sabato 3 gennaio 2026

La capitale mondiale della diplomazia – Manlio Dinucci

 

“La capitale mondiale della diplomazia – scrive l’ANSA – non è né a New York dove ha sede l’ONU, né alla Casa Bianca a Washington. È a Mar-a-Lago, in quella Florida che Donald Trump ha scelto come residenza. È il cuore pulsante della sua Amministrazione: lì vengono decise le politiche e scelti i Segretari.  Trump ha acquistato la prestigiosa proprietà nel 1985 e l’ha trasformata in sede anche di un club privato di 500 membri con una quota di ammissione di 1 milione di dollari e spese annuali di decine di migliaia di dollari. Fra le residenze che Trump ha, Mar-a-Lago è quella che rispecchia maggiormente il suo gusto estetico: il marmo e l’oro dominano gli opulenti interni, dove il Presidente gestisce gli Stati Uniti e riceve gli ospiti”. 

In questa sfarzosa “capitale mondiale della diplomazia” – che sostituisce il Palazzo di Vetro dell’ONU, ormai svuotato di reali funzioni e poteri, e la stessa sede istituzionale della Casa Bianca – Trump ha ricevuto Zelensky per un altro giro nel gioco delle tre carte del “piano di pace”. Questi   sono i punti centrali del piano, secondo quanto riferiscono portavoce dell’Amministrazione Trump.

·         Gli Stati Uniti, la NATO e gli Stati firmatari europei forniranno all’Ucraina garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO.

·         Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’Accordo.

·         L’attuazione del presente accordo sarà monitorata e garantita da un Consiglio di Pace presieduto da Trump.

·         Le Forze armate ucraine rimarranno a 800.000 effettivi in tempo di pace.

·         L’Ucraina diventerà membro dell’Unione Europea, godrà di un accesso privilegiato al Mercato europeo, riceverà un solido Pacchetto di sviluppo, concluderà un Accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. L’obiettivo sarà di mobilitare 800 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina a realizzare appieno il proprio potenziale.

Su tale base, anche se la Federazione Russa ottenesse in un eventuale accordo il riconoscimento della sua sovranità sui territori della Crimea e del Donbass, abitati da popolazioni russe perseguitate e attaccate da Kiev, essa si troverebbe esposta a una minaccia ancora maggiore di quella che ha provocato il suo intervento armato in Ucraina. Truppe NATO, camuffate da “forze internazionali per il monitoraggio dell’Accordo”, sarebbero schierate ancora più a ridosso del territorio russo.  Allo stesso tempo l’Ucraina – strumento della guerra provocata e condotta dalla NATO contro la Russia – diverrebbe a tutti gli effetti membro della NATO in base alle “garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO”: tale articolo sancisce che, se un membro della Alleanza viene attaccato (o si finge di essere attaccato), tutti gli altri membri della Alleanza devono entrare in guerra a suo fianco.   

In tale quadro si inserisce la crescente militarizzazione dei paesi europei della NATO, alleanza sotto comando degli Stati Uniti che detengono tutti i comandi chiave a partire da quello di Comandante Supremo Alleato in Europa. Sotto pressione statunitense, in particolare da parte della Amministrazione Trump, i membri europei della NATO hanno accresciuto la loro spesa militare prima al 2% del PIL, impegnandosi a portarla al 3;5% (obiettivo ormai quasi raggiunto) e quindi al 5% del PIL. Il 3,5% comporta il raddoppio della spesa militare dei Paesi europei della NATO al livello di 770 miliardi di euro annui.  Secondo i dati ufficiali della NATO, la spesa militare annua dell’Italia è salita a oltre 45 miliardi di euro nel 2025, il doppio della Manovra di bilancio appena approvata, equivalenti a una media di 124 milioni di euro al giorno.

Ad accrescere fortemente i loro profitti sono le grandi industrie belliche come l’italiana Leonardo, la tedesca Rheinmetall e la francese Dassault. Anche piccole imprese partecipano alla produzione di armi: nell’industria militare dell’Unione Europea operano circa 12.000 aziende.  

La militarizzazione dell’Europa è alimentata da una frenetica campagna bellicista. “La Russia rimane una minaccia oggi, domani e nel prossimo futuro per l’intera Europa”, ha dichiarato il primo ministro finlandese Petteri Orpo al primo vertice sulla “difesa del fianco orientale dell’Europa”, al quale hanno partecipato i leader di Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Svezia: membri della NATO che si presentano semplicemente come membri della UE.

Contemporaneamente il presidente Trump, mentre tende la mano a Putin presentandosi come paciere, ordina lo schieramento in Germania dei missili ipersonici da attacco nucleare a raggio intermedio Dark Eagle, che in pochi minuti possono colpire Mosca e obiettivi ancora più distanti: armi che si aggiungono alle nuove bombe nucleari USA B6 1-12 schierate anche in Italia. Gli stessi missili nucleari, lanciati dalla base USA sull’isola di Guam, possono colpire Pechino in pochi minuti. 

Dalla “capitale mondiale della diplomazia” il presidente Trump ordina l’attacco in Nigeria, ufficialmente per “proteggere i cristiani dall’ISIS”, in realtà per rimettere piede nel Sahel, zona ricchissima di preziose materie prime, dove gli Stati Uniti avevano due grandi basi militari in Niger che sono stati costretti a chiudere; ordina il blocco militare e una serie di attacchi al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, prima controllate dagli Stati Uniti.  

Nella stessa “capitale mondiale della diplomazia” Trump riceve Netanyahu, assicurandolo che gli Stati Uniti sono pronti a nuovi attacchi contro l’Iran e lodandolo con queste parole: “Ci voleva un uomo davvero speciale per portare a termine il compito e aiutare Israele a superare questa terribile situazione. Non mi preoccupa nulla di ciò che sta facendo Israele”.  Gli dà così luce verde al proseguimento del genocidio del popolo palestinese, preparandosi a trasformare Gaza in una lussuosa “Riviera del Medio Oriente” che potrebbe funzionare anche da succursale di Mar-a-Lago. 

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