domenica 15 febbraio 2026

schiavi in bicicletta

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un  algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

da qui

 

La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo: cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda

 

La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders. Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto vicine al caporalato.

L’inchiesta e il provvedimento

Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza, che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto alle condizioni di lavoro illegali che emergono dall’inchiesta.

Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Salario: tra costituzione e contrattazione collettiva

Dalle numerose testimonianze raccolte durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni, poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.

Anche confrontando i compensi con quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto collettivo.

Lavoro autonomo o subordinato?

L’analisi sul sistema operativo della piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva stabilito l’applicazione della

“disciplina del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)

L’attività lavorativa è interamente gestita da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore in termini di disponibilità produttività, tramite schedatura e geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.

Lavoro autonomo e tutele

Secondo un comunicato di Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa dei riders come lavoratori autonomi:

“Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.

La mancata previsione di copertura Inail e l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente autonomi.

Lo stato di bisogno per i lavoratori migranti

In particolare, il sindacato di base si concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle tutele sociali.

“Condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale”.

L’asimmetria di poteri tra datore e dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.

Ma non è la prima volta

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera, soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la procura di Milano ha disposto il sequestro di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle “Big” del settore della moda.

All’attenzione della procura nel perseguire abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in termini di sviluppo economico, con studi recenti che smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento