era che ogni Paese potesse stampare moneta in un rapporto con l’oro, cioè ogni Stato doveva avere riserve d’oro che garantissero il valore della sua moneta.
Gli Usa, contro gli accordi di Bretton Woods, che loro stessi avevano “imposto”, battevano molta più moneta di quanto avrebbero potuto sulla base dell’oro che stava nelle riserve di Fort Knox.
Se avete visto qualche film western ricorderete che il problema dell’oro era spesso presente, in quelle banche che emettevano dollari, o moneta bancaria.
I dollari erano (e sono) pezzi di carta in cambio dei quali venivano comprate merci ovunque nel mondo: un affare, così pagavano le guerre e il loro tenore di vita.
Il primo ad accorgersene fu De Gaulle, che dal 1965 volle convertire i dollari che possedeva la Francia in oro, non riuscendoci.
Nel 1971 Richard Nixon (cioè il governo degli Usa) decise il 15 agosto (qui)di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro, cioè un dollaro valeva un dollaro, senza nessuna convertibilità in oro; traduzione: se qualcuno ha qualcosa in contrario si rivolga all’esercito degli Usa, ma sappiamo che non lo farete.
Disse allora John Connally, segretario di stato al Tesoro, “E’ la nostra moneta, ma il vostro problema!”.
Dal Vietnam in poi tutte le guerre a stelle e a strisce sono state finanziate con pezzi di carta chiamati dollari in cambio di merci e servizi.
Dal 15 agosto 1971 gli Usa resero pubblico il loro essere bari, banditi*, “paria” della comunità economica internazionale, ma nessuno fiatò (De Gaulle ormai era fuori dai giochi).
Quello fu il momento dell’inizio del tramonto dell’impero Usa (e di tutto l’Occidente, che ne è parte integrante).
Tecnicamente quando un’impresa comincia a non pagare i debiti l’orizzonte è il fallimento.
Per un impero il fallimento non è previsto; un impero per definizione è eterno, fino a prova contraria.
Se è un impero a non pagare i debiti, e di questo tutti sono a conoscenza, allora la strada è segnata, è iniziato il declino.
Un’impresa può rallentare il declino di un prodotto in diversi modi, per esempio aumentando di molto la pubblicità o facendo variazioni tecniche ai prodotti per convincere i clienti che si tratta di prodotti ancora concorrenziali.
Anche un impero si comporta in modi non troppo diversi: la pubblicità si trasforma in spettacolo, si usano anche la corruzione, il soft power e l’hard power, con nuove guerre e punizioni, per chi si smarca, dissente o si oppone all’Impero.
Chi ha provato ad alzare la testa contro il potere imperiale deve essere messo fuori gioco, senza esclusione di colpi, Julian Assange e Leonard Peltier lo sanno bene, e non ci si ferma fino alla morte dei nemici (in Italia, secondo alcuni Enrico Mattei e forse anche Aldo Moro fecero e dissero le cose sbagliate, e pagarono con la morte).
Se è uno Stato a mettersi di traverso contro l’impero, ci sono molti modi per zittirlo, dalle rivoluzioni “arancioni” fino alla guerra: molti golpe e milioni di morti, in tutto il mondo lo dimostrano.
Saddam Hussein e Gheddafi avevano in mente di utilizzare una valuta alternativa al dollaro per le vendite dl petrolio, ma – che coincidenza – hanno fatto una brutta fine, loro e i loro Paesi: il dollaro non si può discutere, che ci prova muore (**).
Chavez voleva fare lo stesso per il petrolio del Venezuela: un cancro, pare, se lo è portato via, senza bisogno di un’invasione.
Cercate La moneta, di John Kenneth Galbraith e capirete quanta verità c’è nella frase di Falcone “segui i soldi ì e troverai la mafia”.
Russia, Cina e India stanno per introdurre una nuova moneta per gli scambi delle loro merci e materie prime, e sanno quello che rischiano.
Quando inizia il declino di un impero ci sono tre modi per arrivare alla fine: una caduta ordinata, controllata e concordata col resto del mondo, magari con gli imperi nascenti (mai successo); il crollo improvviso e la lotta per impossessarsi di territori e ricchezze dell’impero crollato (sempre successo); e infine la guerra, in tutti i modi possibili e impossibili, leciti e illeciti, per continuare a essere i padroni del mondo (***), ovvero quel “secolo americano” che alcuni vorrebbero eterno.
Come avete capito non si parla solo degli Stati Uniti, ma di tutto l’Occidente, Europa inclusa, che ormai si trova dalla parte sbagliata della storia, fra quelli che il resto del mondo percepisce come oppressori.
Due frasi sono il terreno su cui poggiano le guerre passate, presenti e future.
Le parole sono pietre, dicevano ai tempi in cui la pietra era l’arma più micidiale. Noi continuiamo a usare dell’espressione, in realtà le parole possono essere (e a volte, come oggi sono) mine anticarro, missili, bombe atomiche.
Leggete queste frasi, sono dichiarazioni di guerra permanente.
“Il nostro tenore di vita non è in discussione” disse tanti anni fa Ronald Reagan
e, se non si era capito,
George Bush senior (1989) affermò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”
Traduzione:
dato un pianeta con risorse finite, se negli ultimi cinquant’anni gli abitanti dell’Occidente sono sempre un miliardo e la popolazione totale è passata da 4 a 8 miliardi, gli Usa e l’Occidente faranno la guerra al resto del mondo, se qualcun altro pretende più delle briciole.
Noi Usa – dicono in tutti i modi – siamo i più furbi, prepotenti e terroristi del mondo, con l’aiuto concreto e necessario dell’Occidente (che coincide con la Nato) vi costringeremo ad attaccare, oppure vi attaccheremo uno ad uno: vi distruggeremo.
Iniziamo dalla Russia: un Paese con petrolio, gas, minerali preziosi.
E siccome siamo furbi, una volta che riusciremo a far sciogliere i ghiacci artici, potremo lasciare quelle ricchezze a quei russi poco democratici? Certo che no.
E poi toccherà ai cinesi.
La Cina ha lavorato per 30 anni per le imprese Usa ed europee, ha tanti di quei dollari (in cambio di lavoro schiavistico per produrre merci a prezzi stracciati) da comprarsi una parte importante degli Stati Uniti d’America.
Prima che la Cina incassi il suo credito, secondo le regole di San Capitalismo, ci sarà la guerra, i banditi non pagano i debiti, fanno e disfano le regole, stampano altri dollari, creano inflazione e scatenano guerre.
Qualche illuso si ostina a credere che gli europei siano meglio degli statunitensi, che abbiano una qualche superiorità morale.
La guerra durante un attacco di gas – Otto Dix
Gli statunitensi erano europei sul Mayflower, e le ondate di esseri umani che arrivavano laggiù erano europei, all’inizio.
Chi erano questi europei?
Erano i pacifisti della guerra dei trent’anni, o quelli della guerra dei cent’anni?
Gli Stati europei e gli Usa (e tutto l’Occidente, aggiungiamo Canada e Australia, e l’America Latina, non sono anch’essi nati da europei migranti?) si capiscono bene: i loro governi sono razzisti, compiono genocidi (verso gli indigeni, ma non solo), la loro economia è quella degli scambi ineguali (qui uno scambio che ha fatto scuola). Sono colonialisti e neocolonialisti, amano le guerre, odiano gli immigrati (che loro stessi creano con le guerre che scatenano, usando soldati, droni, direttamente o per procura, o con inique “guerre economiche”, ecco da dove nascono i migranti, altrimenti chi vorrebbe lasciare la sua casa?), odiano i poveri. Sono Paesi “maccartisti”, imperialisti, schiavisti, non amano i sindacati liberi, la loro legge è il capitalismo, hanno gli stessi valori: sono stati (e sono ancora, troppo spesso) fra i governi più spregevoli del mondo.
Ormai gli Stati occidentali sono diventati una minaccia per l’umanità, anche per i loro stessi cittadini, quando fanno capire in tutti i modi che il tenore di vita degli occidentali (intendono gli occidentali ricchi, per quelli poveri ci sono le ultime briciole del welfare) non è negoziabile.
Quando la maggior parte dei Paesi presenti nell’Onu non vota a favore delle sanzioni verso la Russia sarà perchè quegli Stati avranno avuto qualche brutto ricordo e si saranno fatti una domanda.
Come mai nelle guerre precedenti i Paesi (occidentali) invasori mettevano le sanzioni contro i Paesi invasi – Iraq e Afghanistan, per esempio – e adesso la “regola” è che chi invade (la Russia) deve subire le sanzioni?
Gli imperi in declino possono cambiare le regole secondo le loro convenienze, finchè ne hanno la forza. Intanto altri Paesi – che rappresentano anche la maggior parte della popolazione mondiale – possono dissociarsi dagli ordini dell’impero, o contro di loro si farà la guerra?
Il declino degli imperi che si credono eterni sarà sempre più doloroso quanto più dura la caduta. (****)
(*) E, come nei film western, quando i banditi hanno molte pistole, e scelgono lo sceriffo e il giudice, e quando gli impiccati dondolano al vento, quei banditi diventano rispettabili.
(***) Nel suo discorso di commiato del 17 gennaio 1961, trasmesso per radio e televisione, il presidente Dwight Eisenhower avvertì il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”. (da qui )
Un crescente rigurgito di populismo forcaiolo sta infettando come un virus
i paesi di ogni parte del mondo, contaminando il senso della giustizia e
precipitandoci verso l’arcaico e vendicativo principio biblico dell’“occhio per
occhio”, che invade ormai come erba infestante gli orti dei diritti umani,
sanciti nelle sempre più ingiallite e inascoltate Costituzioni delle nazioni
democratiche. In testa a queste nazioni, gli Stati uniti rappresentano un
pessimo punto di riferimento, con un modello di giustizia penale che riporta le
lancette della civiltà ai fasti medievali: hanno nelle loro prigioni quasi un
quarto dei detenuti dell’intero pianeta e sono l’ultimo e unico paese
occidentale a prevedere e attuare la pena di morte. Inoltre il sistema
giudiziario statunitense ha una natura palesemente discriminatoria, classista e
razzista. Infatti tutte le statistiche rivelano che, percentualmente, i nativi
americani sono al primo posto, seguiti a ruota dagli afroamericani, nella truce
classifica dei condannati da rinchiudere in cella o da spedire nelle mani dei
boia di Stato.
Tra i prigionieri nativi americani spicca Leonard
Peltier, il 77enne Lakota/Anishnabe, tra i fondatori dell’AIM (American Indian
Movement) e simbolo di una resistenza indigena che dura da più di 500 anni.
Leonard è rinchiuso nel penitenziario di massima sicurezza di Coleman I, in
Florida, da quasi 47 anni, condannato ingiustamente a due ergastoli per un
delitto che non ha mai commesso. Il 28 gennaio scorso, purtroppo, era anche
risultato positivo al Covid-19 ed ora ci sono molti appelli e mobilitazioni in
varie parti del mondo per chiederne la liberazione e permettergli cure
adeguate. Un’indagine della Reuters, prima della pandemia, aveva denunciato un
tasso di mortalità di oltre 3000 detenuti ogni anno, poi la gestione
dell’emergenza sanitaria nelle carceri statunitensi ha causato tassi di
contagio esorbitanti: in alcuni Stati più della metà dei detenuti si sarebbe
infettata, secondo un rapporto della Marshall Project News Agency.
Oltre alla storia del prigioniero politico Peltier, si ricordano altre
vicende giudiziarie emblematiche meno note, come ad esempio quella di James
“Occhio d’Aquila” Weddel. Nel libro Guerriero Dakota,
curato dalla giornalista italiana Gloria Mattioni, James avvertiva: «Se hai la
sventura di essere indiano, i tuoi famigliari ti piangeranno per morto già sui
banchi del tribunale, al momento della sentenza» – aggiungendo con la sua
ficcante ironia che «Se Gesù Cristo fosse nato indiano, qui negli Stati uniti,
sarebbe stato condannato per pedofilia soltanto per aver detto “lasciate che i
bambini vengano a me”.»
Poi c’è stata la vicenda del cherokee Scotty Lee Moore, ucciso dal boia
dell’Oklahoma, dopo aver passato metà della sua vita nelle peggiori carceri,
fino a sperimentare le atrocità del penitenziario di Mc Alester, il primo
costruito interamente nel sottosuolo: «Da allora non vedo un albero, un uccello
o un raggio di sole» – denunciò in una sua lettera – «sono seppellito in questa
tomba di cemento 24 ore al giorno. Persino le cinque ore d’aria settimanali si
svolgono sottoterra, in uno stanzone con un lucernario sul tetto. Se ho
imparato qualcosa in questi anni di carcere, è l’abisso incolmabile tra ricchi
e poveri. In America la giustizia è direttamente proporzionata al tuo conto in
banca. Nel braccio della morte non troverai mai uno con la grana, ma solo
minoranze, ritardati mentali, poveracci, analfabeti». Scotty fu adottato dai
suoi amici di penna italiani, che riuscirono a portare via il suo corpo senza
vita dalla prigione. Le sue ceneri infatti si trovano seppellite nel piccolo
cimitero di Manarola, in Liguria.
Nel braccio della morte sono finiti anche il White
Mountain Apache Domingo Cantu, il cherokee Clarence Ray Allen e lo
yaqui Fernando Eros Caro. Spedito giovanissimo nel braccio texano di
Huntsville, Domingo Cantu si dichiarò sempre innocente del crimine per cui fu
accusato. Oltretutto, nei processi penali, una legge prevede che ci siano
almeno il 15% di giurati di origine nativa ma, come lo stesso Cantu affermava
in una sua denuncia: «La giuria che mi aveva incriminato era tutta composta da
bianchi ed era formata da sostenitori politici dei giudici e da parenti del
presidente della Corte. Ciò violava il mio diritto costituzionale di esigere
che la giuria fosse composta da membri largamente rappresentativi della
comunità. Una giuria formata da giudici-avvocati, dai loro amici e colleghi, i
loro figli e cognati è sbagliata, sbagliata, sbagliata!»
Ray Allen è stata la seconda persona più
anziana di sempre a sdraiarsi su un lettino di morte ed anche l’ultimo
condannato finito nelle mani dei boia istituzionali della California, dopo aver
prima passato trent’anni in una piccola cella del vecchio carcere di San Quentin.
È stato ucciso con un’iniezione letale il giorno del suo 76esimo compleanno,
benché fosse gravemente disabile, cieco, su una sedia a rotelle e due volte
infartuato. A nulla valsero gli appelli alla clemenza giunti da ogni parte del
mondo. Allen fu condannato mentre era già in prigione, grazie alla
testimonianza estorta con inganni e minacce ad uno dei suoi figli, all’epoca
tossicodipendente, che gli imputava di essere il mandante di una rapina finita
male, dove rimasero uccise tre persone. In seguito, la dichiarazione giurata e
sottoscritta, che lo stesso figlio di Allen portò per scagionare il padre e
ristabilire la verità, venne respinta in ogni sede. Vale a dire che uno stesso
testimone è stato ritenuto credibile per mandare a morte una persona, ma non credibile
quando si è trattato di salvarle la vita.
Infine il caso di Fernando Caro, che durante il
processo venne fisicamente e psicologicamente vessato dal personale della
prigione e minacciato di morte dagli altri detenuti. Venne tenuto sotto stretta
sorveglianza per la preoccupazione di un suo possibile suicidio e gli furono
somministrati dei farmaci che gli causarono perdita di memoria, letargia,
depressione e psicosi. Lo psichiatra chiamato dalla corte non trovò niente di
meglio che consigliare all’imputato di suicidarsi. La sua richiesta di appello
che chiedeva la revisione delle decisioni del suo processo fu rifiutata per
motivi tecnici. Alla notizia del rifiuto della corte federale, Caro scrisse:
«Nella mia richiesta di appello c’erano molte cose che avrebbero messo in
discussione il giudizio che ho subito. Sono state raccolte molte prove che
avrebbero dimostrato la mia innocenza e c’erano anche degli esperti disponibili
a pronunciarsi in mio favore con dei test che mi avrebbero scagionato. Quando il
mio avvocato mi ha detto che la richiesta di appello era stata respinta, è
stato come ricevere uno schiaffo in piena faccia. Adesso sono qui, con la testa
stretta tra le mani, a cercare di convincermi che tutto questo non sia vero».
Assieme a Ray Allen, Caro aveva un’intensa relazione epistolare con molte
persone in Italia, anche con molte classi scolastiche di alunni e studenti.
Malgrado la malattia, l’età avanzata e un contesto terribile, Leonard
ancora resiste, ma James, Scotty, Domingo, Ray e Fernando sono tutti morti,
vittime di un tritacarne giudiziario per cui sembra valere ancora il vecchio
motto yankee: «l’unico indiano buono è l’indiano morto». In una lettera spedita
poco prima del suo decesso, Fernando Caro si augurava che «Se un giorno riuscirò
a uscire, libero da questa casa di ferro, passerò il resto della mia vita a
lottare contro la pena di morte, perché si può vivere, si può morire, ma
nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire».
un articolo di Lance Henson (*). A seguire le
manifestazioni di oggi e dei prossimi giorni con una breve nota del «Centro di
ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera»
Scrivo dopo aver sentito che Leonard Peltier (degli Ojibwa) – il
prigioniero politico più a lungo detenuto negli Usa – è risultato positivo al
COVID come riferito dal suo avvocato Kevin Sharpe.
Martedì scorso il brillante giornalista e critico severo
della politica americana Chris Hedges ha intervistato Sharpe su RT
(stazione televisiva russa) sulla situazione di Leonard Peltier.
Il caso Peltier e la sua reclusione per oltre 40 anni sono la prova
che il sistema giudiziario degli Stati Uniti è imperfetto in dimensioni quasi
catastrofiche.
Leonard Peltier potrebbe essere nei suoi ultimi giorni, si può
solo sperare e pregare che sopravviva. Attualmente è detenuto nella prigione
correzionale di Coleman a Sumpterville (Florida). E’ inimmaginabile ciò che ha
subìto. Scrivo la sua storia all’interno della più ampia vittimizzazione dei
nativi e questo spiega perchè tante persone – come Desmond Tutu, papa Giovanni,
Madre Teresa, Nelson Mandela e altre – si sono mobilitate e hanno presentato
una petizione alla Corte Suprema (e a tre presidenti degli Stati Uniti) per
commutare la sua condanna.
L’ufficio federale di indagine e il suo antiquato programma di
sorveglianza Cointelpro sono stati determinanti, intimidendo persino i
presidenti affinché rifiutassero il rilascio di Peltier.
Nel 1991 ho incontrato lo scrittore statunitense Peter
Matthiessen. Ci eravamo incrociati un anno prima perché lo avevo invitato a
parlare a Olean, nello Stato di New York, dove stavo facendo una «residenza di
poesia» per 15 settimane. Peter era in tournée a livello nazionale. Ne nacque
un’amicizia. Mi sono complimentato con lui per il personaggio Louis Moon,
il mercenario Cheyenne nel suo romanzo epico «Giocando
nei campi del signore». Matthiessen aveva scritto «Nello spirito di Crazy Horse» pubblicato dalla casa editrice
Penguin di New York, in cui venivano narrati nei dettagli i 30 giorni di
braccio di ferro tra l’esercito statunitense, la guardia nazionale del South
Dakota, una pattuglia autostradale e l’ufficio federale di indagine contro i
militanti e i sostenitori dell’AIM, il movimento degli indiani d’America, che
si erano trincerati a Wounded Knee e poi lo scontro a fuoco, la sparatoria, nel
1973. Due agenti dell’FBI furono uccisi e quattro attivisti dell’Aim vennero
incriminati per gli omicidi. Poi Leonard Peltier fu l’unico a essere
condannato, e con una pena a due ergastoli.
Quando uscì il libro di Matthiessen il governo Usa ordinò alla
casa editrice di distruggere le 50.000 copie pubblicate, su richiesta dell’FBI
secondo cui alcune pagine minacciavano la sicurezza nazionale. Matthiessen
aveva le fotocopie del libro e le ha vendute durante le sue lezioni: il
ricavato è andato al comitato di difesa per Peltier.
Un anno dopo andai ad ascoltare Peter a una conferenza
tenuta all’università statale di Albany (New York). Alla fine della
conferenza mi ha invitato a unirmi a lui e all’autore William Kennedy il cui
romanzo sulla comunità di alcolisti di Albany «Ironweed» è stato un grande successo e trasformato in un film.
Peter mi disse che era appena tornato dal South Dakota dove era
stato invitato per incontrarsi – dopo essere stato bendato, nel profondo della
riserva Lakota in una casa vuota, seduto su una sedia – con un gigantesco
nativo mascherato e dai capelli lunghi che si qualificò come «mister x».
Quell’uomo disse di essere l’assassino: spiegò come si era avvicinato a quei
due agenti dopo lo scontro a fuoco sparando poi a entrambi alla testa.
Nel 1992 fu ripubblicato «Lo
spirito di Cavallo Pazzo» che includeva anche l’incontro con «mister x» e
divenne un best seller.
Peltier è innocente.
(*) Lance Henson è poeta e scrittore del popolo Cheyenne. Più
volte ha scritto in “bottega” dove abbiamo recensito anche i suoi libri.
IN VARIE CITTA’ EUROPEE INIZIATIVE PUBBLICHE PER LA LIBERAZIONE DI
LEONARD PELTIER, DA 46 ANNI DETENUTO INNOCENTE, ORA MALATO DI COVID
del «Centro di ricerca per la
pace, i diritti umani e la difesa della biosfera»
Il 6 febbraio ricorreva l’anniversario dell’arresto nel 1976 di
Leonard Peltier, l’illustre attivista nativo americano da sempre impegnato per
i diritti umani di tutti gli esseri umani e per la difesa della Madre Terra, da
46 anni detenuto innocente, e da alcuni giorni malato di covid.
Come ogni anno anche in varie citta’ europee in questi giorni si
svolgono iniziative pubbliche per chiedere la sua liberazione.
Quest’anno vi e’ una ragione in piu’: pochi giorni fa Leonard
Peltier e’ stato contagiato dal covid, e nel carcere di massima sicurezza in
cui e’ detenuto non puo’ disporre delle cure adeguate.
Segnaliamo alcune delle iniziative che si terranno in varie citta’
europee oggi e nei prossimi giorni.
Non muoia in carcere Leonard Peltier.
Sia restituita la liberta’ a un uomo innocente.
Salvare le vite e’ il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.
7 febbraio 2022 a Amburgo.
7 febbraio 2022 a Duesseldorf.
7 febbraio 2022 a Francoforte
sul Meno.
7 febbraio 2022 a Lipsia.
7 febbraio 2022 a Monaco di
Baviera.
7 febbraio 2022 a Vienna.
11 febbraio 2022 a Milano.
Altre iniziative sono in preparazione a Bologna, Firenze, Genova,
Napoli, Palermo, Roma, Viterbo.
La vicenda di Leonard Peltier puo’ essere riassunta brevemente:
nato a Grand Forks, nel North Dakota, il 12 settembre 1944, attivista
dell’American Indian Movement per i diritti umani dei nativi americani e in
difesa della Madre Terra, nel 1977 fu condannato a due ergastoli in un
processo-farsa sulla base di presunte prove e presunte testimonianze
dimostratesi false; da allora e’ ancora detenuto, sebbene la sua innocenza sia
ormai universalmente riconosciuta (gli stessi accusatori e giudici responsabili
della sua scandalosa ed assurda condanna hanno in prosieguo di tempo ammesso
che le cosiddette “prove” e le cosiddette “testimonianze” erano false). Anche
dal carcere ha continuato ad impegnarsi per i diritti umani di tutti gli esseri
umani e in difesa della Madre Terra, sostenendo e promuovendo molte iniziative
educative ed umanitarie, a cui ha affiancato un’apprezzata attivita’ di
pittore, poeta, scrittore.
Di seguito una breve nota di presentazione dal suo libro
autobiografico (La mia danza del sole. Scritti dalla prigione, Fazi, 2005):
«Accusato ingiustamente dal governo americano – ricorrendo a
strumenti legali, paralegali e illegali – dell’omicidio di due agenti dell’FBI
nel 1975 (un breve resoconto tecnico della farsa giudiziaria e’ affidato all’ex
ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsley Clark, autore della
prefazione), Peltier, al tempo uno dei leader di spicco dell’American Indian
Movement (AIM), marcisce in condizioni disumane in una prigione di massima
sicurezza da quasi trent’anni. Nonostante la sua innocenza sia ormai
unanimemente sostenuta dall’opinione pubblica mondiale, nonostante una campagna
internazionale in suo favore che ha coinvolto il Dalai Lama, Nelson Mandela, il
subcomandante Marcos, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu’, Robert Redford (che
sulla vicenda di Peltier ha prodotto il documentario Incident at Oglala), Oliver Stone, Howard Zinn, Peter Matthiessen, il
Parlamento europeo e Amnesty International, per il governo americano il caso
del prigioniero 89637-132 e’ chiuso. Non sorprende dunque che Peltier sia
divenuto un simbolo dell’oppressione di tutti i popoli indigeni del mondo e che
la sua vicenda abbia ispirato libri (Nello spirito di Cavallo Pazzo di Peter Matthiessen), film (Cuore di tuono di
Michael Apted, per esempio) e canzoni (i Rage Against the Machine hanno
dedicato a lui la canzone Freedom). In parte lucidissimo manifesto politico, in parte toccante memoir,
questa e’ la straordinaria storia della sua vita, raccontata per la prima volta
da Peltier in persona. Una meravigliosa testimonianza spirituale e filosofica
che rivela un modo di concepire la vita, ma soprattutto la politica, che
trascende la dialettica tradizionale occidentale e i suoi schemi (amico-nemico,
destra-sinistra e cosi’ via): i nativi la chiamano la danza del sole».
Per ulteriori informazioni si veda di Leonard Peltier, Prison writings. My life is my sun dance,
St. Martin’s Griffin, New York 1999 (in edizione italiana: Leonard Peltier, La
mia danza del sole. Scritti dalla prigione, Fazi, Roma 2005); e tra le opere su
Leonard Peltier: Peter Matthiessen, In
the Spirit of Crazy Horse, 1980, Penguin Books, New York 1992 (in edizione
italiana: Peter Matthiessen, Nello
spirito di Cavallo Pazzo, Frassinelli, Milano 1994); Edda Scozza, Il coraggio d’essere indiano, Erre
Emme, Pomezia 1996; Michael Koch, Michael Schiffmann, Ein leben fur Freiheit. Leonard Peltier und der indianische Widerstand,
TraumFaenger Verlag, Hohenthann 2016. Particolarmente utile anche l’opera di
Bruce E. Johansen, Encyclopedia of
the American Indian Movement, Greenwood, Santa Barbara – Denver – Oxford,
2013, piu’ volte ristampata.
Si puo’ utilmente consultare anche il sito dell’«International
Leonard Peltier Defense Committee»: www.whoisleonardpeltier.info (sito
nel quale e’ disponibile anche il testo integrale del libro di Jim
Messerschmidt, The Trial of Leonard Peltier).