Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi
A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:
“Il
lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità
del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia
un’esistenza libera e dignitosa.
La durata
massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il
lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non
può rinunziarvi”.
Semplice e
diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può
capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che
sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”,
che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E
in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri,
in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si
giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a
malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile
non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio
se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni
la settimana, con un algoritmo che ti controlla e ti penalizza se
arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le
piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura
(forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una
battuta rafforzativa che strappa l’applauso.
Per arrivare
a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di
dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e
pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica –
massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o
meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e
codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il
soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il
pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola
magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si
intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni
e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica
liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica)
cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il
buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli
do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio
così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il
problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36
della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in
consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo,
certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le
condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se
ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.
La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo:
cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda
La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo
giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders.
Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi
sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto
vicine al caporalato.
L’inchiesta e il
provvedimento
Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo
Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho,
società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza,
che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per
vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto
alle condizioni di lavoro illegali che emergono
dall’inchiesta.
Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori
dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando
a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni
di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei
lavoratori.
Salario: tra
costituzione e contrattazione collettiva
Dalle numerose testimonianze raccolte
durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di
legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni,
poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e
dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.
Anche confrontando i compensi con
quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il
lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in
media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In
materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai
criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto
collettivo.
Lavoro autonomo
o subordinato?
L’analisi sul sistema operativo della
piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della
prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come
autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva
stabilito l’applicazione della
“disciplina
del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano
in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di
cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione
della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)
L’attività lavorativa è interamente gestita
da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore
in termini di disponibilità e produttività, tramite schedatura e
geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.
Lavoro autonomo
e tutele
Secondo un comunicato di
Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato
dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa
dei riders come lavoratori autonomi:
“Una finzione giuridica che serve solo a
risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni
rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad
accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza
ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.
La mancata previsione di copertura Inail e
l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero
costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente
autonomi.
Lo stato di
bisogno per i lavoratori migranti
In particolare, il sindacato di base si
concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato
dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato
riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non
solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle
tutele sociali.
“Condizione
che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti,
per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno,
trasformando la precarietà in un ricatto permanente e
in uno strumento di controllo sociale”.
L’asimmetria di poteri tra datore e
dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro
irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo
modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.
Ma non è la
prima volta
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera,
soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la
procura di Milano ha disposto il sequestro
di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa
è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle
“Big” del settore della moda.
All’attenzione della procura nel perseguire
abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a
legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in
termini di sviluppo economico, con studi recenti che
smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma
sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito
dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.
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