sembra un piccolo libro, nel senso di poche pagine, ma è un grande libro, pieno di vita e di complicati rapporti umani.
è la storia di due fratelli, che stanno nella vecchia casa di famiglia, la scrive il fratello "sano" che ha preso l'impegno di stare insieme al fratello non autosufficiente.
chi racconta s'immedesima nel fratello a cui va data cura, entrando nel mondo del fratello, con difficoltà, certo, i due fratelli stanno alla pari.
un libro da non perdere, da leggere e rileggere, per provare a capire l'Altro, a essere l'Altro.
ps: dice Julia Kristeva riprendendo Freud: «lo strano è dentro di me, quindi siamo tutti degli stranieri. Se io sono straniero, non ci sono stranieri ». (da qui)
Chi scrive è il savio:"Vivo in un vecchio
appartamento,nel cuore della città,con un fratello malato".E' in una
dimora cava,vuota,in silente decadenza che due figli dello stesso sangue
s'incontrano.Carcere proprietario,sede d'afonia,regno del magico "facciamo
che io ero",la casa è teatro pirandellianamente inallestito:"Le
stanze sono ampie,le suppellettili rare.Arnesi dall'uso incerto interrompono la
sequenza dei vuoti:penombre di velluti,pezzi d'argento,miniature in legno,bracieri,armature
di latta,porcellane".Residui d'intimità in trasloco tra "poltrone
coperte da teli","finestre spoglie","letti ridotti a
brande".E' un assito in cianfrusaglia il luogo d'apparenza in cui due
ombre si con-fondono d'appartenenza.Nome,età,fisici dettagli:d'esse tutto
sfugge perchè nulla sfugga.Samonà porta in scena due corpi che son due voci che
son due mondi.E li costringe a confrontarsi.Si legga il romanzo come
testimonianza d'una convivenza col disagio e sarà racconto dotto di chi vive
col malato.O si guardi meglio:Samonà racconta d'uomini ma allude a come gli
uomini raccontano.E' un confronto in carne tra modi d'espressione
"Fratelli":in esso sibili,sospiri, ammicchi son
parole;braccia,gambe,occhi son discorsi;legami,fughe,strazi sono storie.In esso
due fratelli son linguaggi.Così il folle delle vie traverse,dello scavo
d'unghia,delle dimore d'aria s'esprime per distonie insane,metafore
indiscete,digressioni improvvide generando "universi aleatori nei quali si
trasferisce" e vive.Mentre il saggio dal passo retto,dalla mano
ferma,dalla mente lucida,biro in mano s'organizza "un piccolo recinto
d'annotazioni e commenti" da cui il fratello è escluso:"Quando il
foglio è immobile e bianco sullo scrittoio posso tutto".Ecco "Fratelli":è
il contrasto tenero e rabbioso,crudele e sospensivo,perverso e limaccioso tra
causalità stagnante e casualità apparente,tra coscienza ferma ed infermità
incosciente,tra irreale in scena e reale o-sceno.Tra quel falso vero e vero
falso dalla cui mistura dipende la misera grandezza della parola letteraria.
…Il
fratello è l’ignoto, l’irrazionale e insieme la spontaneità animale, la fisicità
che non ha bisogno di razionalizzazioni. In questa sua ricerca e ansia (che è
intellettuale, come volontà di conoscere l’ignoto; ma è religiosa in questo
rispetto per il sacro), il sano finisce per caricare anche la pazzia del
fratello di dimensioni troppo colte: e questo potrebbe essere l’unico neo del
testo. Rimane, comunque, un libro inquieto e misterioso, che si potrebbe
definire, anche se il termine è generico, “spirituale”. In questa dimensione si
può leggere infatti tutto un capitolo, il settimo, in cui il malato mantiene
una sua segreta inconoscibilità, o inconsistenza, diventando agli occhi del
fratello carico di tanti aspetti e risposte:
“Sono tre
leggeri colpi di nocche alla porta a vetri della mia stanza, scanditi e
trattenuti più con affanno, direi, che con forza; poi la sagoma di una figura
giovanile ancora imprecisa si disegna nella smerigliatura dei vetri e resta per
un poco così, immobile ed implorante, in attesa della mia voce... Cercami – è
la sua strana risposta: la voce è tremula e sorda, le parole, sillabate
staccate l’una dall’altra, ripropongono un vecchio invito. Cercami di nuovo –
aggiunge – anche se mi hai trovato”.
…Impalpabile
nell’apparire lo è anche nell’evocazione che abbiamo del suo dileguarsi,
dilatata in un indistinto passato di cui rimane “il desiderio di cosa
remotamente posseduta e goduta”. L’incanto di quell’abbraccio vittorioso nella
lotta col disordine, con tutto il disordine del mondo, non può che essere e
rimanere un desiderio. La ricerca dell’altro e il conflitto che ne deriva è un
moto destinato a perpetuarsi, un territorio da conquistare e riconquistare
continuamente ma impossibile da pacificare per sempre. E l’aspirazione di
trovare la chiave per conoscere e capire il fratello è destinata a fallire così
come quella di afferrare la chiave per stabilire un qualche tipo di rapporto
col mondo. “Fratelli” è per questo un romanzo fatto di attese e sulla
condizione dell’attesa, entrambe le quali non hanno fine e non possono averla.
Da qui lo sprigionarsi di quel senso di tempo immobile, di metafisica senza
mondo. “Fratelli” è uno dei più bei romanzi del nostro Novecento, così come
Samonà è stato uno dei nostri più grandi scrittori, entrambi, oggi,
colpevolmente dimenticati. Un romanzo di una intima e struggente bellezza,
fatta da quelle sue infinite sfumature, rese da una prosa eterea e poetica,
capace di produrre una inverosimile poliedricità introspettiva che è la
continua presa di coscienza di un senso delle cose inesorabilmente destinato a
sfuggire.
…Perché leggere Fratelli oggi? Una
domanda che ha più risposte. Una tra le tante possibili è dello stesso Samonà,
intervistato da Sira Testi a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del
romanzo:
«Dal suo libro – domanda la Testi – mi pare emerga un
grande insegnamento; l’amore è ancora lo strumento necessario ad
appianare le difficoltà apparentemente insanabili che tormentano la vita e le
relazioni dell’uomo moderno. Le sembra giusta questa chiave di lettura?»
«Sì, se per amore intende la tensione
misteriosa e la volontà di conoscenza che ci spinge verso
gli altri, e non dà alla parola – che è vecchia quanto il mondo ed è piena di
significati diversi – un’accezione patetica o solo genericamente affettiva. Ma
mi domando: è così importante il parere dell’autore in casi come questi? Io
credo che siano i lettori, a cominciare da lei stessa, che danno autorità e
consistenza a una chiave interpretativa. Il resto lo dirà, ovviamente, il
tempo».
Quarant’anni sono sufficienti, non è ancora troppo
tardi. Ora, come suggerisce lo scrittore, sta a noi la responsabilità di
ricordarlo.
Quasi assente dalle librerie, ignorato da quasi
tutti i manuali e dalle antologie, amato oggi da una piccola nicchia di intenditori,
come potrebbe, Fratelli, ottenere il riconoscimento che gli
spetterebbe? A un appassionato di Calvino o di Manganelli, di Del Giudice o di
Lodoli, insomma dei narratori che nonostante il nuovo orizzonte esistenziale
della letteratura seppero rinnovarsi, mantenendo allo stesso tempo una certa
aderenza a una tradizione più umanistica secondo cui scrivere ha anche una
valenza alta e conoscitiva, l’esordio narrativo di Samonà potrebbe senz’altro
piacere. Conoscerlo significa anche porsi delle domande profonde sul
presente e insieme rinunciare alla pretesa di trovarvi una risposta.
È possibile leggerlo interrogandosi sulle relazioni
umane, sulla vita domestica di una malattia. rileggerlo ancora, più volte, per
accorgersi che da questo esile libricino nascerà ogni volta un nuovo spunto di
riflessione. Le qualità di questo romanzo naturalmente sussistono a prescindere
dalla sua modernità. Siccome anche a distanza di anni sa ancora comunicare così
tanto, non bisogna compiere l’errore di lasciarselo scappare.
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