Che ne è oggi della Rivoluzione d’ottobre per quella massa diffusa e varia che etichettiamo coi concetti di proletariato, classi subalterne, popolo, classi popolari, sfruttate e sfruttati, ultimi e penultimi? La risposta è tutt’altro che facile né esauribile in poche righe, ma certamente una questione fondamentale e difficilmente aggirabile.
Infatti se l’impresa di Lenin e dei bolscevichi ha avuto un senso, questo
non risiede semplicemente nel processo storico determinato che da quell’evento
ha preso le mosse, non sta nella mera analisi storica degli effetti e delle
cause di quello straordinario avvenimento, ma si fonda sul mito che quella
leggendaria impresa ha diffuso nelle sterminate masse lavoratrici occidentali e
nelle ancor più sterminate masse contadine dei popoli colonizzati. Un mito di
riscatto, che dimostra non solo che il cambiamento è possibile, ma che
attraverso un serio lavoro organizzativo, uno studio approfondito delle
circostanze e delle situazioni, una costante autocritica e straordinarie
capacità di adattamento è possibile replicare quell’evento in qualsiasi parte
del mondo, a patto che si riescano a tradurre nei diversi linguaggi nazionali
le peculiarità russe. Lenin e il gruppo dirigente bolscevico hanno insomma
dimostrato che, come affermò Gramsci a proposto della scienza della politica
elaborata da Machiavelli, anche gli ultimi possono apprendere e applicare i
metodi dell’arte e della scienza politica che per secoli sono stati appannaggio
dei signori e dei potenti.
Il risultato forse più importante ed epocale della Rivoluzione risiede
nell’aver appoggiato, finanziato e rappresentato l’imponente processo di
decolonizzazione che oggi, a 108 anni di distanza, sta ridisegnando la
geografia politica mondiale. Un processo che non soltanto la vecchia Europa
stenta a capire, rifugiandosi nella rassicurante dialettica tra l’eurocentrica
ideologia liberal-democratica esportatrice di guerre e la reazione più nera dei
neocon e delle nuove destre, ma che ha apertamente combattuto e osteggiato
finché ha potuto. Oggi le classi popolari e subalterne europee, che sono sempre
più articolate e varie dal punto di vista delle nazionalità, delle culture
religiose e politiche, pagano a caro prezzo l’incapacità delle classi dirigenti
di ripensare il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario internazionale. La crisi
attuale non dev’essere confusa con le sue clamorose manifestazioni, ma
dev’essere compresa come un processo complesso che approfondisce e intensifica
il processo che ha condotto alla crisi degli Stati-nazione liberali e
monoclasse causata dall’irruzione dirompente delle masse nella scena politica.
Oggi non solo le masse sono regolarmente inquadrate nelle strutture statali e
sono indispensabili alla riproduzione del sistema economico e istituzionale, ma
si assiste all’irruzione nella scena mondiale di popoli che rivendicano la
propria sovranità e il proprio diritto di esprimere le proprie istanze nel
contesto delle relazioni internazionali e lo fanno senza chiedere il permesso
ma fondando organismi propri che fanno concorrenza a quelli a egemonia
occidentale e che già si propongono come punto di riferimento per la stragrande
maggioranza della popolazione mondiale.
Oggi forse più di ieri il monito gramsciano sulla crisi appare più che
valido: “mentre la vita economica ha come premessa necessaria
l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più
sviluppata nel senso del « nazionalismo», «del bastare a se stessi» ecc.”[1]. La nuova ondata di
nazionalismi ed etnicismi occidentali, che rivendicano un ruolo egemonico
mondiale esaltando la propria violenza distruttrice di popoli e culture, non
solo condurrà alla rovina economica e finanziaria l’occidente e in particolar
modo le lavoratrici e i lavoratori, i gruppi sociali subalterni, ma porterà
anche all’immane catastrofe della guerra che minaccia la distruzione stessa del
mondo.
In questo contesto, in cui si intravedono le possibilità di sviluppo delle
potenzialità creatrici e creative dell’essere umano, l’eredità dell’Ottobre
rosso, con la sua simbologia, con le sue contraddizioni tragiche e violente,
oggi rappresenta un serbatoio di esperienza dal quale attingere, da
rivendicare. Occorre assumere il punto di vista del lungo periodo e pensare la
storia delle masse, dei gruppi sociali e dei popoli subalterni come un processo
millenario, contraddittorio, oscuro di emersione sulla ribalta della storia e
ricomprendere in ciò, relativizzandola e comprendendola affondo, la storia
della rivoluzione russa, del bolscevismo e del movimento comunista
internazionale.
Nella complessità della situazione attuale ereditare la tradizione del
bolscevismo significa, tra le altre cose, ereditarne il mito del primo
tentativo riuscito e poi fallito di costruzione di uno Stato operario e
contadino. Non un semplice eccitante che infiamma gli animi e le folle, ma la
chiara percezione del prestigio emanato da questo primo esperimento, che, per
dirla ancora una volta con le parole di Gramsci, è stato “l’elemento
organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi […] che
[…] non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in
ampiezza e profondità”[2]. Non solo; un mito
capace di infondere coraggio, disciplina, metodo di lavoro, che ha permesso di
compiere – tra errori e tragedie – un percorso di apprendimento dei metodi
dell’arte politica.
Non si tratta dunque di rivendicarne i simboli o di ereditarne un’inutile
ortodossia. Si tratta piuttosto di ereditare la passione per la politica, per
il lavoro politico, l’unico in grado di mettere insieme e articolare le più
disparate forme organizzative, i diversi linguaggi teorici, le più disparate
lotte e soggettività che popolano il campo delle classi subalterne.
Si è parlato più volte, in queste colonne, della necessità di un
lavoro metapolitico, che sia capace di ricostituire un ambiente culturale dal
quale sia possibile la selezione di un gruppo dirigente in grado di affrontare
le gravi sfide che ci attendono. Questo è vero, ma è altrettanto necessario
valorizzare e prendere sul serio il lavoro politico. È nelle concrete
esperienze, nella lotta per diventare ciò che si vuole diventare, nel fuoco del
conflitto che si selezionano le energie migliori e che anche le grandi imprese
filosofiche assumono un taglio determinato. Pur tenendo ferma la distinzione
formale e organizzativa tra filosofia e politica, solo la necessità
articolatoria della politica, che è costretta a tenere insieme universale e
particolare, unità e molteplicità, identità e differenze, conferisce al lavoro
teorico una consistenza materiale e corporea.
Il mito dell’Ottobre è, si potrebbe forse dire, il mito della
traducibilità. La credenza, infondata ma necessaria, che le molteplici
esperienze teoriche e pratiche, che i diversi linguaggi possano tradursi l’uno
nell’altro, assumere la forza necessaria a costruire un mondo diverso.
La fede nell’idea che il grande serbatoio teorico e pratico del femminismo
possa diventare, conservando la sua specificità, patrimonio comune dell’umanità
in lotta per la propria emancipazione; che le svariate esperienze dei popoli in
lotta per l’affermazione della propria sovranità e per la difesa della propria
lingua e cultura possa incarnarsi nella lotta per un ordine mondiale
democratico e di pace; che il lavoro teorico, pratico e tecnico di tutte e
tutti noi possa acquisire un significato complessivo e contribuire
all’articolazione – sempre problematica, parziale e in traduzione –
di un mondo produttivo, politico e istituzionale capace di tenere insieme
ordine e apertura al moto perpetuamente rivoluzionario che è la stessa vita.
Per i gruppi sociali subalterni della vecchia Europa ereditare la
rivoluzione d’ottobre, incarnarne il mito, significa allora tornare a
interrogarsi complessivamente sul proprio ruolo nazionale e internazionale.
Significa non lasciarsi andare al pessimismo, alle sirene del decadentismo
autoconsolatorio, ma organizzarsi, riprendere con calma e lucidità il filo del
lavoro politico, forti di una molteplicità di traduzioni teoriche e pratiche
molto rilevanti. Significa, inoltre, pensare insieme il ruolo internazionale e
nazionale, che in Europa assume una mostruosa complessità. Occorre ripensare il
ruolo dell’Europa nel mondo che con la sua millenaria cultura può confrontarsi
alla pari con le altre millenarie culture su un terreno di pace e
collaborazione, abbandonando il ruolo di appendice subalterna degli Stati
Uniti, che non trovano altra soluzione che la minaccia di una guerra su larga
scala. Occorre riprendere seriamente il processo di federazione dei popoli e
delle nazioni europee su basi democratiche e popolari, le cui protagoniste
siano realmente le classi popolari, sole davvero interessate all’effettivo
rilancio economico, culturale e politico dell’Europa.
[1] A.
Gramsci, Quaderni del carcere, Ed. ciritica a cura di V. Gerratana,
Einaudi, Torino 1975, p. 1756.
[2] A.
Gramsci, Le opere, La prima antologia di tutti gli scritti,
a cura di Antonio Santucci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 176.
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