mercoledì 10 giugno 2026

Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

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