domenica 4 gennaio 2026

L’ebreo antisemita - Stefano Bartolini

Criticare Israele non è antisemita, è antifascista - Stefano Bartolini

Veniamo direttamente al punto di quanto siano strumentali e vergognose tutte queste proposte di legge sull’antisemitismo basate sulla definizione dell’IRHA.

La prendo sul personale. Io sono nato da madre ebrea e sono cresciuto in una famiglia ebraica, con tutto il corollario di pesach con uovo sodo al primogenito maschio da mangiare senza farsi vedere, hanukkah, vagamente rosh hashanah. Famiglia non particolarmente praticante ma credente (io non credo, ma è evidente che l’ebraismo così come non è questione di razza non lo è nemmeno di credo, cosa poi sia è discorso aperto). Per non parlare della memoria delle persecuzioni, da quelle mitologiche dei faraoni a quelle vicine e concrete dei fascisti e della Shoah.

Insomma io sono cresciuto da ebreo, con arredi e ninnoli vari in casa e il peso di un nonno partigiano delle Garibaldi che si chiamava niente di meno che Israele (lo trovate sull’home page del sito dedicato agli ebrei resistenti italiani del Cdec). Per mio nonno ho ottenuto postumo dallo Stato italiano il riconoscimento di perseguitato razziale sulla base della documentazione di archivio che ho raccolto.

È nella vita da storico ho lavorato tanto sull’antisemitismo, il razzismo, il nazionalismo, il fascismo. Oltretutto si può dire che sono diventato antifascista fin dalla tenera età perché sapevo che ero ebreo, che i fascisti ci avevano sterminato per quel che eravamo e dunque era chiaro che nel fascismo c’è qualcosa di intrinsecamente malvagio.

E poi c’è Israele, lo Stato. Con Israele ho dovuto fare un lungo percorso. Non che in casa fossero sionisti (nessuno ha mai fatto l’aliyah) o ferventi sostenitori di Israele, sono sempre stati semmai tutti per lo più indifferenti a quel che succedeva in un posto lontano e esotico mentre erano intenti a fare la cena di natale senza nemmeno un cristiano a tavola.

Ma quest’idea che di là dal Mediterraneo ci fosse una patria di riserva in cui andare a rifugiarsi qualora avessero iniziato di nuovo a farci fuori te la passano. Forse è come ha detto Tony Judt, ormai noi laici in diaspora non troviamo altro fondamento al nostro essere ebrei se non che i nazisti hanno provato a farci tutti fuori. Quindi partiamo da qui. Poi che è successo?

La “patria di riserva” della quale avrei diritto a chiedere la cittadinanza secondo le sue leggi, crescendo è iniziata a diventare un posto che portava avanti politiche profondamente ingiuste verso gente nativa del posto.

Inizialmente è iniziata a essere una “patria di riserva” governata da gente non propriamente lungimirante, che sbagliava tutto (e nel farlo ci metteva di nuovo a rischio).

Poi a un certo punto mi sono  ritrovato a ospitare a più riprese in casa mia un moderno Odisseo proveniente da Gaza. Non dimenticherò mai il suo terrore negli occhi la prima volta che entro nella mia casa materna è scopri dagli arredi di essere finito in una casa di ebrei. Mi chiese atterrito se eravamo fanatici. Io scoppiai a ridere e gli dissi tranquillamente mi casa es tu casa. Ma non ho mai smesso di pensarci.

Quindi eravamo giunti a questo? Per un palestinese nato e cresciuto a Jabalya il primo tema con un ebreo era appurare se fosse un fascista che aveva in mente di eliminarlo.

A quel punto ho iniziato a pensare che era giunta l’ora di andare a vedere di persona cosa erano Israele e la Palestina. Scelsi di farlo da solo, senza contatti, senza agganci in loco, io e il mio fedele zaino da viaggio. Mia madre insistette perché parlassi prima con un’amica di famiglia che c’era stata molte volte. Questa mi spiegò minuziosamente i posti in cui andare e quelli dove non andare. Quelli in cui andare erano quelli sicuri perché “lì c’è pieno di soldati”.

Io avevo già fatto tutto il movimento no global, pensai che avevamo un’idea diversa di cosa è la sicurezza. Quindi arrivai a Gerusalemme e come Philip Roth in Operazione Shylock scoprii subito che nella “patria di riserva” non fregava niente a nessuno che ero ebreo. E ci può stare. Fuori dalle fantasticherie dell’aliyah era un po’ come un argentino di cultura italiana che atterra a Roma e dice “io sono italiano”: embè?

Dunque me ne andai in tutti i luoghi dove mi era stato sconsigliato di andare e – pericolo assoluto – mi addentrai nei territori occupati, a Betlemme, a Ramallah, nei campi profughi, dove fui accolto da gente ospitale e simpatica. E solo soletto me ne andai a porgere i miei omaggi alla tomba di Yasser Arafat.

Ma attraversare quell’inquietante muro di cemento che rende i territori occupati la più grande prigione del mondo – testimonianza concreta della persecuzione – ti ricordava il tuo privilegio di occidentale che se ne può andare in su e giù tranquillamente. E soprattutto ti ricordava con le sue torrette quell’incubo di un campo in Polonia.

Non del tutto contento ci tornai due anni dopo, questa volta con alcuni amici e con un appuntamento con Breaking the silence per andare nei campi profughi a sud di Hebron, quelli in cui è girato No other land, passando per qualche colonia israeliana.

A quel punto inizi definitivamente a capire. Quella non è una “patria di riserva” che sbaglia. Quello è uno stato razzista e colonialista criminale che fonda su basi razziali la sua cittadinanza e il suo diritto a esistere, tenuto in piedi con la forza del dominio e del sopruso e attraversato da orde di squadristi che si chiamano coloni.

È uno stato fascista che si atteggia a democratico attraverso alcune esteriorità occidentali. E che, come facevano i fascisti italiani, pretende che ci sia un’identità tra ebraismo e sionismo, e chi la rigetta è antisemita. Ma io lo sapevo che i fascisti dicevano che erano anti-italiani gli antifascisti. E poi vedi anche che nelle librerie dove vendono libri in inglese – ce ne sono molte – ci sono volumi in bella vista, best seller, dove si spiega che la soluzione finale della questione palestinese è prendersi tutto e fare fuori – in qualsiasi modo – questi scomodi palestinesi.

Ed ora eccoci qui. Davanti a una sequenza di proposte di legge tutte uguali proposte da fascisti o da finti antifascisti che pretendono non solo di dirmi ma di impormi per legge che criticare quello stato è antisemita.

Ma questo è falso. Criticare quello Stato è antifascista. E su questo sarò chiaro. L’unico Stato che conosco che ha diritto a esistere è uno Stato democratico, autodeterminatosi, non nazionalista e nemmeno nazionale, con regole di cittadinanza inclusive e non su basi razziali, etniche, nazionaliste, mitologiche, bibliche. Uno Stato dove non ci sono cittadini di serie A e di serie C (se non ci fossero nemmeno per classe sarebbe meglio, ma questo sarebbe già quell’altro Stato che continuiamo a agognare).

Questo Israele non è non potrà mai essere, perché è uno Stato che fonda il suo diritto di esistere sulla forza, la violenza, l’apartheid, il sopruso, il dominio, la promessa divina.

Di fronte a questo, l’unica proposta democratica è quella di uno Stato solo, che si chiami come si è sempre chiamato quel posto, Palestina, dove fino a quando non sono arrivati dei colonialisti occidentali animati da un’ideologia nazionalista e rapace chiamata sionismo si viveva tranquillamente in pace tra ebrei, mussulmani e cristiani di ogni sorta, tutti palestinesi.

E dire questo non è assolutamente antisemita, perché io continuerò ad avere i miei ninnoli ebraici in casa, e vorrei semmai poter tornare a mangiare il mio uovo sodo a pesach senza dovermi vergognare per il timore di essere accomunato a una banda di criminali che non mi rappresenta ma che pretende fascisticamente di parlare in mio nome, con l’ausilio dei suoi alleati fascisti e finti antifascisti occidentali.

E che mi denuncino pure, zitto non ci sto, né ora né poi. Anzi, mi faranno il piacere di sanzionare per legge che sono un dissidente, elevandomi di status.

da qui

  

L’ebreo antisemita (o seconda puntata) - Stefano Bartolini

Era l’accusa che mi aspettavo, arrivata puntualmente. D’altronde l’avevo anche evocata, per cui non mi lamento. É un’accusa che gira da molto tempo in relazione a chi critica Israele da una prospettiva ebraica, e che negli ultimi anni sta acquistando una nuova forma concreta e aggressiva a partire dalla Germania, come ho imparato dagli studi di Donatella Della Porta.

Sia detto per inciso: questa accusa è uno dei motivi che fa si che molte persone ebree che la pensano come me (e ce ne sono diverse a giudicare dai messaggi che mi sono arrivati in privato) restino in silenzio di fronte ai crimini israeliani. Un altro motivo è che siamo scollegati tra noi, non organizzati e quindi senza voce, ma questo è un altro discorso.

Vediamo invece quale sarebbe la natura di questo “ebreo antisemita”: è una “specie infestante” (l’ho letto), di sinistra, cosmopolita, woke, ha i soldi, è una quinta colonna dell’islamismo, è un’arma mortale nascosta nelle nostre società pronta a colpire al cuore l’Occidente.

Se vi sembra di sentire qualcosa di sinistramente già noto è perché “l’ebreo antisemita” somiglia straordinariamente all’immagine dell’ebreo dei nazisti. Curioso, vero?

Credo che se riusciamo a dipanare questa matassa faremo un passo in avanti nella comprensione del perché oggi in Occidente le forze politiche che appartengono alla famiglia politica del fascismo siano diventate le più strenui alleate di Israele – dopo aver provato a sterminare gli ebrei – e viceversa, senza sentire nessuna contraddizione tra il rivendicare (esaltandola) la figura di Giorgio Almirante, fascista antisemita impegnato nella direzione della rivista “La difesa della razza” durante il regime e l’appoggio incondizionato a Israele. Qualche idea ce l’ho, ma per ora lascio aperta la discussione perché vorrei ascoltare le opinioni in merito.

Tuttavia vorrei dire alcune cose su questa strana creatura che è “l’ebreo antisemita”.

Innanzitutto ha i caratteri di tutte le costruzioni razziste, ovverosia l’identificazione tra un carattere immutabile (l’essere ebreo) e una posizione politica. Di fatto si tratta di un’ennesima razzializzazione: si è ebrei se si è sionisti, si è ebrei antisemiti se non si è sionisti. Tertium non datur.

Ora questa naturalizzazione del rapporto tra ebraicità e sionismo fa ovviamente il gioco di Israele che quindi spende da sempre risorse in questo senso. Tuttavia questa razzializzazione ha una forte pregnanza antidemocratica. Perché? Perché non contempla la circostanza che vi siano posizioni diverse all’interno del mondo ebraico, e cioè un pluralismo e una dialettica, rispetto a Israele e all’idea di stato-nazione, etnicamente perimetrato in vari modi con l’armamentario classico dei processi di costruzione nazionale che hanno a che fare con religione, lingua, cultura ecc… e guarda caso il “suolo”. Cioè se si è ebrei si deve per forza essere sionisti, altrimenti si è ebrei antisemiti.

Non può dunque esistere una posizione critica, non solo su Israele e le sue politiche, ma proprio dell’idea che la statualità e la cittadinanza si debbano per forza costruire sopra il perimetro etnico e nazionale, e quindi escludente per chi non vi sta dentro.

O detto in altri termini: non posso dire che l’idea nefasta secondo la quale italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, serbi, croati, russi, ucraini, greci, turchi e anche gli ebrei (che non è nemmeno chiaro se siano una nazione, una religione, una cultura, un popolo…) debbono per forza avere uno Stato solo per loro, escludendo dalla cittadinanza o dalla piena cittadinanza chi non fa parte della nazione dominante (è il problema della cittadinanza agli immigrati, per dirla chiara) perché, se lo faccio, sono un ebreo antisemita.

Tuttavia è stato proprio uno storico ebreo come me – un gigante, Eric Hobsbawm – a parlare della “nazione” come invenzione della tradizione, artefatto politico umano e non naturale. E se è una costruzione così come si è fatta si può anche superare.

Sono perfettamente consapevole che ci sono ebrei – anche di sinistra – che presentano come “democratica” l’idea sovranista che anche gli ebrei abbiano diritto a uno Stato. E a prima vista lo è. Il problema è che alla prova dei fatti gli stati non corrispondono alle nazioni, ci sono sempre minoranze, per cui lo Stato-nazione si risolve in un problema di inclusione irrisolvibile. Che si aggrava nel caso dello stato-nazione costruito per via coloniale, che si crea il proprio “spazio vitale” a spese di altri, di norma a un prezzo criminale.

Per cui io sono un “ebreo antisemita” perché credo che l’idea di stato-nazione vada superata anche per gli ebrei, sulla scorta di una lunghissima tradizione di pensiero ebraico europeo fisicamente scomparsa con la Shoah, a cui sono sopravvissute solo poche voci, come quella di Marek Edelman, tra i capi della rivolta ebraica del ghetto di Varsavia, non sionista e critico di Israele, figura troppo autorevole per essere attaccata e quindi cancellata d’ufficio, persona che credeva nell’integrazione e nel superamento del nazionalismo come principio politico.

Quindi per me “tra il fiume e il mare” dovrebbe esistere uno Stato solo, magari confederale in prima battuta, dove la cittadinanza sia questione di diritto universale e non particolare per ebrei, cristiani, mussulmani.

Secondo me si dovrebbe chiamare come il nome geografico di quella regione, Palestina, ma se questo fa problema si può tranquillamente chiamare in una maniera più ecumenica. Chiamiamolo Falafel, lo mangiano tutti. Tra l’altro basta farci un giro in quelle terre per capire che lo stato-nazione non ce lo puoi impiantare (è stato più facile da noi, ma c’è comunque chi ne ha fatto le spese e continua a farle). Non è semplicemente praticabile, a meno di non farsi venire in mente di fare un genocidio.

La seconda cosa invece è che chi parla di “ebreo antisemita” è poi anche chi vorrebbe un mondo ben ordinato e immutabile secondo le proprie categorie, sovradeterminando il destino e le scelte delle persone su cui pretendono di decidere loro: le donne devono fare le donne (sexy, madri e al focolare), gli operai devono stare zitti a lavorare o a farsi licenziare e non scioperare e protestare, i neri devono essere neri (e sappiamo tutti cosa vuole dire), i mussulmani devono stare in guerra santa in eterno, le persone lgbtqia+ non devono essere tali, i cinesi devono mangiare i ravioli, i messicani mettersi il sombrero ecc. ecc… Per cui ti devi conformare a forza: se sei ebreo devi essere sionista, altrimenti sei antisemita.

Non facciamo confusione. Il problema è che il loro mondo così ben ordinato non esiste e non esisterà mai, anche perché la storia non è fissità delle identità ma mutamento continuo, ibridazioni, processi sociali che cambiano le carte in tavola. In aggiunta le persone hanno il brutto vizio di non farsi sovradeterminare e di prendere la parola.

Infatti, alla fin fine, il problema di costoro è che mal sopportano il mondo (restiamo in Occidente per non complicarci troppo il discorso) per come è iniziato a diventare dal 14 luglio del 1789 in poi, con tutta questa gente che non sta al suo posto e prende la parola in sede politica (lo facevano anche prima, ma per ora accontentiamoci di questa approssimazione, ci siamo perfettamente capiti così). E quindi pretendono di rimetterti al tuo posto in maniera violenta, a parole finché non possono usare altri mezzi.

Un’ultima osservazione la rivolgo agli ebrei che vivono in diaspora, specie per quelli italiani, che sostengono Israele acriticamente e che si sentono attaccati da una nuova ondata di antisemitismo.

Sono perfettamente consapevole che c’è ancora l’antisemitismo, anche in frange minoritarie della sinistra. Proprio per questo meditate sulle scelte che fate.

L’alleanza tra l’Occidente e Israele durerà fino a quando gli ebrei saranno considerati bianchi (cosa tutto sommato recente). Ma basta un rivolgimento storico – che per sua natura non è prevedibile – e riscoprirete di essere una minoranza dentro a uno stato-nazione che considera chi non è cattolico fuori dal suo perimetro al pari dei mussulmani e dei neri. A quel punto basta un attimo a ritrovarsi nel 1938.

Forse la soluzione più lungimirante è uscire da questa logica dello stato-nazione, in Italia e in Israele, ed essere pienamente cittadini di uno Stato democratico non nazionale. È proprio la nostra storia ad avercelo insegnato, ma evidentemente ci sono troppi cattivi scolari che hanno preferito adottare la stessa strada che era stata scagliata contro di noi nell’illusione di sentirsi sicuri attraverso il dominio e la forza.

da qui

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