C’è una lettura tanto diffusa quanto rassicurante della storia recente italiana: quella secondo cui il giustizialismo sarebbe nato come reazione al berlusconismo, come anticorpo morale a una stagione segnata da conflitti di interesse e concentrazione del potere. È una lettura che assolve chi la propone, perché consente di immaginarsi dalla parte giusta della storia. Ed è, proprio per questo, una lettura profondamente sbagliata.
Il
giustizialismo non è stato l’antidoto al berlusconismo. Ne è stato, per molti versi, il
complemento. Entrambi hanno contribuito a costruire ciò che si può definire un
vero e proprio paradigma giudiziario: la progressiva trasformazione della
politica in materia penale, del conflitto sociale in questione giudiziaria,
della legittimazione democratica in giudizio morale. Non è un processo
improvviso, ma una lenta sedimentazione che affonda le radici negli anni
Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e l’irruzione di Mani Pulite
aprono uno spazio che la politica non riesce più a occupare.
In quel
vuoto si afferma una nuova grammatica pubblica. Non si discute più di
programmi, ma di imputazioni. Non si costruiscono alternative, ma si attendono
sentenze. La politica smette di essere il luogo del conflitto e diventa il
teatro del giudizio. Da un lato, il berlusconismo costruisce il proprio
racconto sulla delegittimazione della magistratura, trasformando il processo in
persecuzione. Dall’altro, si consolida una cultura politica e mediatica che fa
del procedimento penale il criterio principale per valutare l’agire pubblico.
Sono due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà perfettamente
simmetrici: entrambi contribuiscono a rendere il giudizio penale il linguaggio
dominante della politica.
È in questo
passaggio che il giustizialismo rivela la sua natura più profonda: non una
semplice posizione giuridica, ma una forma culturale diffusa, quasi un riflesso
automatico di una società in crisi. Quando la politica perde credibilità,
quando la rappresentanza si svuota e il futuro appare opaco, la domanda di
giustizia tende a trasformarsi in domanda di punizione. Non si tratta più di
stabilire responsabilità, ma di individuare colpevoli. Non si tratta di
comprendere, ma di compensare.
In questo
slittamento si inserisce quello che la teoria critica ha definito populismo
penale: l’uso del diritto penale come risposta simbolica a problemi che sono in
realtà sociali, economici, strutturali. Quando il conflitto scompare dalla scena
pubblica, ciò che resta è il capro espiatorio. E la giustizia diventa il luogo
in cui una società tenta di elaborare, in forma semplificata, il proprio
disagio.
Dentro
questo quadro, il ruolo dei media non è secondario. Non si limitano a
raccontare i processi: li anticipano, li interpretano, li costruiscono come
narrazione. L’indagine diventa verità preliminare, il sospetto si consolida
come evidenza, il processo si svolge prima ancora che inizi. È in questo spazio
che si comprende la funzione di Marco Travaglio, non come anomalia, ma come
interprete coerente di una grammatica già data. Il suo stile – fatto di
allusioni, di ricostruzioni insinuanti, di centralità dell’accusa – risponde
perfettamente a una domanda sociale precisa: quella di una giustizia immediata,
leggibile, emotivamente appagante. Travaglio non inventa il giustizialismo. Lo
organizza, lo rende quotidiano, gli dà una forma riconoscibile.
Il punto,
tuttavia, non è personale e non riguarda una singola figura, ma un’intera
configurazione culturale e politica. L’espansione del paradigma penale si
accompagna infatti, quasi sempre, al ritiro dello Stato sociale: quando
arretrano le politiche redistributive, avanzano quelle punitive, e il
conflitto, invece di essere affrontato nelle sue cause, viene progressivamente
spostato su un altro terreno. Non si interviene più sulle radici delle
disuguaglianze, ma sui comportamenti che ne derivano, fino a trasformare la
questione sociale in una questione criminale.
In questo
senso, il giustizialismo non è mai davvero sovversivo. È un dispositivo di
stabilizzazione. Offre una compensazione simbolica al posto di un cambiamento
reale. Consente di spostare l’attenzione dalla struttura alla colpa
individuale, dal sistema al singolo. E così facendo finisce per proteggere
proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione.
Il
berlusconismo ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, ma non nel modo in
cui spesso lo si racconta. Non è stato solo un fenomeno politico, ma un
passaggio di fase. Ha contribuito a consolidare una serie di tendenze che gli
sono sopravvissute: la personalizzazione della politica, la
spettacolarizzazione del conflitto, la centralità del giudizio morale. La sua
fine non ha chiuso quel ciclo. Lo ha semplicemente reso meno visibile, più
diffuso, più strutturale.
È dentro
questa lunga durata che va letta anche la recente vittoria del No al referendum
sulla giustizia. Una vittoria importante, perché respinge una torsione
plebiscitaria e difende un equilibrio fragile tra i poteri. Ma sarebbe un
errore considerarla risolutiva. Se quel No si limita a conservare l’esistente,
senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in
questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa. Una pausa dentro lo stesso
schema che ha svuotato la politica e riempito il diritto penale di funzioni che
non gli appartengono. Una pausa che congela, ma non trasforma. Perché ciò che è
in discussione non è soltanto l’assetto delle istituzioni, ma il modo in cui
una società ha imparato a pensare sé stessa: attraverso la colpa invece che
attraverso il conflitto, attraverso la punizione invece che attraverso il
cambiamento. Se il No non diventa l’occasione per rompere questa grammatica,
per restituire alla politica il suo terreno e alla giustizia i suoi limiti,
allora sarà soltanto un intervallo. Non un’inversione. Non un superamento. E
continueremo, ancora una volta, a illuderci di aver fermato una deriva mentre
restiamo, in realtà, perfettamente dentro di essa
Nessun commento:
Posta un commento