Sacerdoti cattolici provenienti da tutta Italia e da altri Paesi del mondo hanno dato vita alla rete “Preti contro il genocidio”, un’iniziativa nata per rispondere ai crimini dello stato di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza e nei Territori Occupati.
I promotori spiegano che la nuova rete vuole essere una voce
profetica e unitaria della Chiesa, capace di raccogliere le tante
iniziative di denuncia e solidarietà già presenti nelle comunità. “Non siamo
contro qualcuno, ma a favore di ogni vita umana”, affermano i promotori, “non
possiamo tacere davanti a massacri, violenze e violazioni del diritto
internazionale”.
Obiettivi chiari e azioni concrete
Il documento fondativo della rete individua alcuni punti chiave:
·
Pace e riconciliazione: annunciare il
Vangelo di una pace “disarmata e disarmante”, come la definisce Papa Leone XIV.
·
Tutela delle vittime e legalità internazionale: denunciare crimini
di guerra, genocidi e pulizie etniche, chiedendo il rispetto delle risoluzioni
ONU e dei pronunciamenti della Corte Penale Internazionale.
·
Sostegno alle comunità cristiane in Terra Santa
·
Verità e responsabilità: promuovere indagini
indipendenti sugli eventi del 7 ottobre 2023; che non si dimentichi la Nakba
del 1948 con la rimozione forzata di oltre 700.000 palestinesi dalla loro
terra; che si riconosca l’occupazione e il regime di apartheid che lo stato di
Israele ha messo in atto in Palestina; che si faccia luce sulla propaganda
mediatica israeliana mirata a far tollerale, negare o addirittura accettare
l’attuale genocidio in atto nei confronti dei palestinesi…
La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede eviti
di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump” - Alex Corlazzoli
“La Santa Sede eviti
di aderire alla proposta di entrare a far parte del cosiddetto Board of Peace di Donald Trump”.
A lanciare questo appello al Vaticano con una lettera aperta
al cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, è
la rete “Preti contro il genocidio”. La missiva nasce da un
discernimento pastorale e spirituale maturato nell’ascolto del dolore delle
vittime, nella prossimità alle comunità colpite e nella convinzione che la
parola “pace” debba restare inseparabile da verità, giustizia e dignità umana.
I sacerdoti firmatari richiamano l’importanza di non indebolire i luoghi
riconosciuti del diritto internazionale e di
custodire la libertà profetica della Chiesa, perché essa resti credibile agli
occhi di chi soffre. Nessun tono polemico ma un invito fermo e deciso che
chiama in causa inevitabilmente anche il Papa: “Sappiamo bene
che la sua risposta, riportata dai media circa la valutazione dell’invito
di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace,
sia stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo
stesso – cita la lettera rivolta al cardinale veneto – le facciamo presente che
tra la gente comune, questa ‘valutazione’ crea sgomento e
rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale
proposta. Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda
posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel Board of Peace.
E proprio alla luce di questa misura evangelica, vediamo alcuni rischi che ci
paiono gravi”.
Di seguito la Rete elenca questi pericoli. Il primo: “La pace
non può essere decisa senza i diretti interessati. Ogni
percorso che incida sul futuro di Gaza, senza un coinvolgimento pieno
e determinante delle popolazioni palestinesi, rischia
di diventare un progetto ‘su’ di loro, più che ‘con’ loro. Una pace non
partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione;
rischierà invece di lasciare ferite più profonde”. Il secondo rischio: “La
Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi
riconosciuti del diritto internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha
spesso richiamato il valore del multilateralismo e della
tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei
meccanismi Onu potrebbe, anche involontariamente, trasmettere
l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla
protezione dei più fragili”.
I preti portano all’attenzione un altro aspetto: “La ricostruzione non
è un affare: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio
a logiche di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità
chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà,
sicurezza, lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e
della giustizia”. Da qui la richiesta di “sostenere canali trasparenti e
inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le
Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di
interesse”.
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