sabato 9 marzo 2024

Guerra al lavoro, uberizzazione - Vincenzo Comito

 

L’innovazione, la globalizzazione, l’intelligenza artificiale favoriscono una minoranza di privilegiati e una degradazione della condizione dei lavoratori. Che non possono contare che su sé stessi in caso di infortunio, malattia, gravidanza; niente sanità, niente pensione, ma solo una feroce concorrenza

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a delle grandi trasformazioni nel mondo del lavoro. Viste dall’Europa, tali trasformazioni appaiono complessivamente negative, ma se guardiamo dal punto di vista globale il quadro tende a farsi almeno un poco più sfumato.  Dall’avvento della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti (simboli eloquenti della loro azione sono la lotta feroce della prima contro i minatori e del secondo contro i controllori di volo), l’attacco frontale al mondo del lavoro ha assunto nuovo vigore, trascinando in un ruolo attivo contro il lavoro anche importanti forze politiche un tempo di sinistra e lasciandosi progressivamente dietro molte delle conquiste del dopoguerra. In Occidente tale attacco, del resto ancora in atto, è stato reso possibile oltre che dalle pessime decisioni assunte dalla politica, anche dallo sviluppo dei processi di globalizzazione e da quelli di innovazione tecnologica.

 

Gli effetti della globalizzazione e dell’outsourcing

Un grande fattore di trasformazione del mondo del lavoro negli ultimi decenni sono stati indubbiamente i processi di globalizzazione, che hanno portato alla fine a risultati in parte diversi da quelli che sperava di ottenere chi li aveva innescati.

La coppia globalizzazione-outsourcing è stata avviata in diverse ondate dagli Stati Uniti, da governo e imprese mano nella mano, e più in generale dai paesi ricchi, con diversi obiettivi: intanto quello di espandere e di approfondire la presa economica, ma anche politica e ideologica, sul mondo, poi quella di ridurre i costi di produzione, approfittando in particolare del bassissimo livello dei salari nei paesi del Terzo Mondo, a fronte di una forza lavoro che in quei paesi andava tra l’altro scolarizzandosi, insieme, soprattutto in alcuni di essi, a una certa dotazione di infrastrutture funzionali a rendere efficiente il processo di delocalizzazione.

Inoltre essa mirava a ridurre la forza delle organizzazioni sindacali nei paesi ricchi e a tenervi sotto controllo in ogni caso i salari e le condizioni di lavoro.

Questa espansione non sarebbe stata possibile senza un parallelo processo di innovazione tecnologica, dall’evoluzione del trasporto marittimo e aereo, con un forte abbattimento dei costi e un miglioramento dell’efficienza dei relativi servizi, dalla modernizzazione delle tecnologie di comunicazione, con il parallelo, da un certo momento in poi, prodigioso sviluppo di internet.

Attraverso una grande espansione dei commerci e degli investimenti dei paesi ricchi verso quelli meno avanzati, un certo numero di imprese occidentali hanno visto certamente crescere le loro vendite, i loro profitti, la loro forza finanziaria, ma alcuni risultati, che sono sotto gli occhi di tutti, appaiono invece piuttosto inaspettati.

Molti paesi, in particolare in Asia, a partire prima dalle cosiddette “tigri asiatiche”, poi subito dopo dalla Cina, hanno visto, grazie all’arrivo degli investimenti e del know-how occidentale, un prodigioso sviluppo dell’economia e in parallelo dell’occupazione; il processo ha contribuito a far uscire dalla miseria molte centinaia di milioni di persone in Cina e in diversi altri paesi. Certo, non tutto è stato rose e fiori, come ad esempio ha mostrato qualche anno fa la tragedia dei lavoratori tessili del Bangladesh, ma complessivamente l’apertura dei mercati ha portato grandi benefici ai paesi del Sud, sia pure in maniera diseguale, sul fronte del lavoro e dell’economia in generale.

Il trasferimento delle attività industriali al Sud, al di là dei vantaggi di relativamente ristrette oligarchie, ha avuto al Nord effetti alquanto negativi. Interi settori industriali sono emigrati dal Nord al Sud e oggi è l’Asia a essere al centro dello sviluppo industriale.

Oggi i paesi del Terzo Mondo controllano il 60% del PIL mondiale con tendenza alla crescita; fra qualche anno saremo probabilmente al 70%. Di più, i paesi del Sud hanno appreso a governare le tecnologie più innovative; il caso più emblematico è quello dei chip, la produzione dei quali, in particolare di quelli più avanzati, oggi è controllata per la gran parte da Taiwan e Corea del Sud, mentre più del 50% del mercato mondiale si colloca in Cina.

Parallelamente abbiamo assistito a una rilevante desertificazione industriale in diversi paesi del Nord, dagli Usa alla Francia alla Gran Bretagna; in Italia, come al solito, la cosa si è manifestata più tardivamente, ma dal 2008 a oggi il nostro paese ha visto svanire i due quinti del suo sistema industriale (Bricco, 2023). Negli Stati Uniti, milioni di addetti hanno perso il lavoro e una parte della classe media è entrata in crisi, mentre il tentativo degli ultimi tempi per riavviare un processo di reindustrializzazione del paese si scontra con la mancanza di know-how e di una manodopera adeguata, nonché con costi esorbitanti (produrre chip in Usa costa oggi dal 50 al 60% in più che nei paesi asiatici). E’ aumentata la povertà, si sono diffusi alcolismo, droga, suicidi, negli strati più bassi della popolazione.

Anche in seguito a tali processi si è registrata nei paesi del Nord del mondo una rilevante perdita di peso e di forza delle organizzazioni sindacali, in particolare in Europa. Tale processo di degrado si è svolto con la complicità, spesso attiva, della gran parte dei governi, come abbiamo già accennato, da Reagan alla Thatcher, sino al nostro Renzi, con il suo terrificante jobs act, forse il punto più basso di un partito “progressista” in un paese rassegnatosi al declino.

La spinta dei processi di globalizzazione ha contribuito a ribaltare anche l’ordine internazionale uscito dalla fine della seconda guerra mondiale e a mettere al centro dei processi economici e tendenzialmente politici in particolare l’Asia, mentre l’Occidente riesce sempre meno a imporre la sua volontà al mondo.

 

L’impatto dell’innovazione tecnologica sul mondo del lavoro

Un’altra grande forza che influenza il mondo del lavoro è costituita ovviamente dall’innovazione tecnologica, oggi sotto la doppia veste digitale ed energetica. Ricordiamo, preliminarmente, che le trasformazioni tecnologiche non sono neutrali, ma sono sospinte dagli interessi di chi le controlla, in particolare da pochi gruppi oligarchici a livello mondiale, in collegamento con un mondo politico al loro servizio e che tali processi, d’altra parte, interagiscono con quelli ricordati sopra di globalizzazione-outsourcing.

Ripercorrendo in estrema sintesi la storia del dopoguerra, abbiamo assistito, già alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, a un primo sviluppo dei processi di automazione, mentre anche in Europa si diffondevano le metodologie di organizzazione del lavoro tayloristiche, portando tra l’altro a quello che uno studioso dell’epoca, Georges Friedmann, chiamò le travail en miettes (in un testo la cui prima edizione risale in Francia al 1956). Più recentemente arrivarono i computer e l’informatica, che porteranno poi alla rivoluzione digitale, tra l’altro con lo sviluppo di internet e derivati, mentre parallelamente avanzerà un nuovo livello di automazione nelle fabbriche.

Oggi registriamo lo sviluppo folgorante dell’IA, ma ci sono anche delle altre importanti novità; intanto per quanto riguarda i processi di automazione, si stanno sviluppando robot più leggeri e più flessibili, più veloci e meno cari. Poi c’è la stampa a 3D, che avanza e di cui si parla ancora poco. In alcuni impianti americani e cinesi si può ormai fabbricare una vasta gamma di oggetti, dalle parti per aerei alle pareti degli edifici, passando da una produzione all’altra in pochi minuti cambiando quasi soltanto il software. Ricordiamo infine come il settore agricolo tenda a essere investito da un’ondata di innovazioni che potrebbero portare a un suo drastico ridimensionamento; si va dalla carne, dal latte e dai formaggi prodotti in laboratorio, alle fabbriche verticali di frutta e verdura, mentre gli scienziati cinesi hanno annunciato qualche tempo fa la sintesi dell’amido in laboratorio, scoperta che potrebbe portare alla produzione anche dei cereali in fabbrica. Tale trasformazione comporterà inevitabilmente anche grandi mutamenti nel lavoro agroindustriale.

 

 La qualità del lavoro: l’uberizzazione

Mentre gli studiosi dibattono sulle conseguenze dell’innovazione tecnologica in merito alla quantità di lavoro disponibile, sulla dimensione qualitativa del problema ci sono pochi dubbi. L’innovazione tecnologica e la globalizzazione, nonché il rifiuto di governarla da parte dei governi, se favoriscono in Occidente una ristretta minoranza di privilegiati, comportano contemporaneamente una degradazione della condizione di gran parte dei lavoratori e questo su molti versanti.

Intanto siamo da tempo di fronte a un vasto processo che qualcuno ha chiamato di “uberizzazione” del lavoro. Le attività di società come Uber e altre operanti nel settore della cosiddetta sharing economy non rappresentano tanto un’innovazione vera e propria sul mercato del lavoro, quanto il punto culminante di un trend di lungo periodo. Già prima della fondazione della società sopra citata, l’economia degli Stati Uniti si stava nella sostanza “uberizzando”, con decine di milioni di americani coinvolti in qualche forma di lavoro precario. In un paese come la Gran Bretagna, poi, circa il 15% della forza lavoro è oggi impiegata nel settore.

Le principali imprese della sharing economy, nella loro politica verso gli addetti alle varie attività, sostengono il principio di base che il loro ruolo è di semplici intermediari tra i clienti e i fornitori dei servizi e che quindi questi ultimi sono a tutti gli effetti lavoratori autonomi. Così le persone non possono che contare su sé stesse in caso di infortunio, malattia, gravidanza, ecc.; quindi niente contributi sociali, niente servizio sanitario, niente pensione, niente vacanze pagate, ma solo una feroce concorrenza tra individui atomizzati, in una gara verso il baratro. Siamo di fronte, insomma, a un precariato generalizzato. La disponibilità di sofisticati programmi informatici permette ai padroni di controllare a ogni istante le prestazioni dei lavoratori e di esercitare pressioni molto forti sul loro comportamento.

In diversi paesi alcuni tribunali sono intervenuti contestando la visione delle imprese e assicurando a una parte dei lavoratori del settore i loro diritti o almeno alcuni di essi. Ma per la gran parte delle persone i problemi restano.

Molti lavori anche impiegatizi sono sempre più suddivisi in decine di mansioni singolari, attribuiti per ogni singola componente a lavoratori volenterosi che operano in qualsiasi parte del mondo e capaci di offrire il prezzo più basso. Il sito più noto a questo proposito è il Mechanical Turk di Amazon, che offre costantemente la possibilità di svolgere una miriade di piccole attività di livello quantitativo estremamente ridotto. Basta possedere un collegamento internet. Il lavoro praticamente è fatto letteralmente a pezzi (Comito, 2023). Ne “approfittano” soprattutto i lavoratori poveri dell’Africa e dell’Asia.

Per quanto riguarda la qualità del lavoro in Francia il CNIL, la commissione nazionale dell’informatica e delle libertà del paese, ha sanzionato la filiale Amazon incaricata dei depositi logistici locali del gigante americano, condannandola a un’ammenda di 32 milioni di euro per il fatto che società ha messo in funzione un sistema di sorveglianza elettronico dell’attività e delle prestazioni dei salariati della società eccessivamente intrusivo e che esercita una pesante pressione continua sui lavoratori. Il CNIL rimprovera anche alla società il fatto che, contrariamente alle norme in vigore nel paese, essa conserva per più di 31 giorni i dati riguardanti ogni salariato (Dèbes, Boone, 2024).

Sempre facendo riferimento al caso transalpino, quasi una persona su cinque nel settore non agricolo del paese è remunerata con il salario minimo (oggi uguale a 11,65 euro), contro soltanto il 12% agli inizi del 2021 (Madeline, 2024).

In Francia come in diversi altri paesi europei sta inoltre crescendo il numero dei lavoratori poveri, che hanno cioè molte difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Sempre in Francia diverse organizzazioni, dall’Agenzia per il miglioramento delle condizioni del lavoro (Anact), all’Istituto nazionale di ricerca e di sicurezza (INRS), all’Associazione per l’impiego dei quadri (Apec), studiano il futuro del lavoro all’orizzonte 2050 (Rodier, 2024). In generale tali centri prefigurano un quadro a tinte scure del futuro, individuando un’intensificazione della “ripetibilità” dei compiti, una ulteriore destabilizzazione dell’impiego salariale, una distruzione di posti di lavoro, nonché una fragilizzazione della dignità del lavoro.

Intanto si torna indietro anche su qualche altro aspetto delle condizioni di lavoro. Il primo ministro francese annuncia in queste settimane un altro giro di vite inflitto alle indennità di disoccupazione, dopo che i diritti dei lavoratori sono stati ristretti in passato diverse volte a seguito dell’arrivo al potere nel paese di Macron.

Bisogna comunque ricordare che il degrado della qualità del lavoro con l’avanzamento delle tecnologie non appare per alcuni aspetti un processo del tutto inevitabile. Si ricordano a questo proposito gli esempi di Germania e Svezia, paesi dove in certi casi i poteri pubblici hanno impostato programmi di intervento che permettono di salvaguardare la qualità del lavoro e di conservare molte attività a rilevante qualificazione anche in presenza dello sviluppo delle tecnologie.

Ma il degrado delle condizioni di lavoro non è da collegare soltanto allo sviluppo delle tecnologie. Ricordiamo che già da decenni abbiamo assistito all’introduzione dei metodi in senso lato tayloristici anche nel settore impiegatizio e anche nel campo dei servizi. Si va in direzione dell’eliminazione di tutti i “tempi morti” e dei “costi inutili”, si intensificano i ritmi, si aumentano i controlli; il “dimagrimento” degli effettivi e altri tipi di “compressione” dei posti di lavoro riducono gli effettivi, mentre delle grandi porzioni di attività vengono trasferite in outsourcing e mentre le fusioni e le riorganizzazioni cercano anch’esse i “doppioni” (Magnette, 2024).

 

Si ridurrà la quantità di lavoro?

Le ricerche francesi sopra citate ci introducono anche al tema della quantità dell’offerta di lavoro. Si può ricordare l’esistenza di due scuole di pensiero, una, maggioritaria, che pensa che le conseguenze dello sviluppo tecnologico saranno quelle di una progressiva riduzione del numero dei posti di lavoro e di una forte polarizzazione tra una fascia ridotta di lavori molto qualificati e una maggioritaria di lavori dequalificati; l’altra impostazione minoritaria, che pensa invece che a fronte dei posti di lavoro che scompariranno ne saranno creati altrettanti in nuovi settori.

Anche considerando l’ipotesi ottimistica, ricordiamo che al tempo della prima rivoluzione industriale la contestazione delle macchine da parte dei luddisti per la paura di perdere posti di lavoro sia stata smentita dai fatti. In effetti, l’evento alla fine procurò nuovo lavoro in misura almeno eguale se non maggiore di quello che andò perduto, il processo non fu comunque indolore e il passaggio non fu certo istantaneo; per arrivarci infatti ci vollero molti decenni di sofferenze per i soggetti interessati. E comunque la situazione oggi appare più problematica di allora, essendo gli attuali sviluppi tecnologici molto più pervasivi (Comito,2023).

Incidentalmente va ricordato che, in un testo diventato presto un classico sul mondo del lavoro, E.P. Thompson (Thompson, 1963) sottolinea come i luddisti non erano, come è stato invece tramandato, dei ciechi oppositori all’introduzione delle macchine, ma che essi lottavano invece contro la libertà dei capitalisti di distruggere la condizione lavorativa, in termini di salari come di pratiche tecniche e organizzative in fabbrica.

Naturalmente, il problema della riduzione anche drastica dei posti di lavoro sarà in futuro attenuato in qualche misura dai nuovi tipi di attività che potranno nascere; comunque per riorientare i lavoratori verso i nuovi mestieri ci vorrà un rilevante sforzo di formazione.

La via per cercare di ridimensionare gli sviluppi più dirompenti dei processi descritti passa per la riduzione dell’orario di lavoro, processo che qualcuno sta tentando, mentre bisognerebbe poi considerare che le trasformazioni sopra descritte saranno lente nel tempo e che questo faciliterà l’opera dei poteri pubblici per governare in qualche modo la questione. Nel prossimo futuro la riduzione dei posti di lavoro indotta dalla tecnologia sarà contrastata dalla caduta del tasso di natalità della popolazione, in particolare nei paesi ricchi.

Il caso più rilevante e più immediato a questo proposito riguarda il Giappone, paese dove la situazione appare difficile, poiché la caduta della natalità si è manifestata con maggiore forza che in altri paesi (Inagaki, 2024). Qui non si riesce più ad assicurare i servizi essenziali su cui contare per mantenere lo stile di vita delle persone e le infrastrutture sociali. Secondo l’RWI (Recruit Work Institute) si prevede che nel 2040 mancheranno nel paese 11 milioni di persone rispetto a quanto sarebbe necessario per far girare l’economia. Dopo aver aumentato il ricorso all’impiego delle donne e al prolungamento dell’età di lavoro delle persone, misure che si sono rivelate insufficienti, si sta ora cercando di ricorrere, tra l’altro, alla robotica e all’IA, nonché per la prima volta all’ingresso nel paese in maniera massiccia dei lavoratori di altri paesi asiatici. Si è superato, alla fine del 2023, il numero di due milioni di stranieri nella forza lavoro locale, un record nazionale. Rimanendo in Asia, potrebbe succedere che a un percorso simile sia destinata in un prossimo futuro anche la Cina.

 

Il lavoro al tempo dell’IA

Una particolare attenzione viene rivolta in questo momento più in generale, non a torto, allo sviluppo dell’IA e alle sue conseguenze.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale mostra che almeno il 40% dei lavori attuali saranno toccati da tali processi, ma con la differenza che nei paesi sviluppati si raggiungerà il 60% degli stessi, mentre in quelli più poveri il 26%. Sempre secondo l’FMI, l’IA abbassa i salari e anche la domanda di lavoro, mentre peggiora le già elevate diseguaglianze. Uno studio parallelo di Goldman Sachs indica che l’IA può sostituire l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel mondo e che comunque saranno avvantaggiati i lavori ad alta remunerazione e quelli dei giovani, mentre saranno penalizzati i lavoratori a basso reddito e quelli più anziani (Rodier, 2024).

Sembra in ogni caso essersi delineata una specie di divisione del lavoro tra la robotica e l’intelligenza artificiale. La prima attacca soprattutto, anche se non solo, i lavori operai, la seconda prevalentemente quelli impiegatizi, dei quadri anche ad alta qualificazione, nonché dei professionisti autonomi. Le innovazioni organizzative, nel frattempo, toccano invece tutti i mestieri.

Mentre scriviamo, leggiamo sulla stampa internazionale (Steiwer, 2024) che la società europea più grande nel settore del software, la tedesca SAP, si sta ristrutturando per concentrarsi sul cloud e sull’IA, ciò che tende a mettere in discussione 8.000 posti di lavoro.

Un aspetto particolare della questione riguarda poi il ruolo delle donne. Esse non rappresentano che il 12% degli impieghi nel settore e la loro pratica assenza è una delle ragioni chiave del sessismo degli algoritmi concepiti e sviluppati dagli uomini e in un universo maschile (Caulier, 2024).

Negli Stati Uniti è dell’80% la percentuale delle donne i cui impieghi sono esposti in maniera significativa all’introduzione dell’IA, contro una percentuale del 60% per gli uomini (Caulier, 2024).

Un altro rischio è quello della soppressione di impieghi che potrebbe toccare più fortemente i mestieri più femminilizzati, come il marketing, il settore giuridico, il servizio clienti.

 

La sfida dell’auto elettrica

Si può in generale avere pareri discordi sulle conseguenze dell’innovazione tecnologica per quanto riguarda il livello dell’offerta del lavoro, ma è difficile contestare quello che emerge dall’esame di una attività particolare molto importante, quella dei veicoli. In Europa esso è ancora oggi il settore industriale più importante; è stato calcolato che in Germania esso occupa, tra diretti e indiretti, 15 milioni di persone, una cifra enorme. Ma anche in Italia esso è ancora quello principale.

L’arrivo della vettura elettrica e prossimamente quello dell’auto a guida autonoma avrà enorme influenza sui livelli di occupazione.

Per quanto riguarda la prima, bisogna considerare che una vettura elettrica richiede molte meno componenti che una a energia classica. Questo comporta inevitabilmente una riduzione importante delle necessità di manodopera in sede di montaggio delle vetture e della logistica che sta dietro, ma soprattutto ha come conseguenza una drastica riduzione delle necessità di lavoratori nel settore della componentistica; inoltre, mentre si va verso una trasformazione molto profonda dei mestieri relativi, si registrerà anche una minore necessità di officine di riparazione e manutenzione delle vetture.  La cosa si presenta come ancora più grave per il fatto che oggi una vettura elettrica vede la batteria pesare per il 40% del suo costo totale e il software per un altro 40%, lasciando alla parte meccanica più complessa pochi spazi.

Proprio in queste settimane, dopo i casi di Bosch e Continental, la ZF, la società di componentistica tedesca che è anche la terza al mondo come dimensioni nel settore dopo le prime due appena citate, annuncia l’esigenza di spingere sulla rivoluzione elettrica e di delocalizzare contemporaneamente una parte della produzione verso paesi con costi più bassi, Cina, India, Europa dell’Est, prevedendo alla fine 12 mila licenziamenti (Ansa, 23 gennaio 2024). Secondo alcune stime, il passaggio all’elettrico metterebbe a rischio a breve nel paese teutonico un quinto della forza lavoro tra case dell’auto e componentistica.

Per quanto riguarda la seconda bisogna considerare che alla lunga, tra l’altro, sparirà progressivamente il mestiere di autista, che oggi costituisce all’incirca il 10% della forza lavoro a livello mondiale. Un altro problema deriverà dal fatto che l’introduzione dell’auto a guida autonoma comporterà una riduzione anche sostanziale nella produzione di vetture, cosa che aggraverà ancora la scena.


Testi citati nell’articolo

– Bricco P., Pmi leader d’Europa, ma la capacità produttiva crollaIl Sole 24 Ore, 31 dicembre 2023.

– Caulier S., Femmes et hommes sont-ils égaux face à l’avènement de l’IA dans les entreprises ?Le Monde, 25 gennaio 2024.

– Comito V., Come cambia l’industria, Futura, Roma, 2023.

– Dèbes F., Boone J., Amazon va trop loin dans la surveillance des salariés selon la CNILLes Echos, 24 gennaio 2024.

– Inagaki K., Japan turn to avatars, robots and AI to tackle labour crisiswww.ft.com, 22 gennaio 2024.

- Madeline B., En France, la grande « smicardisation »Le Monde, 23 gennaio 2023.

- Magnette P., L’autre moitié du monde, La Découverte, Parigi, 2024.

- Rodier A., Quel travail désirable à l’horizon 2050 ?Le Monde, 25 gennaio 2024.

- Steiwer N., Une restructuration chez SAP affecte 8.000 postesLes Echos, 25 gennaio 2024.

- Thompson E. P., The making of the english working class, Vintage books, Londra, 1963.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento