A dare il segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto nell'operazione militare israelo americana contro l'Iran, era stata la “folle” dichiarazione di Trump che chiedeva aiuto ai suoi storici alleati europei (ma anche al Giappone e all'Australia) per riaprire lo Stretto di Hormuz alle petroliere e alle gassiere dirette verso l'Occidente dalle Petro-monarchie del Golfo.
Immediatamente - e all'unisono - tutti gli alleati degli americani avevano
risposto picche rendendosi conto che la missione richiesta dagli statunitensi
era da ritenersi suicida o quasi. Un vero e proprio fuoco di sbarramento che aveva
indispettito non poco dalle parti di Washington, basti pensare al falco Luttwak
che con un tweet raggelante che evocava la vendetta americana contro la Meloni,
rea di non aver assecondato i desiderata di Trump, si spingeva sino al
punto di paragonare la Premier italiana al Premier giapponese Abe, ucciso in un
attentato mai del tutto chiarito. Certo può essere un grave infortunio verbale
non voluto; ma in un tweet di una persona di alto rango, non si può
evocare la vendetta e anche fare un parallelo con un politico assassinato!
Segno questo, comunque degli animi surriscaldati presenti nella élite
statunitense.
Ieri sera,
improvvisamente, e assolutamente fuori agenda, la Premier giapponese Sanae
Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.
A distanza di poche ore, la bomba, fatta esplodere con un comunicato
ufficiale congiunto: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno
dichiarato di essere pronti a contribuire agli sforzi per garantire un
passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz.
La frase
chiave del comunicato - a mio modesto avviso - è quella nella quale i governi
dichiaranti si impegnano a fare «sforzi appropriati per garantire
un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». E' chiaro, che in una
situazione di conflitto, dove peraltro l'Iran, il contendente che sta bloccando
lo stretto, non sta minimanente dando il segno del minimo cedimento e che
rifiuta qualunque proposta di trattativa, gli sforzi appropriati sono da
ritenersi di natura militare. A rigor di logica questo pare palese.
Inviare
contingenti militari di qualunque tipo in quella specifica area di
conflitto sarà peraltro interpretato dagli iraniani come un atto di guerra. E
questo, del tutto indipendentemente dagli espedienti dialettici che gli
occidentali adotteranno per sopire le proprie opinioni pubbliche. Concetto
questo che è ampiamente conosciuto dagli occidentali. Per rimanere a casa
nostra lo stesso Ministro degli Esteri italiano Tajani, che appena qualche giorno fa diceva che
“Intervenire nello stretto di Hormuz significa entrare in guerra”.
Ora certo inizierà la sagra delle giravolte e delle contorsioni dialettiche ma
che cosa stia succedendo lo sanno benissimo anche i nostri governanti.
Il dato più
interessante, per come la vedo io, sta però nella chiamata alle armi
proveniente da Washington. Gli americani stanno dicendo che i paesi che hanno
fatto parte dell'impero, che in questi decenni hanno ottenuto benefici, ora non
possono tirarsi indietro e devono partecipare alla lotta. La scelta di Trump
sembra un vero e proprio simul stabunt vel simul cadent rivolto agli
alleati: insieme staremo o insieme cadremo. A nessuno sarà concesso di
sganciarsi dall'Impero per accasarsi da un'altra parte.
E per
evitare che l'Impero cada gli USA chiedono agli alleati di impegnarsi con loro
nel mantenimento del controllo del Golfo Persico. Ovvero del ganglo
vitale per il mantenimento del Dollaro come moneta standard dei commerci
internazionali e dunque per la sopravvivenza dell'Impero. A Washington hanno
deciso: o si vince o si cade ma lo si farà insieme ai propri alleati, che a
loro piaccia o no!
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