mercoledì 5 agosto 2026

Fantascienza: gatta ci Cova(vich) - Mauro Antonio Miglieruolo

Temo si sia caduti in una grande trappola. Io stesso – che ho avuto una sorta di aristocratico  rigetto di fronte al solito misero e improprio attacco alla Fantascienza venuto da «La lettura» (*) – ora me ne dolgo: sono parimenti caduto nella trappola. Ho solo considerato l’attacco, che ci costringeva a essere vigili, perché ci allenava ad affrontare le difficoltà ambientali, che ci aspettano e ci spettano. Che non smetteremo di ricevere finché ci ostineremo a insistere con le nostre visioni del mondo, il nostro sentire, la capacità di guardare nei tempi che attraversiamo, per individuare il disagio crescente che viviamo.

Tuttavia l’attacco – me ne rendo conto con ritardo – ha qualcosa di nuovo, pur essendo nel solito solco della superficialità, dell’incompetenza e del partito preso. Non nelle argomentazioni, che quì la spinta sembra essere la stessa: dir male e sempre più male. C’è del nuovo perchè si inserisce in un contesto ideologicamente degenerato, nel quale la capacità di scandagliare il presente (e futuro prossmo) ragionando in modo nuovo è gravemente compromessa. L’oggettività compromessa. La verità resa estremamente problematica. Fino al punto che omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine (USA) – nonostante la documentazione che li comprova – vengono negati dal potere. Pur sapendo che quei documenti girano. Sapendo che noi tutti sapevamo e sappiamo. La loro verità fa agio su ogni altra, eludendo ogni prova, essendo che – detto senza mezzi termini – la volontà del despota in pectore, faceva e fa agio su ogni altra. Quel che contava è conta è la sua povera piccola mutevole opinione.

Dobbiamo dunque sapere che non basta rintuzzare le insignificanti argomentazioni con cui ci si attacca; e neppure, lo dico per inciso, lamentare l’acquiescenza della portaerei lanciamissili utilizzata per portare questo ennesimo attacco. Quel che importa è mettere in evidenza che è un attacco contro la cultura sedimentata nel mondo. Contro una concezione di fare arte e di criticare i prodotti dell’arte. L’equivoco di fondo non risiede nell’estraneità della fantascienza al demerito previsionale che le si attribuisce (con superficialità e insensatezza) ma nel nullismo insito in questa critica. Da dove esce fuori che un prodotto artistico possa essere utilizzato come palla di vetro per prevedere il futuro? Da quale dibattito (non parlo di singole opinioni) scaturisce questa necessità di denigrare gli scrittori di fantascienza come Falsi Profeti?

Mauro Covacich ha inteso toccare i (secondo lui) punti dolenti di una bocciofila, o fare i conti con un vasto movimento letterario che ha influenzato in profondità il pensiero del Novecento? Ha idea della vastità e profondità del movimento contro cui si schiera? Oppure ha solo dato forma a una istanza della cultura dominante in trasformazione, che calcola di affossare ogni pensiero divergente per sostituirlo con i punti di vista dei Signori piccoli piccoli (ma dotati di grandi mezzi) che ambiscono  irregimentare il pensiero delle masse?

Dunque, tutto quello che è successo nella Fantascienza del Novecento sarebbe inficiato dall’incapacità di effettuare previsioni che Covacich individua nei pochi resti di fantascienza con i quali è venuto occasionalmente in contatto. Non si domanda (se ne guarda bene) come mai autori che si rifanno a un movimento culturale che pretende di «prevedere» il futuro, ma non lo fa, continuino a avere successo, nonostante si trovino in palese contraddizioni con quanto – secondo lui – avevano promesso. Ma soprattutto non entra nel merito, non gli interessa porre in evidenza la validità  di questa falsa premessa. Quanto estranea ai propositi di chiunque entri nel campo della letteratura militante.

Lo faccio io per lui. Essendo la letteratura «funzione di vita allargata», parte del contributo offerto all’umanità per la sua umanizzazione. Costituzione permanente del reale, a danno dell’«animalità».

È questo che la gran parte degli scrittori di fantascienza ha inteso fare. Non prevedere, ma ampliare i pensieri e la consapevolezza intorno alla vita; fornire elementi alla costruzione del reale e del possibile. Non utilizzando gli elementi irreali delle convenienze di nuovi despoti, ma sondando nel presente per evidenziare ciò che a questa maggiore consapevolezza possa essere utili per accrescere l’Uomo.

La migliore Science Fiction, passato il rodaggio dei primi anni, ha subito preso posizione, sfidando sistematicamente il potere. Persino scrittori conservatori come Heinlein o Vang Vogt hanno spesso indicato correttamente quello di cui bisognava avere paura. Non solo Vonnegut, Pohl, Dick, Simak e Aldani. Lo facevano rafforzando le visioni che potessero mettere sull’avviso, fornire migliore consapevolezza sulle cose del mondo. Affinando pensieri e sentimenti. È di consapevolezza che parlo. Di cittadini più maturi e critici.

Può esserci peccato maggiore per un «accademico» dell’attività di chi mette in forse quello che sappiamo (o crediamo di sapere) del Mondo? Di un mondo immobile, unico, granitico, ingiusto e pericoloso che però si cerca di presentare in modo utile e onorevole e appetibile? Per il potere (Accademia inclusa) non c’è peccato peggiore di questo.

Da cui la necessità di attaccarci «sul sesso degli angeli». E noi costretti a sprecare energie per inseguirli sul piano del nulla.

La fantascienza non è pattume come quella così definita (a casaccio) che magari arriva in finale dei premi Strega. Ricordiamo ai Covacich che siamo meglio: un ambito disorganizzato che si ostina a elevare argini contro la banalizzazione e i discorsi dati per negare ciò che è impossibile cancellare. La Fantascienza, con i suoi limiti, insiste. Persevera. Chi persevera nel gettare sterco addosso a una letteratura immaginifica sarà il primo a rimanerne imbrattato.

Pongo alcune domande agli amici “fantascientisti”. Confido che qualcuno mi risponderà. Stante che la fantascienza abbia fallito in quanto letteratura della previsione (ma questa non era la sua “missione”) ci si può interrogare sul mistero di testi “datati” che continuano a essere pubblicati? Senza trovare rigetto in lettori e lettrici molto diversi nel Novecento e nel Duemila. Testi che se pubblicati senza l’etichetta disonorevole – che i Covacich cercano di ampliare – ottengono successo e suscitano spesso dibattiti importanti.

E i “non-covacich” si sono accorti delle forme e degli stili adoperati? Della capacità, o meno, di sondare la contemporaneità? Di porre domande (e a volte cercare risposta) che possano contribuire all’allargamento della vita?

Credo di sì, che si possa. Ma non è dai Covacich che possiamo aspettarci un serio (benché critico) contributo.

da qui

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