venerdì 5 giugno 2026

Origini, cause ed obiettivi della strategia neocoloniale ed imperialista...

 ...che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche 

di Francesco Masi 

Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si tratta di un range tra i 313mila e i 324 mila miliardi di Dollari US (dati IIF-Institute of international finance).

Nel solo nel 2025 è stato registrato un balzo di oltre 15mila miliardi. In pratica siamo arrivati al rapporto al 100% tra debito e PIL mondiale. Nemmeno decine di generazioni saranno in grado di assorbire questo malato rapporto esponenziale, finché non verrà radicalmente ribaltato il modo di produzione che ne sottende le dinamiche di riproduzione, di accumulo e di ingiusta distribuzione.

In cima alla montagna domina incontrastato il debito pubblico USA, che a dicembre 2025 era stimato a 38,5 trilioni di Dollari (di cui 27,4 da titoli di Stato), mentre al momento veleggia verso i 40mila miliardi. Entro il 2026 arriveranno a scadenza 10.000 miliardi di titoli di Stato da rifinanziare. Secondo gli ultimi calcoli il costo per interessi raggiungerà a breve i 1000 miliardi di dollari l'anno.

Il debito USA è ad oltre il 130% del PIL, sostenuto da consistenti investimenti esteri. Si tratta di circa un 25%: il primo è il Giappone, che detiene il 12% della quota estera, poi la Cina col 9% e, terzo, l’insieme dei Paesi UE, che detengono il 30% della quota di debito estero. Se i detentori esteri possiedono tra il 25 e il 32% del debito pubblico americano, negoziabile sotto forma di titoli di stato USA, il restante 68–75% è detenuto all’interno degli Stati Uniti da famiglie, investitori, banche, istituzioni nord-americane, tra cui la Federal Reserve, fondi pensione, assicurazioni, e, comunque, da una platea molto frammentata di investitori esteri non concentrati nel novero dei grandi creditori ufficiali, che rappresenta composizione e dinamiche della grande galassia posseduta dalla finanziarizzazione.

Mentre l’Ufficio Bilancio del Congresso paventa che il rapporto debito-PIL sfiorerà il 180% nel 2055, molti detrattori della “Big Beautiful Bill” di Trump ritengono che gli sgravi fiscali previsti per soddisfare le sue promesse elettorali faranno lievitare il debito pubblico USA di ulteriori 3.700- 4.000 miliardi nei prossimi 10 anni.

L’ipotesi di consulenti e contabili trumpiani di riportare in pareggio la bilancia che segna il deficit commerciale nord-americano (inteso come squilibrio tra import ed export di merci), secondo cui verrà risanato anche il rapporto debito/prodotto interno lordo, si è inverata nella strombazzata quanto schizofrenica politica dell’imposizione dei dazi, il cui meccanicismo ha già rovinosamente mostrato la sua inefficacia, oltre che l’impatto col minimo sindacale di ciò che rimane del diritto internazionale.

La missione impossibile di assorbire il debito sulla via dell’arroganza unilaterale contrasta con la probabile prospettiva che la “Big Beautiful Bill” possa pesare oltre tre volte tanto in una decade.

Ciò che impressiona maggiormente sono tuttavia i livelli di progressione della spirale debitoria. Dal 53% del Pil nel 2001, il debito pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto nel 2024 il 121%, il livello più alto dall’inizio del XX secolo. Sono stati i continui ed elevati deficit primari a far crescere il debito, nonostante l’effetto della crescita del Pil superasse il peso degli interessi. Secondo le previsioni a legislazione vigente del Congressional Budget Office, il rapporto debito/Pil crescerà gradualmente fino a circa il 180% del 2055, sia a causa delle maggiori spese per pensioni e sanità, che per l’aumento della spesa per interessi. I tagli alle tasse introdotti nel 2017, in scadenza a fine anno, potrebbero essere rinnovati, così riducendo le entrate e peggiorando ulteriormente la traiettoria. La struttura delle scelte di privilegio castale ed autocratico del neoliberismo mostra nella sua tautologia la povertà della sua corda ideologica, ad ulteriore detrimento del welfare, con una spesa media annuale che impegna ben il 15% del PIL nel settore degli armamenti.

Nonostante il suo alto livello, il debito è ancora ritenuto “sostenibile”, in quanto il lascito dei vecchi accordi di Bretton Woods consente di continuare a considerare il dollaro come valuta di riserva mondiale. Le banche centrali detengono una buona parte delle loro riserve in titoli americani, che sono altamente liquidi e possono fornire una fonte di valuta: gran parte delle transazioni globali avviene infatti in dollari.

 Questo garantisce una domanda strutturale per i titoli di Stato americani, riducendo il rischio che il Tesoro non riesca a finanziarsi e tenendo più basso il relativo tasso di interesse.  Non è certo detto che il dollaro possa tuttavia continuare a mantenere questo status nel lungo periodo, a fronte di un sempre più preoccupante debito pubblico crescente; di una sistematica riduzione degli investimenti esteri a suo sostegno; di una spietata caccia ai lingotti d’oro quale arcaico bene/rifugio in un contesto internazionale caratterizzato da prolungate incertezze; soprattutto a fronte della crescita del blocco dei paesi BRICS e di una pratica di scambio finanziario per i pagamenti commerciali su piattaforme alternative a quella “Swift” di assoluto monopolio “occidentale”.

Gli aumenti maggiori del rapporto debito/Pil si sono verificati durante e poco dopo la crisi del 2008, quando i deficit sono stati molto alti e la crescita nominale bassa. Nel 2020 il rapporto debito/Pil è esploso più che durante la crisi precedente, ma la ripresa economica degli anni successivi, aiutata dall’inflazione, ne ha attenuato l’aumento. La crescita reale stimata è più bassa rispetto a quella del trentennio precedente (2,5% medio); diminuiscono infatti forza lavoro e produttività, secondo una tendenza incrementata dall’uso della robotica e dell’IA.

La popolazione intanto cresce poco, mentre la quota di persone anziane e bisognosa di servizi aumenta. Dal 2033 i decessi supereranno le nascite e la popolazione, in barba alle barbare politiche razziste e securitarie improntate all’allarme fascista per la “sostituzione etnica”, crescerà solo grazie all’immigrazione. Agisce lo spiazzamento degli investimenti privati causato dal maggior debito (senza debito, i risparmi verrebbero investiti in capitale produttivo) e per una minore produttività totale dei fattori. A pesare sull’aumento del debito è la spesa per interessi. Tre quarti dell’aumento previsto sono dovuti alla crescita del debito (a parità di tasso, se ho più debito pago più interessi), il resto al maggior tasso d’interesse medio sul debito (a parità di altre circostanze, il tasso di interesse tende a crescere insieme al volume di debito pubblico). Le dinamiche principali si svilupperanno in contemporanea con una inevitabile crescita in diminuzione e con un aumento del tasso di interesse. La spesa per interessi sarà però sempre di più: se nel 2025 è prevista essere circa pari al deficit primario, nel 2055 dovrebbe ammontare a quasi il triplo. Senza che la maggioranza degli abitanti del pianeta se ne rendesse conto, il sistema di produzione capitalista è riuscito a farci scaricare su figli e nipoti le spese di cui in “occidente” e nelle borghesie di tutto il mondo i più fortunati hanno potuto godere.

Per un po' di cronaca

Nel 2021 il “debito globale” post pandemico ammontava ad oltre 300mila miliardi di Dollari. Si trattava degli esiti di una sequenza di choc negativi di tipo recessivo (crisi del 2008, debito UE, Covid 19, recessione, aumento dei costi delle materie prime, guerre in atto), che andavano ad aggiungersi all’incremento delle spese sociali, alla disoccupazione e precarizzazione crescenti, nonché alla concomitante diminuzione del PIL e dei livelli di entrate fiscali, con forti squilibri tra spese statali ed entrate e conseguente crescita dei finanziamenti in debito. Nello stesso tempo, in USA e in UE si è registrata una crescita esponenziale dei tassi di interesse, dopo un decennio di tassi negativi o a zero. Il debito crea debito. In USA e in Europa sono andati aumentando strutturalmente le spese legate all’invecchiamento della popolazione ed al necessario incremento dell’importazione delle materie prime energetiche.

Nel 2023 i debiti governativi globali sono passati da 83.000 a 89.000 miliardi in un anno; quelli delle famiglie da 57.000 a 59.000 miliardi; i debiti delle imprese da 90.000 a 94.000 miliardi ; quelli delle società finanziarie da 67.100 a 69.400 miliardi (al netto di ben 15.000 miliardi di soli interessi in un solo anno), mentre calavano vistosamente i livelli di risparmio. I paesi più indebitati al mondo si confermano USA, Francia, Germania, la stessa Cina con le sue particolari specificità, tenendo conto del fatto che col rallentamento della crescita economica diminuisce la relazione debito/PIL. In un largo range di casistiche, alla fine i governi di tutti i Paesi hanno in mano la patata bollente della gestione di un debito crescente (ad oggi l’Italia, col rapporto al 140% tra debito e PIL è tra i paesi più indebitati).

3,3 miliardi di persone vivono in Paesi in cui le quote di interessi sul debito bloccano il diritto basilare di accesso a livelli minimi di istruzione e Sanità. Il Rapporto UNCTAD, struttura dell’ONU dedicata al commercio e sviluppo, registra in questi Paesi una passività di 11.700 miliardi di Dollari.

Il 24 gennaio 2025 il Word Economic Forum avvertiva dell’imminenza di una nuova grande crisi finanziaria, peggiore per portata ed intensità di quella del 2008 e del Covid. Nel Rapporto Navigating Global Financial System il WEF ravvisava nel rischio della frammentazione della gestione del debito la fine della globalizzazione, ravvisandone una drammatica accelerazione (iniziata nel 2022 con la guerra russo/ucraina) dopo il blocco della limitazione dell’accesso alla Russia al sistema finanziario globale tramite la piattaforma di scambio “Swift” a seguito delle sanzioni imposte dal blocco occidentale dei paesi aderenti alla NATO.

La pioggia cangiante ed unilateralmente imposta di dazi commerciali e misure protezionistiche scatenata in nome del motto “America First” ha di fatto sancito la fine del multilateralismo. La frammentazione potrebbe costare all’economia globale da 0,6 trilioni a 5,7 trilioni di dollari, travolgendo il 5% del PIL mondiale, comportando la riduzione dei volumi di scambio commerciale e dei flussi finanziari di capitali transfrontalieri ed una perdita complessiva di efficienza economica, in un probabile quadro di inflazione globale superiore al 5%.

I principali 4 scenari delineati dalle agenzie di analisi economica mondiale prefigurano: 1) perdita consistente di valore del PIL fino a 10 volte i livelli attuali 2) a fronte di blocchi di scambi Est/Ovest il rischio di inflazione salirebbe di oltre 9 volte in più 3) i Paesi più colpiti sarebbero i cosiddetti “non allineati” (ad es. India, Brasile, Turchia, la maggior parte delle “economie emergenti” in America Latina, Africa, Sud Est asiatico), con un rischio di riduzione del PIL fino a meno 10% 4) un conseguente minore sviluppo generalizzato, accompagnato da un rialzo esponenziale dei prezzi, dalla crescita parossistica dei livelli di povertà, nonché da prevedibile crescita di forme di frustrazione sociale, di rivolte, di violenze diffuse e persistenti.

30 Paesi a basso reddito raggruppati nel Forum (piattaforma dei Paesi debitori) denunziano costi di interessi sul debito alle stelle. Il 10% dei bilanci pubblici in questi Paesi è destinato al pagamento degli interessi ai creditori esteri. 54 Paesi (tra cui Egitto, Pakistan, Colombia, Honduras, Maldive, Nepal, Zambia), che rappresentano una popolazione complessiva di 3,4 miliardi di persone, denunziano, in vista della riunione annuale di FMI e Banca Mondiale del prossimo Ottobre 2026, di essere costretti a spendere più per ripagare gli interessi debitori piuttosto che per Sanità ed Istruzione.

Fortemente preoccupati dal piano inclinato che sta facendo scivolare il Pianeta verso i peggiori scenari di Terza Guerra Mondiale, FMI e Banca Mondiale temono oltremodo la combinazione delle possibilità di interazione negativa delle variabili interconnesse che agiscono tra economia e crisi militari in atto. L’impatto tra crisi energetica, inflazione esponenziale, politiche tariffarie commerciali, forme di controllo dell’export, crea allarme tra le prestigiose firme del Financial Times, che urlano il rischio imminente di recessione globale preceduto da una fase intermedia di incertezza dominata dalla stagflazione.

Il vertice congiunto annuale che riunisce FMI, Banca Mondiale, Ministri dell’Economia e Finanze, G7, G20, governatori delle banche centrali, ministri delle finanze e dello sviluppo del G20, parlamentari, dirigenti del settore privato, rappresentanti del mondo accademico, per discutere questioni di rilevanza globale tra cui le prospettive economiche mondiali (c.d. Meeting di Primavera), tenutosi a Washington DC dal 13 al 18 Aprile scorso, ha dovuto prendere atto degli impatti economici generati dalle conseguenze del conflitto in Medio Oriente scatenato da USA e Israele contro l’IRAN e del perdurante blocco dello stretto di Hormuz.

I mercati agricoli, le catene del valore commerciale, la crescente scarsità dei fertilizzanti e di elio sono stati tra i temi della riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali del G20, a margine dei lavori di Fmi/Banca mondiale. Il Tesoro Usa, alla presidenza del gruppo nel 2026, ha riferito che nell'incontro del 16 Aprile molti partecipanti hanno sottolineato l'importanza di tutelare la supply chain "di cibo e fertilizzanti, in particolare ai Paesi a basso reddito e vulnerabili, astenendosi dall'imporre divieti o restrizioni all'export di fertilizzanti".

 In un vertice siffatto è divenuto ormai impossibile districare gli aspetti economici da quelli militari, vista la presenza dei vertici della NATO e la programmatica necessità di  promuovere relazioni economiche affidabili e l'apertura dei mercati, partendo da un accordo con la Banca Mondiale per un progetto nel settore dei trasporti in Ucraina.

 I precedenti obiettivi fissati dal FMI di un PIL globale al 3,3% per il biennio 2026/27 sono terremotati dai conflitti in atto. Gli approvvigionamenti energetici sono parte di una corsa competitiva fatta di colpi bassi in grado di smembrare alleanze; la forza degli impatti logistici e commerciali mette in discussione la tenuta stessa di interi apparati e comparti produttivi (un terzo della disponibilità di elio è andata distrutta nel corso dell’attuale terza guerra del Golfo. Si ricorda che per produrre i microchips occorrono enormi quantità di elio e con lo stesso si fanno le risonanze magnetiche); i rincari speculativi delle merci rendono sempre più arduo il compito di tenuta e mediazione dei rispettivi governi nazionali, che saranno sempre meno in grado di garantire servizi essenziali, capacità di acquisto dei salari, diritto alla sanità, all’Istruzione, con gli obiettivi di spesa militare e riarmo.

Il progetto di tagli massicci dei tassi di interesse da parte delle banche centrali è precocemente abortito a causa delle ripercussioni finanziarie in atto, mentre i governi e la UE sono amleticamente tirati per la giacchetta dalla necessità di calmierare i costi energetici e i piani di riarmo, vedendo ipotecati i bilanci e le proprie linee politiche programmatiche. Mentre a Washington DC ad Aprile si celebrava il meeting delle vestali degli accordi di Bretton Woods, sulle teste degli astanti aleggiava il fantasma dei rivali dell’area del Dollaro e dell’Euro, visto che da tempo ormai si stanno consolidando strumenti di pagamento alternativi in Renminbi cinese e in Rubli e su altre piattaforme in grado di aggirare le sanzioni antirusse.

Il declino dell’Occidente e i rischi di Terza Guerra Mondiale

Il declino dell’Occidente è ormai un best seller, mentre cresce la sfiducia mondiale verso gli USA e la conseguente diversificazione dei mercati (vedi tensioni e divisioni “interne” per quanto riguarda gli accordi commerciali e le partnership USA/UE, India, Mercosur, Australia, Canada…). Gli USA sono percepiti non più quale garante imperiale in decadenza dell’ordine di un mondo in crisi, bensì come principale fattore di destabilizzazione dell’ordine mondiale, stretto tra le esigente paranoico/messianiche del progetto della “grande Israele” e la Trappola di Tucidide (secondo cui, nel caso di specie, gli sforzi della potenza dominante in declino producono risultati inversamente proporzionali rispetto all’irresistibile ascesa della potenza complessiva emergente cinese), fino al punto che Trump non è in grado di adeguarsi nemmeno alla ridefinizione della sua politica commerciale dettata dalla Corte Suprema USA sulla base della Costituzione e del diritto internazionale.

Come afferma Juan Torres López, gli Stati Uniti stanno entrando nella fase più pericolosa. L’impero continua ad essere straordinariamente potente, ma non abbastanza da imporre la propria supremazia senza costi altrettanto straordinari per gli altri e per se stesso.

È indubbio che il potere di quel paese sia immenso e che sia all’avanguardia nel mondo in molti ambiti cruciali per l’economia, la politica e la vita degli esseri umani. Ma l’amministrazione statunitense e il suo massimo leader danno un’interpretazione piuttosto parziale del posto che gli Stati Uniti occupano nel mondo.

Secondo le fonti statistiche internazionali più autorevoli, gli Stati Uniti non sono affatto la prima potenza mondiale sotto tutti gli aspetti: occupano infatti l’ultimo posto tra le nazioni più avanzate negli indicatori sanitari, il 64° in libertà di stampa e stato del clima e dell’ambiente, il 46° in termini di aspettativa di vita, il 29° per assenza di corruzione, il 27° per mobilità sociale, il 26° per indicatori educativi; il 24° per la felicità dei propri cittadini. Si trova invece al primo posto per numero di persone incarcerate, per morti da armi da fuoco, sparatorie nelle scuole, morti per droga, fallimenti familiari a causa delle spese mediche, obesità infantile, morti per disperazione… e, tra i paesi più ricchi del pianeta, anche per disuguaglianza di reddito e ricchezza, mortalità materna e povertà infantile. Per quanto riguarda gli indicatori economici, è altrettanto vero che gli Stati Uniti sono la prima potenza mondiale per spesa militare e indebitamento. Così come occupano quella posizione privilegiata per il numero di guerre che hanno provocato o a cui hanno partecipato, e nei colpi di Stato che hanno promosso oppure organizzati direttamente, utilizzando i propri servizi di intelligence o le forze armate.

La verità è che gli Stati Uniti sono un impero in declino. Ci sono alcuni dati molto elementari che forse lo dimostrano in modo molto rapido ed elementare. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il loro Prodotto Interno Lordo rappresentava il 50% di quello globale, la loro produzione industriale equivaleva al 60% di quella di tutti i paesi del mondo messi insieme, e disponevano dell’80% delle riserve auree esistenti sul pianeta. Oggi, il PIL degli Stati Uniti rappresenta il 25% di quello mondiale, la loro industria il 17% della produzione industriale globale e dispongono solo del 25% delle riserve totali d’oro. Il loro peso nell’economia, nel commercio, nella finanza, nella tecnologia e persino nella potenza militare rimane molto elevato, ma in tutti questi ambiti è in costante declino.

E il declino sta accadendo di fronte alla Cina, una nazione povera e arretrata fino a pochi decenni fa e che ora è riuscita a superare gli Stati Uniti in molti degli indicatori strategici più rilevanti.

Gli imperi non declinano mai dolcemente, accettando passivamente la loro perdita di influenza e potere. Lo fanno, al contrario, aumentando la loro aggressività, intensificando l’estrazione di ricchezza da altre nazioni e diventando più pericolosi che mai. Quando la loro potenza economica diminuisce, aumentano la coercizione militare, la pressione finanziaria e il controllo politico. Non potendo più integrare sotto il proprio mantello le altre nazioni con consenso e convinzione, essi ricorrono alla minaccia ed esigono obbedienza cieca. Gli USA sono un impero che praticamente non ha mai smesso di essere in guerra negli ultimi venticinque anni.

Sta inoltre aumentando l’estrazione di ricchezza da coloro che erano stati i migliori alleati dell’impero statunitense.

D’altra parte, gli imperi in declino non solo aumentano la loro aggressività e il loro controllo verso l’esterno, ma anche all’interno dei propri confini, proprio come sta accadendo ora negli Stati Uniti. Con la scusa di combattere il terrorismo, lì si sorvegliano massicciamente i cittadini, si militarizza l’azione di polizia e le libertà e i diritti civili si erodono senza sosta.

Forse il sintomo più chiaro e parallelo al modello storico della decadenza è ciò che sta accadendo con la distribuzione della ricchezza interna negli Stati Uniti. Roma spremette i propri contadini per pagare i mercenari, la Spagna spogliò i propri vassalli per pagare i propri banchieri; ora gli Stati Uniti tagliano la Sanità e gli aiuti destinati alla popolazione più povera per finanziare la propria spesa militare e i privilegi fiscali concessi agli oligarchi.

Da rilevare l’estrema finanziarizzazione dell’economia USA. Quello che inizia come un impero basato sulla potenza produttiva, agricola, industriale e commerciale, finisce per non potersi sostenere se non sulla forza artificialmente ottenuta della propria valuta, oltre che sugli eserciti.

Gli Stati Uniti stanno entrando nella fase più pericolosa di tutti i processi di dominio imperiale. Quella in cui l’impero continua a essere straordinariamente potente, ma non abbastanza da imporre la propria potenza senza costi altrettanto straordinari per gli altri e per se stesso. Sia per il deterioramento dei motori che gli danno forza interna, sia per l’esistenza di concorrenti che alterano le regole di privilegio che aveva stabilito per poter sostenere il proprio impero.

Il mondo di oggi non è più unipolare e gli Stati Uniti continuano a comportarsi come se lo fosse. E la loro superiorità economica, finanziaria, tecnologica e militare non è più sufficiente, nemmeno per imporsi su una potenza media come l’Iran. Qualcosa di impensabile decenni fa. La prepotenza e l’insultante arroganza di Trump non sono solo un tratto personale; sono la caratteristica strutturale e per tutti molto dolorosa degli imperi che iniziano a cadere.

Il FMI prevede che entro il 2029 il debito mondiale potrebbe raggiungere livelli paragonabili a quelli della fine della seconda Guerra Mondiale. L’aumento dei tassi di interesse rende più oneroso rifinanziare il debito accumulato negli anni dalle politiche monetarie espansive, con costi crescenti del Welfare e della transizione energetica, mentre sarà sempre più difficile conciliare la corsa forzosa agli armamenti in un quadro di veloce e costante invecchiamento della popolazione occidentale.

 Lo scorso febbraio l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), nella relazione “La strategia UE per la transizione pulita globale: opportunità e sfide”, sollecitava la convergenza strategica del “Green Deal” con la competitività e la sicurezza geopolitica, auspicando la sostituzione di una politica energetica “reattiva” con una prospettiva politica “proattiva” orientata ad una “leadership globale”.

Già nella comunicazione congiunta della commissione UE e dell’alto rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza dello scorso 16 Ottobre 2025 veniva tratteggiata la visione UE in materia di clima ed energia su scala mondiale, basata sul consolidamento del ruolo competitivo dell’Europa nei mercati mondiali, creando le condizioni per accelerare una “transizione pulita”. I vertici europei prospettano uno scenario di produzione, commercializzazione, controllo, del 15% del mercato mondiale in “tecnologie pulite” (solare, eolico, accumulo, veicoli elettrici), passando da un contesto di investimento globale da 600 miliardi di Euro nel 2023 ad oltre 2.000 miliardi di Euro entro il 2033 (di cui 375 miliardi di Euro da tecnologie green della UE).

Oggi la Cina controlla da sola oltre il 70% del mercato dei veicoli elettrici; l’80% delle turbine eoliche; il 90% dei moduli fotovoltaici, con un ruolo incontrastato nel “Clean Industrial Deal”. Nel discorso sullo stato dell’Unione del settembre 2025, la presidente Ursula Von Der Leyen spinge perché la UE riesca velocemente a conquistare una sostanziale e più solida indipendenza europea, unendo ad essa la crescita della Difesa, dell’energia, della tutela climatica. La transizione energetica, in pochi anni e per bocca della stessa presidente UE, è passata dalla necessità di salvare il pianeta secondo le formulazioni degli accordi di Parigi della Cop 21 ad un’idea di transizione energetica intesa come un competitivo “motore di crescita economica ed innovazione” (ricerca e produzione per l’eolico offshore, le SSB - batterie allo stato solido – investimenti massicci in ricerca e sviluppo), portando i fondi del programma Horizon a 100 miliardi di Euro. La costruzione dei “Global Gateway” dovrà passare attraverso la formula del partenariato e della cooperazione per la produzione di H verde con Paesi come l’Egitto, inteso come potenziale nuovo hub mediterraneo. Sono previsti progetti pilota fino a 1,5 miliardi di tonnellate/anno di H entro il 2030; l’implementazione delle rinnovabili nell’Africa sub sahariana; oltre 10.000 GW, a fronte di uno sfruttamento attuale del solo 1%. Al contempo è previsto un accesso diversificato ai mercati delle materie prime “critiche” (litio dal Sud America, cobalto dall’Africa e dai mercati emergenti), adottando i criteri ESG (rispetto degli standards ambientali, sociali, di governance).

 Per quanto riguarda l’Italia, la linea del governo Meloni improntata alla retorica del c.d. “Piano Mattei” è confermata nel progetto di attribuzione del ruolo di hub energetico, non solo per quanto riguarda il gas, ma anche per l’import di H verde e delle energie a vario titolo denominate “rinnovabili” dai Paesi del Nord Africa col Repower EU. In primis spicca la cooperazione con l’Algeria (gasdotto Transmed, joint venture per elettrolizzatori per la produzione di H verde, investimenti di ENI e Snam), quindi con l’Egitto è previsto il progetto Gateway, con corridoi energetici finalizzati all’export di energia solare in direzione UE. I posti di lavoro stimati ammonterebbero a circa 100mila entro il 2030 nel settore rinnovabili italiano. Le opportunità prospettate consisterebbero nella costruzione di catene di fornitura sostenibili, basate sulle dinamiche del “nearshoring” (trasferimento delle produzioni critiche presso partners affidabili, al netto della dipendenza strategica dalla Cina e degli accordi con l’India per quanto riguarda la disponibilità degli indispensabili semiconduttori verdi e della dipendenza dal Brasile per la produzione delle bioenergie), e “friendshoring”.

Per quanto concerne la prospettiva entro il 2040, i negoziati sul target sul climatico hanno prodotto un compromesso al ribasso, con una riduzione delle emissioni prevista al 90% invece del 95% iniziale.

La Cina controlla il 60% dell’estrazione delle terre rare ed il 90% della loro raffinazione.

Il quadro finanziario pluriennale (MFF) 2028/34, al netto dei relativi vincoli, deve bilanciare i livelli crescenti di spesa della Difesa (stimati a 500 miliardi di Euro) col finanziamento climatico, utilizzando regole fiscali pensate per limitare il deficit sotto il 3% del PIL, mentre l’IPCC stima i costi dell’inazione climatica in trilioni di Euro.

Questo quadro spinge fortemente per l’implementazione di un “colonialismo verde” nel continente africano, che da solo emette nel suo insieme soltanto il 3% degli effetti climalteranti; registra investimenti solari inferiori al 2%, ma subisce il 70% degli impatti climatici.

Intanto, il funzionamento della megamacchina produttiva e dei consumi richiede un consumo giornaliero mondiale di petrolio di circa 100mila barili. I maggiori consumatori sono USA, Cina, India, Giappone (in Italia nel 2024 si è registrata una crescita del 2,6%, con circa 8,9 milioni di tonnellate. Nel 2020, causa Covid, sono state consumate circa 9 milioni di tonnellate in meno a causa del crollo dei voli di linea, che assorbono mediamente il 20% dei consumi).

Un italiano usa mediamente l’equivalente di 7,5 barili all’anno, vale a dire 3 litri al giorno.

Secondo le stime più accreditate, restano a livello globale 1.650 miliardi di barili disponibili. Dato un consumo medio annuale di 36,5 miliardi di barili annui, ipotizzando lo steso tasso costante di consumi, mancano circa 45 anni per finirlo (quindi nel 2065).

Le riserve di petrolio ammonterebbero a circa 142 miliardi di tonnellate, mentre quelle di gas metano sarebbero 150mila miliardi di metri cubi.

Il solo Venezuela ha a disposizione 303,8 miliardi di barili da estrarre (il17% mondiale), nonostante il greggio venezuelano necessiti di particolari procedure di trattamento e raffinazione, data la sua particolare “pesantezza”. Al confronto, l’Italia tra mare e terra possiede circa un miliardo di barili equivalenti, un infimo 0,1% delle riserve mondiali, con un valore complessivo di mercato non superiore a 100 miliardi di Euro.

Il consumo mondiale di gas rasenta i 60 milioni di BOE al giorno (barili equivalenti), utilizzati per lo più dai Paesi più ricchi per produrre il 25% della loro energia, a fronte di una produzione annua di circa 136 miliardi di metri cubi.

Dal 2017, grazie soprattutto all’intensificazione delle più impattanti tecniche estrattive di shale gas e di fracking, i primi produttori mondiali di petrolio sono gli USA.

Rispetto alle stime delle riserve petrolifere provate globali (tra 1,5 e 1,6 trilioni di barili) in testa troviamo il Venezuela, quindi Arabia Saudita, Iran (riserve del 12% mondiale, con 208,6 miliardi di barili), Canada, Iraq, Kuwait, EAU, Russia (80 miliardi di barili), Libia, USA. Tutti insieme, questi Paesi hanno in pancia oltre il 60% delle riserve mondiali.

Note geopolitiche. Il progetto IMEC

Nel comunicato stampa del Coordinamento nazionale No Triv emanato in occasione della partecipazione alla manifestazione nazionale del 21 Giugno 2025 a Roma contro il riarmo Ue e per l’autodeterminazione del popolo palestinese, veniva sottolineata la fatale vicinanza temporale (solo poche settimane prima) tra l’intervento alla 78ma Assemblea Generale dell’ONU a New York del premier israeliano Netanyahu e l’attacco del 7 Ottobre, data di inizio della strage, del nuovo esodo, dell’intensificazione delle politiche di apartheid degli insediamenti israeliani ai danni dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Nel Settembre 2023 Netanyahu intervenne esibendo una cartina geografica in cui venivano tracciati i confini del “suo” nuovo Medio Oriente nel solco del recupero dei cosiddetti “accordi di Abramo”, fondati sulla cooperazione tra Israele, Arabia Saudita ed altri paesi arabi dell’area, proponendo Israele quale “ponte di pace e prosperità" tra Africa, Asia ed Europa.

Non si trattava soltanto di normalizzare rapporti commerciali favorevoli ad Israele, ma di coinvolgere attivamente gli interlocutori in un ben più complessivo piano di investimenti e di controllo delle rotte commerciali e di comunicazione che dalle coste occidentali dell’India portano a Gaza.

Obiettivo strategico della partita complessiva era (e rimane) la sottrazione di infrastrutture e servizi portuali al progetto cinese della “nuova via della seta”, da sostituire con il concorrenziale progetto occidentale della “via del cotone”, alternativo appunto alla Belt & Road pechinese e alla rotta di Suez.

Organicamente concordato con gli USA nel 2023 in ambito G 20, il progetto IMEC (India Middle-East-Europe Corridor), è un investimento infrastrutturale da 170 miliardi di Euro finalizzato alla creazione di una linea di demarcazione irreversibile pensata per obbligare i partners ad una scelta di campo netta e separarli dai BRICS per farli restare nell’area di dominio monetario del dollaro US.

Nel cuore dell’operazione di ridefinizione imperialista delle aree, il controllo delle fonti energetiche fossili primarie e delle rotte commerciali, come sempre, riveste un ruolo cruciale. La normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele resta a tutt’oggi per USA e schieramento “occidentale” obiettivo irrinunciabile, che passa attraverso genocidio dei palestinesi e tentativo di disarticolazione politica e militare dell’Iran, del Libano, dello Yemen, della Siria, per aprire le porte a improbabili scenari di “regime change”, che negli ultimi venti anni, dall’Iraq, alla Libia, all’Afghanistan, hanno dato pessima prova di sé, come il cul de sac dello stallo strategico stretto di Hormuz sta dimostrando in questi giorni.

Al centro dell’operazione c’è l’accordo strategico tra Israele, Sauditi ed Emirati, in grado di ridisegnare gli assetti geopolitici nella grande regione del Medio Oriente, dove insiste il 60% delle risorse mondiali di petrolio del pianeta. Più in generale, dietro l’apparente follia trumpiana, alla luce del blitz dello scorso gennaio, con l’arresto del presidente Maduro e la sottomissione agli USA ed alle multinazionali estrattive dei ricchi giacimenti del Venezuela,  si tratterebbe di un balzo enorme nelle possibilità di controllo dei territori e delle acque marine di Venezuela ed Iran, paesi tra i maggiori produttori globali del fossile in assoluto, ma anche della filiera dei porti e delle centrali di raffinazione degli idrocarburi, che non avrebbe precedenti confrontabili a livello mondiale.

Per il commercio globale lo stretto di Hormuz (tratto del Mare Arabico che collega Oman e Sud Iran) ha sempre rappresentato una preoccupante strozzatura. Da lì passa via nave il 30% del petrolio mondiale. Sul Golfo Persico insistono Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman.

Il più temuto scenario prospettato da qualificati analisti sarebbe il passaggio dall’attuale rincaro dei costi energetici fino a punte del 200%, con conseguenti forti incrementi in bolletta, ripercussioni inflattive, rischi di perdita di consenso elettorale nei governi della coalizione Nato.

Le drammatiche ricadute degli approvvigionamenti di greggio, gas e semilavorati sono sotto gli occhi di tutti: il blocco di oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno, la messa in mora della decantata strategia della rigassificazione, considerando che l’export del GNL da Qatar ed Oman ricopre (ricopriva…) da solo il 40% del mercato.

Il blocco del transito di oltre 3.000 navi al mese ci restituisce la portata degli interessi planetari in ballo e gli effetti immediati sulle catene del valore.

Tutti sappiamo quanto gli attacchi degli Houthi yemeniti abbiano costretto, già da Ottobre 2023, gran parte delle navi commerciali “occidentali” e filo israeliane a circumnavigare l’intero continente africano, provocando ritardi ed enormi incrementi assicurativi e dei costi delle merci.

E’ per questo che in tale scenario l’Italia, che oltre a partecipare al pattugliamento della missione “Aspides”, si distingue anche con la gregaria presenza armata in ruolo di “flagship” e pattugliamento delle navi Caio Duilio, Virginio Fasan, Federico Martinengo, Andrea Doria, in coordinamento con l’operazione UE “EUNAVFOR ATALANTA”, finalizzata ad imporre controllo e sicurezza delle rotte che legano l’Oceano Indiano occidentale al Mar Rosso, così come in coordinamento con altre similari iniziative nell’area, tra cui la missione navale EMASOH (European- led Maritime Awareness Strait of Hormuz), attiva dal 2020.

Gaza è stata da anni percepita come un ostacolo per la realizzazione di un nuovo canale per il trasporto energetico tra Asia ed Europa. La guerra genocida condotta da Israele è quindi ampiamente vantaggiosa per l’industria del gas italiana.

Nello stesso triangolo del Mediterraneo orientale dove insistono le maggiori scoperte di gas degli ultimi decenni, lo scontro di interessi tra stati e multinazionali è solo meno visibile ed in parte rimandato. In un intricato intreccio di alleanze di comodo e trabocchetti il conflitto per gli appalti e per i tracciati dei percorsi degli impianti e dei gasdotti continua a bassa intensità, in attesa della ridefinizione dei rapporti di forza. Nel quadro complessivo assumerebbe diversa definizione lo stesso progetto East Med-Poseidon, il più lungo e profondo gasdotto sottomarino al mondo, che collegherebbe i giacimenti di gas marittimi da Israele alla Puglia, che potrebbe essere pronto entro il 2027.

Gli interessi del governo italiano, imperniati sulla strategia di trasformazione dell’Italia in un “hub energetico d’Europa, un ponte nel Mediterraneo per il collegamento tra l’Africa e il vecchio continente”, che dedica 5,2 miliardi dei fondi del nuovo Pnrr agli investimenti nelle reti e nelle infrastrutture, a partire da quelle energetiche strategiche, sono quindi legati a doppio filo agli esiti dei conflitti geopolitici che legano gli scenari estrattivi e bellici mediorientali e nordafricani.

Non è quindi un azzardo sottolineare quanto profonda sia la linea di continuità che connette le politiche di oggettiva correità del governo italiano con le criminali condotte di sterminio perpetrate dal governo israeliano, così come non è azzardato rilevare che i provvedimenti securitari adottati “in patria” dal governo Meloni concorrano a tacitare i movimenti di opposizione alle politiche estrattive che privilegiano in modo cieco e perverso l’accelerazione distruttiva del surriscaldamento climatico, la sottrazione e l’inquinamento delle matrici ambientali, a discapito delle necessarie bonifiche e della improrogabile decarbonizzazione. Il progetto IMEC garantirebbe all’Italia (attualmente diretta concorrente della Grecia per la definizione dei tracciati e dei porti) oltre 26 miliardi di Euro. Nella prospettiva iniziale, sono già stati avviati i lavori di potenziamento del porto di Trieste (dove, a marzo scorso, in occasione del Forum internazionale su IMEC, il Comitato di opposizione No IMEC ha avviato un ciclo di mobilitazioni) e sono in stato avanzato i lavori per la nuova stazione ferroviaria a Servola. Lo scorso 20 Maggio a Villa Pamphili a Roma il premier indiano Nerendra Modi, che è stato accolto con tutti gli onori, ha firmato col presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni un nuovo memorandum d’intesa nell’ambito degli accordi bilaterali di libero scambio Italia/India, che diversifica, alla luce degli sviluppi del conflitto contro l’Iran e delle relative incertezze geopolitiche, gli approdi dei corridoi energetici mediterranei: ad Ovest Genova (collegata al Reno via Svizzera), ad Est Trieste (verso Austria, Germania, Polonia, UE Centro Orientale). Col nuovo memorandum inoltre il governo italiano sta provando a rafforzare le relazioni strategiche e commerciali con l’India nei settori dell’industria, della produzione e distribuzione dell’energia, del digitale, della sicurezza e Difesa. Se l’obiettivo mediterraneo dell’Italia resta quello di proporsi come hub di collegamento tra vicino Oriente, Nord Africa ed Europa, rilanciando partecipazione negli appalti per il controllo occidentale di una rete articolata di porti ed infrastrutture logistiche competitive e diversificate, già nel il piano di azione quinquennale 2025/29 sottoscritto nel 2025 era chiaro l’obiettivo strategico di fondo: fare dell’Italia il partner di riferimento della UE contribuendo a sottrarla all’area dei paesi Brics e puntando ad incrementare scambi e sbocchi (cooperazione per la Difesa, sicurezza marittima, reti digitali, infrastrutture agroalimentari, digitali, per la connettività, per ricerca ed applicazione dell’IA, cooperazione scientifica) coi mercati dell’Indo/Pacifico, giocando un ruolo più incisivo nel campo della sicurezza delle rotte commerciali e della resilienza delle rotte di approvvigionamento.

 

Crisi da sovrapproduzione, stagflazione, salari da fame

 

Già 10 anni fa Clifford Kraus, in un articolo pubblicato sul New York Times sul calo della domanda cinese sull’economia globale, denunciava il pericolo non più di un collasso finanziario come nel 2008, ma ammoniva sui rischi dell’imminente crisi da sovrapproduzione globale accompagnata da una stagnazione di lungo periodo. Gli Usa tentavano di pagare i debiti mentre aumentavano i tassi di interesse e le Companies che avevano investito tanti capitali in attività estrattive, di raffinazione, di shale gas, di fracking, si trovavano a dover produrre comunque. La regolazione di una politica dei bassi tassi di interesse alimentava di fatto il boom produttivo, provocando nel 2015 un continuo rallentamento dei prezzi, scesi a meno del 25% del valore per materie prime come nichel, ferro, palladio, platino, rame, mentre il petrolio scendeva al di sotto del 60%. Erano gli anni ruggenti dell’iconico “wathever it takes” del presidente della Banca Centrale Mario Draghi, lancia in resta nella difesa dell’Euro.

 

 A commento dell’articolo di Kraus, Bifo (Franco Berardi) arrivava a conclusioni apparentemente parossistiche, partendo dall’evidenza che le aziende che si indebitano con le banche per fare investimenti non si possono fermare.  Per Bifo questo circolo vizioso è solo apparentemente illogico, anche se si autoavvita a fronte di una crescita divenuta ormai impossibile e che “non tornerà mai più”.

Se non c’è più bisogno di lavoro e crescita,  allora il lavoro salariato non ha fondamento alcuno. Se le Companies petrolifere stavano licenziando 250.000 operai ed altre dichiaravano bancarotta, con la conclamata separazione tra funzione finanziaria a servizio della speculazione ed “economia reale”, le stesse finivano per essere l’emblema di una divaricazione storica irreversibile. Per salvare un’economia mondiale annegata nel debito e per evitare lo sprofondamento dei mercati, le banche centrali (della FED degli Usa, dell’Inghilterra, del Giappone) investirono l’equivalente del 30% del PIL mondiale.

Fiumi di denaro pubblico sottratto alla società venivano destinati ad imprese produttrici di beni a domanda calante (vedi contestuali chiusure di 154 magazzini della catena Walmart e relativo licenziamento di 10.000 dipendenti). Alla riduzione della domanda il Capitale risponde riducendo il salario e aumentando i livelli di sfruttamento. La “crescita” si ferma e crolla; il tempo di lavoro necessario precipita, macchinari e nuove tecnologie lo rendono sempre più appendice marginale e sostituibile. Il capitalismo è “incapace di semiotizzare l’innovazione”, in quanto conosce solo il lavoro salariato e l’accumulazione.

La risposta capitalistica alla disoccupazione di massa, alla miseria, è la guerra dispiegata come un continuum, perché la guerra è la continuazione dello sfruttamento con altri mezzi, appunto un “investimento di capitali che non trovano sbocco”.

Unica via auspicabile per trovare una via di uscita da tutto questo è saper perseguire ed organizzare una sostanziale e formale “autonomia sociale dall’economia di accumulazione”, favorendo una mobilitazione permanente e cooperante per una vera ricomposizione dal basso, per poter e saper imporre quello che Chritian Marazzi chiama il “quantitative easing for the people”.

Per conquistare, nell’epoca dell’IA e degli algoritmi del controllo e della selezione dell’annientamento che alimenta la dominante tanathocrazia, nell’epoca dello sfondamento della misurabilità delle leggi del valore e del ricatto del salario, quali passaggi ineludibili, il Reddito Universale di Cittadinanza e percorsi di rimedio collettivo alla “devastazione psichica, culturale, ambientale”.

Non è più rinviabile la necessità di contrastare all’unisono la convergenza delle devastazioni che continuano a produrre le insopportabili e crescenti diseguaglianze a fronte di inenarrabili concentrazioni di ricchezza in poche mani grondanti sangue. Mentre il debito federale USA continua a crescere ad un ritmo di 10 miliardi di dollari al giorno ed il pagamento degli interessi sul debito costa 2,8 miliardi di dollari al giorno, quale potrà mai essere la propagandata “sostenibilità a lungo termine”?

Nei soli primi 50 giorni di guerra all’Iran il mondo ha perso oltre 50 miliardi di dollari di petrolio. Oggi i danni sono di gran lunga maggiore e la strozzatura di Hormuz rischia di diventare la miccia per una guerra dispiegata con lo spettro incontrollabile dell’uso incrociato delle testate nucleari.

Fatih Birol, il direttore esecutivo dell’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), stima che nello scenario più ottimistico “ci vorranno almeno 24 mesi per ripristinare l’intera produzione del Golfo Persico, il cui calo rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale di tutta la storia”. La domanda mondiale è in contrazione di 80.000 barili al giorno.

In soli tre mesi sono scomparsi dai mercati 500 milioni di barili. Si tratta della più grande interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia moderna, che deve essere sommata alla distruzione sistematica di porti, hub, raffinerie, in Iran e nei paesi del Golfo. Cosa sa produrre davanti a tutto questo la politica europea?

Il Piano UE dello scorso 22 Aprile ha confermato che nessuna tassa potrà sfiorare gli extraprofitti delle Companies; che il disaccoppiamento tra gas ed elettricità non si potrà decidere erga omnes; ma i singoli paesi europei potranno limitarsi a misure di riduzione della domanda energetica, potranno stabilire misure per una maggiore efficienza energetica, potranno favorire misure non vincolanti verso le “energie pulite”; potranno incentivare il telelavoro a fini di risparmio, nonché incentivare i sussidi per il trasporto pubblico (che in realtà con i SAD - sussidi ambientalmente dannosi – sono già cospicui). In realtà i sussidi per calmierare il costo dei trasporti riguardano soprattutto il settore privato, ancora molto legato al sistema su gomma, in quanto corporazione capace di bloccare strade, autostrade, aree intermodali, ipotecando ulteriormente sine die la produzione. UE e paesi aderenti navigano in acque molto agitate.

Jawad Khalid, analista pakistano di finanza climatica ed economia politica, riferendosi alla recente decisione del governo britannico di dimezzare il contributo promesso appena due anni fa al Green Climate Fund delle Nazioni Unite, sottolinea che il vero motivo di questa decisione quantomeno imbarazzante non risiede nell’attenuazione della crisi climatica, bensì nell’incremento della spesa in armi. Si tratta del “più grande aumento della spesa per la difesa dai tempi della guerra fredda”. Il pianeta, a quanto pare, può aspettare, anche se non può. La scelta politica dell’Inghilterra si sta compiendo in tutto il Nord del mondo: riarmarsi, ritirarsi dagli impegni di sviluppo, lasciare che i paesi meno responsabili della crisi climatica affrontino da soli le sue peggiori conseguenze.

La spesa militare globale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari nel 2025, portando l’onere militare globale al 2,5% del PIL, il livello più alto dal 2009. Quella europea da sola è aumentata del 14% a 864 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato per il continente. La stessa analisi delle Nazioni Unite ha rilevato che reinvestire solo il 15% della spesa militare globale, circa 387 miliardi di dollari, sarebbe più che sufficiente a coprire i costi annuali dell’adattamento climatico nei paesi in via di sviluppo. I soldi ci sono. La volontà politica ovviamente no.

Gli aiuti internazionali allo sviluppo sono rapidamente diminuiti del 23,1% nel 2025, il calo annuale più marcato mai registrato, con gli Stati Uniti che hanno tagliato il proprio budget per gli aiuti del 57%, la Germania del 17% e Francia e Regno Unito dell'11% ciascuno.

I Paesi che si sono industrializzati grazie ai combustibili fossili, con le emissioni storiche più elevate e le impronte di carbonio pro capite più alte, sono quelli meno preoccupati da tutto questo.

Le stesse guerre che stanno uccidendo i finanziamenti per il clima stanno generando profitti record altrove. I profitti delle compagnie petrolifere e del gas stanno salendo alle stelle, mentre il conflitto contro l’Iran continua.

ChevronShell, BP, ConocoPhillips, Exxon, TotalEnergies, realizzeranno 2.967 dollari al secondo di profitti nel 2026, quasi 37 milioni di dollari in più al giorno rispetto al 2025, con profitti totali previsti per le sei società che raggiungeranno circa 94 miliardi di dollari per l’anno.

BP ha tagliato gli investimenti previsti nelle energie rinnovabili e aumentato la spesa per petrolio e gas, Shell ha annacquato i suoi obiettivi climatici per il 2030, ExxonMobil ha ridotto di un terzo i suoi investimenti previsti a basse emissioni di carbonio; TotalEnergies ha rifiutato di adottare un piano di transizione in linea con l'obiettivo di 1,5 °C di riscaldamento.

In linea di principio e di buon senso, le imposte sui profitti straordinari delle società di combustibili fossili, a lungo discusse e raramente applicate, potrebbero generare il tipo di entrate che i governi dei “paesi sviluppati” sostengono di non avere più per il finanziamento del clima.

Un rapporto del febbraio 2026 di Climate Action Network Europe mostra che il quadro esiste già, raccomandando un'imposta differenziata sulle società applicata ai profitti dei combustibili fossili, con entrate reinvestite direttamente nella transizione energetica e nel finanziamento internazionale per il clima

 La mancanza di volontà politica per imporre misure sussidiarie tratte dai cosiddetti “extraprofitti” è rivelatrice della natura dei poteri dei governi dei paesi più ricchi; una natura gerarchizzata, non più liberale ma neoliberista, a partire dal dominio sempre più incontrastato di un pugno di multinazionali e di banche di investimento, che sono i cani da guardia che non consentiranno di sfiorare i superprofitti dei combustibili fossili e le fortune dei miliardari, con buona e disperata pace delle nazioni più povere e vulnerabili al clima.

Quale possibile resistenza sui territori e nei nostri mari all’epoca delle semplificazioni autorizzative e della retorica del “Piano Mattei”

Le politiche energetiche del governo Meloni

I recenti provvedimenti del governo Meloni in materia di energia ed ambiente sono fatalmente improntati alla gestione emergenziale dell’immediato. La situazione mondiale impone schieramenti condizionati dalla costruzione ed dalla ricerca del nemico ed impedisce di articolare un’adeguata strategia all’altezza dei bisogni sociali.

Il DL n 21 del 2026, convertito in Legge n 49 del 10 Aprile 2026, denominato “decreto bollette”, mira anzitutto a contenere l'impatto dei rincari energetici su famiglie ed imprese nei prossimi mesi, senza potersi concedere il lusso  di interventi strutturali, nemmeno per ridurre stabilmente il costo delle bollette delle imprese, limitandosi a mettere mano agli oneri di sistema con provvedimenti a termine proporzionati alle disponibilità di cassa.

Schiacciata da una parte dalle esigenze di propaganda e consenso politico e dalle limitazioni UE dall’altra, la premier Meloni non può andare oltre una politica di bonus a termine, che pur pesando sulle spalle dei contribuenti, non risolvono i problemi ai beneficiari selezionati.

 Si destinano milioni di Euro alle famiglie economicamente vulnerabili che già ricevono il bonus sociale elettrico, per un contributo straordinario di 115 euro nel 2026, nonché contributi volontari a carico dei venditori entro una certa fascia ISEE.

Pur di trovare i mezzi pronta cassa per rimediare alle falle più vistose, il governo taglia gli incentivi per gli impianti fotovoltaici e quelli per biogas e biomasse, che serviranno per ridurre le bollette per le utenze non domestiche, e rivende sul mercato  il gas stoccato nel corso della crisi energetica del 2022 per abbassare i prezzi delle bollette per le industrie energivore, aumentando per un anno l'aliquota Irap per le aziende del comparto energetico.

Per cercare di tenere in equilibrio esigenze opposte, il governo si fa carico allo stesso tempo di sbloccare la presentazione a Terna di domande di nuovi impianti di rinnovabili, al fine di eliminare la cosiddetta "saturazione virtuale della rete"; promuovere contratti di lungo termine per l'energia rinnovabile per le imprese; consentire l'adesione alle comunità energetiche delle persone fisiche, anche nell'ambito dei condomini, ma allo stesso tempo attiva nuove procedure autorizzative più veloci per i Data Centers, che sono tra le strutture più energivore esistenti.

Non soltanto, perché dal 2027, previo lasciapassare della UE, con un’operazione cosmetica  i costi per la tassazione europea delle emissioni ETS e per il trasporto verranno  scorporati dal gas usato per la produzione elettrica e spostati sulle bollette dei consumatori (tanto per cambiare!...), per ridurre il costo dell'elettricità, legato a quello del gas.

Dulcis in fundo, a dimostrazione che finanche il cerchiobottismo ha smesso di avere spazio politico in questo Paese, la dismissione delle centrali a carbone che avrebbero dovuto essere chiuse entro il 2025 (ad eccezione di quelle della Sardegna) secondo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima), vengono prorogate al 2038 per fronteggiare la crisi energetica come fossimo tutti in trincea. Le centrali a carbone, quindi, resteranno accese per altri 13 anni rispetto a quando avrebbero dovuto essere spente definitivamente. Dopo aver depotenziato la produzione elettrica puntando su massicci investimenti in rinnovabili pulite, adesso si continuerà a  produrre energia elettrica usando il carbone, in nome della necessaria mitigazione degli effetti della guerra in Medio Oriente che sta bloccando l’importazione del gas dai paesi del Golfo.

In Italia sono attive ancora quattro centrali a carbone, una a Brindisi, una a Civitavecchia, due in Sardegna. 

La chiusura delle centrali di Brindisi e Civitavecchia era stata prevista per il 31 dicembre 2025, in quanto il carbone era considerato troppo inquinante, ma invece di essere dismesse a fine anno, il Governo ha preferito tenerle inattive per essere riaccese in caso di una nuova crisi energetica (come poi è puntualmente accaduto…). Le centrali della Sardegna, invece, non dovevano essere dismesse, in quanto la loro chiusura era già stata rinviata al 2028 perché l’isola non è collegata alla rete elettrica italiana e il carbone resta la fonte principale dell’energia elettrica. Ultraparadosso della politica italiana! La Sardegna, che poteva e doveva rappresentare un modello di virtuosa transizione energetica pulita, resta prigioniera di gas e carbone!

 

Alla piaggeria di orgogliosi commentatori filo governativi che  nel percorso avviato dal Governo Meloni ravvisano un cambio di passo capace di riportare la pianificazione energetica nella sfera strategica dello Stato, rafforzare le infrastrutture nazionali e dare al Paese una direzione chiara nella transizione, bisogna pur ricordare che la centralizzazione politica della gestione delle autorizzazioni ha prodotto troppi danni in questo Paese proprio in virtù di una costante e perversa ossessione della centralizzazione a danno della democrazia e dei territori; che lo Stato Ue dove i costi energetici sono più alti è proprio l’Italia e che solo mettendo mano ad una coerente scelta strategica a favore delle rinnovabili pulite e per la definitiva uscita dalla schiavitù del fossile si potrà consentire uno strutturale disaccoppiamento dei costi e delle accise, che riverberandosi continuano a colpire le bollette di cittadini ed imprese.

 

Se il refrain filogovernativo è che la transizione non può più attendere, ma deve poggiare su basi solide — tecniche, istituzionali e industriali — per garantire all’Italia un ruolo forte nel nuovo ordine energetico globale, bisogna rispondere che la maschera è caduta, che la transizione o la fai o non la fai. Continuare con i “ma” invocando condizioni realistiche rinviate sine die, vuol dire che il governo è appendice di Eni, Enel, Snam….

Già il “decreto bollette” 2025 affidava a Terna un ruolo più centrale nella progettazione e nelle autorizzazioni, con il Ministero che coordina l’intero percorso; consentiva la cattura e stoccaggio della CO₂, permettendo a ENI di passare dal progetto pilota alla fase industriale nel sito di Ravenna come primo tassello di una filiera italiana.

Nel Paese in cui in pochi anni viene elaborato il farraginoso strumento del PiTESAI – Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee – mappa nazionale che stabiliva le aree idonee e non idonee dove fosse possibile cercare e produrre gas e petrolio e dove no, con criteri unici per permessi e concessioni e poi lo stesso viene affondato come una vecchia nave carretta, non è possibile ignorare che il più alto livello di complicità storicamente raggiunto tra governo e multinazionali estrattive si è prodotto proprio col silenzio di una compagine governativa e ministeriale che ha preferito assistere all’affondamento della nave piuttosto che attivare il dovere istituzionale di ricorrere ed appellarsi, a fronte del sancito annullamento (sentenza n. 2872/2024) del PiTESAI per mano del TAR Lazio, poi formalizzato con l’abrogazione nel Decreto Ambiente.

Sul piano delle dinamiche autorizzative, il cosiddetto “nuovo quadro normativo”, alle spalle di una propagandata maggiore flessibilità e coerenza, continua a spacciare per politica energetica nazionale una congerie di accordi di convenienza coperti da una spessa ed opaca coltre, al riparo da ogni trasparenza.

L’annullamento del PiTESAI ha aperto una nuova fase per la politica estrattiva italica all’ombra del comma 2, articolo 2 del c.d. “Decreto Ambiente”, convertito in legge nel dicembre 2024 (decreto-legge 17 ottobre 2024, n. 153, coordinato con la legge di conversione 13 dicembre 2024, n. 191 , recante: «Disposizioni urgenti per la tutela ambientale del Paese, la razionalizzazione dei procedimenti di valutazione e autorizzazione ambientale, la promozione dell’economia circolare, l’attuazione di interventi in materia di bonifiche di siti contaminati e dissesto idrogeologico), vero capolavoro di machiavellico capovolgimento delle priorità e dei destini climatici nazionali.

Così recita l’art. 2, titolato Le Disposizioni urgenti per coniugare le esigenze di salvaguardia dell’ambiente con le esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti

che al comma 2 stabilisce:  A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il conferimento di permessi di ricerca e di concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi sul territorio nazionale e a mare non è consentito. Il primo periodo non si applica nel caso di concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi da conferire in relazione ad attività di ricerca svolte sulla base di permessi rilasciati prima della data di entrata in vigore del presente decreto, ancorché non concluse alla medesima data. Le attività di coltivazione di idrocarburi liquidi svolte sulla base di concessioni già conferite alla data di entrata in vigore del presente decreto o da conferire ai sensi del secondo periodo proseguono per la durata di vita utile del giacimento.

Il BUIG è mensilmente testimone dei permessi di Ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi prima bocciati o limitati dal PiTESAI e successivamente ripescati e resi redivivi grazie alla sua decapitazione. Non solo, ancora molti potranno essere gli zombies petroliferi, ma la nuova normativa ha abbattuto le stesse decisioni della Conferenza dei Servizi Stato/Enti/Regioni del dicembre 2021, che stabilì la compatibilità della ricerca del solo gas e non anche del petrolio.

Dopo due tentativi governativi andati deserti di fare le aste basate sul criterio della sottoscrizione dell’affidamento esclusivo allo Stato da parte delle multinazionali del cosiddetto “gas nazionale”, con prezzo basato sul costo reale di produzione più royalties, gestito con bandi gestiti dal GSE, con prezzi del “gas nazionale” venduto a un prezzo calmierato e certificato, resta, insieme alla certezza della scelta speculativa (e non certo patriottica!) delle Companies, la scelta di adottare procedure accelerate per imporre il passaggio da istanze a permessi di ricerca e quindi a concessioni di coltivazione tramite VIA unica e Conferenza dei Servizi prioritaria.

La risposta dell'esecutivo italiano ad una crisi che otre alle sovrastanti criticità delle dinamiche finanziarie deve fare i conti con una carenza reale di offerta, con meno petrolio e gas disponibili, in un quadro di maggiore ed accesa competizione globale per accaparrarseli, con prezzi che salgono e margini di intervento che si restringono sempre di più, è farraginosa e contraddittoria, muovendosi per direttrici parallele che faticano a trovare un punto di equilibrio. Contemperare il contenimento immediato dell'impatto dei rincari con la sempre più evidente necessità di prepararsi ad una  prolungata fase di scarsità è già diventato un gioco rischioso e sempre meno possibile.

Se non si cambia radicalmente rotta, la solita linea di intervento basata sulla riduzione temporanea delle accise su benzina e gasolio per contenere l'aumento dei prezzi alla pompa, presto smetterà di dare sollievo immediato a famiglie ed imprese, rendendo impossibile frenare il blocco totale dei trasporti pubblici e privati.

Se il petrolio manca, abbassarne il prezzo non ne aumenta di certo la disponibilità. Al contrario, si rischia di sostenere la domanda proprio mentre l'offerta si riduce. In una crisi come questa una parte rilevante delle risorse pubbliche finisce per alimentare la domanda globale e quindi i prezzi, trasferendo di fatto ricchezza verso i Paesi esportatori di energia, mentre il beneficio temporaneo tende a concentrarsi su chi consuma di più, lasciando così più esposte proprio le fasce più vulnerabili (che il beneficio lo percepiscono di meno…). Oltretutto, siamo al circolo vizioso: tagliare le accise significa rinunciare a entrate fiscali; quindi cercare ed individuare altrove le risorse per compensare. Già la redistribuzione interna della spesa pubblica implica  riduzioni che coinvolgono diversi comparti  e ministeri, inclusi Sanità ed Istruzione.

Al sollievo immediato e a termine sul prezzo dei carburanti corrisponde una compressione di risorse destinate a settori essenziali dello Stato Sociale. La crisi energetica non è inoltre solo questione di prezzi, ma di disponibilità. L'energia costa di più perché è anche più scarsa; da qui la necessità di consumarne meno.

 Ridurre temporaneamente il prezzo dei carburanti mentre si invita a limitarne l'uso crea un evidente cortocircuito. Da un lato si spinge verso il risparmio energetico, dall'altro si abbassa il costo di ciò che si vorrebbe ridurre. Le strategie di riduzione dei consumi e l’implementazione della modalità di prestazione lavorativa tramite smart working appaiono strategie inefficaci e contraddittorie secondo la stessa logica di riproduzione delle leggi capitalistiche del valore.

Le specificità del contesto economico italiano fanno contemplare che dopo anni di crescita rallentata (post Covid) è nel fatto che il Paese, avvicinandosi alla fase delicata della progressiva conclusione degli investimenti legati al PNRR, subisca, come ha rilevato pochi giorni fa il ministro dell'Economia Giorgetti, il rischio che, in presenza di prezzi energetici elevati e prolungati, il PIL possa entrare in territorio negativo già entro il 2026. In questo scenario, il governo starebbe quindi valutando la possibilità di chiedere all'Unione europea maggiore flessibilità, fino alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (cioè delle regole che limitano deficit e debito pubblico), per poter aumentare la spesa pubblica e sostenere l'economia.

Senza margini di spesa aggiuntivi, diventa complicato per il governo poter intervenire per contenere l'impatto dei rincari. L’ostacolo politico e tecnico a questa richiesta è la UE, che farebbe aperture a questa possibilità solo in presenza di una grave e conclamata crisi. L’agognata flessibilità arriverebbe infatti soltanto quando la recessione sarà già in atto, come fanno intendere il commissario Ue per l’Economia Dombrovskis (ogni intervento dovrà comunque garantire la sostenibilità dei conti pubblici) e la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ("Ho ribadito che le misure di bilancio devono rispettare quello che chiamo il principio delle tre T: devono essere temporanee, mirate e su misura. Qualsiasi deviazione da questi principi sarebbe controproducente e potrebbe portare a un diverso orientamento della politica monetaria").

Lasciando da parte per adesso l’indecorosa palingenesi del ritorno alla convenienza del gas russo e del suo petrolio raffinato da paesi terzi ma a prezzi convenienti, è sufficiente rilevare ancora una volta la mancanza di unità politica, culturale, programmatica, dei paesi della compagine UE. Per un mix di opportunismo e subordinazione alla Nato ed agli USA, questi paesi non sono in grado di sospendere il piano di finanziamento pubblico e privato decennale lacrime e sangue inizialmente denominato Rearm EU (ribattezzato Readiness 2030), il cui obiettivo è investire fino a 800 miliardi di Euro per rafforzare le infrastrutture di difesa europea in risposta alle presunte minacce geopolitiche rappresentate dalla guerra Russo/Ucraina ed alle incertezze sul sostegno militare degli Stati Uniti d'America.

La complessità della crisi stessa in atto fa emergere con forza ad intensità variabile la sua dimensione totalizzante.

Le mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale e a difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese; le numerose e diffuse mobilitazioni contro le continue aggressioni imperialiste concepite ed attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba…, hanno fatto emergere all’unisono identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali, che hanno consentito modi e forme inedite di solidarietà, con un potenziale enorme di capacità creativa, di analisi, di scambio comunicativo orizzontale.

 Il dispiegamento intercontinentale di questo vero e proprio movimento rappresenta oggi, nella potenza della sua materialità, il punto di riferimento principale, la chiave di volta ineludibile per poter cercare di interpretare la fase attuale dei conflitti, ma allo stesso tempo rappresenta il luogo, il corpo vivo di ricomposizione teorica e pratica delle tante vertenze ambientali e climatiche; del diritto alla mobilità migrante, così come del diritto all’acqua, alla sanità, all’istruzione.

Mentre le tecnocrazie fascistoidi che operano in barba al diritto internazionale tentano di imporre un nuovo disordine mondiale ad immagine e somiglianza del “più forte first”, del monopolio della ricchezza e dell’apartheid, il campo di coltivazione delle utopie e delle pratiche del diritto universale ed antirazzista è la straordinaria e colorata galassia delle differenze convergenti su obiettivi strategici del valore d’uso.

Le resistenze sui territori sono il pane e le rose dell’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.

Le resistenze rischiano di essere soffocate non solo dalla repressione montante messa in campo dalla miseria politica di governi sempre meno legittimati e sempre più allineati ai capricci del perverso duo israelo/amerikano, ma nella e dall’afasia, dalla parcellizzazione frammentata, spesso dall’isolamento e dalla solitudine.

Se siamo state/i capaci di ribaltare le attese di una marcia trionfale verso il presidenzialismo e la distruzione della separazione democratica dei poteri in occasione del recente referendum confermativo di revisione costituzionale; se siamo la Flotilla di terra e di mare che bloccando tutto sa creare crepe nel dominio assoluto su Gaza; se sappiamo individuare e denunziare i covi di produzione di morte che fabbricano armamenti; se sappiamo salvare dal “cimitero liquido” del Mediterraneo quote di disperati che fuggono da guerre e miseria; se sappiamo tendere una mano solidale a chi è sfruttato e rischia di perdere il lavoro e il salario; se sappiamo tenere la testa alta nel denunziare e contrastare la contrazione dei servizi sanitari e l’aziendalizzazione della Scuola Pubblica, dobbiamo anche essere capaci di difendere il territorio, combattere per bonificare dai Pfas e dai mille veleni le sue acque, fino ad uscire definitivamente dal ricatto dei fossili.

Nella logica della valorizzazione orizzontale delle convergenze, si chiede disponibilità immediata per costruire insieme un’agenda di mobilitazioni capace di squarciare il velo del silenzio e del nascondimento. Ciò che si propone è la generosa messa in campo di relazioni, di saperi, di corpi, per mettere a punto una più efficace metodologia di mobilitazione, puntando ad almeno 3 o 4 appuntamenti collettivi annuali.

Se in questa assemblea virtuale l’invito viene raccolto, si potrebbe già decidere di partire con la costruzione e realizzazione di una 3 giorni in Basilicata a metà luglio. Perché la Basilicata non è “soltanto” gas, petrolio, monnezza, ma è anche la terra di Stellantis e del suo indotto in crisi; è terra di esodo dei giovani; è territorio aziendale in svendita promesso dal suo presidente regionale Bardi al ministro della guerra Crosetto, perché ne faccia a suo piacimento un laboratorio integrato per ricerca e produzione bellica, dalla scuola alla fabbrica.

Cosa vogliamo fare? Il dibattito è aperto.

Francesco Masi, in occasione dell’assemblea annuale CNNT del 29 Maggio 2026


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