venerdì 20 febbraio 2026

Successioni e rendite non possono restare intoccabili - Daniele Muritano


Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 non è l’ennesima denuncia morale delle disuguaglianze. È un’analisi strutturale di come la concentrazione della ricchezza stia diventando un problema di tenuta democratica. In cinque anni la ricchezza dei miliardari globali è cresciuta dell’81%, mentre la metà più povera dell’umanità continua a detenere una quota marginale della ricchezza complessiva. Dodici individui possiedono oggi più ricchezza del 50% più povero del pianeta. Il punto centrale non è solo “quanto” la ricchezza sia concentrata, ma che cosa produce questa concentrazione. Produce potere politico, influenza normativa, capacità di orientare le scelte fiscali e regolatorie a proprio vantaggio. La disuguaglianza economica si trasforma in disuguaglianza politica. E la democrazia inizia a incrinarsi.

Il caso italiano: un laboratorio di disuguaglianze protette
L’Italia rappresenta un caso particolarmente istruttivo. Non perché sia un Paese “più ineguale” di altri in termini assoluti, ma perché combina tre elementi problematici: una forte concentrazione patrimoniale; una mobilità sociale ridotta; un sistema fiscale sorprendentemente indulgente verso le grandi ricchezze. Secondo il rapporto Oxfam il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera si ferma poco sopra il 7%. Ancora più significativo è il dato sulla origine dei grandi patrimoni: quasi due terzi della ricchezza dei miliardari italiani deriva da eredità, non da redditi da lavoro o da iniziativa imprenditoriale di prima generazione. Eppure, in questo contesto, l’imposta di successione resta una delle più basse d’Europa. Non solo per le aliquote nominali, ma soprattutto per l’insieme di franchigie, esenzioni e regimi di favore che ne svuotano la funzione redistributiva.

Il confronto comparato: l’Italia come eccezione
Guardare oltre confine aiuta a ridimensionare molti luoghi comuni. In Francia, l’imposta di successione è fortemente progressiva: per i trasferimenti di grande entità tra genitori e figli le aliquote arrivano al 45%, con franchigie pensate per proteggere le successioni medio-piccole. In Germania, il passaggio generazionale delle imprese è agevolato, ma non in modo incondizionato: esistono limiti di valore, vincoli occupazionali e meccanismi di recupero dell’imposta se l’impresa viene dismessa o ridimensionata. Nei Paesi nordici, l’abolizione o la riduzione dell’imposta di successione è oggi oggetto di ripensamento, proprio per gli effetti regressivi che ha prodotto nel medio periodo. Il dato comparato è chiaro: non esiste alcuna incompatibilità strutturale tra tassazione delle grandi eredità e crescita economica. Ciò che fa la differenza è la selettività del prelievo.

Una riforma necessaria, ma non cieca
È fondamentale chiarirlo: riformare l’imposta di successione non significa colpire tutti indistintamente. Le successioni ordinarie, i patrimoni medi, l’abitazione familiare e i risparmi accumulati in una vita di lavoro non sono il problema. Il problema è la concentrazione di grandi patrimoni che si trasmettono intatti di generazione in generazione, consolidando posizioni di vantaggio indipendenti da qualsiasi merito. Una riforma seria dovrebbe colpire solo chi ha palesemente risorse sufficienti, cioè chi non subirebbe alcuna compressione reale delle proprie opportunità economiche a seguito del prelievo. In questo senso, l’imposta di successione è lo strumento meno distorsivo possibile: intercetta una capacità contributiva concentrata, non riproducibile e scollegata dall’attività economica corrente.

Il privilegio più ingiustificabile: le imprese che passano senza imposta
Un elemento di profonda criticità nel nostro sistema fiscale riguarda l’esonero quasi totale dall’imposta sulle successioni e donazioni per il trasferimento di aziende, rami d’azienda e partecipazioni societarie ai discendenti sulla base dell’art. 3, comma 4-ter del decreto legislativo. n. 346/1990. Tale regime, introdotto come misura finalizzata a tutelare la continuità delle piccole e medie imprese, prevede l’esenzione dall’imposta a condizione che il beneficiario prosegua l’attività o mantenga il controllo per almeno cinque anni dalla data del trasferimento. Questa disciplina ha resistito a un vaglio di costituzionalità: con la sentenza n. 120 del 23 giugno 2020, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione agli articoli 3 e 29 Costituzione, rigettando le censure circa una presunta discriminazione tra eredi e l’assenza di tutela del coniuge rispetto ai discendenti. Tuttavia, dalla stessa pronuncia emergono importanti indicazioni sulla natura e sulla ratio dell’agevolazione, che dovrebbero indurre a ripensare il regime vigente. In particolare la Corte richiama la giustificazione originaria dell’agevolazione, che trae spunto da raccomandazioni europee volte a ridurre l’onere fiscale per facilitare il trasferimento delle piccole e medie imprese in un’ottica di continuità aziendale; la motivazione del giudice delle leggi mette in evidenza come il quadro normativo presupponga profili di congruità e proporzionalità della disciplina rispetto alle finalità dichiarate, soprattutto alla luce delle dimensioni, della natura e dell’effettiva rischiosità del trasferimento d’impresa. Nonostante la Corte non abbia censurato direttamente la disciplina, la motivazione contiene un richiamo implicito al legislatore, affinché valuti la coerenza e il perimetro di tali esenzioni. Invero, se l’obiettivo è proteggere l’impresa reale e produttiva, la regola non può essere automaticamente estesa a tutti i trasferimenti senza alcuna differenziazione dimensionale. In questo senso, la sentenza 120/2020 può essere letta come una sollecitazione alla ponderazione normativa. È realistico chiedersi se sia coerente con i principi costituzionali e con l’obiettivo di uguaglianza che imprese di enorme valore possano transitare ai discendenti senza alcun prelievo, pur in presenza di strumenti alternativi di tutela (es. vincoli occupazionali, limiti di valore, meccanismi di recupero dell’agevolazione in caso di dismissione prematura ecc.). Rispetto alla logica originaria della disciplina, la realtà economica è oggi molto diversa da quella degli anni Novanta, e una disciplina che non tenga conto delle dimensioni effettive delle imprese e dei patrimoni coinvolti finisce per generare un privilegio fiscale sproporzionato, ben oltre la mera tutela della continuità aziendale.

Il grande rimosso: le imposte dirette e le rendite finanziarie
Il tema della disuguaglianza fiscale non riguarda solo le successioni. Un altro pilastro del sistema italiano merita attenzione: la tassazione dei redditi finanziari. Oggi i guadagni di borsa, le plusvalenze e i redditi da capitale sono assoggettati a una flat tax del 26%, indipendentemente dall’ammontare complessivo del reddito del contribuente. È un regime che produce un paradosso evidente: chi vive prevalentemente di rendite finanziarie può essere tassato meno di un lavoratore dipendente con reddito medio-alto. Dal punto di vista costituzionale, la compatibilità di questo sistema con il principio di progressività (art. 53 Costituzione) è quantomeno problematica. Dal punto di vista sostanziale, il risultato è uno spostamento del carico fiscale dal capitale al lavoro. In molti ordinamenti comparati, almeno una parte dei redditi finanziari confluisce nel reddito complessivo ed è assoggettata a imposizione progressiva. Ricondurre i grandi guadagni di borsa all’IRPEF non significherebbe colpire il piccolo risparmio, ma riallineare la tassazione delle rendite elevate alla reale capacità contributiva di chi le percepisce.

Successioni e rendite: una riforma di sistema
Il messaggio che emerge dal rapporto Oxfam è netto: la disuguaglianza non è un destino naturale, ma il risultato di scelte politiche. E tra queste, le scelte fiscali sono decisive. Continuare a proteggere fiscalmente le grandi eredità e le rendite finanziarie significa accettare una società sempre più chiusa, in cui il punto di partenza conta più del merito e in cui la ricchezza si traduce automaticamente in potere politico. Riformare l’imposta di successione e superare la flat tax sui redditi finanziari più elevati non è una misura punitiva, ma una condizione minima di sostenibilità democratica. In gioco non c’è l’invidia sociale, ma la qualità della democrazia. Perché quando la ricchezza diventa intoccabile, anche il principio di uguaglianza smette di essere credibile.

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