Temo si sia caduti in una grande trappola. Io stesso – che ho avuto una sorta di aristocratico rigetto di fronte al solito misero e improprio attacco alla Fantascienza venuto da «La lettura» (*) – ora me ne dolgo: sono parimenti caduto nella trappola. Ho solo considerato l’attacco, che ci costringeva a essere vigili, perché ci allenava ad affrontare le difficoltà ambientali, che ci aspettano e ci spettano. Che non smetteremo di ricevere finché ci ostineremo a insistere con le nostre visioni del mondo, il nostro sentire, la capacità di guardare nei tempi che attraversiamo, per individuare il disagio crescente che viviamo.
Tuttavia l’attacco – me ne rendo conto con ritardo – ha qualcosa
di nuovo, pur essendo nel solito solco della superficialità, dell’incompetenza
e del partito preso. Non nelle argomentazioni, che quì la spinta sembra essere
la stessa: dir male e sempre più male. C’è del nuovo perchè si inserisce in un
contesto ideologicamente degenerato, nel quale la capacità di scandagliare il
presente (e futuro prossmo) ragionando in modo nuovo è gravemente compromessa.
L’oggettività compromessa. La verità resa estremamente problematica. Fino al
punto che omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine (USA) – nonostante la
documentazione che li comprova – vengono negati dal potere. Pur sapendo che
quei documenti girano. Sapendo che noi tutti sapevamo e sappiamo. La loro verità fa agio su ogni altra,
eludendo ogni prova, essendo che – detto senza mezzi termini – la volontà del
despota in pectore, faceva e fa agio su ogni
altra. Quel che contava è conta è la sua povera piccola mutevole opinione.
Dobbiamo dunque sapere che non basta rintuzzare le insignificanti
argomentazioni con cui ci si attacca; e neppure, lo dico per inciso, lamentare
l’acquiescenza della portaerei lanciamissili utilizzata per portare questo
ennesimo attacco. Quel che importa è mettere in evidenza che è un attacco
contro la cultura sedimentata nel mondo. Contro una concezione di fare arte e
di criticare i prodotti dell’arte. L’equivoco di fondo non risiede
nell’estraneità della fantascienza al demerito previsionale che le si
attribuisce (con superficialità e insensatezza) ma nel nullismo insito in
questa critica. Da dove esce
fuori che un prodotto artistico possa essere utilizzato come palla di vetro per
prevedere il futuro? Da quale dibattito (non parlo di singole
opinioni) scaturisce questa necessità di denigrare gli scrittori di
fantascienza come Falsi Profeti?
Mauro Covacich ha inteso toccare i (secondo lui) punti
dolenti di una bocciofila, o fare i conti con un vasto movimento letterario che
ha influenzato in profondità il pensiero del Novecento? Ha idea della vastità e
profondità del movimento contro cui si schiera? Oppure ha solo dato forma a una
istanza della cultura dominante in trasformazione, che calcola di affossare
ogni pensiero divergente per sostituirlo con i punti di vista dei Signori
piccoli piccoli (ma dotati di grandi mezzi) che ambiscono irregimentare
il pensiero delle masse?
Dunque, tutto quello che è successo nella Fantascienza del
Novecento sarebbe inficiato dall’incapacità di effettuare previsioni che
Covacich individua nei pochi resti di
fantascienza con i quali è venuto occasionalmente in contatto. Non si domanda
(se ne guarda bene) come mai autori che si rifanno a un movimento culturale che
pretende di «prevedere» il futuro, ma non lo fa, continuino a avere successo,
nonostante si trovino in palese contraddizioni con quanto – secondo lui –
avevano promesso. Ma soprattutto non entra nel merito, non gli interessa porre
in evidenza la validità di questa falsa premessa. Quanto estranea ai
propositi di chiunque entri nel campo della letteratura militante.
Lo faccio io per lui. Essendo la letteratura «funzione di vita
allargata», parte del contributo offerto all’umanità per la sua umanizzazione.
Costituzione permanente del reale, a danno dell’«animalità».
È questo che la gran parte degli scrittori di fantascienza ha
inteso fare. Non prevedere, ma ampliare i pensieri e la consapevolezza intorno
alla vita; fornire elementi alla costruzione del reale e del possibile. Non
utilizzando gli elementi irreali delle convenienze di nuovi despoti, ma
sondando nel presente per evidenziare ciò che a questa maggiore consapevolezza possa
essere utili per accrescere l’Uomo.
La migliore Science
Fiction, passato il rodaggio dei primi anni, ha subito preso posizione,
sfidando sistematicamente il potere. Persino scrittori conservatori come
Heinlein o Vang Vogt hanno spesso indicato correttamente quello di cui
bisognava avere paura. Non solo Vonnegut, Pohl, Dick, Simak e Aldani. Lo
facevano rafforzando le visioni che potessero mettere sull’avviso, fornire
migliore consapevolezza sulle cose del mondo. Affinando pensieri e sentimenti.
È di consapevolezza che parlo. Di cittadini più maturi e critici.
Può esserci peccato maggiore per un «accademico» dell’attività di
chi mette in forse quello che sappiamo (o crediamo di sapere) del Mondo? Di un
mondo immobile, unico, granitico, ingiusto e pericoloso che però si cerca di
presentare in modo utile e onorevole e appetibile? Per il potere (Accademia
inclusa) non c’è peccato peggiore di questo.
Da cui la necessità di attaccarci «sul sesso degli angeli». E noi
costretti a sprecare energie per inseguirli sul piano del nulla.
La fantascienza non è pattume come quella così definita (a
casaccio) che magari arriva in finale dei premi Strega. Ricordiamo ai Covacich che siamo meglio: un ambito
disorganizzato che si ostina a elevare argini contro la banalizzazione e i
discorsi dati per negare ciò che è impossibile cancellare. La Fantascienza, con
i suoi limiti, insiste. Persevera. Chi persevera nel gettare sterco addosso a
una letteratura immaginifica sarà il primo a rimanerne imbrattato.
Pongo alcune domande agli amici “fantascientisti”. Confido che
qualcuno mi risponderà. Stante che la fantascienza abbia fallito in quanto
letteratura della previsione (ma questa non era la sua “missione”) ci si può
interrogare sul mistero di testi “datati” che continuano a essere pubblicati?
Senza trovare rigetto in lettori e lettrici molto diversi nel Novecento e nel
Duemila. Testi che se pubblicati senza l’etichetta disonorevole – che i
Covacich cercano di ampliare – ottengono successo e suscitano spesso dibattiti
importanti.
E i “non-covacich”
si sono accorti delle forme e degli stili adoperati? Della capacità, o meno, di
sondare la contemporaneità? Di porre domande (e a volte cercare risposta) che
possano contribuire all’allargamento della vita?
Credo di sì, che si possa. Ma non è dai Covacich che
possiamo aspettarci un serio (benché critico) contributo.
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