...che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche
di Francesco Masi
Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si tratta di un range tra i 313mila e i 324 mila miliardi di Dollari US (dati IIF-Institute of international finance).
Nel solo nel 2025 è stato registrato un balzo di oltre 15mila miliardi.
In pratica siamo arrivati al rapporto al 100% tra debito e PIL mondiale.
Nemmeno decine di generazioni saranno in grado di assorbire questo malato
rapporto esponenziale, finché non verrà radicalmente ribaltato il modo di
produzione che ne sottende le dinamiche di riproduzione, di accumulo e di
ingiusta distribuzione.
In cima alla montagna domina
incontrastato il debito pubblico USA, che a dicembre 2025 era stimato a 38,5
trilioni di Dollari (di cui 27,4 da titoli di Stato), mentre al momento
veleggia verso i 40mila miliardi. Entro il 2026 arriveranno a scadenza 10.000
miliardi di titoli di Stato da rifinanziare. Secondo gli
ultimi calcoli il costo per interessi raggiungerà a breve i 1000 miliardi di
dollari l'anno.
Il debito USA è ad oltre il 130%
del PIL, sostenuto da consistenti investimenti esteri. Si tratta di circa un 25%:
il primo è il Giappone, che detiene il 12% della quota estera, poi la Cina col
9% e, terzo, l’insieme dei Paesi UE, che detengono il 30% della quota di debito
estero. Se i detentori esteri possiedono tra
il 25 e il 32% del
debito pubblico americano, negoziabile sotto forma di titoli di stato USA, il
restante 68–75% è
detenuto all’interno degli Stati Uniti da
famiglie, investitori, banche, istituzioni nord-americane, tra cui la Federal
Reserve, fondi pensione, assicurazioni, e, comunque, da una platea molto
frammentata di investitori esteri non concentrati nel novero dei grandi
creditori ufficiali, che rappresenta composizione e dinamiche della grande galassia
posseduta dalla finanziarizzazione.
Mentre l’Ufficio Bilancio del
Congresso paventa che il rapporto debito-PIL sfiorerà il 180% nel 2055, molti
detrattori della “Big Beautiful Bill” di Trump ritengono che gli sgravi fiscali
previsti per soddisfare le sue promesse elettorali faranno lievitare il debito
pubblico USA di ulteriori 3.700- 4.000 miliardi nei prossimi 10 anni.
L’ipotesi di consulenti e contabili trumpiani di riportare in pareggio la
bilancia che segna il deficit commerciale nord-americano (inteso come
squilibrio tra import ed export di merci), secondo cui verrà risanato anche il
rapporto debito/prodotto interno lordo, si è inverata nella strombazzata quanto
schizofrenica politica dell’imposizione dei dazi, il cui meccanicismo ha già
rovinosamente mostrato la sua inefficacia, oltre che l’impatto col minimo
sindacale di ciò che rimane del diritto internazionale.
La missione impossibile di assorbire il debito sulla via dell’arroganza unilaterale
contrasta con la probabile prospettiva che la “Big Beautiful Bill” possa pesare
oltre tre volte tanto in una decade.
Ciò che impressiona maggiormente sono tuttavia i livelli di progressione della
spirale debitoria. Dal 53% del Pil nel 2001, il debito pubblico degli Stati
Uniti ha raggiunto nel 2024 il 121%, il livello più alto dall’inizio del XX
secolo. Sono stati i continui ed elevati deficit primari a far crescere il
debito, nonostante l’effetto della crescita del Pil superasse il peso degli
interessi. Secondo le previsioni a legislazione vigente del Congressional
Budget Office, il rapporto debito/Pil crescerà gradualmente fino a circa il 180%
del 2055, sia a causa delle maggiori spese per pensioni e sanità, che per
l’aumento della spesa per interessi. I tagli alle tasse introdotti nel 2017, in
scadenza a fine anno, potrebbero essere rinnovati, così riducendo le entrate e
peggiorando ulteriormente la traiettoria. La struttura delle scelte di
privilegio castale ed autocratico del neoliberismo mostra nella sua tautologia
la povertà della sua corda ideologica, ad ulteriore detrimento del welfare, con
una spesa media annuale che impegna ben il 15% del PIL nel settore degli
armamenti.
Nonostante il suo alto livello, il
debito è ancora ritenuto “sostenibile”, in quanto il lascito dei vecchi accordi
di Bretton Woods consente di continuare a considerare il dollaro come valuta di
riserva mondiale. Le banche centrali detengono una buona parte delle loro
riserve in titoli americani, che sono altamente liquidi e possono fornire una
fonte di valuta: gran parte delle transazioni globali avviene infatti in
dollari.
Questo garantisce una domanda strutturale per
i titoli di Stato americani, riducendo il rischio che il Tesoro non riesca a
finanziarsi e tenendo più basso il relativo tasso di interesse. Non è certo
detto che il dollaro possa tuttavia continuare a mantenere questo status nel
lungo periodo, a fronte di un sempre più preoccupante debito pubblico crescente;
di una sistematica riduzione degli investimenti esteri a suo sostegno; di una
spietata caccia ai lingotti d’oro quale arcaico bene/rifugio in un contesto
internazionale caratterizzato da prolungate incertezze; soprattutto a fronte della
crescita del blocco dei paesi BRICS e di una pratica di scambio finanziario per
i pagamenti commerciali su piattaforme alternative a quella “Swift” di assoluto
monopolio “occidentale”.
Gli aumenti maggiori del rapporto
debito/Pil si sono verificati durante e poco dopo la crisi del 2008, quando i
deficit sono stati molto alti e la crescita nominale bassa. Nel 2020 il
rapporto debito/Pil è esploso più che durante la crisi precedente, ma la
ripresa economica degli anni successivi, aiutata dall’inflazione, ne ha
attenuato l’aumento. La crescita reale stimata è più bassa rispetto a quella
del trentennio precedente (2,5% medio); diminuiscono infatti forza lavoro e produttività,
secondo una tendenza incrementata dall’uso della robotica e dell’IA.
La popolazione intanto cresce poco,
mentre la quota di persone anziane e bisognosa di servizi aumenta. Dal 2033 i
decessi supereranno le nascite e la popolazione, in barba alle barbare politiche
razziste e securitarie improntate all’allarme fascista per la “sostituzione
etnica”, crescerà solo grazie all’immigrazione. Agisce lo spiazzamento degli
investimenti privati causato dal maggior debito (senza debito, i risparmi
verrebbero investiti in capitale produttivo) e per una minore produttività
totale dei fattori. A pesare sull’aumento del debito è la spesa per interessi. Tre
quarti dell’aumento previsto sono dovuti alla crescita del debito (a parità di
tasso, se ho più debito pago più interessi), il resto al maggior tasso
d’interesse medio sul debito (a parità di altre circostanze, il tasso di
interesse tende a crescere insieme al volume di debito pubblico). Le
dinamiche principali si svilupperanno in contemporanea con una inevitabile crescita
in diminuzione e con un aumento del tasso di interesse. La spesa per interessi
sarà però sempre di più: se nel 2025 è prevista essere circa pari al deficit
primario, nel 2055 dovrebbe ammontare a quasi il triplo. Senza che la
maggioranza degli abitanti del pianeta se ne rendesse conto, il sistema di
produzione capitalista è riuscito a farci scaricare su figli e nipoti le spese
di cui in “occidente” e nelle borghesie di tutto il mondo i più fortunati hanno
potuto godere.
Per un po' di
cronaca
Nel 2021 il “debito globale” post
pandemico ammontava ad oltre 300mila miliardi di Dollari. Si trattava degli
esiti di una sequenza di choc negativi di tipo recessivo (crisi del 2008, debito
UE, Covid 19, recessione, aumento dei costi delle materie prime, guerre in
atto), che andavano ad aggiungersi all’incremento delle spese sociali, alla
disoccupazione e precarizzazione crescenti, nonché alla concomitante diminuzione
del PIL e dei livelli di entrate fiscali, con forti squilibri tra spese statali
ed entrate e conseguente crescita dei finanziamenti in debito. Nello stesso
tempo, in USA e in UE si è registrata una crescita esponenziale dei tassi di
interesse, dopo un decennio di tassi negativi o a zero. Il debito crea debito.
In USA e in Europa sono andati aumentando strutturalmente le spese legate
all’invecchiamento della popolazione ed al necessario incremento dell’importazione
delle materie prime energetiche.
Nel 2023 i debiti governativi
globali sono passati da 83.000 a 89.000 miliardi in un anno; quelli delle
famiglie da 57.000 a 59.000 miliardi; i debiti delle imprese da 90.000 a 94.000
miliardi ; quelli delle società finanziarie da 67.100 a 69.400 miliardi (al
netto di ben 15.000 miliardi di soli interessi in un solo anno), mentre calavano
vistosamente i livelli di risparmio. I paesi più indebitati al mondo si confermano
USA, Francia, Germania, la stessa Cina con le sue particolari specificità, tenendo
conto del fatto che col rallentamento della crescita economica diminuisce la
relazione debito/PIL. In un largo range di casistiche, alla fine i governi di
tutti i Paesi hanno in mano la patata bollente della gestione di un debito
crescente (ad oggi l’Italia, col rapporto al 140% tra debito e PIL è tra i
paesi più indebitati).
3,3 miliardi di persone vivono in
Paesi in cui le quote di interessi sul debito bloccano il diritto basilare di
accesso a livelli minimi di istruzione e Sanità. Il Rapporto UNCTAD, struttura
dell’ONU dedicata al commercio e sviluppo, registra in questi Paesi una
passività di 11.700 miliardi di Dollari.
Il 24 gennaio 2025 il Word Economic
Forum avvertiva dell’imminenza di una nuova grande crisi finanziaria, peggiore
per portata ed intensità di quella del 2008 e del Covid. Nel Rapporto Navigating
Global Financial System il WEF ravvisava nel rischio della frammentazione
della gestione del debito la fine della globalizzazione, ravvisandone
una drammatica accelerazione (iniziata nel 2022 con la guerra russo/ucraina)
dopo il blocco della limitazione dell’accesso alla Russia al sistema
finanziario globale tramite la piattaforma di scambio “Swift” a seguito delle
sanzioni imposte dal blocco occidentale dei paesi aderenti alla NATO.
La pioggia cangiante ed
unilateralmente imposta di dazi commerciali e misure protezionistiche scatenata
in nome del motto “America First” ha di fatto sancito la fine del
multilateralismo. La frammentazione potrebbe costare all’economia globale
da 0,6 trilioni a 5,7 trilioni di dollari, travolgendo il 5% del PIL mondiale,
comportando la riduzione dei volumi di scambio commerciale e dei flussi
finanziari di capitali transfrontalieri ed una perdita complessiva di
efficienza economica, in un probabile quadro di inflazione globale superiore al
5%.
I principali 4 scenari delineati
dalle agenzie di analisi economica mondiale prefigurano: 1) perdita
consistente di valore del PIL fino a 10 volte i livelli attuali 2) a
fronte di blocchi di scambi Est/Ovest il rischio di inflazione salirebbe di oltre
9 volte in più 3) i Paesi più colpiti sarebbero i cosiddetti “non
allineati” (ad es. India, Brasile, Turchia, la maggior parte delle “economie
emergenti” in America Latina, Africa, Sud Est asiatico), con un rischio di
riduzione del PIL fino a meno 10% 4) un conseguente minore sviluppo
generalizzato, accompagnato da un rialzo esponenziale dei prezzi, dalla
crescita parossistica dei livelli di povertà, nonché da prevedibile crescita di
forme di frustrazione sociale, di rivolte, di violenze diffuse e persistenti.
30 Paesi a basso reddito
raggruppati nel Forum (piattaforma dei Paesi debitori) denunziano costi di
interessi sul debito alle stelle. Il 10% dei bilanci pubblici in questi Paesi è
destinato al pagamento degli interessi ai creditori esteri. 54 Paesi (tra cui
Egitto, Pakistan, Colombia, Honduras, Maldive, Nepal, Zambia), che
rappresentano una popolazione complessiva di 3,4 miliardi di persone, denunziano,
in vista della riunione annuale di FMI e Banca Mondiale del prossimo Ottobre
2026, di essere costretti a spendere più per ripagare gli interessi debitori
piuttosto che per Sanità ed Istruzione.
Fortemente preoccupati dal piano inclinato che sta facendo scivolare il
Pianeta verso i peggiori scenari di Terza Guerra Mondiale, FMI e Banca Mondiale
temono oltremodo la combinazione delle possibilità di interazione negativa
delle variabili interconnesse che agiscono tra economia e crisi militari in
atto. L’impatto tra crisi energetica, inflazione esponenziale, politiche
tariffarie commerciali, forme di controllo dell’export, crea allarme tra le
prestigiose firme del Financial Times, che urlano il rischio imminente di recessione globale preceduto da una
fase intermedia di incertezza dominata dalla stagflazione.
Il vertice congiunto annuale che riunisce FMI, Banca Mondiale, Ministri
dell’Economia e Finanze, G7, G20, governatori delle banche centrali, ministri delle
finanze e dello sviluppo del G20, parlamentari, dirigenti del settore privato,
rappresentanti del mondo accademico, per discutere questioni di rilevanza
globale tra cui le prospettive economiche mondiali (c.d. Meeting di Primavera), tenutosi a Washington DC dal 13 al 18 Aprile scorso, ha
dovuto prendere atto degli
impatti economici generati dalle conseguenze del conflitto in Medio Oriente
scatenato da USA e Israele contro l’IRAN e del perdurante blocco dello stretto
di Hormuz.
I mercati
agricoli, le catene del valore commerciale, la crescente scarsità dei
fertilizzanti e di elio sono stati tra i temi della riunione dei ministri delle
Finanze e dei governatori delle Banche centrali del G20, a margine dei lavori
di Fmi/Banca mondiale. Il Tesoro Usa, alla presidenza del gruppo nel 2026, ha
riferito che nell'incontro del 16 Aprile molti partecipanti hanno sottolineato
l'importanza di tutelare la supply chain "di cibo e fertilizzanti, in
particolare ai Paesi a basso reddito e vulnerabili, astenendosi dall'imporre
divieti o restrizioni all'export di fertilizzanti".
In un vertice siffatto è divenuto ormai
impossibile districare gli aspetti economici da quelli militari, vista la
presenza dei vertici della NATO e la programmatica necessità di promuovere
relazioni economiche affidabili e l'apertura dei mercati, partendo da un
accordo con la Banca Mondiale per un progetto nel settore dei trasporti in
Ucraina.
I precedenti obiettivi fissati dal FMI di un PIL
globale al 3,3% per il biennio 2026/27 sono terremotati dai conflitti in atto. Gli
approvvigionamenti energetici sono parte di una corsa competitiva fatta di
colpi bassi in grado di smembrare alleanze; la forza degli impatti logistici e
commerciali mette in discussione la tenuta stessa di interi apparati e comparti
produttivi (un terzo della disponibilità di elio è andata distrutta nel corso
dell’attuale terza guerra del Golfo. Si ricorda che per produrre i microchips
occorrono enormi quantità di elio e con lo stesso si fanno le risonanze
magnetiche); i rincari speculativi delle merci rendono sempre più arduo il
compito di tenuta e mediazione dei rispettivi governi nazionali, che saranno
sempre meno in grado di garantire servizi essenziali, capacità di acquisto dei
salari, diritto alla sanità, all’Istruzione, con gli obiettivi di spesa
militare e riarmo.
Il progetto di tagli massicci dei tassi di interesse
da parte delle banche centrali è precocemente abortito a causa delle
ripercussioni finanziarie in atto, mentre i governi e la UE sono amleticamente
tirati per la giacchetta dalla necessità di calmierare i costi energetici e i
piani di riarmo, vedendo ipotecati i bilanci e le proprie linee politiche
programmatiche. Mentre a Washington DC ad Aprile si celebrava il meeting delle vestali degli accordi
di Bretton Woods, sulle teste degli astanti aleggiava il fantasma dei rivali
dell’area del Dollaro e dell’Euro, visto che da tempo ormai si stanno
consolidando strumenti di pagamento alternativi in Renminbi cinese e in Rubli e
su altre piattaforme in grado di aggirare le sanzioni antirusse.
Il declino dell’Occidente e i
rischi di Terza Guerra Mondiale
Il declino dell’Occidente è ormai
un best seller, mentre cresce la sfiducia mondiale verso gli USA e la
conseguente diversificazione dei mercati (vedi tensioni e divisioni “interne” per
quanto riguarda gli accordi commerciali e le partnership USA/UE, India,
Mercosur, Australia, Canada…). Gli USA sono percepiti non più quale garante imperiale
in decadenza dell’ordine di un mondo in crisi, bensì come principale fattore di
destabilizzazione dell’ordine mondiale, stretto tra le esigente paranoico/messianiche
del progetto della “grande Israele” e la Trappola di Tucidide (secondo cui, nel
caso di specie, gli sforzi della potenza dominante in declino producono risultati
inversamente proporzionali rispetto all’irresistibile ascesa della potenza
complessiva emergente cinese), fino al punto che Trump non è in grado di
adeguarsi nemmeno alla ridefinizione della sua politica commerciale dettata
dalla Corte Suprema USA sulla base della Costituzione e del diritto
internazionale.
Come
afferma Juan
Torres López, gli
Stati Uniti stanno entrando nella fase più pericolosa. L’impero continua ad
essere straordinariamente potente, ma non abbastanza da imporre la propria
supremazia senza costi altrettanto straordinari per gli altri e per se stesso.
È indubbio che il potere di quel paese sia
immenso e che sia all’avanguardia nel mondo in molti ambiti cruciali per
l’economia, la politica e la vita degli esseri umani. Ma l’amministrazione
statunitense e il suo massimo leader danno un’interpretazione piuttosto
parziale del posto che gli Stati Uniti occupano nel mondo.
Secondo le fonti statistiche internazionali più
autorevoli, gli Stati Uniti non sono affatto la prima potenza mondiale sotto
tutti gli aspetti: occupano infatti l’ultimo posto tra le nazioni più avanzate
negli indicatori sanitari, il 64° in libertà di stampa e stato
del clima e dell’ambiente, il 46° in termini di aspettativa di vita, il 29° per
assenza di corruzione, il 27° per mobilità sociale, il 26° per indicatori
educativi; il 24° per la felicità dei propri cittadini. Si trova invece al
primo posto per numero di persone incarcerate, per morti da armi da fuoco, sparatorie
nelle scuole, morti per droga, fallimenti familiari a causa delle spese
mediche, obesità infantile, morti per disperazione… e, tra i paesi più ricchi
del pianeta, anche per disuguaglianza di reddito e ricchezza, mortalità materna
e povertà infantile. Per quanto riguarda gli indicatori economici, è
altrettanto vero che gli Stati Uniti sono la prima potenza mondiale per
spesa militare e indebitamento. Così come occupano quella posizione
privilegiata per il numero di guerre che hanno provocato o a cui hanno
partecipato, e nei colpi di Stato che hanno promosso oppure organizzati
direttamente, utilizzando i propri servizi di intelligence o le forze armate.
La verità è che gli Stati Uniti sono un impero
in declino. Ci sono alcuni dati molto elementari che forse lo dimostrano in
modo molto rapido ed elementare. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il
loro Prodotto Interno Lordo rappresentava il 50% di quello globale, la loro
produzione industriale equivaleva al 60% di quella di tutti i paesi del mondo messi
insieme, e disponevano dell’80% delle riserve auree esistenti sul pianeta.
Oggi, il PIL degli Stati Uniti rappresenta il 25% di quello mondiale, la loro
industria il 17% della produzione industriale globale e dispongono solo del 25%
delle riserve totali d’oro. Il loro peso nell’economia, nel commercio, nella
finanza, nella tecnologia e persino nella potenza militare rimane molto
elevato, ma in tutti questi ambiti è in costante declino.
E il declino sta accadendo di fronte alla Cina,
una nazione povera e arretrata fino a pochi decenni fa e che ora è riuscita a
superare gli Stati Uniti in molti degli indicatori strategici più rilevanti.
Gli imperi non declinano mai dolcemente,
accettando passivamente la loro perdita di influenza e potere. Lo fanno, al
contrario, aumentando la loro aggressività, intensificando l’estrazione di
ricchezza da altre nazioni e diventando più pericolosi che mai. Quando la loro
potenza economica diminuisce, aumentano la coercizione militare, la pressione
finanziaria e il controllo politico. Non potendo più integrare sotto il proprio
mantello le altre nazioni con consenso e convinzione, essi ricorrono alla
minaccia ed esigono obbedienza cieca. Gli USA sono un impero che praticamente
non ha mai smesso di essere in guerra negli ultimi venticinque anni.
Sta inoltre aumentando l’estrazione di ricchezza
da coloro che erano stati i migliori alleati dell’impero statunitense.
D’altra parte, gli imperi in declino non solo
aumentano la loro aggressività e il loro controllo verso l’esterno, ma anche
all’interno dei propri confini, proprio come sta accadendo ora negli Stati
Uniti. Con la scusa di combattere il terrorismo, lì si sorvegliano
massicciamente i cittadini, si militarizza l’azione di polizia e le libertà e i
diritti civili si erodono senza sosta.
Forse il sintomo più chiaro e parallelo al
modello storico della decadenza è ciò che sta accadendo con la distribuzione
della ricchezza interna negli Stati Uniti. Roma spremette i propri contadini
per pagare i mercenari, la Spagna spogliò i propri vassalli per pagare i propri
banchieri; ora gli Stati Uniti tagliano la Sanità e gli aiuti destinati alla
popolazione più povera per finanziare la propria spesa militare e i privilegi
fiscali concessi agli oligarchi.
Da rilevare l’estrema finanziarizzazione dell’economia
USA. Quello che inizia come un impero basato sulla potenza produttiva,
agricola, industriale e commerciale, finisce per non potersi sostenere se non
sulla forza artificialmente ottenuta della propria valuta, oltre che sugli
eserciti.
Gli Stati Uniti
stanno entrando nella fase più pericolosa di tutti i processi di dominio
imperiale. Quella in cui l’impero continua a essere straordinariamente potente,
ma non abbastanza da imporre la propria potenza senza costi altrettanto
straordinari per gli altri e per se stesso. Sia per il deterioramento dei
motori che gli danno forza interna, sia per l’esistenza di concorrenti che
alterano le regole di privilegio che aveva stabilito per poter sostenere il
proprio impero.
Il mondo di oggi non è più unipolare e gli Stati
Uniti continuano a comportarsi come se lo fosse. E la loro superiorità
economica, finanziaria, tecnologica e militare non è più sufficiente, nemmeno
per imporsi su una potenza media come l’Iran. Qualcosa di impensabile decenni
fa. La prepotenza e l’insultante arroganza di Trump non sono solo un tratto
personale; sono la caratteristica strutturale e per tutti molto dolorosa degli
imperi che iniziano a cadere.
Il FMI prevede che entro il 2029 il debito
mondiale potrebbe raggiungere livelli paragonabili a quelli della fine della
seconda Guerra Mondiale. L’aumento dei tassi di interesse rende più oneroso rifinanziare
il debito accumulato negli anni dalle politiche monetarie espansive, con costi
crescenti del Welfare e della transizione energetica, mentre sarà sempre più
difficile conciliare la corsa forzosa agli armamenti in un quadro di veloce e
costante invecchiamento della popolazione occidentale.
Lo scorso
febbraio l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), nella
relazione “La strategia UE per la transizione pulita globale: opportunità e
sfide”, sollecitava la convergenza strategica del “Green Deal” con la
competitività e la sicurezza geopolitica, auspicando la sostituzione di una
politica energetica “reattiva” con una prospettiva politica “proattiva” orientata
ad una “leadership globale”.
Già nella comunicazione congiunta della
commissione UE e dell’alto rappresentante per gli Affari Esteri e la politica
di Sicurezza dello scorso 16 Ottobre 2025 veniva tratteggiata la visione UE in
materia di clima ed energia su scala mondiale, basata sul consolidamento del
ruolo competitivo dell’Europa nei mercati mondiali, creando le condizioni per accelerare
una “transizione pulita”. I vertici europei prospettano uno scenario di
produzione, commercializzazione, controllo, del 15% del mercato mondiale in
“tecnologie pulite” (solare, eolico, accumulo, veicoli elettrici), passando da un
contesto di investimento globale da 600 miliardi di Euro nel 2023 ad oltre
2.000 miliardi di Euro entro il 2033 (di cui 375 miliardi di Euro da tecnologie
green della UE).
Oggi la Cina controlla da sola oltre il 70% del
mercato dei veicoli elettrici; l’80% delle turbine eoliche; il 90% dei moduli fotovoltaici,
con un ruolo incontrastato nel “Clean Industrial Deal”. Nel discorso sullo
stato dell’Unione del settembre 2025, la presidente Ursula Von Der Leyen spinge
perché la UE riesca velocemente a conquistare una sostanziale e più solida indipendenza
europea, unendo ad essa la crescita della Difesa, dell’energia, della tutela
climatica. La transizione energetica, in pochi anni e per bocca della stessa
presidente UE, è passata dalla necessità di salvare il pianeta secondo le
formulazioni degli accordi di Parigi della Cop 21 ad un’idea di transizione energetica
intesa come un competitivo “motore di crescita economica ed innovazione” (ricerca
e produzione per l’eolico offshore, le SSB - batterie allo stato solido – investimenti
massicci in ricerca e sviluppo), portando i fondi del programma Horizon a 100
miliardi di Euro. La costruzione dei “Global Gateway” dovrà passare attraverso
la formula del partenariato e della cooperazione per la produzione di H verde con
Paesi come l’Egitto, inteso come potenziale nuovo hub mediterraneo. Sono
previsti progetti pilota fino a 1,5 miliardi di tonnellate/anno di H entro il
2030; l’implementazione delle rinnovabili nell’Africa sub sahariana; oltre 10.000
GW, a fronte di uno sfruttamento attuale del solo 1%. Al contempo è previsto un
accesso diversificato ai mercati delle materie prime “critiche” (litio dal Sud
America, cobalto dall’Africa e dai mercati emergenti), adottando i criteri ESG
(rispetto degli standards ambientali, sociali, di governance).
Per quanto
riguarda l’Italia, la linea del governo Meloni improntata alla retorica del
c.d. “Piano Mattei” è confermata nel progetto di attribuzione del ruolo di hub energetico,
non solo per quanto riguarda il gas, ma anche per l’import di H verde e delle energie
a vario titolo denominate “rinnovabili” dai Paesi del Nord Africa col Repower
EU. In primis spicca la cooperazione con l’Algeria (gasdotto Transmed, joint
venture per elettrolizzatori per la produzione di H verde, investimenti di ENI
e Snam), quindi con l’Egitto è previsto il progetto Gateway, con corridoi
energetici finalizzati all’export di energia solare in direzione UE. I posti di
lavoro stimati ammonterebbero a circa 100mila entro il 2030 nel settore
rinnovabili italiano. Le opportunità prospettate consisterebbero nella
costruzione di catene di fornitura sostenibili, basate sulle dinamiche del
“nearshoring” (trasferimento delle produzioni critiche presso partners
affidabili, al netto della dipendenza strategica dalla Cina e degli accordi con
l’India per quanto riguarda la disponibilità degli indispensabili
semiconduttori verdi e della dipendenza dal Brasile per la produzione delle
bioenergie), e “friendshoring”.
Per quanto concerne la prospettiva entro il 2040, i
negoziati sul target sul climatico hanno prodotto un compromesso al ribasso,
con una riduzione delle emissioni prevista al 90% invece del 95% iniziale.
La Cina controlla il 60% dell’estrazione delle terre
rare ed il 90% della loro raffinazione.
Il quadro finanziario pluriennale (MFF) 2028/34, al
netto dei relativi vincoli, deve bilanciare i livelli crescenti di spesa della
Difesa (stimati a 500 miliardi di Euro) col finanziamento climatico,
utilizzando regole fiscali pensate per limitare il deficit sotto il 3% del PIL,
mentre l’IPCC stima i costi dell’inazione climatica in trilioni di Euro.
Questo quadro spinge fortemente per l’implementazione
di un “colonialismo verde” nel continente africano, che da solo emette nel suo
insieme soltanto il 3% degli effetti climalteranti; registra investimenti solari
inferiori al 2%, ma subisce il 70% degli impatti climatici.
Intanto, il funzionamento della megamacchina
produttiva e dei consumi richiede un consumo giornaliero mondiale di petrolio di
circa 100mila barili. I maggiori consumatori sono USA, Cina, India, Giappone (in
Italia nel 2024 si è registrata una crescita del 2,6%, con circa 8,9 milioni di
tonnellate. Nel 2020, causa Covid, sono state consumate circa 9 milioni di
tonnellate in meno a causa del crollo dei voli di linea, che assorbono
mediamente il 20% dei consumi).
Un italiano usa mediamente l’equivalente di 7,5 barili
all’anno, vale a dire 3 litri al giorno.
Secondo le stime più accreditate, restano a livello
globale 1.650 miliardi di barili disponibili. Dato un consumo medio annuale
di 36,5 miliardi di barili annui, ipotizzando lo steso tasso costante di consumi,
mancano circa 45 anni per finirlo (quindi nel 2065).
Le riserve di petrolio ammonterebbero a circa 142
miliardi di tonnellate, mentre quelle di gas metano sarebbero 150mila miliardi
di metri cubi.
Il solo Venezuela ha a disposizione 303,8 miliardi di
barili da estrarre (il17% mondiale), nonostante il greggio venezuelano necessiti
di particolari procedure di trattamento e raffinazione, data la sua particolare
“pesantezza”. Al confronto, l’Italia tra mare e terra possiede circa un
miliardo di barili equivalenti, un infimo 0,1% delle riserve mondiali, con un
valore complessivo di mercato non superiore a 100 miliardi di Euro.
Il consumo mondiale di gas rasenta i 60 milioni di BOE
al giorno (barili equivalenti), utilizzati per lo più dai Paesi più ricchi per
produrre il 25% della loro energia, a fronte di una produzione annua di circa 136
miliardi di metri cubi.
Dal 2017, grazie soprattutto all’intensificazione
delle più impattanti tecniche estrattive di shale gas e di fracking, i primi
produttori mondiali di petrolio sono gli USA.
Rispetto alle stime delle riserve petrolifere provate globali
(tra 1,5 e 1,6 trilioni di barili) in testa troviamo il Venezuela, quindi
Arabia Saudita, Iran (riserve del 12% mondiale, con 208,6 miliardi di barili),
Canada, Iraq, Kuwait, EAU, Russia (80 miliardi di barili), Libia, USA. Tutti
insieme, questi Paesi hanno in pancia oltre il 60% delle riserve mondiali.
Note geopolitiche. Il progetto IMEC
Nel comunicato stampa
del Coordinamento nazionale No Triv emanato in occasione della partecipazione alla
manifestazione nazionale del 21 Giugno 2025 a Roma contro il riarmo Ue e per
l’autodeterminazione del popolo palestinese, veniva sottolineata la fatale
vicinanza temporale (solo poche settimane prima) tra l’intervento alla
78ma Assemblea Generale dell’ONU
a New York del premier israeliano Netanyahu e l’attacco del 7 Ottobre, data di
inizio della strage, del nuovo esodo, dell’intensificazione delle politiche di apartheid
degli insediamenti israeliani ai danni dei palestinesi a Gaza e in
Cisgiordania. Nel Settembre 2023 Netanyahu intervenne
esibendo una cartina geografica in cui venivano tracciati i confini del “suo” nuovo Medio Oriente nel solco
del recupero dei cosiddetti “accordi di Abramo”, fondati sulla cooperazione tra
Israele, Arabia Saudita ed altri paesi arabi dell’area, proponendo Israele
quale “ponte di pace e prosperità" tra Africa, Asia ed Europa.
Non si trattava soltanto di
normalizzare rapporti commerciali favorevoli ad Israele, ma di coinvolgere
attivamente gli interlocutori in un ben più complessivo piano di investimenti e
di controllo delle rotte commerciali e di comunicazione che dalle coste
occidentali dell’India portano a Gaza.
Obiettivo strategico della partita
complessiva era (e rimane) la sottrazione di infrastrutture e servizi portuali
al progetto cinese della “nuova via
della seta”, da sostituire con il concorrenziale progetto occidentale
della “via del cotone”, alternativo appunto alla Belt & Road pechinese e alla
rotta di Suez.
Organicamente concordato con gli
USA nel 2023 in ambito G 20, il progetto IMEC (India Middle-East-Europe Corridor),
è un investimento infrastrutturale da 170 miliardi di Euro finalizzato alla creazione
di una linea di demarcazione irreversibile pensata per obbligare i partners ad
una scelta di campo netta e separarli dai BRICS per farli restare nell’area di
dominio monetario del dollaro US.
Nel cuore dell’operazione di ridefinizione
imperialista delle aree, il controllo delle fonti energetiche fossili primarie
e delle rotte commerciali, come sempre, riveste un ruolo cruciale. La normalizzazione
dei rapporti tra paesi arabi ed Israele resta a tutt’oggi per USA e
schieramento “occidentale” obiettivo irrinunciabile, che passa attraverso
genocidio dei palestinesi e tentativo di disarticolazione politica e militare
dell’Iran, del Libano, dello Yemen, della Siria, per aprire le porte a
improbabili scenari di “regime change”, che negli ultimi venti anni, dall’Iraq,
alla Libia, all’Afghanistan, hanno dato pessima prova di sé, come il cul de sac
dello stallo strategico stretto di Hormuz sta dimostrando in questi giorni.
Al centro dell’operazione c’è l’accordo
strategico tra Israele, Sauditi ed Emirati, in grado di ridisegnare gli assetti
geopolitici nella grande regione del
Medio Oriente, dove insiste il 60% delle risorse mondiali di
petrolio del pianeta. Più in generale, dietro l’apparente follia trumpiana, alla
luce del blitz dello scorso gennaio, con l’arresto del presidente Maduro e la sottomissione
agli USA ed alle multinazionali estrattive dei ricchi giacimenti del Venezuela,
si tratterebbe di un balzo enorme nelle
possibilità di controllo dei territori e delle acque marine di Venezuela ed
Iran, paesi tra i maggiori produttori globali del fossile in assoluto, ma anche
della filiera dei porti e delle centrali di raffinazione degli idrocarburi, che
non avrebbe precedenti confrontabili a livello mondiale.
Per il commercio globale lo stretto di Hormuz
(tratto del Mare Arabico che collega Oman e Sud Iran) ha sempre rappresentato
una preoccupante strozzatura. Da lì passa via nave il 30% del petrolio
mondiale. Sul Golfo Persico insistono Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita,
Bahrein, Qatar, Oman.
Il più temuto scenario prospettato da qualificati
analisti sarebbe il passaggio dall’attuale rincaro dei costi energetici fino a
punte del 200%, con conseguenti forti incrementi in bolletta, ripercussioni
inflattive, rischi di perdita di consenso elettorale nei governi della
coalizione Nato.
Le drammatiche ricadute degli approvvigionamenti di
greggio, gas e semilavorati sono sotto gli occhi di tutti: il blocco di oltre
15 milioni di barili di petrolio al giorno, la messa in mora della decantata
strategia della rigassificazione, considerando che l’export del GNL da Qatar ed
Oman ricopre (ricopriva…) da solo il 40% del mercato.
Il blocco del transito di oltre 3.000 navi al
mese ci restituisce la portata degli interessi planetari in ballo e gli effetti
immediati sulle catene del valore.
Tutti sappiamo quanto gli attacchi degli Houthi
yemeniti abbiano costretto, già da Ottobre 2023, gran parte delle navi
commerciali “occidentali” e
filo israeliane a circumnavigare l’intero continente africano, provocando
ritardi ed enormi incrementi assicurativi e dei costi delle merci.
E’ per questo che in tale scenario l’Italia, che
oltre a partecipare al pattugliamento della missione “Aspides”, si distingue anche con la gregaria presenza armata in ruolo di
“flagship” e pattugliamento delle navi Caio Duilio, Virginio Fasan, Federico
Martinengo, Andrea Doria, in coordinamento con l’operazione UE “EUNAVFOR
ATALANTA”, finalizzata ad imporre controllo e sicurezza delle rotte che legano
l’Oceano Indiano occidentale al Mar Rosso, così come in coordinamento con altre
similari iniziative nell’area, tra cui la missione navale EMASOH (European- led Maritime Awareness Strait of
Hormuz), attiva dal 2020.
Gaza è stata da anni percepita come
un ostacolo per la realizzazione di un nuovo canale per il trasporto energetico
tra Asia ed Europa. La guerra genocida condotta da Israele è quindi ampiamente
vantaggiosa per l’industria del gas italiana.
Nello stesso triangolo del
Mediterraneo orientale dove insistono le maggiori scoperte di gas degli ultimi
decenni, lo scontro di interessi tra stati e multinazionali è solo meno
visibile ed in parte rimandato. In un intricato intreccio di alleanze di comodo
e trabocchetti il conflitto per gli appalti e per i tracciati dei percorsi
degli impianti e dei gasdotti continua a bassa intensità, in attesa della
ridefinizione dei rapporti di forza. Nel quadro complessivo assumerebbe diversa
definizione lo stesso progetto East Med-Poseidon, il più lungo e profondo gasdotto sottomarino al
mondo, che collegherebbe i giacimenti di gas marittimi da Israele alla Puglia, che
potrebbe essere pronto entro il 2027.
Gli interessi del governo italiano, imperniati
sulla strategia di trasformazione dell’Italia in un “hub energetico d’Europa, un ponte nel
Mediterraneo per il collegamento tra l’Africa e il vecchio continente”, che dedica 5,2 miliardi dei fondi del nuovo Pnrr
agli investimenti nelle reti e nelle infrastrutture, a partire da quelle
energetiche strategiche, sono quindi legati a doppio filo agli esiti dei
conflitti geopolitici che legano gli scenari estrattivi e bellici mediorientali
e nordafricani.
Non è quindi un azzardo sottolineare quanto
profonda sia la linea di continuità che connette le politiche di oggettiva
correità del governo italiano con le criminali condotte di sterminio perpetrate
dal governo israeliano, così come non è azzardato rilevare che i provvedimenti
securitari adottati “in patria”
dal governo Meloni concorrano a tacitare i movimenti di opposizione alle
politiche estrattive che privilegiano in modo cieco e perverso l’accelerazione
distruttiva del surriscaldamento climatico, la sottrazione e l’inquinamento
delle matrici ambientali, a discapito delle necessarie bonifiche e della
improrogabile decarbonizzazione. Il progetto IMEC garantirebbe all’Italia (attualmente
diretta concorrente della Grecia per la definizione dei tracciati e dei porti)
oltre 26 miliardi di Euro. Nella prospettiva iniziale, sono già stati avviati i
lavori di potenziamento del porto di Trieste (dove, a marzo scorso, in
occasione del Forum internazionale su IMEC, il Comitato di opposizione No IMEC
ha avviato un ciclo di mobilitazioni) e sono in stato avanzato i lavori per la
nuova stazione ferroviaria a Servola. Lo scorso 20 Maggio a Villa Pamphili a
Roma il premier indiano Nerendra Modi, che è stato accolto con tutti gli onori,
ha firmato col presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni un nuovo memorandum
d’intesa nell’ambito degli accordi bilaterali di libero scambio Italia/India,
che diversifica, alla luce degli sviluppi del conflitto contro l’Iran e delle
relative incertezze geopolitiche, gli approdi dei corridoi energetici
mediterranei: ad Ovest Genova (collegata al Reno via Svizzera), ad Est Trieste
(verso Austria, Germania, Polonia, UE Centro Orientale). Col nuovo memorandum
inoltre il governo italiano sta provando a rafforzare le relazioni strategiche
e commerciali con l’India nei settori dell’industria, della produzione e
distribuzione dell’energia, del digitale, della sicurezza e Difesa. Se l’obiettivo
mediterraneo dell’Italia resta quello di proporsi come hub di collegamento tra vicino
Oriente, Nord Africa ed Europa, rilanciando partecipazione negli appalti per il
controllo occidentale di una rete articolata di porti ed infrastrutture logistiche
competitive e diversificate, già nel il piano di azione quinquennale 2025/29
sottoscritto nel 2025 era chiaro l’obiettivo strategico di fondo: fare
dell’Italia il partner di riferimento della UE contribuendo a sottrarla all’area
dei paesi Brics e puntando ad incrementare scambi e sbocchi (cooperazione per
la Difesa, sicurezza marittima, reti digitali, infrastrutture agroalimentari,
digitali, per la connettività, per ricerca ed applicazione dell’IA,
cooperazione scientifica) coi mercati dell’Indo/Pacifico, giocando un ruolo più
incisivo nel campo della sicurezza delle rotte commerciali e della resilienza
delle rotte di approvvigionamento.
Crisi da sovrapproduzione,
stagflazione, salari da fame
Già 10 anni fa Clifford Kraus, in un articolo
pubblicato sul New York Times sul calo della domanda cinese sull’economia
globale, denunciava il pericolo non più di un collasso finanziario come nel
2008, ma ammoniva sui rischi dell’imminente crisi da sovrapproduzione
globale accompagnata da una stagnazione di lungo periodo. Gli Usa tentavano
di pagare i debiti mentre aumentavano i tassi di interesse e le Companies che
avevano investito tanti capitali in attività estrattive, di raffinazione, di
shale gas, di fracking, si trovavano a dover produrre comunque. La regolazione di
una politica dei bassi tassi di interesse alimentava di fatto il boom
produttivo, provocando nel 2015 un continuo rallentamento dei prezzi, scesi a
meno del 25% del valore per materie prime come nichel, ferro, palladio, platino,
rame, mentre il petrolio scendeva al di sotto del 60%. Erano gli anni ruggenti
dell’iconico “wathever it takes” del presidente della Banca Centrale Mario
Draghi, lancia in resta nella difesa dell’Euro.
A commento
dell’articolo di Kraus, Bifo (Franco Berardi) arrivava a conclusioni
apparentemente parossistiche, partendo dall’evidenza che le aziende che si
indebitano con le banche per fare investimenti non si possono fermare. Per Bifo questo circolo vizioso è solo
apparentemente illogico, anche se si autoavvita a fronte di una crescita
divenuta ormai impossibile e che “non tornerà mai più”.
Se non c’è più bisogno di lavoro e crescita, allora il lavoro salariato non ha fondamento
alcuno. Se le Companies petrolifere stavano licenziando 250.000 operai ed altre
dichiaravano bancarotta, con la conclamata separazione tra funzione finanziaria
a servizio della speculazione ed “economia reale”, le stesse finivano per
essere l’emblema di una divaricazione storica irreversibile. Per salvare un’economia
mondiale annegata nel debito e per evitare lo sprofondamento dei mercati, le
banche centrali (della FED degli Usa, dell’Inghilterra, del Giappone) investirono
l’equivalente del 30% del PIL mondiale.
Fiumi di denaro pubblico sottratto alla società venivano
destinati ad imprese produttrici di beni a domanda calante (vedi contestuali chiusure
di 154 magazzini della catena Walmart e relativo licenziamento di 10.000
dipendenti). Alla riduzione della domanda il Capitale risponde riducendo il
salario e aumentando i livelli di sfruttamento. La “crescita” si ferma e
crolla; il tempo di lavoro necessario precipita, macchinari e nuove tecnologie
lo rendono sempre più appendice marginale e sostituibile. Il capitalismo è
“incapace di semiotizzare l’innovazione”, in quanto conosce solo il lavoro
salariato e l’accumulazione.
La risposta capitalistica alla disoccupazione di
massa, alla miseria, è la guerra dispiegata come un continuum, perché la guerra
è la continuazione dello sfruttamento con altri mezzi, appunto un “investimento
di capitali che non trovano sbocco”.
Unica via auspicabile per trovare una via di uscita da
tutto questo è saper perseguire ed organizzare una sostanziale e formale
“autonomia sociale dall’economia di accumulazione”, favorendo una mobilitazione
permanente e cooperante per una vera ricomposizione dal basso, per poter e
saper imporre quello che Chritian Marazzi chiama il “quantitative easing for
the people”.
Per conquistare, nell’epoca dell’IA e degli algoritmi del
controllo e della selezione dell’annientamento che alimenta la dominante
tanathocrazia, nell’epoca dello sfondamento della misurabilità delle leggi del
valore e del ricatto del salario, quali passaggi ineludibili, il Reddito
Universale di Cittadinanza e percorsi di rimedio collettivo alla “devastazione
psichica, culturale, ambientale”.
Non è più rinviabile la necessità di contrastare
all’unisono la convergenza delle devastazioni che continuano a produrre le
insopportabili e crescenti diseguaglianze a fronte di inenarrabili
concentrazioni di ricchezza in poche mani grondanti sangue. Mentre il debito
federale USA continua a crescere ad un ritmo di 10 miliardi di dollari al
giorno ed il pagamento degli interessi sul debito costa 2,8 miliardi di dollari
al giorno, quale potrà mai essere la propagandata “sostenibilità a lungo
termine”?
Nei soli primi 50 giorni di guerra all’Iran il mondo
ha perso oltre 50 miliardi di dollari di petrolio. Oggi i danni sono di gran
lunga maggiore e la strozzatura di Hormuz rischia di diventare la miccia per
una guerra dispiegata con lo spettro incontrollabile dell’uso incrociato delle
testate nucleari.
Fatih Birol, il direttore esecutivo dell’IEA (Agenzia
Internazionale per l’Energia), stima che nello scenario più ottimistico “ci
vorranno almeno 24 mesi per ripristinare l’intera produzione del Golfo Persico,
il cui calo rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale
di tutta la storia”. La domanda mondiale è in contrazione di 80.000 barili al
giorno.
In soli tre mesi sono scomparsi dai mercati 500
milioni di barili. Si tratta della più grande interruzione dell’approvvigionamento
energetico della storia moderna, che deve essere sommata alla distruzione sistematica
di porti, hub, raffinerie, in Iran e nei paesi del Golfo. Cosa sa produrre
davanti a tutto questo la politica europea?
Il Piano UE dello scorso 22 Aprile ha confermato che nessuna
tassa potrà sfiorare gli extraprofitti delle Companies; che il disaccoppiamento
tra gas ed elettricità non si potrà decidere erga omnes; ma i singoli paesi
europei potranno limitarsi a misure di riduzione della domanda energetica,
potranno stabilire misure per una maggiore efficienza energetica, potranno
favorire misure non vincolanti verso le “energie pulite”; potranno incentivare
il telelavoro a fini di risparmio, nonché incentivare i sussidi per il
trasporto pubblico (che in realtà con i SAD - sussidi ambientalmente dannosi – sono
già cospicui). In realtà i sussidi per calmierare il costo dei trasporti riguardano
soprattutto il settore privato, ancora molto legato al sistema su gomma, in
quanto corporazione capace di bloccare strade, autostrade, aree intermodali,
ipotecando ulteriormente sine die la produzione. UE e paesi aderenti navigano
in acque molto agitate.
Jawad Khalid, analista
pakistano di finanza climatica ed economia politica, riferendosi alla recente
decisione del governo britannico di dimezzare il contributo promesso appena due
anni fa al Green Climate Fund delle Nazioni Unite, sottolinea che il vero
motivo di questa decisione quantomeno imbarazzante non risiede
nell’attenuazione della crisi climatica, bensì nell’incremento della spesa in
armi. Si tratta del “più grande aumento della spesa per la difesa dai tempi
della guerra fredda”. Il pianeta,
a quanto pare, può aspettare, anche se non può. La scelta politica
dell’Inghilterra si sta compiendo in tutto il Nord del mondo: riarmarsi,
ritirarsi dagli impegni di sviluppo, lasciare che i paesi meno responsabili
della crisi climatica affrontino da soli le sue peggiori conseguenze.
La spesa militare globale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari nel 2025, portando
l’onere militare globale al 2,5% del PIL, il livello più alto dal 2009.
Quella europea da sola è aumentata del 14% a 864 miliardi di dollari, il livello
più alto mai registrato per il continente. La stessa analisi delle
Nazioni Unite ha rilevato che reinvestire solo il 15% della spesa militare globale,
circa 387 miliardi di dollari, sarebbe più che sufficiente a coprire i costi
annuali dell’adattamento climatico nei paesi in via di sviluppo. I soldi ci
sono. La volontà politica ovviamente no.
Gli aiuti internazionali allo sviluppo sono rapidamente
diminuiti del 23,1% nel 2025, il calo annuale più marcato mai registrato, con
gli Stati Uniti che
hanno tagliato il proprio budget per gli aiuti del 57%, la Germania del 17%
e Francia e Regno
Unito dell'11% ciascuno.
I Paesi che si sono industrializzati grazie
ai combustibili fossili, con le
emissioni storiche più elevate e le impronte di carbonio pro capite più alte,
sono quelli meno preoccupati da tutto questo.
Le stesse guerre che stanno uccidendo i
finanziamenti per il clima stanno generando profitti record altrove. I profitti
delle compagnie petrolifere e del
gas stanno salendo alle stelle, mentre il conflitto contro l’Iran continua.
Chevron, Shell, BP,
ConocoPhillips, Exxon, TotalEnergies, realizzeranno 2.967 dollari al secondo
di profitti nel
2026, quasi 37 milioni di dollari in più al giorno rispetto al 2025, con profitti
totali previsti per le sei società che raggiungeranno circa 94 miliardi di
dollari per l’anno.
BP ha tagliato gli
investimenti previsti nelle energie rinnovabili e
aumentato la spesa per petrolio e gas, Shell ha annacquato i suoi
obiettivi climatici per il 2030, ExxonMobil ha ridotto di un
terzo i suoi investimenti previsti a basse emissioni di carbonio; TotalEnergies
ha rifiutato di adottare un piano di transizione in linea con l'obiettivo di
1,5 °C di riscaldamento.
In linea di principio e di buon senso, le imposte sui profitti straordinari delle società di
combustibili fossili, a lungo discusse e raramente applicate, potrebbero
generare il tipo di entrate che i governi dei “paesi sviluppati” sostengono di
non avere più per il finanziamento del clima.
Un rapporto del febbraio 2026 di Climate Action
Network Europe mostra che il quadro esiste già, raccomandando un'imposta
differenziata sulle società applicata ai profitti dei combustibili fossili, con
entrate reinvestite direttamente nella transizione energetica e nel
finanziamento internazionale per il clima.
La mancanza di volontà politica per imporre
misure sussidiarie tratte dai cosiddetti “extraprofitti” è rivelatrice della
natura dei poteri dei governi dei paesi più ricchi; una natura gerarchizzata,
non più liberale ma neoliberista, a partire dal dominio sempre più
incontrastato di un pugno di multinazionali e di banche di investimento, che sono
i cani da guardia che non consentiranno di sfiorare i superprofitti dei
combustibili fossili e le fortune dei miliardari, con buona e disperata pace
delle nazioni più povere e vulnerabili al clima.
Quale possibile resistenza sui
territori e nei nostri mari all’epoca delle semplificazioni autorizzative e
della retorica del “Piano Mattei”
Le politiche energetiche del
governo Meloni
I recenti provvedimenti del governo
Meloni in materia di energia ed ambiente sono fatalmente improntati alla
gestione emergenziale dell’immediato. La situazione mondiale impone
schieramenti condizionati dalla costruzione ed dalla ricerca del nemico ed
impedisce di articolare un’adeguata strategia all’altezza dei bisogni sociali.
Il DL n 21 del 2026, convertito in
Legge n 49 del 10 Aprile 2026, denominato “decreto bollette”, mira anzitutto a contenere l'impatto dei rincari energetici su famiglie ed
imprese nei prossimi mesi, senza potersi concedere il lusso di interventi
strutturali, nemmeno per ridurre stabilmente il costo delle bollette delle imprese, limitandosi a mettere mano agli oneri di
sistema con provvedimenti a termine proporzionati alle disponibilità di cassa.
Schiacciata da una parte dalle
esigenze di propaganda e consenso politico e dalle limitazioni UE dall’altra,
la premier Meloni non può andare oltre una politica di bonus a termine, che pur
pesando sulle spalle dei contribuenti, non risolvono i problemi ai beneficiari selezionati.
Si destinano milioni di Euro alle famiglie
economicamente vulnerabili che già ricevono il bonus sociale
elettrico, per un contributo straordinario
di 115 euro nel 2026, nonché contributi volontari a carico dei venditori entro
una certa fascia ISEE.
Pur di trovare i mezzi pronta cassa
per rimediare alle falle più vistose, il governo taglia gli incentivi per gli
impianti fotovoltaici e quelli per biogas e biomasse, che serviranno per
ridurre le bollette per le utenze non domestiche, e rivende sul mercato il gas stoccato nel corso della crisi
energetica del 2022 per abbassare i prezzi delle bollette per le industrie
energivore, aumentando per un anno l'aliquota Irap per le aziende del comparto
energetico.
Per cercare di tenere in equilibrio
esigenze opposte, il governo si fa carico allo stesso tempo di sbloccare la
presentazione a Terna di domande di nuovi impianti di rinnovabili, al fine di
eliminare la cosiddetta "saturazione virtuale della rete"; promuovere
contratti di lungo termine per l'energia rinnovabile per le imprese; consentire
l'adesione alle comunità energetiche delle persone fisiche, anche nell'ambito
dei condomini, ma allo stesso tempo attiva nuove procedure autorizzative più
veloci per i Data Centers, che sono tra le strutture più energivore esistenti.
Non soltanto, perché dal 2027,
previo lasciapassare della UE, con un’operazione cosmetica i costi per la tassazione europea delle
emissioni ETS e per il trasporto verranno
scorporati dal gas usato per la produzione elettrica e spostati sulle
bollette dei consumatori (tanto per cambiare!...), per ridurre il costo
dell'elettricità, legato a quello del gas.
Dulcis in fundo, a dimostrazione
che finanche il cerchiobottismo ha smesso di avere spazio politico in questo
Paese, la dismissione delle centrali a carbone che avrebbero dovuto essere
chiuse entro il 2025 (ad eccezione di quelle della Sardegna) secondo il PNIEC
(Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima), vengono prorogate al 2038
per fronteggiare
la crisi energetica come fossimo tutti in trincea. Le centrali a carbone, quindi, resteranno accese per altri 13
anni rispetto a quando avrebbero dovuto essere spente
definitivamente. Dopo aver depotenziato la produzione elettrica puntando su
massicci investimenti in rinnovabili pulite, adesso si continuerà a produrre energia elettrica usando il carbone,
in nome della necessaria mitigazione degli effetti della guerra in Medio
Oriente che sta bloccando l’importazione del gas dai paesi del Golfo.
In Italia sono attive ancora
quattro centrali a carbone, una a Brindisi, una a Civitavecchia, due in
Sardegna.
La chiusura delle centrali di Brindisi e
Civitavecchia era stata prevista per il 31
dicembre 2025, in quanto il carbone era considerato troppo inquinante, ma
invece di essere dismesse a fine anno, il Governo ha preferito tenerle inattive
per essere riaccese in caso di una nuova crisi energetica (come poi è puntualmente
accaduto…). Le centrali della Sardegna, invece, non
dovevano essere dismesse, in quanto la loro chiusura era già stata rinviata al 2028 perché l’isola non è
collegata alla rete elettrica italiana e il carbone resta la fonte principale
dell’energia elettrica. Ultraparadosso della politica italiana! La Sardegna,
che poteva e doveva rappresentare un modello di virtuosa transizione energetica
pulita, resta prigioniera di gas e carbone!
Alla piaggeria
di orgogliosi commentatori filo governativi che nel percorso avviato dal Governo Meloni ravvisano
un cambio di passo capace di riportare la pianificazione energetica nella sfera
strategica dello Stato, rafforzare le infrastrutture nazionali e dare al Paese
una direzione chiara nella transizione, bisogna pur ricordare che la
centralizzazione politica della gestione delle autorizzazioni ha prodotto
troppi danni in questo Paese proprio in virtù di una costante e perversa
ossessione della centralizzazione a danno della democrazia e dei territori; che
lo Stato Ue dove i costi energetici sono più alti è proprio l’Italia e che solo
mettendo mano ad una coerente scelta strategica a favore delle rinnovabili
pulite e per la definitiva uscita dalla schiavitù del fossile si potrà
consentire uno strutturale disaccoppiamento dei costi e delle accise, che
riverberandosi continuano a colpire le bollette di cittadini ed imprese.
Se il refrain
filogovernativo è che la transizione non può più attendere, ma deve poggiare su
basi solide — tecniche, istituzionali e industriali — per garantire all’Italia
un ruolo forte nel nuovo ordine energetico globale, bisogna rispondere che la
maschera è caduta, che la transizione o la fai o non la fai. Continuare con i
“ma” invocando condizioni realistiche rinviate sine die, vuol dire che il
governo è appendice di Eni, Enel, Snam….
Già il
“decreto bollette” 2025 affidava a Terna un ruolo
più centrale nella progettazione e nelle autorizzazioni, con il Ministero che
coordina l’intero percorso; consentiva la cattura e stoccaggio della CO₂,
permettendo a ENI di passare dal progetto
pilota alla fase industriale nel sito di Ravenna come primo tassello di una
filiera italiana.
Nel Paese in cui in pochi anni viene elaborato il farraginoso strumento del
PiTESAI – Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee –
mappa nazionale che stabiliva le aree idonee e non idonee dove fosse possibile
cercare e produrre gas e petrolio e dove no, con criteri unici per permessi e
concessioni e poi lo stesso viene affondato come una vecchia nave carretta, non
è possibile ignorare che il più alto livello di complicità storicamente
raggiunto tra governo e multinazionali estrattive si è prodotto proprio col
silenzio di una compagine governativa e ministeriale che ha preferito assistere
all’affondamento della nave piuttosto che attivare il dovere istituzionale di ricorrere
ed appellarsi, a fronte del sancito annullamento (sentenza n. 2872/2024) del PiTESAI
per mano del TAR Lazio, poi formalizzato con l’abrogazione nel Decreto
Ambiente.
Sul piano delle dinamiche autorizzative, il cosiddetto “nuovo quadro
normativo”, alle spalle di una propagandata maggiore flessibilità e coerenza,
continua a spacciare per politica energetica nazionale una congerie di accordi
di convenienza coperti da una spessa ed opaca coltre, al riparo da ogni
trasparenza.
L’annullamento del PiTESAI ha aperto una nuova fase per la politica
estrattiva italica all’ombra del comma 2, articolo 2 del c.d. “Decreto
Ambiente”, convertito in legge nel dicembre 2024 (decreto-legge
17 ottobre 2024, n. 153, coordinato con la legge di conversione 13 dicembre
2024, n. 191 , recante: «Disposizioni urgenti per la tutela ambientale del
Paese, la razionalizzazione dei procedimenti di valutazione e autorizzazione
ambientale, la promozione dell’economia circolare,
l’attuazione di interventi in materia di bonifiche di siti contaminati e
dissesto idrogeologico), vero capolavoro di machiavellico
capovolgimento delle priorità e dei destini climatici nazionali.
Così recita l’art. 2, titolato Le Disposizioni urgenti per
coniugare le esigenze di salvaguardia dell’ambiente con le esigenze di
sicurezza degli approvvigionamenti
che al comma 2 stabilisce: A decorrere dalla data di entrata in vigore
del presente decreto, il conferimento di permessi di ricerca e di concessioni
di coltivazione di idrocarburi liquidi sul territorio nazionale e a mare non è
consentito. Il primo periodo non si applica nel caso di concessioni di
coltivazione di idrocarburi liquidi da conferire in relazione ad attività di
ricerca svolte sulla base di permessi rilasciati prima della data di entrata in
vigore del presente decreto, ancorché non concluse alla medesima data. Le
attività di coltivazione di idrocarburi liquidi svolte sulla base di
concessioni già conferite alla data di entrata in vigore del presente decreto o
da conferire ai sensi del secondo periodo proseguono per la durata di vita
utile del giacimento.
Il BUIG è mensilmente testimone dei permessi di Ricerca di idrocarburi
liquidi e gassosi prima bocciati o limitati dal PiTESAI e successivamente
ripescati e resi redivivi grazie alla sua decapitazione. Non solo, ancora molti
potranno essere gli zombies petroliferi, ma la nuova normativa ha abbattuto le
stesse decisioni della Conferenza dei Servizi Stato/Enti/Regioni del dicembre
2021, che stabilì la compatibilità della ricerca del solo gas e non anche del
petrolio.
Dopo due tentativi governativi andati deserti di fare le aste basate sul
criterio della sottoscrizione dell’affidamento esclusivo allo Stato da parte
delle multinazionali del cosiddetto “gas nazionale”, con prezzo basato sul
costo reale di produzione più royalties, gestito con bandi gestiti dal GSE, con prezzi del “gas nazionale” venduto a un prezzo calmierato e
certificato, resta, insieme alla certezza della scelta speculativa (e non certo
patriottica!) delle Companies, la scelta di adottare procedure accelerate per imporre
il passaggio da istanze a permessi di ricerca e quindi a concessioni di
coltivazione tramite VIA unica e Conferenza dei Servizi prioritaria.
La risposta dell'esecutivo italiano ad una crisi che otre alle sovrastanti criticità
delle dinamiche finanziarie deve fare i conti con una carenza reale di offerta,
con meno petrolio e gas disponibili, in un quadro di maggiore ed accesa
competizione globale per accaparrarseli, con prezzi che salgono e margini di
intervento che si restringono sempre di più, è farraginosa e contraddittoria,
muovendosi per direttrici parallele che faticano a trovare un punto di
equilibrio. Contemperare il contenimento immediato dell'impatto dei rincari con
la sempre più evidente necessità di prepararsi ad una prolungata fase di scarsità è già diventato
un gioco rischioso e sempre meno possibile.
Se non si cambia radicalmente rotta, la solita linea di intervento basata
sulla riduzione temporanea delle accise su benzina e gasolio per contenere
l'aumento dei prezzi alla pompa, presto smetterà di dare sollievo immediato a
famiglie ed imprese, rendendo impossibile frenare il blocco totale dei
trasporti pubblici e privati.
Se il petrolio manca, abbassarne il prezzo non ne aumenta di certo la
disponibilità. Al contrario, si rischia di sostenere la domanda proprio mentre
l'offerta si riduce. In una crisi come questa una parte rilevante delle risorse
pubbliche finisce per alimentare la domanda globale e quindi i prezzi,
trasferendo di fatto ricchezza verso i Paesi esportatori di energia, mentre il
beneficio temporaneo tende a concentrarsi su chi consuma di più, lasciando così
più esposte proprio le fasce più vulnerabili (che il beneficio lo percepiscono
di meno…). Oltretutto, siamo al circolo vizioso: tagliare le accise significa
rinunciare a entrate fiscali; quindi cercare ed individuare altrove le risorse
per compensare. Già la redistribuzione interna della spesa pubblica implica riduzioni che coinvolgono diversi
comparti e ministeri, inclusi Sanità ed
Istruzione.
Al sollievo immediato e a termine sul prezzo dei carburanti corrisponde una
compressione di risorse destinate a settori essenziali dello Stato Sociale. La
crisi energetica non è inoltre solo questione di prezzi, ma di disponibilità.
L'energia costa di più perché è anche più scarsa; da qui la necessità di
consumarne meno.
Ridurre temporaneamente il prezzo
dei carburanti mentre si invita a limitarne l'uso crea un evidente
cortocircuito. Da un lato si spinge verso il risparmio energetico, dall'altro
si abbassa il costo di ciò che si vorrebbe ridurre. Le strategie di riduzione
dei consumi e l’implementazione della modalità di prestazione lavorativa
tramite smart working appaiono strategie inefficaci e contraddittorie secondo
la stessa logica di riproduzione delle leggi capitalistiche del valore.
Le specificità del contesto economico italiano fanno contemplare che dopo
anni di crescita rallentata (post Covid) è nel fatto che il Paese,
avvicinandosi alla fase delicata della progressiva conclusione degli
investimenti legati al PNRR, subisca, come ha rilevato pochi giorni fa il
ministro dell'Economia Giorgetti, il rischio che, in presenza di prezzi
energetici elevati e prolungati, il PIL possa entrare in territorio negativo già
entro il 2026. In questo scenario, il governo starebbe quindi valutando la
possibilità di chiedere all'Unione europea maggiore flessibilità, fino alla
sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (cioè delle regole che limitano
deficit e debito pubblico), per poter aumentare la spesa pubblica e sostenere
l'economia.
Senza margini di spesa aggiuntivi, diventa complicato per il governo poter
intervenire per contenere l'impatto dei rincari. L’ostacolo politico e tecnico
a questa richiesta è la UE, che farebbe aperture a questa possibilità solo in
presenza di una grave e conclamata crisi. L’agognata flessibilità arriverebbe infatti
soltanto quando la recessione sarà già in atto, come fanno intendere il
commissario Ue per l’Economia Dombrovskis (ogni intervento dovrà comunque garantire la
sostenibilità dei conti pubblici) e la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ("Ho
ribadito che le misure di bilancio
devono rispettare quello che chiamo il principio delle tre T: devono essere
temporanee, mirate e su misura. Qualsiasi deviazione da questi principi sarebbe
controproducente e potrebbe portare a un diverso orientamento della politica
monetaria").
Lasciando da parte per adesso l’indecorosa palingenesi
del ritorno alla convenienza del gas russo e del suo petrolio raffinato da
paesi terzi ma a prezzi convenienti, è sufficiente rilevare ancora una volta la
mancanza di unità politica, culturale, programmatica, dei paesi della compagine
UE. Per un mix di opportunismo e subordinazione alla Nato ed agli USA, questi
paesi non sono in grado di sospendere il piano di finanziamento pubblico e
privato decennale lacrime e sangue inizialmente denominato Rearm EU (ribattezzato Readiness
2030), il cui obiettivo è investire fino a 800 miliardi di Euro per
rafforzare le infrastrutture di difesa europea in risposta alle presunte minacce geopolitiche rappresentate
dalla guerra Russo/Ucraina ed alle incertezze sul sostegno militare
degli Stati Uniti
d'America.
La complessità della crisi stessa in atto fa emergere
con forza ad intensità variabile la sua dimensione totalizzante.
Le mobilitazioni internazionali contro i rischi di
Terza Guerra Mondiale e a difesa del diritto di autodeterminazione e contro il
genocidio del popolo palestinese; le numerose e diffuse mobilitazioni contro le
continue aggressioni imperialiste concepite ed attuate dal diabolico duo
USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba…, hanno fatto
emergere all’unisono identità, sensibilità politico/culturali, capacità
organizzative intergenerazionali, che hanno consentito modi e forme inedite di
solidarietà, con un potenziale enorme di capacità creativa, di analisi, di scambio
comunicativo orizzontale.
Il
dispiegamento intercontinentale di questo vero e proprio movimento rappresenta
oggi, nella potenza della sua materialità, il punto di riferimento principale,
la chiave di volta ineludibile per poter cercare di interpretare la fase
attuale dei conflitti, ma allo stesso tempo rappresenta il luogo, il corpo vivo
di ricomposizione teorica e pratica delle tante vertenze ambientali e
climatiche; del diritto alla mobilità migrante, così come del diritto
all’acqua, alla sanità, all’istruzione.
Mentre le tecnocrazie fascistoidi che operano in barba
al diritto internazionale tentano di imporre un nuovo disordine mondiale ad
immagine e somiglianza del “più forte first”, del monopolio della ricchezza e
dell’apartheid, il campo di coltivazione delle utopie e delle pratiche del
diritto universale ed antirazzista è la straordinaria e colorata galassia delle
differenze convergenti su obiettivi strategici del valore d’uso.
Le resistenze sui territori sono il
pane e le rose dell’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.
Le resistenze rischiano di essere soffocate non solo
dalla repressione montante messa in campo dalla miseria politica di governi
sempre meno legittimati e sempre più allineati ai capricci del perverso duo
israelo/amerikano, ma nella e dall’afasia, dalla parcellizzazione frammentata,
spesso dall’isolamento e dalla solitudine.
Se siamo state/i capaci di ribaltare le attese di una
marcia trionfale verso il presidenzialismo e la distruzione della separazione
democratica dei poteri in occasione del recente referendum confermativo di
revisione costituzionale; se siamo la Flotilla di terra e di mare che bloccando
tutto sa creare crepe nel dominio assoluto su Gaza; se sappiamo individuare e
denunziare i covi di produzione di morte che fabbricano armamenti; se sappiamo
salvare dal “cimitero liquido” del Mediterraneo quote di disperati che fuggono
da guerre e miseria; se sappiamo tendere una mano solidale a chi è sfruttato e
rischia di perdere il lavoro e il salario; se sappiamo tenere la testa alta nel
denunziare e contrastare la contrazione dei servizi sanitari e
l’aziendalizzazione della Scuola Pubblica, dobbiamo anche essere capaci di
difendere il territorio, combattere per bonificare dai Pfas e dai mille veleni
le sue acque, fino ad uscire definitivamente dal ricatto dei fossili.
Nella logica della valorizzazione orizzontale delle
convergenze, si chiede disponibilità immediata per costruire insieme un’agenda
di mobilitazioni capace di squarciare il velo del silenzio e del nascondimento.
Ciò che si propone è la generosa messa in campo di relazioni, di saperi, di
corpi, per mettere a punto una più efficace metodologia di mobilitazione,
puntando ad almeno 3 o 4 appuntamenti collettivi annuali.
Se in questa assemblea virtuale
l’invito viene raccolto, si potrebbe già decidere di partire con la
costruzione e realizzazione di una 3 giorni in Basilicata a metà luglio.
Perché la Basilicata non è “soltanto” gas, petrolio, monnezza, ma è anche la
terra di Stellantis e del suo indotto in crisi; è terra di esodo dei giovani; è
territorio aziendale in svendita promesso dal suo presidente regionale Bardi al
ministro della guerra Crosetto, perché ne faccia a suo piacimento un
laboratorio integrato per ricerca e produzione bellica, dalla scuola alla
fabbrica.
Cosa vogliamo fare? Il
dibattito è aperto.
Francesco Masi, in occasione
dell’assemblea annuale CNNT del 29 Maggio 2026
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