giovedì 10 giugno 2021

Quando la vita urbana si fa politica - Carlo Cellamare

Come da più parti si è notato, le città (e non solo) sono attraversate da diffuse iniziative di cittadinanza attiva e forme di autogestione o autorganizzazione, spesso in situazioni di assenza della politica e, più in generale, di una profonda e progressiva distanza delle istituzioni e della politica formale stessa (a cominciare dai partiti) dai territori, dai contesti di vita delle persone, anche in relazione alla scomparsa delle agenzie intermedie, dei soggetti che tradizionalmente a vario titolo svolgevano il ruolo di catena di trasmissione.

Interpretiamo questi processi come un segno della vitalità delle città e, soprattutto, delle periferie, contrariamente allo stereotipo diffuso che le restituisce come un mondo amorfo o addirittura di concentrazione del degrado (fisico, ma anche – secondo una terribile e immotivata conseguenzialità – umano).

È qui invece che registriamo il moltiplicarsi delle iniziative sociali e culturali, la presa in cura dei propri territori, l’attivazione e la sollecitazione delle collettività locali (perché è difficile parlare di “comunità” locali, soprattutto in contesti urbani), lo sviluppo di servizi, ecc.

Tali attività ed iniziative portano inevitabilmente ad interrogare in merito alla dimensione politica, esse stesse affrontano direttamente – intenzionalmente o meno, coscientemente o meno – la riflessione politica.

È interessante quindi sondare il significato di questi processi in termini di cultura politica, a partire dalle esperienze, focalizzare l’attenzione su quale politica sviluppano.

A questo proposito, nel ciclo di seminari organizzato dal CRS (Centro di Riforma dello Stato) si è ricorsi alle definizioni di “politica attiva” e “politica viva”. Merita ricordare come lo stesso Gramsci viveva continuamente “a ridosso” degli operai e partecipava frequentemente ai consigli di fabbrica per capirne il significato ed il portato politico, poiché riteneva giustamente che la politica dovesse essere finalizzata alle persone e dare risposte alle esigenze sociali.

Da una parte questo significava essere immersi nel vivo dei cambiamenti e delle elaborazioni innovative, da cui la riflessione politica, e le idee stesse del partito dovevano trarre ispirazione e nutrimento, anche in termini di avanzamento delle posizioni.

Dall’altra era un modo per essere più vicini alle esigenze emergenti, sentirsene partecipi e responsabili, anche con la loro urgenza, per tradurle in istanze di cui farsi carico (con il portato emotivo che viene dal vissuto).

Ovviamente senza assumerle acriticamente, ma lasciandosene interrogare. D’altronde era questo anche l’atteggiamento di Pietro Ingrao che sempre si interrogava sul radicamento nel sociale della politica, per non perdere il proprio senso e la significatività dei contenuti e delle idee.

In realtà, le esperienze di cittadinanza attiva e le forme di autorganizzazione sono molto diversificate, sia in relazione ai contesti, che alle attività, ai posizionamenti, ai soggetti coinvolti, ecc. (nel libro “Città fai-da-te” ho cercato di fornire il quadro complesso di tale vasta articolazione e diffusione).

Peraltro, queste esperienze non sono scevre di ambiguità e devono essere lette criticamente, perché esprimono posizioni, idee di città e visioni della società molto differenti e non necessariamente positive.

Vi sono problemi, ad esempio, rispetto all’inclusività o alla democraticità del coinvolgimento, alla dimensione dell’appropriazione ovvero a quella della pubblicizzazione. Quello che fa la differenza è spesso proprio l’idea di città, la cultura politica che si pone a fondamento dell’esperienza.

In linea di massima, questa differenziazione potrebbe servire a riaprire il dibattito pubblico su un progetto per la città, sulle prospettive e sulle scelte che riteniamo più opportune.

Si tratta di ripoliticizzare la vita urbana, sempre più incanalata in una strada predefinita ed eterodiretta, sulla quale non sembra esserci neppure modo di discutere.

Sempre meno sembrano esserci spazi di una vita democratica o di una discussione collettiva, ovvero sono atrofizzati e neutralizzati, così come è neutralizzato e criminalizzato il conflitto (Balibar). Stiamo sempre più naturalizzando il modello culturale e sociale prevalente. È questo evidentemente il successo del neoliberismo che non si propone soltanto come modello culturale, ma come sistema valoriale (Moini).

I “beni comuni” – termine sempre più abusato il cui senso è reso ambiguo, dal diffuso uso sloganistico – non sono (o non sono soltanto) categorie astratte di beni definite a priori, ma sono l’esito di un processo di appropriazione e riappropriazione; un prodotto eventuale di un processo di interazione collettiva, politicamente orientata[1].

Rispetto quindi all’afasia della politica formale e della democrazia istituzionale i processi di cittadinanza attiva e, soprattutto, le forme di autorganizzazione sono oggi i luoghi effettivi di produzione della cultura politica. Spesso in forma di laboratori, direttamente innestati nella vita sociale e culturale.

Si tratta di una politica “significante”, ovvero di una politica che si radica, si costruisce ed elabora, cercando di dare risposte alle questioni emergenti nella vita quotidiana degli/delle abitanti.

La ricerca di risposte adeguate alle esigenze della vita ordinaria viene cioè collocata dentro la ricostruzione di un quadro di riferimento, che diventa una cornice di senso ed una visione di futuro, un progetto per il proprio contesto di vita e per la città in generale.

In questa attività gli/le abitanti spesso mostrano un livello di maturità politica e di coscienza della complessità dei problemi molto importante e spesso più ricco e problematizzato di quanto non si riscontra nel personale politico tradizionale.

Il continuo rapporto tra le situazioni concrete di vita quotidiana e la ricostruzione di un quadro di riferimento critico, contribuisce per un verso a collocare le lotte specifiche dentro un disegno più ampio, per altro verso ad affinare e mettere alla prova il quadro complessivo, cosicché non sia   velleitario o inefficace

Nasce da   questa dinamica la radicalità che le esperienze sviluppano, ovvero la coscienza  che vi è un modello consolidato , diffuso ed eterodiretto, che condiziona fortemente la vita delle persone ed impatta sull’ambiente, generando grandi diseguaglianze di cui si sentono sulla propria pelle gli effetti degenerativi, e che richiede una grande forza di reazione, spesso in una lotta impari.

Si tratta perciò di una politica “significante” che si interroga profondamente sulla natura pubblica dei processi (e quindi dei beni comuni) e degli effetti che hanno le trasformazioni urbane sulle diverse persone e sui diversi soggetti.

In questo panorama si collocano, come si è detto, posizioni molto diversificate, e quindi differenti visioni politiche. Anzi in alcuni casi non vi è propriamente una coscienza politica forte e una discussione pubblica aperta. Come si è già notato, vi sono infatti anche ambiguità, in termini ad esempio di inclusività o di democraticità, o ancora di miopia di processi che perdono la dimensione pubblica e si concentrano più su interessi particolari, fossero anche di gruppi.

Uno dei grandi rischi è quello di essere sostitutivi rispetto alle carenze, e persino alle assenze, dell’amministrazione pubblica.

Dagli anni ’80 infatti siamo in una fase di arretramento del welfare state, che mette in grande difficoltà i territori. Molte iniziative sono quindi la risposta a problemi concreti, pur collocandosi all’interno di un orizzonte politico ampio, che spesso, viceversa, manca nell’ attività dell’amministrazione pubblica. Si sopperisce così sia alla distanza delle istituzioni sia alla mancanza di politica.

Da questo punto di vista, le esperienze di autorganizzazione vivono una sorta di “doppio vincolo”.  Se per un verso vi è coscienza di non doversi sostituire alla pubblica amministrazione e all’assenza della politica, pena il divenire strumento di quella stessa dinamica di arretramento del welfare state, e che, al contrario, occorre mantenere alto il conflitto, richiamando le istituzioni ai loro compiti, hanno tuttavia necessità di non rimanere fermi davanti all’inanità, fornendo risposte concrete ai bisogni sociali emergenti che le sollecitano.

All’interno di questo quadro, sono da evidenziare tre importanti aspetti caratterizzanti.

In primo luogo, come si è da più parti notato, il conflitto, il punto di tensione si è spostato dalla fabbrica alla città nel suo complesso, e dal lavoro alla “vita metropolitana” intera.

La capacità di dominio si sviluppa non solo sul mondo della produzione (di beni e servizi) ma sulla città tutta, sull’organizzazione della vita quotidiana, sulle modalità di muoversi e usare lo spazio, da una parte, e di gestire il tempo, dall’altra, da parte degli abitanti. Il “dispositivo” della città, anche oltre quella che in senso foucaultiano è stata definita la “città del controllo”, induce modelli di vita e di abitare, che ormai tendiamo a naturalizzare, a rendere automaticamente propri.

Il “controllo” viene così interiorizzato dagli stessi abitanti. Il dominio si esercita sulla vita delle persone, in una dimensione propriamente biopolitica, sulla stessa “nuda vita”. Finanche il corpo ne è interessato ed è fattore di sottomissione.

Lo spazio, o se vogliamo il proprio contesto di vita e in generale la città, diventano la “posta in gioco”, per cui lottare; la possibilità di costruire spazi di libertà rispetto al modello neoliberista prevalente rappresenta la condizione minima di esistenza.

Non si tratta solo di forme di resistenza (ad esempio, di opposizione a trasformazioni urbane stravolgenti o speculative), ma della realizzazione di spazi di autonomia dove provare a sviluppare alternative.

Ne è un esempio l’intero campo dei conflitti ambientali, che sono conflitti per la sopravvivenza di territori e di comunità locali.

Intorno a queste alternative si costruiscono culture politiche importanti. Spesso producono linee di azione, sviluppate con il coinvolgimento degli/delle abitanti e di altri attori sociali, che dovrebbero essere proprie delle politiche pubbliche: limitazione e riduzione del consumo di suolo, welfare di comunità, servizi ai territori, riuso di edifici dismessi, risposte alla domanda abitativa, costruzione di spazi pubblici integrati, valorizzazione della componente naturale e rinaturalizzazione di aree compromesse, ecc., in una dinamica di cura dei territori e delle collettività locali.

In secondo luogo, riscontriamo una sorta di frammentazione che, spesso, viene considerata negativamente. I soggetti impegnati sui territori appaiono per lo più concentrati su vertenze locali e difficilmente collaborano con altri soggetti e/o a costruiscono reti locali o sovralocali o propongono una visione di livello urbano e metropolitano.

In effetti il carattere di queste esperienze non è quello dei grandi movimenti, sociali e urbani, degli anni ’70, ad esempio quelli di lotta per la casa e per il lavoro, spesso profondamente intrecciati tra loro (come sono ancora oggi).

Anche sul tema della “nuda vita” e della “biopolitica” cui si è fatto riferimento, la risposta al complessivo modello sociale e culturale si sviluppa attraverso la costruzione di “progetti di vita”; ovvero le persone costruiscono alternative ai modelli prevalenti con la propria vita, condividendo percorsi individuali con altre persone e costruendo percorsi collettivi, che vengono condivisi e socializzati. I movimenti si costruiscono qui attraverso la condivisione orizzontale di progetti di vita.

In realtà, sebbene concentrate su situazioni particolari, la maggior parte delle forme di cittadinanza attiva e di autorganizzazione hanno una capacità di visione urbana e metropolitana, anzi una capacità molto vasta di lettura delle trasformazioni sociali, nonché di fare rete; salvo essere schiacciati sulle proprie situazioni da tutelare, per i rapporti di forza impari, sia rispetto all’azione dei soggetti economici (spesso irraggiungibili e più forti delle stesse amministrazioni locali)  sia rispetto al “muro di gomma”, se non alla collusione, delle istituzioni pubbliche, anche loro messe in difficoltà, nell’esercizio della propria “sovranità”, dalle forze di mercato.

Lo spazio come posta in gioco rappresenta spesso la situazione da difendere, in rapporto alle proprie forze disponibili e alla difficoltà di fronteggiare problemi e forze soverchianti.

Abbiamo spesso “mini-movimenti” che si occupano dei propri territori. Sono quelli più alla portata per una battaglia, e sono anche quelli più alla portata anche per la comprensione della loro lotta.

Le lotte a livello più alto risultano più difficili e non alla portata, se non impegnando battaglie che sono di dimensione nazionale, su un arco di tempo di molti anni e con molte energie impegnate, come è nel caso della Val di Susa o del No-TAP. Le forze del neoliberismo risultano spesso soverchianti.

Gli stessi “patti di collaborazione” per la gestione dei beni comuni appaiono per molti versi una soluzione riduttiva (sebbene utili), riguardando la gestione di un singolo bene, con oneri trasferiti sui cittadini e all’interno di cornici regolamentari predefinite, senza investire il piano delle scelte politiche.

In questo senso, le esperienze di cittadinanza attiva o di autorganizzazione non sono interessate a “conquistare il potere”. Cercano piuttosto di “scartare” di lato, per conquistare spazi di autonomia dove si possono muovere più liberamente, anche perché le istituzioni pubbliche non sono più in grado di controllare totalmente (se mai lo sono state) quanto avviene sul territorio.

Per questo risultano più inaccettabili i comportamenti “informali” e vengono criminalizzati e perseguiti con forza. Allo stesso modo queste esperienze, pur dovendosi confrontare per forza di cose con l’amministrazione pubblica (soprattutto per gli aspetti gestionali più concreti e per le politiche da sviluppare sui territori), tendono a “scartare” rispetto alla politica “formale” e agli spazi della democrazia “istituzionale” che risultano asfittici e sterili, e quindi un vicolo cieco. Anche in questo tendono a costruire percorsi di autonomia (scuole di politica, spazi pubblici di discussione, corsi di formazione, ecc.).

In terzo luogo, svolge un ruolo fondamentale la dimensione dell’azione, sia perché la mancanza di risposte da parte della pubblica amministrazione spinge a percorrere vie dirette di realizzazione, sia perché la costruzione di alternative, di concreti progetti di vita e di convivenza passa appunto attraverso scelte e realizzazioni pratiche. Le alternative non solo si progettano, si cerca di farle. Politica e azione si combinano.

La politica diventa teoria in azione (e, anche per questo, “politica attiva”): informa e orienta l’azione e le realizzazioni concrete; si radica, prende forma, viene modellata e messa alla prova dall’esperienza, e dall’esperienza di vita delle persone che si confrontano con le situazioni reali e le loro difficoltà.

 

In questo senso, come si è detto, le esperienze di cittadinanza attiva e di autorganizzazione diventano laboratori di politica e di cultura politica, concretizzando il radicamento nel sociale ed il rapporto con la vita quotidiana.

È opportuno, poi, distinguere tra politica e amministrazione (governo, politiche, ecc.). La riduzione della politica ad amministrazione si è tradotta spesso in governamentalità, appiattendosi su logiche di efficienza e dando spazio a forme tecnocratiche che non permettono di far emergere un confronto politico e di fare chiarezza sugli orizzonti politici che si assumono come riferimento.

In questo contesto di appiattimento, agli occhi della “governance istituzionale” il conflitto politico risulta fastidioso e fuori luogo, perde la sua ragione d’essere, non ha più cittadinanza.

Le esperienze di cittadinanza attiva e di autorganizzazione, pur sviluppando una propensione all’azione, si collocano esplicitamente in un orizzonte politico e a quello richiamano.

Quello che si cerca è una nuova “alleanza” tra protagonismo sociale e istituzioni che dia spazio alla costruzione di “politiche pubbliche” nel vero senso della parola, anche attraverso forme collaborative, che permettano di mantenere l’autonomia e il riconoscimento delle esperienze e di ricostruire la “dimensione pubblica”.

Questo significa, da una parte, sviluppare “politiche per l’autorganizzazione”, politiche cioè che riconoscano e supportino il valore e le progettualità delle esperienze sui territori, e dall’altra sviluppare comportamenti “abilitanti”, che permettano cioè un reciproco apprendimento: un apprendimento delle esperienze nei confronti dei meccanismi istituzionali, un apprendimento delle istituzioni rispetto ai contenuti, alle progettualità e alle azioni che vengono dalle esperienze sociali.

La “democrazia territoriale” può quindi svolgere un ruolo rilevante, vivificante per la democrazia formale. Il quartiere può essere considerata la dimensione di riferimento, dove si incrocia la dimensione della politica e quella delle politiche e dell’amministrazione.

È la dimensione accessibile oggi alle dinamiche sociali, a cui si può rapportare la capacità di azione e di elaborazione collettiva, in un rapporto con la vita quotidiana degli abitanti da una parte e i grandi processi socio-economici o almeno la dimensione delle politiche pubbliche, dall’altra.

Si tratta cioè di vivificare quello spazio di vita politica collettiva, non necessariamente “formale” (ma che anzi può attingere all’informale), in una tripartizione tra la democrazia istituzionale/formale fondata sulla rappresentanza, i partiti come organismi strutturati che gestiscono il confronto politico e appunto la “democrazia territoriale”, che si rapporta con i contesti e le dinamiche di vita delle persone e dei gruppi sociali.

Non si tratta di esperienze estranee alle possibilità delle organizzazioni istituzionali delle nostre democrazie, sebbene appaiano a volte forme troppo difficili da realizzare.

Conosciamo già alcune esperienze che vanno in questa direzione. Ne è un esempio la municipalità di Lisbona, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle politiche abitative, della “rigenerazione urbana”, dello sviluppo locale, realizzate sui territori in collaborazione con i gruppi espressi o costruiti dai territori stessi, spesso anche a carattere informale: collaborano a valutare le situazioni, individuare le problematiche, elaborare le progettualità e le politiche, gestire le linee di azione.

Altro esempio è il padiglione francese alla Biennale di Architettura di Venezia due anni fa, dedicato alle forme collaborative tra istituzioni e attori sociali nella gestione di beni comuni: strutture che sono anche spazi di attività sociali, culturali ed economiche, di relazioni sociali sui territori, di laboratori culturali. Curiosamente questa collaborazione, in tante forme organizzative differenti, è possibile in un paese come la Francia, tradizionalmente molto “istituzionalista”. Ma abbiamo tracce di questa logica anche in situazioni più vicine a noi.

Per esempio, nel contesto del quartiere di Piscine di Torre Spaccata, dove si sta sviluppando un progetto di riqualificazione dell’ex mercato rionale, da trasformare in centro polifunzionale a servizio del territorio.

Nelle proposte del Comitato di Sviluppo Locale, rete di associazioni e realtà sociali del quartiere, l’organo di gestione dovrebbe essere un soggetto misto tripartito, cui contribuiscano gli operatori economici che vi svolgono le attività, le associazioni e le altre realtà sociali che curano le esigenze del territorio, le istituzioni locali (e, in particolare, il Municipio) che tutelano la democraticità dei processi e l’interesse pubblico.

Si tratta di alcuni esempi che pongono l’accento sulle forme collaborative tra istituzioni e protagonismo sociale, dando nuova linfa alla democrazia e sostanza alla politica attiva.


[1] Per alcuni beni, come l’acqua, questo esito è dato dalla vita collettiva nel suo complesso, non necessariamente da specifici processi di interazione. Per categorie di beni come l’acqua la loro caratterizzazione dome “comuni” nasce da qui.

 

da qui

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