Sono anni,
dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende
della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a
variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare
impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della
politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i
conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in
carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non
appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.
Chi si
chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi
su questo aspetto, potrebbe
così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia
le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che
sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto
spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi,
dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi
e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica,
edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso
invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato
non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo
sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso
keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha
riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole,
tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non
debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse
come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori
dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il
solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al
divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori
destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente
iniziato senza più compromessi sociali e morali.
I confini
della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi
completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso
sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in
Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito
dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari
terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non
vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce
allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense,
la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a
cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che
rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati
in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un
pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su
diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora
dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto
come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi
operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati
alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte
oppure remigrazione, come si dice adesso.
Partiamo dal
Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti
vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba
trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di
fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni
provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari
chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo
di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono
morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e
riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno
infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto.
Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri
materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare
l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del
quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi
d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il
misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto,
vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno
rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi,
bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano,
Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango
superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti
ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in
Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un
francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da
costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e
persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e
carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il
passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono
i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a
loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i
proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran
parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima
pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche
eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La
stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A
volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il
lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del
valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina
trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio
in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una
cassetta della frutta.
Migranti
indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol
vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se
tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un
distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate
il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i
responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime
portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li
aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore
maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa
il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di
braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava
fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti
attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias,
dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta
sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero
migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle
applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno,
hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio
Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver
ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima
volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta
morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.
Lasciamo la
Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in
pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato
statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la
fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa.
Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i
nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per
costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato”
dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per
otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati
a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta
scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e
qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio
del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le
società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi
dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro.
Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per
garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei
lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza
dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per
l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il
turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle
e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato
del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo
prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve
stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del
lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel
Belpaese.
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