L’avevano
annunciato ben prima del corteo di Torino ed è arrivato l’ennesimo decreto
legge sulla “sicurezza”, capace di far impallidire la stessa Legge Reale. Le norme che contiene non
ci parlano più solo di una violenta criminalizzazione del dissenso ma ci
indicano la volontà di impedire del tutto la possibilità di manifestare. Un
dispositivo liberticida, che espone chiunque all’arbitrio di polizia.
Fermo
preventivo
Nell’ambito
dei servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni pubbliche,
l’autorità di pubblica sicurezza è dotata del potere di trattenere fino a 12
ore chiunque abbia il “fondato motivo di ritenere” che possa porre in
essere condotte di “concreto pericolo per il pacifico svolgimento della
manifestazione”. Come lo deducono questo presunto pericolo? Qui la disposizione
costruisce un meccanismo diabolico: dipende dalle “circostanze di
tempo e di luogo” e dai (soliti) “elementi di fatto”, “anche desunti” (quindi
non solo desunti!) dal possesso di determinati oggetti o da mere segnalazioni
di polizia per reati commessi con violenza in occasione di manifestazioni
pubbliche. La misura non ha bisogno per la sua legittimità della convalida da
parte dell’autorità giudiziaria, che interviene solo per ordinare l’eventuale
rilascio della persona trattenuta. Un chiaro tentativo di “trasformare il
giudice in poliziotto” in forza dei parametri sui quali lo si chiama a
giudicare, ossia in tema di sospetti.
È chiaro
cosa significa? Capiamo
l’arbitrio assoluto lasciato alle forze di polizia? Chiunque di noi potrebbe
incorrere in questo vergognoso fermo preventivo. Ed è qui che il fine diventa
chiarissimo: produrre paura, intimidire
È una
tecnica di governo: trasformare la piazza in una zona dove la libertà dipende
dall’arbitrio di chi la controlla, dove puoi essere prelevato e trattenuto non per ciò
che hai fatto, ma per ciò che – secondo una valutazione discrezionale –
potresti fare.
E dodici ore
non sono un dettaglio. Dodici ore sono la manifestazione che salta. Sono il
lavoro che perdi. Sono il treno che non prendi. È la punizione anticipata,
senza processo, senza contraddittorio, senza garanzie effettive. Anche se poi
ti rilasciano, l’effetto è già stato ottenuto: ti hanno tolto dalla piazza e
hanno mandato un messaggio a tutti gli altri.
Non a caso
gli “indici” sono elastici e opachi. Basta un casco (quello del tuo
motorino) o degli occhiali troppo scuri. Basta una mera segnalazione
di polizia. Tutto può diventare “elemento di fatto”, tutto può diventare
“fondato motivo”.
Perquisizioni
di polizia
Ma non
basta. Perché questo decreto legge è arrivato a peggiorare quanto era previsto
nella stessa Legge Reale, inasprendone la portata.
L’art.4
della Legge del 1975 già prevedeva una norma ignobile, funzionale a potenziare
i poteri di polizia, a discapito di quelli dell’autorità giudiziaria:
“In casi
eccezionali di necessità e di urgenza, che non consentono un tempestivo
provvedimento dell’autorità giudiziaria, gli ufficiali ed agenti della polizia
giudiziaria e della forza pubblica nel corso di operazioni di polizia possono
procedere, oltre che all’identificazione, all’immediata perquisizione sul posto,
al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti
di effrazione, di persone il cui atteggiamento o la cui presenza, in relazione
a specifiche e concrete circostanze di luogo e di tempo non appaiono
giustificabili”.
Questo
decreto legge è arrivato a prevedere le perquisizioni di polizia come strumento
ordinario di governo delle piazze.
Primo: si
inseriscono esplicitamente le manifestazioni pubbliche tra i contesti in cui
questo potere può essere esercitato. Significa normalizzare l’arbitrio punitivo
nella gestione delle manifestazioni.
Secondo: si
estende il campo alle operazioni “anche destinate alla prevenzione di reati che
turbino l’ordine e la sicurezza pubblica” in luoghi “caratterizzati da un
consistente afflusso di persone”. Questa è la clausola elastica perfetta:
“ordine e sicurezza” più “afflusso di persone” uguale qualunque contesto urbano
e qualunque evento collettivo. La norma diventa uno strumento di controllo
preventivo di massa.
Terzo: si
allarga anche l’oggetto della perquisizione, sostituendo “strumenti di
effrazione” con “strumenti di effrazione o atti ad offendere”. Qui l’arbitrio
esplode, perché “atti ad offendere” è una categoria a geometria variabile, che
dipende dal contesto e dall’interpretazione di chi interviene. È la formula che
consente di trasformare in indizio qualsiasi cosa: un oggetto comune, un
equipaggiamento di protezione, qualcosa che in altri contesti sarebbe
irrilevante.
Si prende
una norma già liberticida e la si trasforma in un dispositivo ordinario per
governare le piazze attraverso l’arbitrio delle autorità di polizia.
Perquisire
come ulteriore tecnica di pressione: selezionare, intimidire, dissuadere.
E non
finisce qui, perché il decreto legge prevede anche: Daspo “politico” dalle
manifestazioni (fino a dieci anni) e 10.000 euro di sanzioni pecuniarie se il
corteo “esce dal tracciato” prefissato.
Insomma,
siamo davanti a un tentativo esplicito di neutralizzare preventivamente il
dissenso, attraverso fermi, perquisizioni, daspo decennali, multe.
Un decreto
scritto per farci restare a casa.
Vogliono
impedirci, in ogni modo, di scendere in piazza, perché temono le piazze. Temono
che le persone possano organizzarsi, allearsi, manifestare contro un
autoritarismo che sta assumendo sempre più le forme di regimi passati:
disprezzo per il dissenso, disprezzo per i deboli, disprezzo per le regole
democratiche e per ogni tipo di limite al proprio delirante potere. L’unica
risposta possibile è fare esattamente ciò che vogliono impedirci: organizzarci di
più, proteggerci di più, esserci di più. Moltiplicare le piazze,
moltiplicare le alleanze, moltiplicare la capacità non solo di resistere ma
anche di contrattaccare.
Nessun commento:
Posta un commento