lunedì 22 giugno 2026

Leggendo le parole che pesano di Widad Tamimi

 Le parole pesano - Widad Tamimi

 (articolo non pubblicato da il Manifesto)

 

Le parole pesano. Possono farsi carico delle contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità, oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.

C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco, frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico – ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo è stato raggiunto, nel 1948.

L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.

Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo, affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici dentro le tragedie del presente.

Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?

Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre, sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense, ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come «anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il «sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo, apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto, disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.

L'articolo ha scatenato una riflessione profonda, intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e, soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali. Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica reale significa spingerlo all’allontanamento.

Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.

Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato: uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente: occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo ideologico negli occhi di chi soffre.

 

 

 

 

Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele - Widad Tamimi

 

(da Il Manifesto del 18-6-26)

 

C’era un tempo in cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.

Oggi, d’altra parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno, persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure d’urgenza.

Da Leila Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa, di fatto, un «nemico dello Stato».

Non si tratta di incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista, che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.

Il messaggio che giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio» identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.

Ma la stretta autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025, oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e progressista.

Secondo i dati dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata: oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra. A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area liberale di Tel Aviv.

Se da un lato la paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e plurale identità.

A fare da contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.

Chi si trovava negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali, con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di uno Stato in guerra.

Il corto circuito si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate, dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del guerriero», blindando chilometri di costa.

Questo sfarzo militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di «decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.

L’ostentazione di una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.

da qui

 

 

Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi 

Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

da qui

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