Il progetto definitivo della nuova tratta dell’Alta Velocità Avigliana/Orbassano, ripropone ancora una volta tutte le contraddizioni di un’opera imposta e profondamente impattante. A fronte di un beneficio dichiarato pari a poco più di un minuto di riduzione dei tempi di percorrenza, sul fronte delle risorse idriche emergono criticità pesanti e tutt’altro che marginali.
Secondo quanto denunciato dal Comitato Acqua
Pubblica Torino il progetto non risponde a numerosi adempimenti
vincolanti stabiliti dalla Regione Piemonte e dalla Commissione nazionale VIA.
Mancano, in modo significativo, studi e documentazione sulla circolazione delle
acque superficiali e delle falde sotterranee, proprio mentre si prevede lo
scavo sotto falda di gallerie nella collina morenica. Un’assenza che non è un
dettaglio tecnico, ma un vuoto grave che riguarda direttamente la sicurezza
ambientale e sanitaria del territorio.
A questo si aggiunge il rischio di contaminazione da PFAS, sostanze
persistenti e altamente inquinanti, legato all’utilizzo dei materiali di
cantiere. Un rischio che si inserisce in un quadro già fragile, dove l’acqua
rappresenta una risorsa sempre più sotto pressione.
Non meno preoccupante è il fabbisogno idrico previsto per la gestione dei
cantieri. Per abbattere le polveri si stima un consumo di circa 1 litro per
metro quadrato, che nelle giornate estive potrebbe tradursi in oltre 2,8
milioni di litri d’acqua utilizzati in un solo giorno. Un dato che rende
evidente l’insostenibilità complessiva dell’intervento, soprattutto in una fase
storica segnata da crisi climatica e siccità ricorrenti.
Durante la Conferenza dei Servizi dell’11 febbraio 2026, SMAT ha
evidenziato, inoltre, un impatto diretto su 52 punti di interferenza della rete
idrica e la perdita di 7 pozzi di acqua potabile fondamentali per
l’approvvigionamento della città di Torino. La proposta avanzata – realizzare
nuovi pozzi prima dell’avvio dei lavori – comporterebbe un costo stimato di
circa 52 milioni di euro, che si aggiunge a un’opera già economicamente e
ambientalmente insostenibile.
Ancora una volta, la Torino-Lione mostra il suo vero volto: un progetto
inutile, imposto dall’alto e portato avanti nonostante le evidenti criticità,
scaricate sui territori e sulle comunità. L’acqua, bene comune essenziale,
viene messa a rischio per inseguire un modello di sviluppo che continua a
ignorare i limiti ambientali e le reali esigenze della popolazione.
In questo quadro, l’appello del Comitato Acqua Pubblica Torino è chiaro: le
istituzioni locali non possono restare a guardare ma devono intervenire con
urgenza presso RFI per garantire la tutela delle risorse idriche e il diritto ad
un approvvigionamento sicuro, continuo e salubre.
Perché ancora una volta, dietro la retorica delle “grandi opere”, a pagare
è il territorio. E, in questo caso, soprattutto, l’acqua.
Anche sul versante agricolo emergono
elementi che confermano il quadro complessivo di un’opera che continua a
produrre criticità diffuse. Coldiretti Torino, ricevuta in Regione dopo aver
sollecitato un confronto, ha messo nero su bianco una serie di questioni che
difficilmente possono essere considerate di secondaria importanza.
Il tema del consumo di suolo agricolo torna centrale, insieme al rischio
concreto di compromissione delle produzioni e alla frammentazione delle
proprietà fondiarie, effetti diretti delle scelte progettuali e
dell’organizzazione dei cantieri. Sul nodo degli indennizzi, la richiesta di
“equità” avanzata dalle organizzazioni agricole mette in luce un problema ben
noto: troppo spesso i risarcimenti previsti non coprono il reale valore
produttivo dei terreni né i danni complessivi subiti dalle aziende, finendo per
scaricare ancora una volta sui territori i costi dell’opera.
Al di là del linguaggio istituzionale, ciò che emerge è una preoccupazione
sostanziale: che un’infrastruttura definita strategica venga portata avanti
scaricando i costi su chi vive e lavora il territorio. Il rischio non è solo
quello di un impatto temporaneo legato ai cantieri, ma di conseguenze
strutturali sul tessuto agricolo locale, fino alla possibile chiusura di
aziende.
Un ulteriore elemento che si aggiunge a una situazione già segnata da
enormi criticità ambientali, idriche ed economiche, e che rafforza l’idea di un
progetto calato dall’alto, incapace di tenere insieme le reali esigenze dei
territori con le scelte infrastrutturali imposte.
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