Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Come ha
scritto in un bellissimo articolo il regista e drammaturgo Carlo Orlando,
nativo di Novi e genovese di adozione, « Viviamo il tempo del
genocidio. Da oltre 700 giorni. I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, i
milioni di profughi che vivono in diaspora da generazioni, vivono la realtà
della pulizia etnica da oltre mezzo secolo e ora quella del genocidio. […]
l’orrore di questo genocidio ci peserà addosso per anni (per sempre) e presto
tardi ne pagheremo le conseguenze. […] Spesso si dice che l’Occidente è
indifferente mettendo sullo stesso piano, implicitamente, governi e persone. É
una narrazione tossica, che non rende giustizia alla realtà e contribuisce a
generare paralisi e sconforto. Contribuisce, secondo me, all’accettazione di
questo massacro quasi fosse un destino inevitabile, a cui l’Occidente non può
sottrarsi. […] È una narrazione tossica che vede solo l’ombra e non la luce,
umilia e offende. Il nostro governo non è indifferente. È complice. I
giornalisti che fanno propaganda attiva al genocidio, non sono indifferenti.
Sono complici”.
E complici
di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu sulla situazione dei
diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia
del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti
nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al
mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo.
Controllata
dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni
la Leonardo ha una significativa presenza internazionale. Degli oltre 60 mila
dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli
Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250
persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance”
contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il
quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco.
Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso
nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella.
Nel momento
che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a
gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e
dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione
aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e
‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use per
l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo
‘sostenibile’.
Ma non
sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come
quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni
di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù.
L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato
dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina
e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione.
Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando
fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super
rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e
montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su
Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un
quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non
si dicono bugie al Papa».
Bugie e
omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre
di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo
la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli
sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni
davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha
affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono
false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele». È vera
questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo?
Cominciamo
ad analizzare le prime ammissioni
Roberto
Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’
di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri
Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento
verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate
prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali
dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni
che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto
e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la
circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando
vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come
nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma
verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza,
sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di
diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi
organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite.
Si tratta
del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto
logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta
M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a
Varese).
Il contratto
per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È
superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono
addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e
F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.
Analizziamo
ora le omissioni
Roberto
Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief
Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo.
E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto
di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate).
Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di
fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di
dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla
AgustaWestland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da
Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari
comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove
infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del
vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un
trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy
aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico.
Diversa, e
più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni
navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in
dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati
nelle nuove corvette in costruzione.
Eppure la
Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali
super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo
Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems.
L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia
ufficiale presso la base navale di Haifa.
Di questa
commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara
76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari
mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un
valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e
manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale
d’armamento dall’Italia a Israele.
L’arcano è
presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e,
questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle
armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede
che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione
rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno
installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui
costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei
cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica
illecita di triangolazione.
La stessa
pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come
Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di
Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione
non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager
di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia
potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come
l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania.
L’ultima
omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle
bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale
azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo
azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group
e BAE Systems.
Secondo
un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per
le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi
attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche
bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati
Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da
Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere
guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA
Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi
trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso
l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400
milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.
E finiamo
con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione
imbarazzante
Il fatto che
Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma
internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed
Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei
cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è
innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri
F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di
14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato
agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla
fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su
Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una
strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore
degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate
nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto
Onu sui territori palestinesi occupati.
Infine la
Leonardo, attraverso la società controllata Leonardo DRS con sede negli Usa ha
incorporato per fusione l’azienda israeliana Rada Electronic Industries,
specializzata in radar per la difesa a corto raggio e anti-droni, la quale
opera esclusivamente in campo militare. La società nata da questa fusione,
la DRS Rada Technologies ha 3 siti produttivi in Israele che
occupano 250 persone. Nel 2023 ha partecipato alla realizzazione di “Iron
Fist”, un sistema di protezione attivo montato sui nuovi mezzi corazzati da
combattimento delle Israel Defence Forces, gli “Eitan” a otto
ruote destinati a sostituire i vecchi M113. Subito testati negli attacchi a
Gaza. Anche i giganteschi bulldozer blindati Caterpillar D9 dell’Esercito
israeliano si sono dotati dei sistemi di protezione attiva e dei radar tattici
di DRS Rada.
Rispetto
alle responsabilità di Leonardo sulla gestione di queste aziende controllate,
le cose scritte da Roberto Cingolani alla direzione e alla presidenza del
Festival della Scienza di Genova sono realmente imbarazzanti sia per lui
amministratore delegato di Leonardo, sia per il Governo italiano che ne detiene
il controllo azionario. “[…] L’azienda [Leonardo DRS] è
una ‘proxy’, dove tutti i membri del Cda devono essere americani e le questioni
di sicurezza e difesa nazionale Usa non sono accessibili nemmeno a noi soci. Si
tratta di attività esclusivamente americane in cui Leonardo e l’Italia non
hanno alcuna voce in capitolo”.
Se le cose
stanno così, l’amministratore delegato del Gruppo Leonardo e l’azionista di
controllo (cioè il Governo italiano) dovrebbero avere la dignità e il coraggio
di mettere subito in vendita l’azienda americana Leonardo DRS, come a suo tempo
nel 2015 avrebbe voluto fare l’ex-AD di Finmeccanica, Mauro Moretti. La DRS nel
2008 non è costata un euro, come propongono i fondi americani per comprare oggi
la ex-Ilva, ma ben 5,2 miliardi di dollari (più 3 miliardi di dollari di
perdite fino al 2015). Ingenti risorse trasferite allora dal nostro paese agli
Usa. Risorse rastrellate da Finmeccanica svendendo importanti asset civili del
gruppo, in buona parte baricentrati su Genova.
La vendita
di materiale d’armamento di Leonardo a Israele finisce in tribunale
Il 29
settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto,
ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la
Dott.ssa Hala Abulebdeh o Abu Lebdeh, cittadina palestinese, hanno depositato
un atto di citazione notificato a Leonardo ed allo Stato italiano presso il
Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti
stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele,
relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate
dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche
violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza, ma in tutta la Cisgiordania e a
Gerusalemme.
Secondo
quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di
armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto:
● con
l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra
come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese –
e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali;
● con la
legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “b) a paesi le cui
politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”
e “d) a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle
convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti
delle Nazioni Unite”; va osservato che la recente sentenza della Corte
internazionale di giustizia costituisce un precedente in grado di accertare,
insieme ad altri documenti provenienti dalle Nazioni Unite, che lo Stato di Israele
commette gravi violazioni delle norme in materia di diritti umani;
● con il
Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT);
● con quanto
previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa
Leonardo.
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