Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.
Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano
a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati
atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e
largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del
dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre
decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle
autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di
cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente
quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera
era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli
atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle
tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.
Esplicitare tutto questo è necessario, per superare
veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei
valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle
prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche
per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per
allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei
quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto
punto di vista, le responsabilità di tutti, come un problema che allora ha
coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per
distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le
responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di
proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua
indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di
responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la
forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non
fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno
profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo,
l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista
strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini
della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati
orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da
combattere.
Ma proprio per questo anche un altro discorso va
fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento
tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo”
e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto
di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e
qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La
premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è
morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle
vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le
ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto
prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato
dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e
Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta
qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha
trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le
foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di
“seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi
e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per
evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la
risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre
risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per
più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva
il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate
di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di
programmazione sistematica di sterminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e
rancori collettivi a lungo repressi.
Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo
sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie
centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai
Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione
contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce
i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche
italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici
di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi
e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i
trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo
contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che
avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G.
Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila
scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche
locali tra il ‘43 e il ‘45); vi furono certamente coinvolte anche persone che
con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che
furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può
dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di
fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste
terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e
croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli
stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del
collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né
storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il
sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento
tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei
rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori,
prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano
lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in
generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia
fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo
corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si
parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei rapporti sociali, dell’insieme
della collettività.
Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare
delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con
serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle
sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono
nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno
inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii
nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più
volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del
“Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente
dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non
aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti
decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre
politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera:
perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi
promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e
moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista
nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e
quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una
reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e
lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli
equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e
nazionalista. È una prospettiva questa, vogliamo crederlo, che nessuna delle
forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produrre ancora una volta
quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle
quali in queste terre il neofascismo ha potuto riprendere a prosperare anche
nel dopoguerra.
(pubblicato 7 maggio 2013)
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