Il
sindacalismo di base e i comitati contro la speculazione energetica scendono in
piazza insieme contro il carovita, le guerre, la militarizzazione e l’assalto
ai territori. Davanti alla paura e alla repressione scatenate dallo Stato, il
movimento risponde con maturità politica e senza mostrare crepe. Non ci sono
governi amici: Meloni e Todde sono due facce della stessa medaglia e devono
levare le tende.
Venerdì 30
ottobre a Cagliari si incontreranno tre mondi che hanno tutto l’interesse a
riconoscersi, sostenersi e lottare insieme: quello del sindacalismo di base
che chiama allo sciopero generale contro il carovita, il riarmo e lo
sfruttamento del lavoro, e quello dei comitati popolari sardi che da
anni combattono contro la speculazione energetica e la colonizzazione
della Sardegna. A questi due mondi si aggiunge un terzo protagonista: il
movimento dei giovani sardi, probabilmente l’ultima generazione di sardi in
grado di opporsi alla desertificazione finale dell’isola.
Non si
tratta di una semplice convergenza occasionale. È il risultato di un processo
politico e sociale che sta maturando nei territori, nelle assemblee, nei luoghi
di lavoro e nelle piazze. Un processo che pone una questione fondamentale: chi
decide del nostro futuro e nell’interesse di chi?
Inizialmente
sembrava che questi mondi non dovessero parlarsi e convergere su obiettivi
comuni. Ma, davanti alla paranoia di una classe politica sempre più arroccata a
difendere i propri privilegi e sempre più incapace di dialogare con le forze
vive della società civile, si è fatta la scelta giusta.
E dalla
piazza del 30 ottobre verrà fuori un messaggio chiaro: non abbiamo amici, né
a Cagliari né a Roma!
Nonostante
il gioco delle parti, infatti, la presidente della Regione Sardegna e la
premier Giorgia Meloni, davanti alla società in rivolta, assumono la stessa
postura del marchese del Grillo: “Io sono io e voi non siete un cazzo”.
In tutto lo
Stato le piazze chiedono di alzare i salari, di rompere i legami con Israele,
di fermare la folle corsa agli armamenti e di aumentare la spesa sociale. In
Sardegna si somma la questione del contrasto alla follia della colonizzazione
energetica, che fra l’altro è collegata alla guerra (per produrre armi e IA a
uso bellico serve tanta energia!), e la rivolta contro ciò che ho chiamato in
altre sedi “genocidio bianco” e “sardicidio”, cioè la distruzione delle basi
materiali della civiltà sarda e la sua lenta agonia e ineluttabile sparizione.
Davanti a queste richieste, le risposte del duetto Meloni-Todde sono analoghe:
sminuire e ridicolizzare piazze e movimenti popolari e creare un clima di
diffidenza e ostilità, quando non di vera e propria criminalizzazione del
dissenso.
Unire le
lotte, allontanare gli infiltrati
Lo sciopero
generale del 30 ottobre 2026 è stato proclamato inizialmente dall’USI e
dall’USB e, per la scuola, dai COBAS Scuola Sardegna; successivamente, altre
organizzazioni sindacali di base hanno indetto lo sciopero o hanno aderito. A
questa mobilitazione si è aggiunta quella che da tempo i comitati contro la
speculazione energetica stavano organizzando per denunciare il muro di gomma
che da due anni viene opposto alla discussione e all’approvazione della legge
di iniziativa popolare Pratobello 24, per utilizzare le competenze
esclusive in materia urbanistica della Regione Autonoma della Sardegna contro
la calata dei barbari, ex petrolieri velocemente riconvertiti all’affare delle
FER. Ma i comitati da tempo ragionano a 360° e hanno giustamente inserito
nella piattaforma rivendicativa anche la questione del riarmo e dell’utilizzo
della Sardegna come piattaforma dell’apparato militare-industriale. Ciò ha
probabilmente favorito la saldatura in un’unica piazza.
Energia e
guerra sono le due direttrici che muovono tutto il resto. Infatti, i prezzi dei carburanti
che superano i due euro al litro non sono che un effetto delle folli politiche
guerrafondaie, che a loro volta determinano i rincari dei beni alimentari, bollette
sempre più pesanti e salari e pensioni che non riescono a tenere il passo con
il costo della vita. Inoltre, con l’attuale modello con cui si vuole imporre
all’isola la transizione energetica, i sardi non hanno alcuna speranza di
poter utilizzare le energie rinnovabili come calmiere al carovita, perché la
produzione energetica resterà in capo alle multinazionali. Non è un caso
che si parli di abolire o ridimensionare per il 2027 le agevolazioni per
l’installazione degli impianti a uso domestico e che in Sardegna, a oggi, le
tanto decantate comunità energetiche siano ancora più uniche che rare per le
quali, in ogni caso, gli incentivi regionali della legge 20 sono esauriti.
Davanti alle
oligarchie che a Roma e a Cagliari fanno spallucce e utilizzano una vuota
retorica da Azzeccagarbugli, i movimenti sociali e i comitati non possono che
unire i puntini e fare massa critica.
È
prevedibile che non andrà bene a tutti. Non andrà bene a chi ha pensato di
strumentalizzare i comitati per questioni partitiche e ha tutto l’interesse a
tenere distinti e, se possibile, ostili i movimenti sociali e i comitati. È
la solita divisione tra città e campagna che Gramsci analizzava cento anni fa
in “Alcuni elementi della quistione meridionale”. Ieri si voleva dividere i contadini
dagli operai. Oggi si vogliono dividere i comitati, che intercettano e
organizzano la protesta delle comunità escluse dai processi di modernizzazione,
dal sindacalismo di base, che intercetta i settori avanzati del lavoro, e dalla
protesta dei giovani che si battono per la pace e per avere un futuro.
D’altra
parte, non andrà bene agli infiltrati che popolano l’antagonismo sociale e
che vedono come fumo negli occhi la saldatura tra sindacalismo di base e
comitati. E non sto parlando degli incappucciati facilmente gestiti da un
qualunque servizio d’ordine. Sto parlando delle sentinelle del dissenso
posticcio che da diverso tempo inquinano le piazze, sabotano le assemblee,
infiltrano i movimenti per incanalare il dissenso, disinnescare la protesta e
convogliare consenso verso il proprio gattopardo elettorale. E soprattutto
vogliono disinnescare la lotta contro la colonizzazione energetica e militare
della Sardegna, come la Giunta Todde ha ampiamente dimostrato con la questione
Pratobello 24 e con la vicenda dell’ampliamento della RWM.
Vorrà dire
che con l’autunno cadranno anzitempo i rami secchi da una parte e dall’altra.
Un po’ di
contesto
Mentre
milioni di lavoratori perdono potere d’acquisto, il governo Meloni si dimostra
completamente disinteressato ai bisogni reali delle persone sempre più
impoverite. Mentre si moltiplicano le difficoltà per chi deve pagare un
affitto, fare la spesa, mantenere una famiglia o raggiungere quotidianamente il
proprio posto di lavoro, le poche risorse disponibili vengono indirizzate
verso il riarmo e utilizzate per fare regali ai fondi di investimento e alle
grandi banche d’affari.
Su queste
direttrici non esistono differenze di sostanza tra campo largo e destra che
infatti fanno finta di litigare sui vari dossier, ma poi risultano
interscambiabili.
La questione
sociale, tuttavia, non può essere separata dalla questione della guerra
e sua volta quest’ultima è legata a doppio filo alla questione dell’energia.
Le risorse destinate agli armamenti sono risorse sottratte alla sanità, alla
scuola, ai trasporti, alla tutela dei territori e alla riconversione ecologica
delle attività produttive. Su questi punti, come si sa, il governo Meloni non
ha alcuna opposizione, visto che il cosiddetto campo largo ha le stesse
posizioni su guerra, energia e riarmo della destra.
Per questo
lo sciopero del 30 ottobre assume un significato che va oltre la pur necessaria
difesa dei salari. È una mobilitazione contro un modello economico e politico
che scarica i costi delle proprie crisi sulle classi popolari, mentre protegge
gli interessi delle grandi imprese, delle banche e dell’apparato
militare-industriale.
La giornata
di lotta assume inoltre una dimensione internazionale grazie alla mobilitazione
dei lavoratori portuali contro il traffico di armi, le politiche di riarmo
e la militarizzazione dei porti. Una lotta che collega le condizioni materiali
di chi lavora alla solidarietà con i popoli aggrediti, contro le guerre e la
complicità dei governi occidentali (https://www.usb.it/leggi-notizia/30-ottobre-e-sciopero-generale-0817.html).
È dentro
questa prospettiva che si colloca anche la mobilitazione sarda, a
partire dalla scuola, come giustamente focalizzano i Cobas Scuola Sardegna,
che, oltre a rivendicare il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e
al controllo delle proprie risorse energetiche, chiedono da anni una legge
regionale che valorizzi la lingua, la storia e la cultura dell’isola e
garantisca adeguati investimenti nei trasporti, nelle mense, nei convitti e
nell’edilizia scolastica. I Cobas si oppongono inoltre al dimensionamento
scolastico, che ignora le specificità territoriali, crea istituti
sovradimensionati e comporta la perdita di posti di lavoro, nonché alle riforme
degli istituti tecnici e professionali, considerate un impoverimento della
didattica e un’apertura agli interessi della formazione privata.
La
piattaforma del sindacato della scuola sarda contesta inoltre il tetto agli
alunni stranieri per classe, chiedendo investimenti reali per l’integrazione, e
critica le nuove indicazioni nazionali, il cui fine è solo quello di impoverire
l’offerta formativa ( https://www.cobasscuolasardegna.it/ ).
La Sardegna
non è una zona di sacrificio
Da quasi
quattro anni, una vasta rete di comitati popolari combatte contro la
speculazione energetica. La raccolta di 211 mila firme per la proposta
di legge d’iniziativa popolare Pratobello 24 ha dimostrato che esiste
nell’isola una domanda di partecipazione democratica, autodeterminazione e
controllo collettivo delle risorse.
Quelle firme
non sono semplicemente numeri. Sono la manifestazione concreta di una volontà
popolare che non può essere liquidata, ignorata o relegata nei cassetti delle
istituzioni, come invece fa da due anni la maggioranza.
Eppure,
mentre i cittadini chiedono di decidere del futuro energetico della Sardegna,
la proposta di legge continua ad attendere una discussione in Aula e i mega
progetti industriali avanzano sui territori, come hanno dimostrato le
terribili immagini dello sbarco delle gigantesche pale destinate al progetto
Alas di Monte Unturzu (Ittiri).
Il problema
non è la transizione energetica in sé, come furbescamente ripetono in loop le
groupie della colonizzazione. Il problema è chi la governa, chi ne determina gli
obiettivi, chi ne incassa i profitti e chi ne paga i costi.
Via il Giano
bifronte Meloni-Todde
Su questo
terreno emerge con chiarezza la responsabilità dei governi, tanto a Roma quanto
a Cagliari.
Il governo
Meloni porta avanti politiche antipopolari pro riarmo, compressione salariale e
repressione del dissenso. Il governo regionale guidato da Alessandra Todde fa
lo stesso rispondendo picche ai movimenti contro la militarizzazione, pro
sanità pubblica e per la democrazia energetica.
Sanità,
spopolamento, lingua sarda, occupazione militare, scuola, energia, trasporti,
privatizzazione degli aeroporti, clientelismo elettorale e trasformazione
dell’istituzione in un poltronificio: su tutti questi temi la Giunta Todde è
indistinguibile da quella precedente!
Chi sostiene
il contrario o non legge la realtà o è ricompensato dalla piramide politica a
cui risponde.
La vicenda
della Pratobello 24 è emblematica. Centinaia di migliaia di persone hanno
sostenuto una proposta di legge che chiedeva di sottrarre il futuro energetico
dell’isola alla logica della speculazione. Eppure, quella mobilitazione non ha
trovato nelle istituzioni regionali una risposta all’altezza della sua portata
democratica.
È qui che si
misura la distanza tra la partecipazione evocata nelle campagne elettorali e la
partecipazione reale, quella che mette in discussione gli interessi consolidati
e pretende di incidere sulle decisioni.
Dobbiamo
prendere atto che non abbiamo amici nei palazzi del sistema coloniale.
Non abbiamo governi da assolvere in nome dell’appartenenza a questo o quel
campo politico.
La nostra
bussola non può essere la fedeltà a una coalizione, a un partito o a un governo. Deve essere la capacità di
difendere gli interessi popolari e di costruire rapporti di forza che
permettano alle comunità di decidere del proprio futuro.
La piazza
del 30 ottobre non chiederà a nessuno di scegliere il male minore, ma
sarà la piattaforma per costruire un’alternativa reale fondata su giustizia
e sovranità per il popolo sardo.
La paura, la
repressione e la maturità del movimento
C’è un altro
aspetto che rende importante la mobilitazione del 30 ottobre.
Negli ultimi
anni abbiamo assistito a una crescita delle proteste sociali, delle
mobilitazioni contro la guerra e delle iniziative popolari in difesa dei territori.
Le manifestazioni contro il genocidio palestinese hanno mostrato la capacità di
coinvolgere generazioni diverse, di superare confini organizzativi e di portare
nelle piazze una domanda di giustizia che le istituzioni avrebbero preferito
tenere ai margini.
La risposta
del sistema è stata anche quella di restringere gli spazi del dissenso,
rafforzare gli strumenti repressivi e criminalizzare le forme di protesta.
Basta vedere la paranoia con cui il governo ha risposto alle mobilitazioni
di queste ultime settimane e la ricerca ossessiva di capri espiatori, di
nemici, addirittura di una “matrice russa” dietro alle piazze.
Pensavamo
che la misura del ridicolo fosse stata abbondantemente superata, e invece
persino i servizi segreti sono dovuti intervenire per certificare che non
esiste alcuna mano russa dietro alle piazze.
Dietro il
malessere giovanile c’è solo la politica di governi sempre più impopolari,
preoccupati di obbedire a ogni costo ai diktat di Washington e della
Commissione europea e completamente disinteressati alle esigenze, ai bisogni,
alle richieste della società italiana e sarda.
Ne è una
prova il fatto che i decreti sicurezza e le iniziative che mirano a colpire la
libertà di manifestazione e di espressione (da Minniti in poi) si inseriscono
in un clima politico nel quale il conflitto sociale viene sempre più
trattato come un mero problema di ordine pubblico.
In Sardegna
conosciamo bene anche il volto concreto di questi rapporti di forza: le servitù
militari, le esercitazioni imposte, i poligoni, le restrizioni che gravano sui
territori e le decisioni strategiche assunte senza un effettivo coinvolgimento
delle popolazioni. Un esempio fra tutti è il modo in cui il ministro Crosetto
ha trattato le obiezioni, oggettive e non ideologiche, sollevate dal Comipa
sulla ripresa delle esercitazioni militari.
Da colonia a
laboratorio di autodeterminazione
Nel corso
del dibattito sulla colonizzazione energetica in Consiglio comunale a Sassari,
il sindaco Giuseppe Mascia ha candidamente affermato che lo Stato passa sopra
le leggi urbanistiche di Comuni e Regione.
Non ha tutti
i torti: lo scontro è evidentemente politico. La questione è: che cosa vogliamo
fare davanti a questa arroganza neocoloniale? Calarci le brache o lottare
uniti?
Il 30
ottobre può rappresentare un passaggio importante nella costruzione di un
fronte popolare sardo capace di mettere in relazione le rivendicazioni sociali,
sindacali, ambientali e nazionali sarde.
Il mondo
sarà salvato dai ragazzini, scriveva la grande scrittrice Elsa Morante. Se poi
arriverà la mano dei comitati territoriali e dei sindacati di base, si avranno
maggiori possibilità di raggiungere risultati positivi.
Certamente
la Sardegna non sarà salvata dalla massa di Don Abbondio che usa la retorica per
raggirare la volontà dei sardi di alzare la testa.
Il 30 ottobre, a Cagliari, portiamo in piazza questa consapevolezza.
Ore 09:30, piazza Garibaldi. Insieme raggiungeremo il porto.
Se sarà un nuovo inizio dipende da ciascuno di noi!
Il 30 ottobre si sciopera
per ragioni che gli ottusi governanti non capiranno mai – Giorgio Cremaschi
Lo sciopero generale del 30 ottobre nasce da un evento che ha pochi precedenti nel mondo del lavoro: lo sciopero internazionale di più di 100 porti del Mediterraneo e dell’Atlantico contro l’uso militare delle infrastrutture, il riarmo, la guerra. I portuali, una delle categorie più antiche del mondo del lavoro, ancora una volta hanno lanciato un appello di mobilitazione che si sta diffondendo ovunque. Tante volte abbiamo sentito dire che ci vorrebbe una lotta dei lavoratori oltre le frontiere degli Stati: il 30 ottobre quei confini saranno superati dallo sciopero che unisce i portuali di mezzo mondo.
In Italia lo sciopero è diventato generale grazie alla decisione della USB
e di altri sindacati di base; e ora sta diventando un appuntamento di tutti.
Il 30 ottobre avremo in Italia una grande giornata di lotta, contro il
carovita e le politiche di guerra, che unirà le piazze giovanili di queste
settimane con tutto il mondo del lavoro che non piega la testa.
Ricordate il rimprovero qualunquista per le manifestazioni sulla Palestina:
ma perché non vi mobilitate sui problemi degli italiani? Ora si scende in
piazza per obiettivi materiali, concreti, immediati. Vedremo se quella polemica
si rivelerà, come io credo, strumentale e semplicemente un sostegno al governo
Meloni.
Si sciopera per i salari, i servizi pubblici, le scuole, la sanità; e
contro l’economia e la politica di guerra, che provocano il carovita e
ingigantiscono le ingiustizie sociali. Ma oltre a tutto questo, si
sciopera per un motivo che gli ottusi governanti reazionari e chi sta con loro
non riusciranno mai a capire. Voglio raccontare questo motivo partendo dalla
mia esperienza personale.
Vivo a Brescia, dove ho fatto il sindacalista negli anni settanta e
ottanta tra durissime lotte di fabbrica. Spesso mi capita di incontrare gli
operai di allora, oggi pensionati. Ebbene, quando mi salutano ricordandosi di
me, presto tutti arrivano a dire la stessa cosa: quanti scioperi, quante lotte!
Non portavamo mai a casa una busta paga intera, mi dicono, ma sai una cosa, ne
valeva la pena. Perché i padroni ci rispettavano e il rispetto vale di più di
qualsiasi perdita di salario.
Oggi i giovani al lavoro non sono rispettati. I salari sono miseri,
si muore per omicidi sul lavoro che sono una vergogna per la civiltà, i ricchi
insultano i poveri, si offendono i disoccupati spiegando che è colpa loro se
non trovano un posto. Non c’è più rispetto per il lavoro, perché chi comanda
non ha alcun timore dei lavoratori, mentre al contrario sono i lavoratori che
hanno paura di chi comanda.
Questo è ciò che denunciano coloro che erano operai nel passato, ma oggi le
loro riflessioni amare hanno finalmente una prima risposta positiva. I giovani
e sempre più lavoratrici e lavoratori stanno alzando di nuovo la testa. È
un’onda di sollevazione sociale che percorre tutta l’Europa e che ora è
finalmente arrivata anche in Italia. Il governo reagisce con rabbia e
repressione, non solo con i decreti sicurezza, ma con provvedimenti
antisciopero. Ultima l’ingiunzione di non scioperare nei trasporti perché il 30
ottobre sarebbe troppo vicino al giorno dei morti.
Una classe dirigente ottusa, incapace di qualsiasi mediazione
sociale, reagisce alla contestazione solo con la violenza istituzionale, quella
che colpisce i manifestanti con lo Stato di Polizia e quella contro i
lavoratori con divieti e precettazioni. Ed è bene ricordare che le pratiche
antisciopero dei governi italiani, e in particolare del Governo Meloni, sono
state condannate a livello europeo come lesive della libertà.
In tutti i luoghi di lavoro dilagano prepotenza e autoritarismo.
Essi colpiscono in particolare le lavoratrici e i lavoratori precari, i
migranti, le donne, i giovani. Ma un po’ tutto il mondo del lavoro subisce un
regime che minaccia le libertà garantite dalla Costituzione. Tutto il mondo del
lavoro, in diverse gradazioni, è sotto ricatto e viene colpito nella libertà di
dire di dire ciò che pensa, di protestare contro le ingiustizie che subisce.
Siamo arrivati persino allo spionaggio aziendale su ciò che scrivono i
dipendenti sui social, che può essere usato come causa di licenziamento per
“infedeltà all’impresa”.
Un sistema di oppressione copre tutto il mondo del lavoro e lo sciopero è duro
e difficile non solo per la perdita salariale, ma per le minacce di
rappresaglia che subiscono i lavoratori. Proprio per questo oggi lo sciopero
generale dà voce a chi ancora non riesce a farsi sentire. Si parte da un inizio
comune, ci si dà coraggio assieme, affinché poi in ogni luogo di lavoro si
ribaltino i rapporti di forza e le lavoratrici e in lavoratori siano di nuovo
in grado di porre le loro condizioni a chi comanda.
Oggi lo sciopero generale ha tanti giusti obiettivi, ma prima di
tutto serve a riconquistare il rispetto.
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