giovedì 29 ottobre 2026

Sciopero generale contro colonizzazione energetica e caro vita - Cristiano Sabino

 

Il sindacalismo di base e i comitati contro la speculazione energetica scendono in piazza insieme contro il carovita, le guerre, la militarizzazione e l’assalto ai territori. Davanti alla paura e alla repressione scatenate dallo Stato, il movimento risponde con maturità politica e senza mostrare crepe. Non ci sono governi amici: Meloni e Todde sono due facce della stessa medaglia e devono levare le tende.

 

Venerdì 30 ottobre a Cagliari si incontreranno tre mondi che hanno tutto l’interesse a riconoscersi, sostenersi e lottare insieme: quello del sindacalismo di base che chiama allo sciopero generale contro il carovita, il riarmo e lo sfruttamento del lavoro, e quello dei comitati popolari sardi che da anni combattono contro la speculazione energetica e la colonizzazione della Sardegna. A questi due mondi si aggiunge un terzo protagonista: il movimento dei giovani sardi, probabilmente l’ultima generazione di sardi in grado di opporsi alla desertificazione finale dell’isola.

Non si tratta di una semplice convergenza occasionale. È il risultato di un processo politico e sociale che sta maturando nei territori, nelle assemblee, nei luoghi di lavoro e nelle piazze. Un processo che pone una questione fondamentale: chi decide del nostro futuro e nell’interesse di chi?

Inizialmente sembrava che questi mondi non dovessero parlarsi e convergere su obiettivi comuni. Ma, davanti alla paranoia di una classe politica sempre più arroccata a difendere i propri privilegi e sempre più incapace di dialogare con le forze vive della società civile, si è fatta la scelta giusta.

E dalla piazza del 30 ottobre verrà fuori un messaggio chiaro: non abbiamo amici, né a Cagliari né a Roma!

Nonostante il gioco delle parti, infatti, la presidente della Regione Sardegna e la premier Giorgia Meloni, davanti alla società in rivolta, assumono la stessa postura del marchese del Grillo: “Io sono io e voi non siete un cazzo”.

In tutto lo Stato le piazze chiedono di alzare i salari, di rompere i legami con Israele, di fermare la folle corsa agli armamenti e di aumentare la spesa sociale. In Sardegna si somma la questione del contrasto alla follia della colonizzazione energetica, che fra l’altro è collegata alla guerra (per produrre armi e IA a uso bellico serve tanta energia!), e la rivolta contro ciò che ho chiamato in altre sedi “genocidio bianco” e “sardicidio”, cioè la distruzione delle basi materiali della civiltà sarda e la sua lenta agonia e ineluttabile sparizione. Davanti a queste richieste, le risposte del duetto Meloni-Todde sono analoghe: sminuire e ridicolizzare piazze e movimenti popolari e creare un clima di diffidenza e ostilità, quando non di vera e propria criminalizzazione del dissenso.

 

Unire le lotte, allontanare gli infiltrati

Lo sciopero generale del 30 ottobre 2026 è stato proclamato inizialmente dall’USI e dall’USB e, per la scuola, dai COBAS Scuola Sardegna; successivamente, altre organizzazioni sindacali di base hanno indetto lo sciopero o hanno aderito. A questa mobilitazione si è aggiunta quella che da tempo i comitati contro la speculazione energetica stavano organizzando per denunciare il muro di gomma che da due anni viene opposto alla discussione e all’approvazione della legge di iniziativa popolare Pratobello 24, per utilizzare le competenze esclusive in materia urbanistica della Regione Autonoma della Sardegna contro la calata dei barbari, ex petrolieri velocemente riconvertiti all’affare delle FER. Ma i comitati da tempo ragionano a 360° e hanno giustamente inserito nella piattaforma rivendicativa anche la questione del riarmo e dell’utilizzo della Sardegna come piattaforma dell’apparato militare-industriale. Ciò ha probabilmente favorito la saldatura in un’unica piazza.

Energia e guerra sono le due direttrici che muovono tutto il resto. Infatti, i prezzi dei carburanti che superano i due euro al litro non sono che un effetto delle folli politiche guerrafondaie, che a loro volta determinano i rincari dei beni alimentari, bollette sempre più pesanti e salari e pensioni che non riescono a tenere il passo con il costo della vita. Inoltre, con l’attuale modello con cui si vuole imporre all’isola la transizione energetica, i sardi non hanno alcuna speranza di poter utilizzare le energie rinnovabili come calmiere al carovita, perché la produzione energetica resterà in capo alle multinazionali. Non è un caso che si parli di abolire o ridimensionare per il 2027 le agevolazioni per l’installazione degli impianti a uso domestico e che in Sardegna, a oggi, le tanto decantate comunità energetiche siano ancora più uniche che rare per le quali, in ogni caso, gli incentivi regionali della legge 20 sono esauriti.

Davanti alle oligarchie che a Roma e a Cagliari fanno spallucce e utilizzano una vuota retorica da Azzeccagarbugli, i movimenti sociali e i comitati non possono che unire i puntini e fare massa critica.

È prevedibile che non andrà bene a tutti. Non andrà bene a chi ha pensato di strumentalizzare i comitati per questioni partitiche e ha tutto l’interesse a tenere distinti e, se possibile, ostili i movimenti sociali e i comitati. È la solita divisione tra città e campagna che Gramsci analizzava cento anni fa in “Alcuni elementi della quistione meridionale”. Ieri si voleva dividere i contadini dagli operai. Oggi si vogliono dividere i comitati, che intercettano e organizzano la protesta delle comunità escluse dai processi di modernizzazione, dal sindacalismo di base, che intercetta i settori avanzati del lavoro, e dalla protesta dei giovani che si battono per la pace e per avere un futuro.

D’altra parte, non andrà bene agli infiltrati che popolano l’antagonismo sociale e che vedono come fumo negli occhi la saldatura tra sindacalismo di base e comitati. E non sto parlando degli incappucciati facilmente gestiti da un qualunque servizio d’ordine. Sto parlando delle sentinelle del dissenso posticcio che da diverso tempo inquinano le piazze, sabotano le assemblee, infiltrano i movimenti per incanalare il dissenso, disinnescare la protesta e convogliare consenso verso il proprio gattopardo elettorale. E soprattutto vogliono disinnescare la lotta contro la colonizzazione energetica e militare della Sardegna, come la Giunta Todde ha ampiamente dimostrato con la questione Pratobello 24 e con la vicenda dell’ampliamento della RWM.

Vorrà dire che con l’autunno cadranno anzitempo i rami secchi da una parte e dall’altra.

Un po’ di contesto

Mentre milioni di lavoratori perdono potere d’acquisto, il governo Meloni si dimostra completamente disinteressato ai bisogni reali delle persone sempre più impoverite. Mentre si moltiplicano le difficoltà per chi deve pagare un affitto, fare la spesa, mantenere una famiglia o raggiungere quotidianamente il proprio posto di lavoro, le poche risorse disponibili vengono indirizzate verso il riarmo e utilizzate per fare regali ai fondi di investimento e alle grandi banche d’affari.

Su queste direttrici non esistono differenze di sostanza tra campo largo e destra che infatti fanno finta di litigare sui vari dossier, ma poi risultano interscambiabili. 

La questione sociale, tuttavia, non può essere separata dalla questione della guerra e sua volta quest’ultima è legata a doppio filo alla questione dell’energia. Le risorse destinate agli armamenti sono risorse sottratte alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alla tutela dei territori e alla riconversione ecologica delle attività produttive. Su questi punti, come si sa, il governo Meloni non ha alcuna opposizione, visto che il cosiddetto campo largo ha le stesse posizioni su guerra, energia e riarmo della destra.

Per questo lo sciopero del 30 ottobre assume un significato che va oltre la pur necessaria difesa dei salari. È una mobilitazione contro un modello economico e politico che scarica i costi delle proprie crisi sulle classi popolari, mentre protegge gli interessi delle grandi imprese, delle banche e dell’apparato militare-industriale.

La giornata di lotta assume inoltre una dimensione internazionale grazie alla mobilitazione dei lavoratori portuali contro il traffico di armi, le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti. Una lotta che collega le condizioni materiali di chi lavora alla solidarietà con i popoli aggrediti, contro le guerre e la complicità dei governi occidentali (https://www.usb.it/leggi-notizia/30-ottobre-e-sciopero-generale-0817.html).

È dentro questa prospettiva che si colloca anche la mobilitazione sarda, a partire dalla scuola, come giustamente focalizzano i Cobas Scuola Sardegna, che, oltre a rivendicare il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e al controllo delle proprie risorse energetiche, chiedono da anni una legge regionale che valorizzi la lingua, la storia e la cultura dell’isola e garantisca adeguati investimenti nei trasporti, nelle mense, nei convitti e nell’edilizia scolastica. I Cobas si oppongono inoltre al dimensionamento scolastico, che ignora le specificità territoriali, crea istituti sovradimensionati e comporta la perdita di posti di lavoro, nonché alle riforme degli istituti tecnici e professionali, considerate un impoverimento della didattica e un’apertura agli interessi della formazione privata.

La piattaforma del sindacato della scuola sarda contesta inoltre il tetto agli alunni stranieri per classe, chiedendo investimenti reali per l’integrazione, e critica le nuove indicazioni nazionali, il cui fine è solo quello di impoverire l’offerta formativa ( https://www.cobasscuolasardegna.it/ ).

La Sardegna non è una zona di sacrificio

Da quasi quattro anni, una vasta rete di comitati popolari combatte contro la speculazione energetica. La raccolta di 211 mila firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare Pratobello 24 ha dimostrato che esiste nell’isola una domanda di partecipazione democratica, autodeterminazione e controllo collettivo delle risorse.

Quelle firme non sono semplicemente numeri. Sono la manifestazione concreta di una volontà popolare che non può essere liquidata, ignorata o relegata nei cassetti delle istituzioni, come invece fa da due anni la maggioranza.

Eppure, mentre i cittadini chiedono di decidere del futuro energetico della Sardegna, la proposta di legge continua ad attendere una discussione in Aula e i mega progetti industriali avanzano sui territori, come hanno dimostrato le terribili immagini dello sbarco delle gigantesche pale destinate al progetto Alas di Monte Unturzu (Ittiri).

 

Il problema non è la transizione energetica in sé, come furbescamente ripetono in loop le groupie della colonizzazione. Il problema è chi la governa, chi ne determina gli obiettivi, chi ne incassa i profitti e chi ne paga i costi.

Via il Giano bifronte Meloni-Todde

Su questo terreno emerge con chiarezza la responsabilità dei governi, tanto a Roma quanto a Cagliari.

Il governo Meloni porta avanti politiche antipopolari pro riarmo, compressione salariale e repressione del dissenso. Il governo regionale guidato da Alessandra Todde fa lo stesso rispondendo picche ai movimenti contro la militarizzazione, pro sanità pubblica e per la democrazia energetica.

Sanità, spopolamento, lingua sarda, occupazione militare, scuola, energia, trasporti, privatizzazione degli aeroporti, clientelismo elettorale e trasformazione dell’istituzione in un poltronificio: su tutti questi temi la Giunta Todde è indistinguibile da quella precedente!

Chi sostiene il contrario o non legge la realtà o è ricompensato dalla piramide politica a cui risponde.

La vicenda della Pratobello 24 è emblematica. Centinaia di migliaia di persone hanno sostenuto una proposta di legge che chiedeva di sottrarre il futuro energetico dell’isola alla logica della speculazione. Eppure, quella mobilitazione non ha trovato nelle istituzioni regionali una risposta all’altezza della sua portata democratica.

È qui che si misura la distanza tra la partecipazione evocata nelle campagne elettorali e la partecipazione reale, quella che mette in discussione gli interessi consolidati e pretende di incidere sulle decisioni.

Dobbiamo prendere atto che non abbiamo amici nei palazzi del sistema coloniale. Non abbiamo governi da assolvere in nome dell’appartenenza a questo o quel campo politico.

La nostra bussola non può essere la fedeltà a una coalizione, a un partito o a un governo. Deve essere la capacità di difendere gli interessi popolari e di costruire rapporti di forza che permettano alle comunità di decidere del proprio futuro.

La piazza del 30 ottobre non chiederà a nessuno di scegliere il male minore, ma sarà la piattaforma per costruire un’alternativa reale fondata su giustizia e sovranità per il popolo sardo.

La paura, la repressione e la maturità del movimento

C’è un altro aspetto che rende importante la mobilitazione del 30 ottobre.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita delle proteste sociali, delle mobilitazioni contro la guerra e delle iniziative popolari in difesa dei territori. Le manifestazioni contro il genocidio palestinese hanno mostrato la capacità di coinvolgere generazioni diverse, di superare confini organizzativi e di portare nelle piazze una domanda di giustizia che le istituzioni avrebbero preferito tenere ai margini.

La risposta del sistema è stata anche quella di restringere gli spazi del dissenso, rafforzare gli strumenti repressivi e criminalizzare le forme di protesta. Basta vedere la paranoia con cui il governo ha risposto alle mobilitazioni di queste ultime settimane e la ricerca ossessiva di capri espiatori, di nemici, addirittura di una “matrice russa” dietro alle piazze.

Pensavamo che la misura del ridicolo fosse stata abbondantemente superata, e invece persino i servizi segreti sono dovuti intervenire per certificare che non esiste alcuna mano russa dietro alle piazze.

Dietro il malessere giovanile c’è solo la politica di governi sempre più impopolari, preoccupati di obbedire a ogni costo ai diktat di Washington e della Commissione europea e completamente disinteressati alle esigenze, ai bisogni, alle richieste della società italiana e sarda.

Ne è una prova il fatto che i decreti sicurezza e le iniziative che mirano a colpire la libertà di manifestazione e di espressione (da Minniti in poi) si inseriscono in un clima politico nel quale il conflitto sociale viene sempre più trattato come un mero problema di ordine pubblico.

In Sardegna conosciamo bene anche il volto concreto di questi rapporti di forza: le servitù militari, le esercitazioni imposte, i poligoni, le restrizioni che gravano sui territori e le decisioni strategiche assunte senza un effettivo coinvolgimento delle popolazioni. Un esempio fra tutti è il modo in cui il ministro Crosetto ha trattato le obiezioni, oggettive e non ideologiche, sollevate dal Comipa sulla ripresa delle esercitazioni militari.

Da colonia a laboratorio di autodeterminazione

Nel corso del dibattito sulla colonizzazione energetica in Consiglio comunale a Sassari, il sindaco Giuseppe Mascia ha candidamente affermato che lo Stato passa sopra le leggi urbanistiche di Comuni e Regione.

Non ha tutti i torti: lo scontro è evidentemente politico. La questione è: che cosa vogliamo fare davanti a questa arroganza neocoloniale? Calarci le brache o lottare uniti?

Il 30 ottobre può rappresentare un passaggio importante nella costruzione di un fronte popolare sardo capace di mettere in relazione le rivendicazioni sociali, sindacali, ambientali e nazionali sarde.

Il mondo sarà salvato dai ragazzini, scriveva la grande scrittrice Elsa Morante. Se poi arriverà la mano dei comitati territoriali e dei sindacati di base, si avranno maggiori possibilità di raggiungere risultati positivi.

Certamente la Sardegna non sarà salvata dalla massa di Don Abbondio che usa la retorica per raggirare la volontà dei sardi di alzare la testa.
Il 30 ottobre, a Cagliari, portiamo in piazza questa consapevolezza.
Ore 09:30, piazza Garibaldi. Insieme raggiungeremo il porto.
Se sarà un nuovo inizio dipende da ciascuno di noi!

da qui


Il 30 ottobre si sciopera per ragioni che gli ottusi governanti non capiranno mai – Giorgio Cremaschi

Lo sciopero generale del 30 ottobre nasce da un evento che ha pochi precedenti nel mondo del lavoro: lo sciopero internazionale di più di 100 porti del Mediterraneo e dell’Atlantico contro l’uso militare delle infrastrutture, il riarmo, la guerra. I portuali, una delle categorie più antiche del mondo del lavoro, ancora una volta hanno lanciato un appello di mobilitazione che si sta diffondendo ovunque. Tante volte abbiamo sentito dire che ci vorrebbe una lotta dei lavoratori oltre le frontiere degli Stati: il 30 ottobre quei confini saranno superati dallo sciopero che unisce i portuali di mezzo mondo.

In Italia lo sciopero è diventato generale grazie alla decisione della USB e di altri sindacati di base; e ora sta diventando un appuntamento di tutti.

Il 30 ottobre avremo in Italia una grande giornata di lotta, contro il carovita e le politiche di guerra, che unirà le piazze giovanili di queste settimane con tutto il mondo del lavoro che non piega la testa.
Ricordate il rimprovero qualunquista per le manifestazioni sulla Palestina: ma perché non vi mobilitate sui problemi degli italiani? Ora si scende in piazza per obiettivi materiali, concreti, immediati. Vedremo se quella polemica si rivelerà, come io credo, strumentale e semplicemente un sostegno al governo Meloni.

Si sciopera per i salari, i servizi pubblici, le scuole, la sanità; e contro l’economia e la politica di guerra, che provocano il carovita e ingigantiscono le ingiustizie sociali. Ma oltre a tutto questo, si sciopera per un motivo che gli ottusi governanti reazionari e chi sta con loro non riusciranno mai a capire. Voglio raccontare questo motivo partendo dalla mia esperienza personale.

Vivo a Brescia, dove ho fatto il sindacalista negli anni settanta e ottanta tra durissime lotte di fabbrica. Spesso mi capita di incontrare gli operai di allora, oggi pensionati. Ebbene, quando mi salutano ricordandosi di me, presto tutti arrivano a dire la stessa cosa: quanti scioperi, quante lotte! Non portavamo mai a casa una busta paga intera, mi dicono, ma sai una cosa, ne valeva la pena. Perché i padroni ci rispettavano e il rispetto vale di più di qualsiasi perdita di salario.

Oggi i giovani al lavoro non sono rispettati. I salari sono miseri, si muore per omicidi sul lavoro che sono una vergogna per la civiltà, i ricchi insultano i poveri, si offendono i disoccupati spiegando che è colpa loro se non trovano un posto. Non c’è più rispetto per il lavoro, perché chi comanda non ha alcun timore dei lavoratori, mentre al contrario sono i lavoratori che hanno paura di chi comanda.

Questo è ciò che denunciano coloro che erano operai nel passato, ma oggi le loro riflessioni amare hanno finalmente una prima risposta positiva. I giovani e sempre più lavoratrici e lavoratori stanno alzando di nuovo la testa. È un’onda di sollevazione sociale che percorre tutta l’Europa e che ora è finalmente arrivata anche in Italia. Il governo reagisce con rabbia e repressione, non solo con i decreti sicurezza, ma con provvedimenti antisciopero. Ultima l’ingiunzione di non scioperare nei trasporti perché il 30 ottobre sarebbe troppo vicino al giorno dei morti.

Una classe dirigente ottusa, incapace di qualsiasi mediazione sociale, reagisce alla contestazione solo con la violenza istituzionale, quella che colpisce i manifestanti con lo Stato di Polizia e quella contro i lavoratori con divieti e precettazioni. Ed è bene ricordare che le pratiche antisciopero dei governi italiani, e in particolare del Governo Meloni, sono state condannate a livello europeo come lesive della libertà.

In tutti i luoghi di lavoro dilagano prepotenza e autoritarismo. Essi colpiscono in particolare le lavoratrici e i lavoratori precari, i migranti, le donne, i giovani. Ma un po’ tutto il mondo del lavoro subisce un regime che minaccia le libertà garantite dalla Costituzione. Tutto il mondo del lavoro, in diverse gradazioni, è sotto ricatto e viene colpito nella libertà di dire di dire ciò che pensa, di protestare contro le ingiustizie che subisce. Siamo arrivati persino allo spionaggio aziendale su ciò che scrivono i dipendenti sui social, che può essere usato come causa di licenziamento per “infedeltà all’impresa”.

Un sistema di oppressione copre tutto il mondo del lavoro e lo sciopero è duro e difficile non solo per la perdita salariale, ma per le minacce di rappresaglia che subiscono i lavoratori. Proprio per questo oggi lo sciopero generale dà voce a chi ancora non riesce a farsi sentire. Si parte da un inizio comune, ci si dà coraggio assieme, affinché poi in ogni luogo di lavoro si ribaltino i rapporti di forza e le lavoratrici e in lavoratori siano di nuovo in grado di porre le loro condizioni a chi comanda.

Oggi lo sciopero generale ha tanti giusti obiettivi, ma prima di tutto serve a riconquistare il rispetto.

da qui


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