Khamenei
aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che decidono chi
vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la quasi
totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze a lungo termine
di ciò che fanno, che non manderanno i propri nipoti a combattere — a spostare
truppe, a ordinare bombardamenti, a firmare operazioni con nomi epici e
roboanti. Come se la Storia fosse ancora un film western e loro i protagonisti
immortali. Come se il potere fosse un diritto di nascita che non scade mai,
nemmeno davanti all’evidenza del tempo che passa.
Non è
nostalgia per la giovinezza dei leader. Non è ageismo. È qualcosa di più
preciso: è la constatazione che questi uomini governano come se il mondo
appartenesse a loro, come se le
nazioni fossero proprietà personali da difendere o attaccare secondo il proprio
umore, la propria paura, la propria grandiosità. Ed è in questo che risiede il
problema più profondo della politica contemporanea: non nella cattiveria dei
singoli, ma nel sistema che permette a pochi individui di trasformare la
propria visione soggettiva della realtà in destino collettivo per milioni di
persone.
Il diritto
internazionale sull’uso della forza è scritto in modo abbastanza chiaro, anche
se spesso viene evocato solo quando fa comodo. L’art. 51 della Carta delle
Nazioni Unite prevede il principio della legittima difesa, invocabile solo
dallo Stato aggredito illecitamente e soltanto fintantoché non intervenga il
Consiglio di Sicurezza dell’ONU a ristabilire la pace e la sicurezza
internazionale. Non è una norma elastica. Non è un principio interpretabile a
seconda delle circostanze. È una regola precisa, costruita dopo i disastri
della Seconda guerra mondiale per evitare che ogni potente si senta autorizzato
a colpire chiunque ritenga una minaccia. La legittima difesa, anche nella sua
versione più discussa e controversa — quella “preventiva” — è ammessa solo di
fronte a un attacco militare certo, imminente e non ancora sferrato. Non basta
la percezione del pericolo. Non basta l’impressione soggettiva che il nemico
stia per fare qualcosa. Occorrono prove verificabili, condivise, sufficienti a
convincere la comunità internazionale dell’esistenza di una minaccia reale.
L’azione militare deve poi rispettare i parametri della necessità — non
esistono alternative? — e della proporzionalità: la risposta non può essere
sproporzionata rispetto alla minaccia. Nel caso dell’attacco all’Iran, nessuno
di questi requisiti era soddisfatto. Nessun attacco in corso. Nessuna
prova di un attacco imminente e accertato. Solo valutazioni soggettive,
intelligence selettiva, narrazione politica costruita per giustificare una
decisione già presa. L’art. 51 è stato invocato come scudo retorico, come si fa
ormai da decenni ogni volta che una grande potenza vuole colpire qualcuno senza
passare per il Consiglio di Sicurezza. Il problema è che questo uso distorto
della norma non è neutro: ogni volta che avviene, si erode un po’ di più
l’architettura giuridica internazionale. Ogni volta che un grande paese dice
“ho il diritto di difendermi” senza prove, senza controllo, senza
responsabilità, sta dicendo in realtà: “il diritto sono io.”
La
liberazione delle donne a colpi di bomba
E poi c’è
l’ipocrisia più stucchevole, quella che merita di essere smontata con cura:
quella di chi dice di volere la libertà delle donne iraniane e le bombarda.
Il regime di
Khamenei era indifendibile. L’oppressione delle donne in Iran — il velo obbligatorio, le galere,
le esecuzioni, la violenza di Stato sistematica contro chi osa ribellarsi… — è
una realtà documentata, brutale, che non richiede minimizzazioni né
giustificazioni. Le donne iraniane hanno subito decenni di umiliazione
istituzionale. Le manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” hanno rischiato la
vita in piazza, alcune l’hanno persa, molte sono ancora in carcere. Erano —
sono — il simbolo più autentico di una resistenza reale, interna, che nasce
dalla carne viva di quella società.
Ma che cosa
hanno fatto i governi occidentali, e in particolare quello statunitense, quando
queste donne erano in piazza? Poco o niente. Qualche dichiarazione di
solidarietà. Qualche sanzione. Nessun cambiamento strutturale nella politica
verso Teheran. E adesso, mentre le bombe Usa cadono sull’Iran, ecco tornare il
lessico della liberazione: il popolo iraniano merita la libertà, le donne
iraniane devono essere libere, il regime degli ayatollah è il male assoluto.
Tutto vero.
Ma chi bombarda non sta liberando nessuno. Chi bombarda sta uccidendo.
Tra le vittime, 148 bambine in una scuola elementare colpita nel sud del paese,
bambine che non diventeranno mai donne, al pari dei 20.000 bambini uccisi a
Gaza da Israele.
La
liberazione — se ha un senso — non arriva dall’esterno. Non arriva con l’uranio
impoverito. Non arriva dai B-2 che decollano da basi nel Pacifico. Arriva,
quando arriva, attraverso i movimenti interni, attraverso le generazioni che si
ribellano, attraverso la lenta e dolorosa trasformazione di una società. L’Occidente
che ieri ignorava le donne iraniane in piazza e oggi le usa come argomento
retorico per giustificare i bombardamenti non sta difendendo la loro libertà:
sta strumentalizzando la loro sofferenza. Ed è una forma di violenza anche
questa, più sottile ma non meno reale.
Il nuovo
soggettivismo
C’è una
parola che descrive bene ciò che stiamo vivendo: soggettivismo. In filosofia il termine indica
quella tendenza a fare della propria percezione individuale la misura di ogni
verità, a dissolvere la realtà oggettiva nell’esperienza del soggetto che la
osserva. Applicato alla politica internazionale, il soggettivismo significa
qualcosa di molto concreto e molto pericoloso: che le decisioni più gravi — la
guerra, la pace, la vita e la morte di migliaia di persone — vengono prese non
sulla base di fatti oggettivi, di norme condivise, di istituzioni terze e
indipendenti, ma sulla base di ciò che un singolo leader crede, percepisce, vuole
che sia vero. L’Iran era una minaccia? Per chi? Verificata come? Da chi? Sulla
base di quali prove condivise con la comunità internazionale? Chi ha deciso che
il pericolo fosse abbastanza reale, abbastanza imminente, abbastanza grave da
giustificare decine di bombardamenti? Un uomo solo — o un piccolo cerchio di
consiglieri — filtrato dalla propria visione del mondo, dai propri calcoli
elettorali, dalla propria storia personale, dai propri interessi politici
interni. Non un tribunale. Non il Consiglio di Sicurezza. Non un meccanismo di
verifica indipendente. Lui. La sua percezione. Il suo “sentire” che qualcosa
debba essere fatto. Questo è il soggettivismo politico: la sostituzione
del diritto con l’arbitrio, dell’istituzione con il capo, della norma condivisa
con l’istinto del potente. Non è una novità assoluta nella storia, il
potere ha sempre avuto questa tentazione totalizzante.
Ma ciò che
rende la situazione attuale così pericolosa e così storicamente significativa è
che questo soggettivismo viene praticato con disinvoltura proprio da chi aveva
costruito, o almeno promesso, un ordine alternativo. Gli Stati Uniti non sono
la Russia di Putin, che del soggettivismo ha fatto apertamente la propria
dottrina, che non ha mai finto di rispettare il diritto internazionale mentre
lo calpestava. Gli Stati Uniti sono il paese che ha fondato la Corte Penale
Internazionale — e poi si è rifiutato di aderirvi. Sono il paese che ha scritto
la Carta ONU — e poi ha invaso l’Iraq senza mandato. Sono il paese che si è
presentato per decenni come garante di un ordine “basato sulle regole” — regole
che tuttavia sembrano applicarsi agli altri, non a loro. Quando è Washington a
violare quelle regole invocando percezioni soggettive, il danno non è solo
geopolitico: è sistemico. Si sgretola l’idea stessa che esista qualcosa al di
sopra della volontà del più forte. E quando quella idea si sgretola, ogni
attore internazionale — dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord —
può legittimamente dire: perché no? Perché a voi sì e a noi no?
Marx non ha
usato il termine “soggettivismo politico” in modo esplicito, ma il concetto
attraversa tutta la sua analisi del potere. Nell’Ideologia Tedesca e altrove, egli critica
con durezza chi scambia gli interessi di classe particolari per interessi
universali: la borghesia che presenta la propria visione del mondo come
“naturale”, “razionale”, “necessaria”, mentre in realtà serve interessi
storicamente determinati e storicamente contingenti. È il meccanismo
dell’ideologia come mistificazione: il potere che si traveste da verità,
l’interesse che si maschera da principio, la volontà che si spaccia per legge.
Marx era
anche scettico nei confronti di chi attribuisce alla volontà dei “grandi
uomini” il corso della storia. Si tratta di un errore idealistico e
mistificante: travestire da scelta individuale eroica ciò che è in
realtà il prodotto di forze sociali, contraddizioni strutturali, rapporti di
produzione. Il grande uomo che decide le sorti del mondo è già, in questa
lettura, una finzione — uno schermo che nasconde i meccanismi profondi del
potere.
Il
soggettivismo politico di oggi ne è una versione aggiornata e, per certi versi,
ancora più scoperta. Non più la provvidenza o la ragione della Storia a
legittimare la guerra — queste grandi narrazioni sono logorate. Non più la
necessità storica o l’interesse di classe. Semplicemente il “sentire” del
leader, la sua valutazione personale del pericolo, il suo istinto, la sua
percezione. Una legittimazione ridotta al minimo, quasi nuda. Cambia il
vocabolario: resta la mistificazione. Resta il meccanismo per cui chi ha il
potere trasforma il proprio interesse particolare — geopolitico, elettorale,
personale — in interesse universale, in necessità, in difesa della civiltà.
Il conto lo
pagano le bambine in
una scuola elementare
La domanda
finale, quella che dovrebbe disturbarci il sonno, non è solo “era giusto o
sbagliato?” La domanda è: chi paga il conto di questa concezione del mondo ?
Non i vecchi
che firmano le carte nei loro bunker protetti. Non i consiglieri che
costruiscono le narrazioni giustificative. Non i commentatori televisivi che
spiegano la necessità strategica dell’operazione. Il conto lo pagano le
bambine e i bambini in una scuola elementare un sabato mattina. Lo
pagano le famiglie che perdono una casa, un lavoro, una vita in una guerra che
non hanno scelto. Lo pagano le generazioni future di un paese che
uscirà da questo conflitto più povero, più arrabbiato, più radicale di prima —
producendo, con ogni probabilità, nuovi estremismi che richiederanno nuovi
interventi “preventivi” tra vent’anni o meno.
L’Occidente
che tace, che approva timidamente, che si limita a chiedere “de-escalation”
senza nominare le responsabilità, non è neutro. È complice di un sistema in cui il
diritto internazionale conta solo quando è conveniente, in cui la vita umana
vale in proporzione inversa alla distanza geografica e culturale da chi detiene
il potere, in cui la libertà delle donne è un argomento retorico da usare
quando serve e da dimenticare quando non conviene. Questo dovremmo dire, ad
alta voce, con chiarezza. Non per amore dell’Iran o del suo regime, che era —
ripetiamo — indifendibile. Ma per amore di qualcosa che rischiamo di perdere
definitivamente: l’idea che esistano regole valide per tutti, istituzioni al di
sopra dei singoli, un principio di responsabilità che non si ferma ai confini
del potente di turno. Quella idea vale ancora la pena difenderla. Anche —
soprattutto — quando è scomoda.
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