Traduzione e cura di Nicholas Bertoli
Pubblichiamo la traduzione di un volantino fatto circolare dagli
studenti durante le ultime manifestazioni partite dalle scuole superiori delle
banlieue di tutta la Francia e un testo di appoggio di una associazione di
studenti, ricercatori e attivisti: Ici et Ailleurs – Pour une
philosophie nomade.
BLOCCO
Ovunque in Francia questa settimana abbiamo dato il
via ai blocchi nei nostri licei.
Soprattutto a sostegno dei licei meno privilegiati.
Non guardate Cnews, non ascoltate Europe 1: leggete e ascoltate i vostri figli
e nipoti.
I giovani in Francia sono stufi. Sono un terzo i liceali interessati:
non è un dato trascurabile.
Così come nel 1968, nel ‘73, nell’‘86, nel ‘90, nel ‘98, nel 2006 e nel 2018 il
governo non sa che farsene di noi.
Oggi protestiamo principalmente contro:
LA MANCANZA DI MEZZI NELLE SCUOLE
– 10% (= 6000) tra scuole, istituti e licei in
condizioni di degrado
– Classi con più di 35 alunni (assenza di limite legale)
– Professori assenti, spesso mai sostituiti
– Bonus cultura dimezzato in tre anni
DISUMANIZZAZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO
– Orari non adatti al bio-ritmo degli
adolescenti
– 21% dei liceali a rischio abbandono nel 2025
– 19% dei liceali a rischio depressione
– 400 i suicidi annuali tra gli alunni
ORIENTAMENTO E PARCOURSOUP*
– Rinforzo di strutture classiste
– Autocensura degli alunni
– Sistema di espressione delle preferenze
– 126.500 (=15%) gli studenti senza proposte d’ammissione entro fine anno
+ BILANCIO DELLE VIOLENZE DELLA POLIZIA:
più di 200 i feriti tra alunni e personale scolastico e solo 3 inchieste IGPN
(organo di controllo interno della polizia in Francia) aperte:
proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti,
immobilizzazioni a terra…
Alcuni bruciano, sfasciano, provocano: lo
riconosciamo. Sebbene i media manipolino i fatti per dipingerci solo come dei
violenti.
Facciamo appello alle parole dell’arcivescovo brasiliano Dom Helder:
“Ci sono tre tipi di violenza. La prima, madre di
tutte le altre, è la violenza istituzionale, quella che legalizza e
perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento, quella che schiaccia e
lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi e ben oliati.
La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà di
abolire la prima.
La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di soffocare la seconda,
facendosi complice e ausiliaria della prima violenza, quella che genera
tutte le altre.
Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda,
fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la
uccide.”
NELLA SPERANZA CHE COMPRENDIATE MEGLIO LE NOSTRE
RAGIONI, se interessati: sosteneteci, parlatene, unitevi anche voi ai
blocchi, proteggete i nostri compagni dalle violenze della polizia e
soprattutto andate a manifestare il 6 & 7 ottobre.
*Parcoursup è la piattaforma nazionale francese di pre-iscrizione
all’istruzione superiore, introdotta nel 2018 per sostituire APB (Admission
Post-Bac). Gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori vi presentano
le proprie preferenze detti “desideri” (vœux); le singole università e
scuole esaminano i dossier e formulano le proposte di ammissione.
Le criticità principali sono:
– mancanza di trasparenza dell’algoritmo nei processi di selezione;
– un sistema classista che rinforza le diseguaglianze sociali invece di
appianarle;
– procedimenti interni alle scuole non anonimi che spingono gli studenti ad
autocensurarsi nella scelta della propria formazione futura ( ad esempio,
essendo l’espressione delle preferenze esaminate e validate o meno dai
professori, quando uno studente ha un cattivo rapporto col prof di una
determinata materia finisce per non prendere in considerazione un percorso di
studi in quel campo, perché ha la quasi certezza di rimanerne escluso e
“sprecare” quindi una preferenza sulle dieci disponibili);
– bias di genere dell’algoritmo, per cui ad esempio le ragazze tendono a non
intraprendere percorsi di formazione scientifica.
LICEALI IN BLOCCO: ASCOLTARE PRIMA DI GIUDICARE
di Citoyens Engagés
Il risveglio della gioventù
Questa settimana i liceali di tutta la Francia hanno bloccato i propri
istituti. Stando alla loro lettera aperta, sono un terzo i licei interessati.
Se questa cifra è esatta, non si può proprio parlarne in termini di rabbia
cieca. Sono loro stessi a ribadirlo: non si tratta di casi isolati.
Questo movimento non si riduce a una somma di rabbie individuali. I liceali ci
tengono a porre l’accento sul fatto di aver dato il via ai blocchi “per
sostenere i licei meno privilegiati”.
Una solidarietà tra istituti che, al di là delle diseguaglianze che li
separano, è cosa rara tanto alla loro età quanto ad altre. I giovani dei licei
più abbienti non chiedono nulla per sé, ma si mobilitano per chi ha di meno.
Altro dettaglio che merita attenzione: la loro lettera non si rivolge alla
politica, ma agli adulti.
L’invito è a non informarsi più attraverso CNEWS e Europe 1 e a leggere
piuttosto il loro manifesto. Genitori e nonni sono gli interlocutori:
“ascoltate i vostri figli e i vostri nipoti”.
Un modo per eludere la macchina mediatica e riappropriarsi della parola.
La rivolta dei liceali si iscrive in una lunga lista (1968, 1973, 1986, 1990,
1998, 2006, 2018) da cui traggono un’amara conclusione: come sempre, “il
governo non sa che farsene di noi”.
Primo pilastro: la mancanza di risorse
I liceali denunciano le condizioni materiali in cui versa la scuola.
Affermano che il 10% degli istituti tra scuole medie e licei, ossia 6000
strutture scolastiche, sono fatiscenti. Cifre simili indicano che una fetta
importante di alunni studia in condizioni di degrado.
Le infrastrutture sono il primo messaggio che una società manda ai propri figli
sul valore che attribuisce alla loro istruzione.
Il volantino prosegue segnalando classi di oltre 35 alunni e l’assenza di un
limite legale.
In condizioni tali, seguire gli alunni diventa una performance acrobatica: più
l’effettivo è numeroso, più le sue componenti più fragili diventano invisibili.
Sì parla inoltre di professori assenti e spesso non sostituiti. Ore perse che
non si recuperano e che pesano soprattutto sulle spalle degli studenti le cui
famiglie non possono sostenere la spesa di ripetizioni private.
Ultimo elemento del volantino: bonus cultura dimezzato in tre anni. Per molti,
esso rappresenta una porta d’accesso a libri, concerti, spettacoli teatrali.
Una stretta che limita l’accesso alla cultura, in particolare in famiglie dove
essa non è una realtà da dare per scontata. Quattro punti che formano un quadro
chiaro: una scuola a cui si chiede sempre di più, ma con meno mezzi a
disposizione.
Secondo pilastro: una scuola che disumanizza
Il secondo punto è forse il più perturbante, poiché entra nella sfera
dell’intimità.
I liceali denunciano orari non adatti al ritmo naturale degli adolescenti.
La questione del sonno e della fatica è spesso trattata con paternalismo,
quando invece condiziona l’attenzione, l’apprendimento e l’equilibrio.
Seguono numeri che dovrebbero preoccupare: il 21% dei liceali è a rischio
abbandono scolastico nel 2025, il 19% ad alto rischio di depressione e
400 sono i suicidi all’anno tra gli alunni. Dati, quelli riportati sul
volantino, di una gravità estrema. Sebbene si discuta circa la loro
accuratezza, tale stima racconta un malessere profondo. Un sistema
che lascia un quinto dei suoi liceali sull’orlo dell’abbandono scolastico e
quasi un quinto esposto a un reale rischio di depressione non puo’ cavarsela
raccontandola come una lamentela studentesca.
Quando gli studenti si dicono esausti della scuola la questione non è capire se
esagerano, ma comprendere cosa ci dicono.
Terzo pilastro: sistema d’orientamento e Parcoursup
La terza contestazione riguarda il futuro. I liceali denunciano la
riproduzione delle strutture sociali: il liceo di provenienza e la fiche
Avenir [documento che contiene valutazioni e pareri di professori e
consiglio di classe sullo studente, ndt] hanno un peso sull’ammissione alla
formazione post liceale. Il presunto merito si scontra quindi con criteri che
ci ricordano da dove veniamo. Ci parlano inoltre di autocensura: ci si pone dei
limiti in funzione della durata o prossimità dei percorsi formativi e la
rinuncia a progetti per realismo economico e geografico. A ciò si aggiunge
l’ottimizzazione delle dieci preferenze, detti “desideri” [in francese voeux,
ndt], diventato ormai un gioco di strategia, in cui si fanno calcoli invece di
scegliere. Un giovane di 17 anni dovrebbe poter scegliere del proprio futuro
senza avere l’impressione di giocare una partita di scacchi.
Infine, un numero spietato: 126.500 alunni (ovvero il 15%) senza proposte di
ammissione entro fine anno. Per ognuno di loro si tratta di un anno di sforzi
che si conclude con il silenzio di una piattaforma. Quando un allievo su sette
rimane senza una risposta, non si può più parlare di casi individuali, ma di un
problema sistemico.
La questione della violenza
Non si può parlare di questo movimento senza parlare della violenza. E il
liceali non evitano il discorso. Riconoscono che “alcuni bruciano, sfasciano,
provocano”. Un’ammissione che gli fa onore: è la differenza tra un’analisi
onesta e la propaganda. Ma aggiungono che i mezzi di informazione manipolano i
fatti per dipingerli solamente come violenti.
Fanno poi un bilancio delle violenze da parte delle forze dell’ordine: più di
200 i feriti tra studenti e personale scolastico, con solo 3 inchieste aperte da
parte dell’IGPN [organo di controllo interno della polizia in Francia, ndt].
Parlano di proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti e
immobilizzazioni a terra. Qualora queste cifre fossero confermate, lo scarto
tra il numero di feriti e il numero di inchieste solleverebbe una questione di
natura democratica: quando sono dei minori ad essere feriti, cosa facciamo per
stabilire le responsabilità?
Riflettendo sulla violenza, i liceali citano Dom Helder, che ne distingueva
tre: “La prima, madre di tutte le altre, è la violenza istituzionale,
quella che legalizza e perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento,
quella che schiaccia e lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi
e ben oliati. La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà
di abolire la prima. La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di
soffocare la seconda, facendosi complice e ausiliaria della prima violenza.”
La potenza di questa griglia interpretativa sta nel cambio di prospettiva. Una
classe di 35 alunni, un liceo fatiscente, un supplente che non arriva mai:
situazioni che fanno poco rumore, nessun titolo in prima pagina. Eppure sempre
di violenza si tratta, nella misura in cui delle vite le rovina, senza che
nessuno si assuma le responsabilità del caso. Caustico è il finale della
citazione: “Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda,
fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la
uccide”.
Che si sia d’accordo o meno con questa linea di ragionamento, si tratta di un
invito alla coerenza: se condanniamo le vetrine in frantumi, dobbiamo anche
volgere lo sguardo verso ciò che, più silenziosamente, si frantuma lungo il
percorso scolastico.
Comprendere, sostenere, proteggere
Cosa ci raccontano dunque questi liceali, al di là delle immagini di
barricate di spazzatura? Ci raccontano la mancanza di risorse, d’ascolto, di
prospettive. Non chiedono la fine della scuola, ma una scuola all’altezza della
sua promessa. La loro lettera si conclude con una semplice speranza: che si
riesca a capire meglio le loro ragioni. Ci chiedono tre cose: di sostenerli,
parlarne e unirci a loro nei blocchi. L’appello è inoltre quello di proteggere
i loro compagni dalle violenze delle forze dell’ordine e scendere in piazza il
6 e 7 ottobre. Possiamo pure discutere dei modi, ma non della legittimità
dell’ascolto. Una società che dice di amare i propri giovani dovrebbe iniziare
con l’ascoltarli, anche quando sono scomodi.
Il poliziotto che aveva provato a infiltrarsi nelle chat degli studenti
francesi usando il messaggio «Bismillah, c’est les ténèbres» è stato scoperto
perché prima di inviarlo si è geolocalizzato nella stazione di polizia
L’utente che su Snapchat cercava di farsi accettare nelle chat in cui i liceali francesi organizzavano i blocchi delle scuole si faceva chiamare “Moussa-tenebreu“, aveva messo nel profilo la bandiera dell’Algeria e l’emoji delle fiamme, e si presentava con una frase sola: «Bismillah, c’est les ténèbres» (nel nome di Dio, sono le tenebre). Si era però dimenticato della geolocalizzazione, che lo collocava nel commissariato di Aix-en-Provence. A raccontarlo è Quotidien, il programma di Yann Barthès sull’emittente francese TMC. La frase, di per sé, non significa niente. Mescola la formula islamica «nel nome di Dio» a un’espressione francese e vorrebbe imitare il modo di parlare dei ragazzi di periferia: il problema è che nessun ragazzo la usa. Lo stesso messaggio è arrivato più volte da profili diversi, con nomi come Mamadou e Abdellah e altre bandiere algerine, a volte seguito da uno «spaccheremo tutto». Gli utenti che l’hanno ricevuto l’hanno trovato ridicolo, hanno fatto gli screenshot e li hanno messi in rete, e l’infiltrazione è finita lì.
Da allora «Bismillah, c’est les ténèbres» è comparso su moltissimi
cartelli, e lo scorso fine settimana, quando centinaia di migliaia di persone
sono scese in piazza in tutta la Francia a sostegno degli studenti, era
ovunque. Per i manifestanti è un modo di prendere in giro i tentativi delle
autorità di soffocare il movimento, e di indicare la distanza tra la loro
generazione e un governo che ha respinto quasi tutte le loro richieste. In
molti sottolineano anche i cliché razzisti del messaggio, che immagina una
gioventù che parla arabo, usa espressioni di quartiere e fa riferimenti
all’islam. «È visto come un esempio di razzismo, perché lascia intendere
che chi spacca le cose sia arabo», ha detto Phèdre Quémener, liceale di Parigi,
al New York Times. Il ministero
dell’Interno non ha detto se i suoi agenti abbiano davvero usato quella frase,
ma ha ammesso che durante le proteste gli investigatori possono creare profili
con pseudonimi per comunicare con chi è sospettato di organizzare azioni
illegali e raccogliere prove.
Lo slogan è uscito dalla Francia ed è arrivato anche nelle manifestazioni
in Belgio e in Germania, e Greta Thunberg l’ha ripetuto in un video pubblicato
da un account Instagram solidale con gli studenti, accompagnandolo con altri
gesti della Gen Z, tra cui quello del «6-7», un meme diventato popolare proprio
perché assurdo. Ricorda l’umorismo nero del movimento degli scarafaggi in
India, anche quello guidato da studenti che chiedono scuole migliori: il nome
viene da un insulto del più alto magistrato del Paese, che aveva definito i
giovani disoccupati «parassiti» e «scarafaggi». In Francia le proteste sono
cominciate il mese scorso in centinaia di scuole, per chiedere edifici che non
cadano a pezzi, più insegnanti, classi meno affollate e orari meno pesanti.
Molte manifestazioni sono rimaste pacifiche, altre no: secondo il governo
almeno ventiquattro scuole sono state incendiate o devastate e ci sono stati
circa ottomila arresti. Poi il movimento si è unito a quello dei sindacati e di
altre organizzazioni, fino alle proteste dello scorso fine settimana (17
ottobre), segnate da disordini in tutto il Paese. A tenere insieme i
manifestanti ha contribuito anche la durezza della polizia. L’ispettorato che
vigila sulle forze dell’ordine sta indagando su almeno trentaquattro denunce,
tra cui quella di un ragazzo di quattordici anni mutilato da una granata lacrimogena
sparata da un agente a distanza ravvicinata.
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