giovedì 2 aprile 2026

Il No non basta - Italo Di Sabato

C’è una lettura tanto diffusa quanto rassicurante della storia recente italiana: quella secondo cui il giustizialismo sarebbe nato come reazione al berlusconismo, come anticorpo morale a una stagione segnata da conflitti di interesse e concentrazione del potere. È una lettura che assolve chi la propone, perché consente di immaginarsi dalla parte giusta della storia. Ed è, proprio per questo, una lettura profondamente sbagliata.

Il giustizialismo non è stato l’antidoto al berlusconismo. Ne è stato, per molti versi, il complemento. Entrambi hanno contribuito a costruire ciò che si può definire un vero e proprio paradigma giudiziario: la progressiva trasformazione della politica in materia penale, del conflitto sociale in questione giudiziaria, della legittimazione democratica in giudizio morale. Non è un processo improvviso, ma una lenta sedimentazione che affonda le radici negli anni Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e l’irruzione di Mani Pulite aprono uno spazio che la politica non riesce più a occupare.

In quel vuoto si afferma una nuova grammatica pubblica. Non si discute più di programmi, ma di imputazioni. Non si costruiscono alternative, ma si attendono sentenze. La politica smette di essere il luogo del conflitto e diventa il teatro del giudizio. Da un lato, il berlusconismo costruisce il proprio racconto sulla delegittimazione della magistratura, trasformando il processo in persecuzione. Dall’altro, si consolida una cultura politica e mediatica che fa del procedimento penale il criterio principale per valutare l’agire pubblico. Sono due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà perfettamente simmetrici: entrambi contribuiscono a rendere il giudizio penale il linguaggio dominante della politica.

È in questo passaggio che il giustizialismo rivela la sua natura più profonda: non una semplice posizione giuridica, ma una forma culturale diffusa, quasi un riflesso automatico di una società in crisi. Quando la politica perde credibilità, quando la rappresentanza si svuota e il futuro appare opaco, la domanda di giustizia tende a trasformarsi in domanda di punizione. Non si tratta più di stabilire responsabilità, ma di individuare colpevoli. Non si tratta di comprendere, ma di compensare.

In questo slittamento si inserisce quello che la teoria critica ha definito populismo penale: l’uso del diritto penale come risposta simbolica a problemi che sono in realtà sociali, economici, strutturali. Quando il conflitto scompare dalla scena pubblica, ciò che resta è il capro espiatorio. E la giustizia diventa il luogo in cui una società tenta di elaborare, in forma semplificata, il proprio disagio.

Dentro questo quadro, il ruolo dei media non è secondario. Non si limitano a raccontare i processi: li anticipano, li interpretano, li costruiscono come narrazione. L’indagine diventa verità preliminare, il sospetto si consolida come evidenza, il processo si svolge prima ancora che inizi. È in questo spazio che si comprende la funzione di Marco Travaglio, non come anomalia, ma come interprete coerente di una grammatica già data. Il suo stile – fatto di allusioni, di ricostruzioni insinuanti, di centralità dell’accusa – risponde perfettamente a una domanda sociale precisa: quella di una giustizia immediata, leggibile, emotivamente appagante. Travaglio non inventa il giustizialismo. Lo organizza, lo rende quotidiano, gli dà una forma riconoscibile.

Il punto, tuttavia, non è personale e non riguarda una singola figura, ma un’intera configurazione culturale e politica. L’espansione del paradigma penale si accompagna infatti, quasi sempre, al ritiro dello Stato sociale: quando arretrano le politiche redistributive, avanzano quelle punitive, e il conflitto, invece di essere affrontato nelle sue cause, viene progressivamente spostato su un altro terreno. Non si interviene più sulle radici delle disuguaglianze, ma sui comportamenti che ne derivano, fino a trasformare la questione sociale in una questione criminale.

In questo senso, il giustizialismo non è mai davvero sovversivo. È un dispositivo di stabilizzazione. Offre una compensazione simbolica al posto di un cambiamento reale. Consente di spostare l’attenzione dalla struttura alla colpa individuale, dal sistema al singolo. E così facendo finisce per proteggere proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione.

Il berlusconismo ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, ma non nel modo in cui spesso lo si racconta. Non è stato solo un fenomeno politico, ma un passaggio di fase. Ha contribuito a consolidare una serie di tendenze che gli sono sopravvissute: la personalizzazione della politica, la spettacolarizzazione del conflitto, la centralità del giudizio morale. La sua fine non ha chiuso quel ciclo. Lo ha semplicemente reso meno visibile, più diffuso, più strutturale.

È dentro questa lunga durata che va letta anche la recente vittoria del No al referendum sulla giustizia. Una vittoria importante, perché respinge una torsione plebiscitaria e difende un equilibrio fragile tra i poteri. Ma sarebbe un errore considerarla risolutiva. Se quel No si limita a conservare l’esistente, senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa. Una pausa dentro lo stesso schema che ha svuotato la politica e riempito il diritto penale di funzioni che non gli appartengono. Una pausa che congela, ma non trasforma. Perché ciò che è in discussione non è soltanto l’assetto delle istituzioni, ma il modo in cui una società ha imparato a pensare sé stessa: attraverso la colpa invece che attraverso il conflitto, attraverso la punizione invece che attraverso il cambiamento. Se il No non diventa l’occasione per rompere questa grammatica, per restituire alla politica il suo terreno e alla giustizia i suoi limiti, allora sarà soltanto un intervallo. Non un’inversione. Non un superamento. E continueremo, ancora una volta, a illuderci di aver fermato una deriva mentre restiamo, in realtà, perfettamente dentro di essa

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