giovedì 5 febbraio 2026

Preti contro il genocidio

Sacerdoti cattolici provenienti da tutta Italia e da altri Paesi del mondo hanno dato vita alla rete “Preti contro il genocidio”, un’iniziativa nata per rispondere ai crimini dello stato di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza e nei Territori Occupati.

I promotori spiegano che la nuova rete vuole essere una voce profetica e unitaria della Chiesa, capace di raccogliere le tante iniziative di denuncia e solidarietà già presenti nelle comunità. “Non siamo contro qualcuno, ma a favore di ogni vita umana”, affermano i promotori, “non possiamo tacere davanti a massacri, violenze e violazioni del diritto internazionale”.

Obiettivi chiari e azioni concrete

Il documento fondativo della rete individua alcuni punti chiave:

·         Pace e riconciliazione: annunciare il Vangelo di una pace “disarmata e disarmante”, come la definisce Papa Leone XIV.

·         Tutela delle vittime e legalità internazionale: denunciare crimini di guerra, genocidi e pulizie etniche, chiedendo il rispetto delle risoluzioni ONU e dei pronunciamenti della Corte Penale Internazionale.

·         Sostegno alle comunità cristiane in Terra Santa

·         Verità e responsabilità: promuovere indagini indipendenti sugli eventi del 7 ottobre 2023; che non si dimentichi la Nakba del 1948 con la rimozione forzata di oltre 700.000 palestinesi dalla loro terra; che si riconosca l’occupazione e il regime di apartheid che lo stato di Israele ha messo in atto in Palestina; che si faccia luce sulla propaganda mediatica israeliana mirata a far tollerale, negare o addirittura accettare l’attuale genocidio in atto nei confronti dei palestinesi…

 

 

La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede eviti di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump” - Alex Corlazzoli

 “La Santa Sede eviti di aderire alla proposta di entrare a far parte del cosiddetto Board of Peace di Donald Trump”. A lanciare questo appello al Vaticano con una lettera aperta al cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, è la rete “Preti contro il genocidio”. La missiva nasce da un discernimento pastorale e spirituale maturato nell’ascolto del dolore delle vittime, nella prossimità alle comunità colpite e nella convinzione che la parola “pace” debba restare inseparabile da veritàgiustizia e dignità umana.

I sacerdoti firmatari richiamano l’importanza di non indebolire i luoghi riconosciuti del diritto internazionale e di custodire la libertà profetica della Chiesa, perché essa resti credibile agli occhi di chi soffre. Nessun tono polemico ma un invito fermo e deciso che chiama in causa inevitabilmente anche il Papa: “Sappiamo bene che la sua risposta, riportata dai media circa la valutazione dell’invito di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace, sia stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo stesso – cita la lettera rivolta al cardinale veneto – le facciamo presente che tra la gente comune, questa ‘valutazione’ crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale proposta. Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel Board of Peace. E proprio alla luce di questa misura evangelica, vediamo alcuni rischi che ci paiono gravi”.

Di seguito la Rete elenca questi pericoli. Il primo: “La pace non può essere decisa senza i diretti interessati. Ogni percorso che incida sul futuro di Gaza, senza un coinvolgimento pieno e determinante delle popolazioni palestinesi, rischia di diventare un progetto ‘su’ di loro, più che ‘con’ loro. Una pace non partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece di lasciare ferite più profonde”. Il secondo rischio: “La Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei meccanismi Onu potrebbe, anche involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili”.

I preti portano all’attenzione un altro aspetto: “La ricostruzione non è un affare: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio a logiche di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza, lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e della giustizia”. Da qui la richiesta di “sostenere canali trasparenti e inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse”.

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