Le parole pesano - Widad Tamimi
Le parole pesano. Possono farsi carico delle
contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità,
oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.
C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia
che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate
non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa
consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il
giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time
to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La
tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e
polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è
diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra
di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera
urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della
democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel
fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco,
frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico –
ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo
è stato raggiunto, nel 1948.
L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire
un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di
divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui
termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione
e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno
di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico
attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto
che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità
di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa
funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.
Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più
evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è
tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal
forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per
contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine
dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora
ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle
sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo
complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile
lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della
diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo,
affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici
dentro le tragedie del presente.
Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia
arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?
Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre,
sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne
alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica
al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense,
ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli
insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque
critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come
«anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà
internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il
«sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo,
apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e
metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto,
disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce
Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si
consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare
a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.
L'articolo ha scatenato una riflessione profonda,
intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e,
soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella
statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J
o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha
raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali.
Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le
nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella
dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti
vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle
origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista
di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica
reale significa spingerlo all’allontanamento.
Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha
sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per
proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla
colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e
quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano
legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana
illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si
tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta
Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo
stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva
visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del
sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione
praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta
di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.
Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà
una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle
colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa
dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra
israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo
dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare
Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato:
uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro
degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno
invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente:
occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo
ideologico negli occhi di chi soffre.
Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele -
Widad Tamimi
(da Il Manifesto del 18-6-26)
C’era un tempo in
cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un
cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del
Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio
automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla
politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai
profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.
Oggi, d’altra
parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere
l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno,
persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per
progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi
palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure
d’urgenza.
Da Leila
Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel
cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione
si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la
condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa,
di fatto, un «nemico dello Stato».
Non si tratta di
incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista,
che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non
ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il
legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta
la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra
sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.
Il messaggio che
giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta
solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio»
identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.
Ma la stretta
autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è
dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale
senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025,
oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo
nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e
la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la
componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e
progressista.
Secondo i dati
dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata:
oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il
Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra.
A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli
accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area
liberale di Tel Aviv.
Se da un lato la
paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della
presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del
dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione
teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per
difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e
plurale identità.
A fare da
contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i
governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna
discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso
i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.
Chi si trovava
negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali,
con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non
da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di
pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento
continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo
immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre
regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di
uno Stato in guerra.
Il corto circuito
si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i
cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della
sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate,
dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni
sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue
degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della
sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità
nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita
dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del
guerriero», blindando chilometri di costa.
Questo sfarzo
militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto
sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal
basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di
«decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto
sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio
con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.
L’ostentazione di
una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni
europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano
tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e
mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle
violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una
democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.
Israele, la deriva
morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi
Non c’è limite al
ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra
messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione
permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta
dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i
prigionieri della Flotilla.
Trasformando la
detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo
noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra
i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi.
«Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici
del terrorismo».
Nessuna traccia,
in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna
eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che
ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate
sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir
non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha
finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle
telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un
disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una
spietata compiacenza.
«Chi sono i
padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo
che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di
un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la
legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono
prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per
riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore
di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di
Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza
verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la
targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.
Ogni sua visita
ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma
in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di
massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con
petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni
diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le
sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito
quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.
L’effetto reale è
la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili –
medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si
accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica
che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione
delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un
vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a
cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere
attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.
Le immagini
arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze
israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della
Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave
Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque
internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si
è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44
diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato
uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del
loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che
unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse
dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un
dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.
Al di là della
retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di
diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di
immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione
di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin
Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da
recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società
israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo,
la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia
indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli
editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga
quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.
Il video di Ben
Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione
sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo
segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente,
sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della
forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.
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