11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”.
Da alcuni
giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il
regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in
corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni
ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia
improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare
uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare,
si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già
in corso nell’area.
Il regime
degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo
ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri:
Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu…
Confesso che
non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della
genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo
della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione
inimmaginabile.
Credo che la
maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli
iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che
quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle
vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il
boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in
esilio.
Suo figlio,
oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore
del regime dei boia col turbante.
Mossadeq,
nel 1953
Ho seguito
le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta
avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a
pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi
invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli
studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il
convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i
nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano
maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente,
e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti
insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle
chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi
chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano
anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori.
Negli anni
successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel
1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini
registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto.
Per capire
quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre
risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente
eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare
i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e
statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e
processato da emissari della Cia.
L’ombra di
Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico
l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo
che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione
neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e
ultra-reazionaria.
Nel 1953 io
avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era
Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca,
PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di
Mossadeq.
“Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante
minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure
uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi
petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie
ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto.
L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio
iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag.
40).
Mossadeq,
come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo
Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio
sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero
diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse
cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che
spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e
rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo
delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi
si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che
consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei
suoi padroni.
“Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a
poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né
una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i
profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag
52).
Lo Shah non
avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che
era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito
comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si
incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare.
“Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a
organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione
del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah
Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di
organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt.
Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente
spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister
Iran…” (45-6).
Non si
capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio
profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il
grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo
colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo
integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i
propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente
per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi
boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci
dell’orrendo Khomeini.
Durante gli
anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la
più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della
CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK
era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture.
“L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come
organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non
aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di
informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di
distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i
nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto
era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67).
Arriva
Khomeini
Nel 1977,
quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini
veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un
giornale un articolo che fece precipitare la situazione.
“Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…”
(Kapuscinski, 155)
Khomeini non
era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni
successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti.
“Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah.
Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano
affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione
milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane:
folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione
irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in
questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della
rivoluzione iraniana” (155).
La
repressione della polizia e della Savak fu feroce.
“Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla
manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale,
poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca
disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la
piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza
gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata,
il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani
incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle
pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente
che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7)
In quei
giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un
fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di
umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per
garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il
fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli
intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una
sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo
religioso?
Tariq Ali è
un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle
lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre
arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei
fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria:
“Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare
che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare
sul serio quando cantava Allah u
akhbar o Lunga vita a
Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a
creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa
occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi
straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e
cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà…
Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una
rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno.
Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi
difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?”
(Tariq Ali: Lo scontro dei
fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7).
In una serie
di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel
Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della
rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva
secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche
dell’imperialismo culturale occidentale.
Naturalmente
c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò
le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione
fondamentalista era destinata a produrre.
La vendetta
imperialista
La vendetta
americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il
dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la
Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo
islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare
un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della
rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del
regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e
chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla
moschea più vicina, dichiarando la jihad.
“Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla
tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di
morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un
discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le
armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe
iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare
otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader
Abdolah: La casa nella moschea,
Iperborea, 2005, pagina 353).
Anno dopo
anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto,
l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città
irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando
gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i
bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel
deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a
ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo.
La guerra si
concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte
dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono
la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La
seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente
George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu
devastato da una guerra criminale e insensata.
L’illusione
“campista”
Non appena
esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo
avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione.
Nel
romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione
della sinistra da parte del regime integralista.
“Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise
di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah
Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il
villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con
regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo,
il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi
equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si
leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati
entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si
appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case,
illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro
tutto ciò che si muoveva” (354-5).
Chi si era
illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una
democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime
religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il
khomeinismo era oscurantismo reazionario.
Foucault
aveva certamente preso male le misure.
Non solo la
rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista
portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo
occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader
nazionalisti o integralisti.
In India, ad
esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas
Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la
guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista
ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e
l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un
nazionalismo razzista e aggressivo.
Oggi
riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme
regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di
forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo
fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo
fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma
l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista
e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e
misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è
vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il
pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista
è la sconfitta dell’umanità e della pace.
Mentre
scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono
il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha
detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui
statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la
spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione
che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane.
Anche se
Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla
di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion
militari, si parla di decine di migliaia di arresti.
Non posso
sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in
nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono
sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli
aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di
lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli
Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale.
Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz,
dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre
occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno
militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran.
Forse ci
avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si
attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto,
Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli
fa.
Non saprei
davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non
parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì
gli occidentali a fare attenzione.
“C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un
solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo
mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America
ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi
ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante:
Alam para kayfe raz bin azabel
fiel
Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti?
La loro astuzia li aveva ingannati.
Noi inviammo stormi di uccelli
Che lanciarono pietre contro di loro
Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1).
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