Il dibattito politico in Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In Gran Bretagna è di questi giorni è di questi giorni il successo di Nigel Farage alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava
Tutta destra
ovunque?
Ma intanto,
in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e
rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti
e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché
parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon,
intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche
stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi
possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del
Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni
del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale
della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la
straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro
disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan
contro i padroni avevano un senso.
Nessun fantasma
rosso
Mélenchon
tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso
(e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione
dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro
a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte
retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito
una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde
un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino
consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi.
Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina
ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è
stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per
i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.
Possibile
presidente dopo lo sbiadito Macron
Mélenchon si
è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è
convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra
gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di
candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen,
con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non
può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi
termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il
candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni
comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste,
la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini
maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione
cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una
Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via
il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera,
propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia,
sogna una completa riformazione della Ue.
The
Economist: residui di ‘68
Secondo
l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura
marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il
discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti
applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese
di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle
università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione
favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si
deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione,
deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi
pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a
vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da
funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base
elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un
secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto
Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La
France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici
dell’estrema destra.
Ovviamente
anche molto detestato
Per certi
suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di
disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di
antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla
leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato
da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela,
Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita
naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o
Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta
in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni
anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del
suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un
merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata
apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare
un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la
Repubblica.
Ai milioni
di francesi scontenti ed esclusi
Oggi, a
milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato
di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile
con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale
dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali,
succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche
di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi»
che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni,
aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha
già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di
Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio
Continente.
La Nato e la
politica estera
Mélenchon
definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero
americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per
l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche,
perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della
Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata
fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è
di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare
il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In
realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno
visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica
espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di
palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di
Mélenchon.
D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa
memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più
complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per
scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.
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