Quando Padre Turoldo rimproverò agli studenti di
Brescia di non avere memoria - Leonardo Coen
Il vecchio resistente si trovò dinanzi ad un’assemblea
di giovani che faticavano a concentrarsi. Ma era in gran forma e trovò quella
mattina un’orazione tanto avvincente quanto polemica
Ricordo che
il 31 maggio del 1985, in una lunga ed accalorata conversazione con
gli studenti dell’Istituto tecnico industriale “Benedetto Castelli” di Brescia, il
vecchio resistente si trovò all’inizio dinanzi ad un’assemblea di giovani che
faticavano a concentrarsi. Ma padre Turoldo era in gran forma,
incontenibile come sempre – magnifico affabulatore – aveva una virtuale
tastiera sterminata da cui traeva parole, frasi, concetti, quasi che la
liturgia della Resistenza avesse finalmente trovato quella mattina un’orazione
tanto avvincente quanto polemica. Turoldo incalza la generazione che lo sta
ascoltando, rimproverandola di essere “priva di memoria” e che
“rischia di essere una generazione astorica”, pur custodendo Brescia
quella Piazza della Loggia insanguinata dalla strage neofascista
che allora come oggi non cessa di pesare sulla città. Così, evoca uno degli
aspetti “del rischio proteiforme”, quello di “vivere giorni molto sbagliati”
per una smemoratezza che ai giovani, comunque, non può essere del resto
imputata. L’importante, anzi fondamentale, non è ricordare e basta. Ma come
ricordare. Perché ricordare. Che cosa ricordare.
Ai giovani
che cominciano ad ascoltarlo con più attenzione e coinvolgimento, Turoldo
confida memorie drammatiche: il lezzo dei cadaveri nelle narici per avere
svuotato con la commissioni pontificie di liberazione 29 campi di
concentramento, “e mentre si camminava, con le scarpe si faceva uno
scricchiolio…”, cinquantasette milioni di morti, “sapete che dopo, per anni, io
non riuscivo a salire su una Volkswagen, perché era una macchina tedesca”, lo
stesso mi disse mio padre che rifiutava di salire sulla mia Bmw, e pure Goffredo
Fofi che addirittura per decenni non tollerava l’ascolto di chi
parlava tedesco… (lo confidò a Piero Nissim per il magnifico
volume L’infanzia rubata, edito da Gianluca Ferrara, in cui sono
raccolte 47 testimonianze dei bambini durante la seconda guerra mondiale).
E sapete
perché vado spesso a scuola, a raccontare quel che successe e cosa fu
la Resistenza? Perché le scuole sono “i semenzai della coscienza”,
sosteneva Turoldo che amava citare l’Esodo (la Bibbia in fondo nasce intorno
all’Esodo) e l’Esodo è la storia della liberazione degli schiavi dall’Egitto
dei faraoni, “lo schema di ogni storia di liberazione che si ripete sulla
terra”, cioè la testimonianza che Dio non è dalla parte del faraone, che Dio
non era con Hitler, “anche se i tedeschi portavano sulla pancia e sui vessilli
Gott mit uns”, Dio è con noi. La storia si ripete, i tiranni di oggi rivendicano
le loro azioni spacciandole per ispirate da Dio, o da Gesù, o per difendere la
tradizione cristiana… agli studenti, Turoldo diceva che sul suo tavolo di
lavoro teneva la Bibbia ma anche le Lettere dei condannati a morte
della Resistenza, con la prefazione di Thomas Mann.
Come
spiega Giovanni Bianchi nella prefazione del saggio di Turoldo.
I giorni del rischio/maledetto colui che non spera (Servitium
editrice, nuova edizione 2024, Gruppo editoriale Viator), per David la
Resistenza è chiamata a vegliare “su questi nostri giorni sbagliati senza
mitologia, poiché, afferma Turoldo, la Resistenza è “programma di vita”,
soprattutto se ci si tiene lontani da “sciali di retoriche e falsi
apologetici”. Per questo le lettere dei condannati a morte debbo o essere
tramandate di generazione in generazione, documenti che devono segnare una
nuova cultura, una nuova scuola. Purtroppo, non è avvenuto: “Abbiamo perso i
valori per la strada”, ed il conseguente pericolo di “costruire nuove
ragioni per nuovi disastri”. Profetico, ahinoi.
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