La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio
Pepino
Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.
L’autunno
scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo,
qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso
emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di
guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto
nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma
anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22
settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i
loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento
finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i
modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili –
o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso
scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa
della Flotilla –
smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza
e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di
parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi
pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di
suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente
all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci
sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto
versi, un miracolo.
Nei giorni
scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il
nuovo atto di pirateria di Israele contro
le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro
dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne
e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante.
È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel
nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni,
costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati
– descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti,
giornalisti, film makers e intellettuali non
omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri
cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare
a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e
balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono
state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è
incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono,
almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e
“Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere
tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di
qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.
Tutto questo
ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre
prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago
che persegue un mondo diverso.
Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati
al centro del campo politico due valori desueti che sono,
invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la
mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno
avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto –
diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di
una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno
messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio
entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e
calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri
mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un
mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha
ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può
trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore
della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di
chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.
Secondo. Un ulteriore dato, non scontato,
ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di
generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le
manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche
anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva
da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi
sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra
donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli
obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni,
diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le
differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza.
E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.
Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati
marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si
governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita
dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza.
Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e
altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o
arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli
equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto
il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la
violenza e rendendo tangibile che la vittoria non
è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.
Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate
che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i
media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato,
finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica.
Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la
violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la
politica deve essere creativa.
Quinto. Quanto sin qui descritto non
sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio
dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli
delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano
incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di
“vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie
e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi,
torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di
persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e
la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una
rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza,
tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».
C’è molto
nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà
sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è
acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.
I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta
Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne
del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur
compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi
Quali effetti
concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global
Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o
medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma
immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.
Dunque parliamo
di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite,
e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale
verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di
quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di
qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse
di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate
perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non
avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in
maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.
Ma spero comunque
che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni
cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello
secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci
sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del
governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio
Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo
come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di
Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra
cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare
questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La
nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.
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