Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone
provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di
Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600
che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume
Tapajós in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri
cereali*.
Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a
privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del
Programma Nazionale di Privatizzazione (l’articolo è stato scritto il 20
febbraio, il 23 il governo ha
ritirato il decreto di privatizzazione, ndr), il che
significa che la gestione e la manutenzione di queste strade, che totalizzano
280 chilometri solo nel Tapajós, vengono trasferite a grandi multinazionali
legate all’agroalimentare. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti
privati che trasformeranno l’area in un corridoio fluviale senza
consultare le persone che vivono nel fiume e con esso.
Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando
la foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che sta
accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è
semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte
trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti
o sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15
milioni di tonnellate.
L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale
che illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più
importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume
come mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e
dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”.
Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo
stesso aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku
non hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”,
come popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità
di pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con
prospettive di mondo diverse”.
Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la
vita che dura da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo
trarre alcune conclusioni.
La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario
della Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia
Guajajara, entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà
(PSOL). Chi crede che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole
il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle
ambizioni delle multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento
sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è
la rielezione di Lula.
La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa
privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i
grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia
della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive.
L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i
popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra
o di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio
di un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di
sostenere le richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a
fare delle consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai
fatto.
La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno,
ha il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono
relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che
il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni.
La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei
popoli. Il rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima
linea di resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi,
sono determinati e fermi e non si tireranno indietro. Una donna
munduruku ha detto: “I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È
proprio quello che dicono i popoli originari di tutte le geografie, da Wall
Mapu fino alla Mesoamerica.
Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per
tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per
salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo
il corpo e il sangue a difendere la vita e la natura.
*Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael
Zilio, Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026,
e dal collettivo Aldea Urbana
(https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).
Pubblicato anche su La Jornada
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