Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia? Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano? Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia? Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante.
L’Italia, governata
dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince.
Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto.
La questione
groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in
un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney:
l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno
formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è
finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la
subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti d’America.
Gli internazionalisti
salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto
positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito
userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli
strumenti c’è la devastazione finale del pianeta. Delle nazioni non si
può dire niente, perché non esistono, ma il patriottismo dà vita al loro
fantasma: culto idiota della violenza, desideri di uccidere e morire per futili
motivi.
Per capire l’ambiguità
e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione
accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa
della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di
questo paese.
Potremmo cominciare
ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma
che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente
all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza
riuscire benissimo nella transizione di genere.
Come tutti sanno il
segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico
proprio in base al primato del maschile.
“Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo
(rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere
sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che
da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei
giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano”
(Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV).
Il principe è colui
che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità
degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi
la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa
benissimo. Occorre dunque farsi maschi, se si vuole
machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare,
anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile
irregolare sensualità.
Nel Novecento la
questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i
muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti, adora
la macchina e disprezza la donna e l’Italietta.
In generale la storia
delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è
ridicola al massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni
qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre
nazionali o della competizione economica. Diciamo che l’Italia è un tentativo
maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora
l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e
Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento
e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza
tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere
senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte.
Potremmo parlare dell’azzardo
del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano
l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a
fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per
cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare.
Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile,
dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori
irredenti (e anche un poco irridenti).
Si voleva combattere,
accidenti. E si combatté. Naturalmente fu una catastrofe. “O Gorizia tu sia
maledetta per ogni cuore che sente coscienza – cantavano gli alpini mandati a
morire a plotoni – Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu…”.
Finita la guerra con la vittoria
delle potenze dell’Intesa cui l’Italia si era accodata in extremis per far
bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli
italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e
inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e
Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché
stava dalla parte dei vincitori.
Emanuele Orlando,
primo ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva
sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti. Mezzo
milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu comp
letamente inutile, insensato, autolesionista. Tragico, ma la conclusione a
Versailles nel 1919 fu comica. Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al
Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti
del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro
paese, ma non ci riuscirono tanto bene. Umiliati i rappresentanti
italiani abbandonarono il Congresso. Da quel momento Mussolini iniziò
la sua ascesa verso il potere.
Ricapitoliamo gli
eventi precedenti per chi non li ricorda bene.
Quando, nel 1914,
l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene
in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano
alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza
c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva
carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare
la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo
fuori. Ma no. Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare
un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro
né come né perché.
Nella primavera del
1915 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un
Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero
mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra. “Vi diamo la
Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari
anche un po’ di Turchia”, promisero l’inglese e il francese, così gli italiani
entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate. Ma quando, dopo la
fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per
regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori.
Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno
troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le
promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani,
che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano,
mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane.
A Caporetto erano
morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano
neanche che andavano a fare. Come dare forma sensata tutto questo? Il
nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato. Ma
adesso è tornato di moda. E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra,
quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il
cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di
cinico e di comico.
Nel 1939 maturano
gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva
partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le
conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della
Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi
consigli. L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi
e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il
nazismo. L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo
appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano.
Nel 1939 i nodi
dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta. Hitler
violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di
quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione
sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il
territorio francese. Ancora una volta per il governo italiano si poneva
il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione
italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto,
contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una
condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo
politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di
Hitler senza potervi partecipare.
Il gruppo dirigente
fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i
grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana
del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti
avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una
guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali. Poi
l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del
1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la
occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva
il Duce rimanere a guardare? Non era forse il momento di correre in
soccorso del vincitore? Mussolini ruppe gli indugi a giugno. Nell’azzardo
del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia.
Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente
non manca.
Nei suoi libri Curzio
Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia
del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci
ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in
senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri
solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza. Per
spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa
vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito
protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa
dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli
attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di
Roma Iddio la creò. Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia
(pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva
decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il
paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo
spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera.
Che volete, i fascisti
sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di
oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi
incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si
delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e
donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi
agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare
pietà. Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per
mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia
bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così.
Il discorso
neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di
bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il
territorio che appartiene ai bianchi. È un programma irrealizzabile (dunque
un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose
conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un
organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente
marcisce.
È difficile dare forma
alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota e
assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché
invecchiato male, irrancidito e demente.
Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda:
cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella
disintegrazione? Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di
intelligente. Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e
questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo.
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