Premessa
In questi
giorni di festa, per molti popoli e ampi strati delle società capitaliste c’è
ben poco da celebrare, tra guerre, politiche coercitive, erosione del potere di
acquisto, precarietà e tagli al welfare sociale. Non si tratta della consueta
retorica buonista di sinistra, di quella solidarietà rivolta alle classi meno
abbienti o ai popoli oppressi che talvolta cozza con le pratiche quotidiane: è
piuttosto la constatazione di un equilibrio irrimediabilmente infranto. Oltre
quarant’anni di neoliberismo hanno prodotto contraddizioni ormai insanabili,
che il ritorno al bellico di certo non potrà sanare. Anzi…
In qualunque
modo la si voglia leggere e catalogare, la realtà che osserviamo oggi appare,
se vista con gli occhi del passato, del tutto paradossale. Quegli stessi
alfieri dello Stato forte sono ora divenuti acerrimi antistatalisti.
Ciò è
evidente nel settore dell’istruzione: criticano genitori e studenti impegnati
politicamente, praticano repressione contro iniziative educative nel pubblico e
nel privato, pur avendo in passato disprezzato le teorie pedagogiche dei nidi e
delle scuole materne a contatto con la natura, si ergono a difensori di ogni
esperienza pur di gettare discredito sulla gestione pubblica dei servizi educativi
e non e sul ruolo stesso dello Stato.
Masochismo
antistatalista e contabile nelle Università
È ormai
evidente che la legge di bilancio 2026 assegnerà risorse esigue per il
reclutamento di ricercatori nelle Università e negli Enti pubblici di ricerca.
Un’assurdità inconcepibile, un po’ come la barzelletta delle norme sul riscatto
degli anni di laurea che rischiano di penalizzare chi ha il maggior numero di
anni di studio computabili: investire somme ingenti senza possibilità di
anticipare l’uscita dal lavoro si configura come una beffa, confermando la
linea imposta dalla riforma Fornero e la accettazione della stessa da parte di
chi aveva spergiurato di abrogarla.
Così come le
uscite per pensionamento (facendo pesare assai meno il riscatto della laurea e
allungando la durata delle finestre di uscita dal mondo del lavoro alla
pensione), allo stesso modo le assunzioni saranno estremamente limitate e del
tutto inadeguate a garantire la continuità dell’azione amministrativa e dei
percorsi della ricerca pubblica. Manca insomma un adeguato processo di
stabilizzazione che avrebbe avuto bisogno di risorse economiche ben maggiori
che a loro volta avrebbero prodotto numeri adeguati ai reali fabbisogni. Ma una
operazione del genere necessitava in partenza di due presupposti: il coraggio
politico delle scelte (ad esempio andare in deroga ai tetti di spesa per il
personale anche limitatamente alla ricerca) e la volontà di difendere
l’università pubblica senza cedere alle lusinghe del privato e dei corsi di
laurea telematici.
Un anno fa,
con carenze di personale già macroscopiche, si decise il blocco del turnover al
75%, con l’annunciata ghigliottina sui ricercatori fin dal prossimo anno,
privando così gli atenei di circa 50 milioni di euro. Per non tacer del fatto
che i nuovi contratti di lavoro in base al CCNL prevedono incrementi del 6%,
mentre il costo della vita è cresciuto tra il 17 e il 18%. Questo dimostra come
i contratti futuri, atipici o contrattualizzati che siano, difetteranno di
equità: il personale continua, infatti, a essere penalizzato dalla erosione del
potere di acquisto, i salari cresceranno in misura assai minore dell’aumento
del costo della vita, la promessa di stabilità poi, che al momento nemmeno
intravediamo, non garantirebbe un roseo futuro, trasformandosi in uno scherzo
amaro figlio del costante e onnipresente definanziamento.
Precariato
diffuso e ignorato
Ignorare i
problemi è diventata una prassi politica consolidata. Lo sciopero delle
Università del 12 maggio scorso, che ha abbracciato il personale precario e
esternalizzato, ha visto una robusta partecipazione ponendo all’ordine del
giorno questioni importanti. Ci si era attivati per contrastare la più grande
espulsione della storia dell’Università, con circa 30.000 contratti di lavoro
in scadenza. E proprio alla luce delle potenzialità della mobilitazione, il
Governo era subito corso ai ripari con l’emendamento Occhiuto – per sostituire
i precari con altri precari – inserito in extremis nel decreto d’urgenza varato
per la Scuola.
La
precarizzazione nella Pubblica Amministrazione e nelle Università continua a
essere un dato incontrovertibile, responsabile anche della fuga dei ricercatori
all’estero. Solo poche centinaia di precari legati al PNRR avranno la
possibilità di stabilizzazione. Cinquanta milioni in due anni, tra FFO (=
Fondo di Finanziamento Ordinario, principale finanziamento statale alle
università) e FOE (= Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di
Ricerca, finanzia enti di ricerca pubblici, non le università),
rappresentano una goccia nel mare. Secondo i dati ministeriali, i ricercatori
coinvolti, tra PNRR e no, vanno oltre le settemila unità, mentre le assunzioni
previste non supereranno le 1.600 in due anni. Senza la rimozione dei tetti di
spesa per il personale, ogni risultato rimane illusorio. Alla fine il problema
insormontabile è dato da un fatto incontrovertibile, ossia il definanziamento
reale, silenzioso e devastante dell’Università e della ricerca.
Privatizzazione
e reclutamento armato
Nelle
Università, il progressivo definanziamento pubblico ha reso inevitabile il
ricorso a fondi privati, comprese collaborazioni con finalità militari. Molti
Rettori hanno scelto di aderire all’agenda governativa, limitando la
partecipazione democratica di studenti e personale tecnico-amministrativo. La
logica dei finanziamenti privati condiziona la ricerca e la didattica,
orientandole verso interessi esterni e a discapito della missione pubblica
dell’Ateneo.
Di recente,
il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha respinto la proposta
di costruire un corso di laurea destinato esclusivamente all’Accademia militare
di Modena, difendendo la libertà accademica e l’uso responsabile dei fondi
pubblici.
Tuttavia,
questo rifiuto non risolve i problemi strutturali del sistema universitario:
carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti e appalti
al massimo ribasso rendono paradossale discutere di riforme o strategie per
intercettare finanziamenti, mentre ciò che serve davvero è stabilizzare,
assumere e finanziare chi ogni giorno tiene in piedi le università. La qualità
dell’istruzione pubblica dipende dalla dignità riconosciuta a tutto il
personale — chi insegna, chi ricerca, chi gestisce laboratori e biblioteche,
chi mantiene i servizi — e non dai documenti strategici.
E mentre
mancano risorse per le attività ordinarie e si penalizzano decine di migliaia
di ricercatori precari, il corso sarà comunque attivato all’Università di
Modena, attraverso il Dipartimento di Giurisprudenza, con modifiche
all’ordinamento didattico per l’anno accademico 2026-2027.
In modo
sincrono, in tutti gli altri atenei alcune collaborazioni con aziende e
istituzioni israeliane, pur formalmente civili, comportano rischi concreti di
applicazioni militari, dimostrando come proprio il finanziamento esterno possa
influenzare l’ autonomia e la stessa reputazione della Università stessa.
Sanità e Università: un parallelismo
evidente
Le
difficoltà delle Università italiane, tra finanziamenti insufficienti e precarietà,
trovano un parallelo evidente nella Sanità pubblica, anch’essa alle prese con
carenze croniche e spesa ridotta nel tempo. Nelle Università, la logica è
analoga: risorse pubbliche insufficienti e finanziamenti privati vincolati a
interessi specifici orientano ricerca e didattica. E alla militarizzazione…
Gli scioperi
di fine autunno, in particolare quello del 28 novembre promosso dal
sindacalismo di base, hanno cercato di evidenziare questa imminente e grave
situazione, ma, ancora una volta, invece di unire le lotte, qualcuno ha scelto
di rompere l’unità delle piazze, depotenziando la mobilitazione.
Non hai
soldi per vivere dignitosamente? Tranquillo, aumentano le spese militari.
Mentre le
Università e il welfare soffrono per mancanza di fondi, la spesa militare
continua a crescere, evidenziando le priorità del governo. «1,1 miliardi per la
Difesa non bastano, la spesa crescerà ulteriormente nel 2026», ha dichiarato il
Ministro Crosetto. I fondi previsti saranno superati, con una crescita costante
dal 2021, che porterà la spesa militare a 32,4 miliardi nel 2026. Tagli
all’Università e al welfare, combinati a incrementi della spesa bellica, si
profilano a partire dalla prossima primavera con il DEF.
Conclusione
La nostra
organizzazione sindacale, la CUB, continuerà a lottare per un’Università
pubblica, stabile, dignitosa e adeguatamente finanziata, con assunzioni e
aumenti salariali significativi, contro la precarietà e le ingerenze esterne, e
per rafforzare ogni forma di resistenza accademica a politiche di guerra e
sfruttamento. Solo così il sapere potrà restare un bene comune, libero e
democratico, a servizio di tutti. Ma per difendere concretamente questo modello
pubblico del sapere non basterà una sola, e piccola, organizzazione sindacale,
urge acquisire piena consapevolezza che certi obiettivi, specie se stridono con
interessi economici e politici oggi dominanti, necessitano di sostegni ben
maggiori, dentro e fuori l’università. Se il sapere è un bene della
collettività, come possiamo abbandonarlo al destino delle privatizzazioni o
piegarlo alle ragioni della guerra?
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