Criticare Israele non è antisemita, è antifascista - Stefano Bartolini
Veniamo
direttamente al punto di quanto siano strumentali e vergognose tutte queste
proposte di legge sull’antisemitismo basate sulla definizione dell’IRHA.
La prendo
sul personale. Io sono nato da madre ebrea e sono cresciuto in una famiglia
ebraica, con tutto il corollario di pesach con uovo sodo al primogenito maschio
da mangiare senza farsi vedere, hanukkah, vagamente rosh hashanah. Famiglia non
particolarmente praticante ma credente (io non credo, ma è evidente che
l’ebraismo così come non è questione di razza non lo è nemmeno di credo, cosa
poi sia è discorso aperto). Per non parlare della memoria delle persecuzioni,
da quelle mitologiche dei faraoni a quelle vicine e concrete dei fascisti e
della Shoah.
Insomma io
sono cresciuto da ebreo, con arredi e ninnoli vari in casa e il peso di un
nonno partigiano delle Garibaldi che si chiamava niente di meno che Israele (lo
trovate sull’home page del sito dedicato agli ebrei resistenti italiani del
Cdec). Per mio nonno ho ottenuto postumo dallo Stato italiano il riconoscimento
di perseguitato razziale sulla base della documentazione di archivio che ho
raccolto.
È nella vita
da storico ho lavorato tanto sull’antisemitismo, il razzismo, il nazionalismo,
il fascismo. Oltretutto si può dire che sono diventato antifascista fin dalla
tenera età perché sapevo che ero ebreo, che i fascisti ci avevano sterminato
per quel che eravamo e dunque era chiaro che nel fascismo c’è qualcosa di
intrinsecamente malvagio.
E poi c’è
Israele, lo Stato. Con Israele ho dovuto fare un lungo percorso. Non che in
casa fossero sionisti (nessuno ha mai fatto l’aliyah) o ferventi sostenitori di
Israele, sono sempre stati semmai tutti per lo più indifferenti a quel che
succedeva in un posto lontano e esotico mentre erano intenti a fare la cena di
natale senza nemmeno un cristiano a tavola.
Ma
quest’idea che di là dal Mediterraneo ci fosse una patria di riserva in cui
andare a rifugiarsi qualora avessero iniziato di nuovo a farci fuori te la
passano. Forse è come ha detto Tony Judt, ormai noi laici in diaspora non
troviamo altro fondamento al nostro essere ebrei se non che i nazisti hanno
provato a farci tutti fuori. Quindi partiamo da qui. Poi che è successo?
La “patria
di riserva” della quale avrei diritto a chiedere la cittadinanza secondo le sue
leggi, crescendo è iniziata a diventare un posto che portava avanti politiche
profondamente ingiuste verso gente nativa del posto.
Inizialmente
è iniziata a essere una “patria di riserva” governata da gente non propriamente
lungimirante, che sbagliava tutto (e nel farlo ci metteva di nuovo a rischio).
Poi a un
certo punto mi sono ritrovato a ospitare a più riprese in casa mia un
moderno Odisseo proveniente da Gaza. Non dimenticherò mai il suo terrore
negli occhi la prima volta che entro nella mia casa materna è scopri dagli
arredi di essere finito in una casa di ebrei. Mi chiese atterrito se eravamo
fanatici. Io scoppiai a ridere e gli dissi tranquillamente mi casa es
tu casa. Ma non ho mai smesso di pensarci.
Quindi
eravamo giunti a questo? Per un palestinese nato e cresciuto a Jabalya il primo
tema con un ebreo era appurare se fosse un fascista che aveva in mente di
eliminarlo.
A quel punto
ho iniziato a pensare che era giunta l’ora di andare a vedere di persona cosa
erano Israele e la Palestina. Scelsi di farlo da solo, senza contatti, senza
agganci in loco, io e il mio fedele zaino da viaggio. Mia madre insistette
perché parlassi prima con un’amica di famiglia che c’era stata molte volte.
Questa mi spiegò minuziosamente i posti in cui andare e quelli dove non andare.
Quelli in cui andare erano quelli sicuri perché “lì c’è pieno di soldati”.
Io avevo già
fatto tutto il movimento no global, pensai che avevamo un’idea diversa di cosa
è la sicurezza. Quindi arrivai a Gerusalemme e come Philip Roth in Operazione
Shylock scoprii subito che nella “patria di riserva” non fregava
niente a nessuno che ero ebreo. E ci può stare. Fuori dalle fantasticherie
dell’aliyah era un po’ come un argentino di cultura italiana che atterra a Roma
e dice “io sono italiano”: embè?
Dunque me ne
andai in tutti i luoghi dove mi era stato sconsigliato di andare e – pericolo
assoluto – mi addentrai nei territori occupati, a Betlemme, a Ramallah, nei
campi profughi, dove fui accolto da gente ospitale e simpatica. E solo soletto
me ne andai a porgere i miei omaggi alla tomba di Yasser Arafat.
Ma
attraversare quell’inquietante muro di cemento che rende i territori occupati
la più grande prigione del mondo – testimonianza concreta della persecuzione –
ti ricordava il tuo privilegio di occidentale che se ne può andare in su e giù
tranquillamente. E soprattutto ti ricordava con le sue torrette quell’incubo di
un campo in Polonia.
Non del
tutto contento ci tornai due anni dopo, questa volta con alcuni amici e con un
appuntamento con Breaking the silence per andare nei campi
profughi a sud di Hebron, quelli in cui è girato No other land,
passando per qualche colonia israeliana.
A quel punto
inizi definitivamente a capire. Quella non è una “patria di riserva” che
sbaglia. Quello è uno stato razzista e colonialista criminale che fonda su basi
razziali la sua cittadinanza e il suo diritto a esistere, tenuto in piedi con
la forza del dominio e del sopruso e attraversato da orde di squadristi che si
chiamano coloni.
È uno stato
fascista che si atteggia a democratico attraverso alcune esteriorità
occidentali. E che, come facevano i fascisti italiani, pretende che ci sia
un’identità tra ebraismo e sionismo, e chi la rigetta è antisemita. Ma io lo
sapevo che i fascisti dicevano che erano anti-italiani gli antifascisti. E poi
vedi anche che nelle librerie dove vendono libri in inglese – ce ne sono molte
– ci sono volumi in bella vista, best seller, dove si spiega che la soluzione
finale della questione palestinese è prendersi tutto e fare fuori – in
qualsiasi modo – questi scomodi palestinesi.
Ed ora
eccoci qui. Davanti a una sequenza di proposte di legge tutte uguali proposte
da fascisti o da finti antifascisti che pretendono non solo di dirmi ma di
impormi per legge che criticare quello stato è antisemita.
Ma questo è
falso. Criticare quello Stato è antifascista. E su questo sarò chiaro. L’unico
Stato che conosco che ha diritto a esistere è uno Stato democratico,
autodeterminatosi, non nazionalista e nemmeno nazionale, con regole di
cittadinanza inclusive e non su basi razziali, etniche, nazionaliste,
mitologiche, bibliche. Uno Stato dove non ci sono cittadini di serie A e di
serie C (se non ci fossero nemmeno per classe sarebbe meglio, ma questo sarebbe
già quell’altro Stato che continuiamo a agognare).
Questo
Israele non è non potrà mai essere, perché è uno Stato che fonda il suo diritto
di esistere sulla forza, la violenza, l’apartheid, il sopruso, il dominio, la
promessa divina.
Di fronte a
questo, l’unica proposta democratica è quella di uno Stato solo, che si chiami
come si è sempre chiamato quel posto, Palestina, dove fino a quando non sono
arrivati dei colonialisti occidentali animati da un’ideologia nazionalista e
rapace chiamata sionismo si viveva tranquillamente in pace tra ebrei,
mussulmani e cristiani di ogni sorta, tutti palestinesi.
E dire
questo non è assolutamente antisemita, perché io continuerò ad avere i miei
ninnoli ebraici in casa, e vorrei semmai poter tornare a mangiare il mio uovo
sodo a pesach senza dovermi vergognare per il timore di essere accomunato a una
banda di criminali che non mi rappresenta ma che pretende fascisticamente di
parlare in mio nome, con l’ausilio dei suoi alleati fascisti e finti
antifascisti occidentali.
E che mi
denuncino pure, zitto non ci sto, né ora né poi. Anzi, mi faranno il piacere di
sanzionare per legge che sono un dissidente, elevandomi di status.
L’ebreo antisemita (o seconda
puntata) - Stefano Bartolini
Era l’accusa
che mi aspettavo, arrivata puntualmente. D’altronde l’avevo anche evocata, per
cui non mi lamento. É un’accusa che gira da molto tempo in relazione a chi
critica Israele da una prospettiva ebraica, e che negli ultimi anni sta
acquistando una nuova forma concreta e aggressiva a partire dalla Germania,
come ho imparato dagli studi di Donatella Della Porta.
Sia detto
per inciso: questa accusa è uno dei motivi che fa si che molte persone ebree
che la pensano come me (e ce ne sono diverse a giudicare dai messaggi che mi
sono arrivati in privato) restino in silenzio di fronte ai crimini israeliani.
Un altro motivo è che siamo scollegati tra noi, non organizzati e quindi senza
voce, ma questo è un altro discorso.
Vediamo
invece quale sarebbe la natura di questo “ebreo antisemita”: è una “specie
infestante” (l’ho letto), di sinistra, cosmopolita, woke, ha i soldi, è una
quinta colonna dell’islamismo, è un’arma mortale nascosta nelle nostre società
pronta a colpire al cuore l’Occidente.
Se vi sembra
di sentire qualcosa di sinistramente già noto è perché “l’ebreo antisemita”
somiglia straordinariamente all’immagine dell’ebreo dei nazisti. Curioso, vero?
Credo che se
riusciamo a dipanare questa matassa faremo un passo in avanti nella
comprensione del perché oggi in Occidente le forze politiche che appartengono
alla famiglia politica del fascismo siano diventate le più strenui alleate di
Israele – dopo aver provato a sterminare gli ebrei – e viceversa, senza sentire
nessuna contraddizione tra il rivendicare (esaltandola) la figura di Giorgio
Almirante, fascista antisemita impegnato nella direzione della rivista “La
difesa della razza” durante il regime e l’appoggio incondizionato a Israele.
Qualche idea ce l’ho, ma per ora lascio aperta la discussione perché vorrei
ascoltare le opinioni in merito.
Tuttavia
vorrei dire alcune cose su questa strana creatura che è “l’ebreo antisemita”.
Innanzitutto
ha i caratteri di tutte le costruzioni razziste, ovverosia l’identificazione
tra un carattere immutabile (l’essere ebreo) e una posizione politica. Di fatto
si tratta di un’ennesima razzializzazione: si è ebrei se si è sionisti, si è
ebrei antisemiti se non si è sionisti. Tertium non datur.
Ora questa
naturalizzazione del rapporto tra ebraicità e sionismo fa ovviamente il gioco
di Israele che quindi spende da sempre risorse in questo senso. Tuttavia questa
razzializzazione ha una forte pregnanza antidemocratica. Perché? Perché non
contempla la circostanza che vi siano posizioni diverse all’interno del mondo
ebraico, e cioè un pluralismo e una dialettica, rispetto a Israele e all’idea
di stato-nazione, etnicamente perimetrato in vari modi con l’armamentario
classico dei processi di costruzione nazionale che hanno a che fare con
religione, lingua, cultura ecc… e guarda caso il “suolo”. Cioè se si è ebrei si
deve per forza essere sionisti, altrimenti si è ebrei antisemiti.
Non può
dunque esistere una posizione critica, non solo su Israele e le sue politiche,
ma proprio dell’idea che la statualità e la cittadinanza si debbano per forza
costruire sopra il perimetro etnico e nazionale, e quindi escludente per chi
non vi sta dentro.
O detto in
altri termini: non posso dire che l’idea nefasta secondo la quale italiani,
tedeschi, francesi, spagnoli, serbi, croati, russi, ucraini, greci, turchi e
anche gli ebrei (che non è nemmeno chiaro se siano una nazione, una religione,
una cultura, un popolo…) debbono per forza avere uno Stato solo per loro,
escludendo dalla cittadinanza o dalla piena cittadinanza chi non fa parte della
nazione dominante (è il problema della cittadinanza agli immigrati, per dirla
chiara) perché, se lo faccio, sono un ebreo antisemita.
Tuttavia è
stato proprio uno storico ebreo come me – un gigante, Eric Hobsbawm – a parlare
della “nazione” come invenzione della tradizione, artefatto
politico umano e non naturale. E se è una costruzione così come si è fatta si
può anche superare.
Sono
perfettamente consapevole che ci sono ebrei – anche di sinistra – che
presentano come “democratica” l’idea sovranista che anche gli ebrei abbiano
diritto a uno Stato. E a prima vista lo è. Il problema è che alla prova dei
fatti gli stati non corrispondono alle nazioni, ci sono sempre minoranze, per
cui lo Stato-nazione si risolve in un problema di inclusione irrisolvibile. Che
si aggrava nel caso dello stato-nazione costruito per via coloniale, che si
crea il proprio “spazio vitale” a spese di altri, di norma a un prezzo
criminale.
Per cui io
sono un “ebreo antisemita” perché credo che l’idea di stato-nazione vada
superata anche per gli ebrei, sulla scorta di una lunghissima tradizione di
pensiero ebraico europeo fisicamente scomparsa con la Shoah, a cui sono
sopravvissute solo poche voci, come quella di Marek Edelman, tra i capi della
rivolta ebraica del ghetto di Varsavia, non sionista e critico di Israele,
figura troppo autorevole per essere attaccata e quindi cancellata d’ufficio,
persona che credeva nell’integrazione e nel superamento del nazionalismo come principio
politico.
Quindi per
me “tra il fiume e il mare” dovrebbe esistere uno Stato solo, magari
confederale in prima battuta, dove la cittadinanza sia questione di diritto
universale e non particolare per ebrei, cristiani, mussulmani.
Secondo me
si dovrebbe chiamare come il nome geografico di quella regione, Palestina, ma
se questo fa problema si può tranquillamente chiamare in una maniera più
ecumenica. Chiamiamolo Falafel, lo mangiano tutti. Tra l’altro basta farci un
giro in quelle terre per capire che lo stato-nazione non ce lo puoi impiantare
(è stato più facile da noi, ma c’è comunque chi ne ha fatto le spese e continua
a farle). Non è semplicemente praticabile, a meno di non farsi venire in mente
di fare un genocidio.
La seconda cosa
invece è che chi parla di “ebreo antisemita” è poi anche chi vorrebbe un mondo
ben ordinato e immutabile secondo le proprie categorie, sovradeterminando il
destino e le scelte delle persone su cui pretendono di decidere loro: le donne
devono fare le donne (sexy, madri e al focolare), gli operai devono stare zitti
a lavorare o a farsi licenziare e non scioperare e protestare, i neri devono
essere neri (e sappiamo tutti cosa vuole dire), i mussulmani devono stare in
guerra santa in eterno, le persone lgbtqia+ non devono essere tali, i cinesi
devono mangiare i ravioli, i messicani mettersi il sombrero ecc. ecc… Per cui
ti devi conformare a forza: se sei ebreo devi essere sionista, altrimenti sei
antisemita.
Non facciamo
confusione. Il problema è che il loro mondo così ben ordinato non esiste e non
esisterà mai, anche perché la storia non è fissità delle identità ma mutamento
continuo, ibridazioni, processi sociali che cambiano le carte in tavola. In
aggiunta le persone hanno il brutto vizio di non farsi sovradeterminare e di
prendere la parola.
Infatti,
alla fin fine, il problema di costoro è che mal sopportano il mondo (restiamo
in Occidente per non complicarci troppo il discorso) per come è iniziato a
diventare dal 14 luglio del 1789 in poi, con tutta questa gente che non sta al
suo posto e prende la parola in sede politica (lo facevano anche prima, ma per
ora accontentiamoci di questa approssimazione, ci siamo perfettamente capiti
così). E quindi pretendono di rimetterti al tuo posto in maniera violenta, a parole
finché non possono usare altri mezzi.
Un’ultima
osservazione la rivolgo agli ebrei che vivono in diaspora, specie per quelli
italiani, che sostengono Israele acriticamente e che si sentono attaccati da
una nuova ondata di antisemitismo.
Sono perfettamente
consapevole che c’è ancora l’antisemitismo, anche in frange minoritarie della
sinistra. Proprio per questo meditate sulle scelte che fate.
L’alleanza
tra l’Occidente e Israele durerà fino a quando gli ebrei saranno considerati
bianchi (cosa tutto sommato recente). Ma basta un rivolgimento storico – che
per sua natura non è prevedibile – e riscoprirete di essere una minoranza
dentro a uno stato-nazione che considera chi non è cattolico fuori dal suo
perimetro al pari dei mussulmani e dei neri. A quel punto basta un attimo a
ritrovarsi nel 1938.
Forse la
soluzione più lungimirante è uscire da questa logica dello stato-nazione, in
Italia e in Israele, ed essere pienamente cittadini di uno Stato
democratico non nazionale. È proprio la nostra storia ad avercelo
insegnato, ma evidentemente ci sono troppi cattivi scolari che hanno preferito
adottare la stessa strada che era stata scagliata contro di noi nell’illusione
di sentirsi sicuri attraverso il dominio e la forza.
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