Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.
Il nuovo
rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle
organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI),
a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da
delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri
regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo
San Gervasio, Roma, Torino e Trapani.
Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli
accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone,
tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una
ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un
approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso
di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei
centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”,
dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute
la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr
presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non
riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire
completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso
un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le
“fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come
già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”,
ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono
solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.
Tanto che si
può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità
dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle
persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente
rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso
oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo
costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più
remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa
della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un
elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono
affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è
insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso?
Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per
ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé:
assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta
legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E
questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma,
più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi
non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta
all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in
cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun
controllo, nemmeno se si tratta della salute.
Ci sono poi
le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman,
rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un
video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza
medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da
animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan,
lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif,
morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”.
Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”.
Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che
aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al
CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori
sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a
Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di
carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non
sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati
“invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali
svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come
Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di
“ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il
diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione
regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il
telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un
trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni
che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il
rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla
comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.
C’è infine
l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e
spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le
persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici
avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi
tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa
europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in
infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di
sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la
vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio.
Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei
collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere
all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare
dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro
ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“,
che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi,
intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il
miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento
profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude
Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di
migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono
analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore
nell’attesa che vengano aboliti.
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