Il rapporto
Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 non è l’ennesima denuncia morale
delle disuguaglianze. È un’analisi strutturale di come la concentrazione della
ricchezza stia diventando un problema di tenuta democratica. In cinque anni la
ricchezza dei miliardari globali è cresciuta dell’81%, mentre la metà più
povera dell’umanità continua a detenere una quota marginale della ricchezza
complessiva. Dodici individui possiedono oggi più ricchezza del 50% più povero
del pianeta. Il punto centrale non è solo “quanto” la ricchezza sia
concentrata, ma che cosa produce questa concentrazione. Produce potere
politico, influenza normativa, capacità di orientare le scelte fiscali e
regolatorie a proprio vantaggio. La disuguaglianza economica si trasforma in
disuguaglianza politica. E la democrazia inizia a incrinarsi.
Il caso
italiano: un laboratorio di disuguaglianze protette
L’Italia
rappresenta un caso particolarmente istruttivo. Non perché sia un Paese “più
ineguale” di altri in termini assoluti, ma perché combina tre elementi
problematici: una forte concentrazione patrimoniale; una mobilità
sociale ridotta; un sistema fiscale sorprendentemente indulgente verso le
grandi ricchezze. Secondo il rapporto Oxfam il 10% più ricco delle famiglie
italiane detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più
povera si ferma poco sopra il 7%. Ancora più significativo è il dato sulla
origine dei grandi patrimoni: quasi due terzi della ricchezza dei miliardari
italiani deriva da eredità, non da redditi da lavoro o da iniziativa
imprenditoriale di prima generazione. Eppure, in questo contesto,
l’imposta di successione resta una delle più basse d’Europa. Non solo per
le aliquote nominali, ma soprattutto per l’insieme di franchigie, esenzioni e
regimi di favore che ne svuotano la funzione redistributiva.
Il confronto
comparato: l’Italia come eccezione
Guardare
oltre confine aiuta a ridimensionare molti luoghi comuni. In Francia,
l’imposta di successione è fortemente progressiva: per i trasferimenti di
grande entità tra genitori e figli le aliquote arrivano al 45%, con franchigie
pensate per proteggere le successioni medio-piccole. In Germania, il
passaggio generazionale delle imprese è agevolato, ma non in modo
incondizionato: esistono limiti di valore, vincoli occupazionali e meccanismi
di recupero dell’imposta se l’impresa viene dismessa o ridimensionata. Nei
Paesi nordici, l’abolizione o la riduzione dell’imposta di successione è oggi
oggetto di ripensamento, proprio per gli effetti regressivi che ha prodotto nel
medio periodo. Il dato comparato è chiaro: non esiste alcuna incompatibilità
strutturale tra tassazione delle grandi eredità e crescita economica. Ciò che
fa la differenza è la selettività del prelievo.
Una riforma
necessaria, ma non cieca
È
fondamentale chiarirlo: riformare l’imposta di successione non
significa colpire tutti indistintamente. Le successioni ordinarie, i
patrimoni medi, l’abitazione familiare e i risparmi accumulati in una vita di
lavoro non sono il problema. Il problema è la concentrazione di grandi
patrimoni che si trasmettono intatti di generazione in generazione,
consolidando posizioni di vantaggio indipendenti da qualsiasi merito. Una
riforma seria dovrebbe colpire solo chi ha palesemente risorse sufficienti,
cioè chi non subirebbe alcuna compressione reale delle proprie opportunità
economiche a seguito del prelievo. In questo senso, l’imposta di successione è
lo strumento meno distorsivo possibile: intercetta una capacità contributiva
concentrata, non riproducibile e scollegata dall’attività economica corrente.
Il
privilegio più ingiustificabile: le imprese che passano senza imposta
Un elemento
di profonda criticità nel nostro sistema fiscale riguarda l’esonero
quasi totale dall’imposta sulle successioni e donazioni per il trasferimento di
aziende, rami d’azienda e partecipazioni societarie ai discendenti sulla
base dell’art. 3, comma 4-ter del decreto legislativo. n. 346/1990. Tale
regime, introdotto come misura finalizzata a tutelare la continuità delle
piccole e medie imprese, prevede l’esenzione dall’imposta a condizione che il
beneficiario prosegua l’attività o mantenga il controllo per almeno cinque anni
dalla data del trasferimento. Questa disciplina ha resistito a un vaglio di
costituzionalità: con la sentenza n. 120 del 23 giugno 2020, la Corte costituzionale
ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate
in relazione agli articoli 3 e 29 Costituzione, rigettando le censure circa una
presunta discriminazione tra eredi e l’assenza di tutela del coniuge rispetto
ai discendenti. Tuttavia, dalla stessa pronuncia emergono importanti
indicazioni sulla natura e sulla ratio dell’agevolazione, che
dovrebbero indurre a ripensare il regime vigente. In particolare la Corte
richiama la giustificazione originaria dell’agevolazione, che trae spunto da
raccomandazioni europee volte a ridurre l’onere fiscale per facilitare il
trasferimento delle piccole e medie imprese in un’ottica di continuità
aziendale; la motivazione del giudice delle leggi mette in evidenza come il
quadro normativo presupponga profili di congruità e proporzionalità della
disciplina rispetto alle finalità dichiarate, soprattutto alla luce delle
dimensioni, della natura e dell’effettiva rischiosità del trasferimento
d’impresa. Nonostante la Corte non abbia censurato direttamente la disciplina,
la motivazione contiene un richiamo implicito al legislatore, affinché valuti
la coerenza e il perimetro di tali esenzioni. Invero, se l’obiettivo è
proteggere l’impresa reale e produttiva, la regola non può essere automaticamente
estesa a tutti i trasferimenti senza alcuna differenziazione dimensionale.
In questo senso, la sentenza 120/2020 può essere letta come una sollecitazione
alla ponderazione normativa. È realistico chiedersi se sia coerente con
i principi costituzionali e con l’obiettivo di uguaglianza che imprese di
enorme valore possano transitare ai discendenti senza alcun prelievo, pur in
presenza di strumenti alternativi di tutela (es. vincoli
occupazionali, limiti di valore, meccanismi di recupero dell’agevolazione in
caso di dismissione prematura ecc.). Rispetto alla logica originaria della
disciplina, la realtà economica è oggi molto diversa da quella degli anni
Novanta, e una disciplina che non tenga conto delle dimensioni effettive delle
imprese e dei patrimoni coinvolti finisce per generare un privilegio fiscale
sproporzionato, ben oltre la mera tutela della continuità aziendale.
Il grande
rimosso: le imposte dirette e le rendite finanziarie
Il tema
della disuguaglianza fiscale non riguarda solo le successioni. Un altro
pilastro del sistema italiano merita attenzione: la tassazione dei redditi
finanziari. Oggi i guadagni di borsa, le plusvalenze e i redditi da capitale
sono assoggettati a una flat
tax del 26%,
indipendentemente dall’ammontare complessivo del reddito del contribuente. È un
regime che produce un paradosso evidente: chi vive prevalentemente di
rendite finanziarie può essere tassato meno di un lavoratore dipendente con
reddito medio-alto. Dal punto di vista costituzionale, la compatibilità di
questo sistema con il principio di progressività (art. 53 Costituzione) è
quantomeno problematica. Dal punto di vista sostanziale, il risultato è
uno spostamento del carico fiscale dal capitale al lavoro. In molti
ordinamenti comparati, almeno una parte dei redditi finanziari confluisce nel
reddito complessivo ed è assoggettata a imposizione progressiva. Ricondurre i
grandi guadagni di borsa all’IRPEF non significherebbe colpire il piccolo
risparmio, ma riallineare la tassazione delle rendite elevate alla reale capacità
contributiva di chi le percepisce.
Successioni
e rendite: una riforma di sistema
Il messaggio
che emerge dal rapporto Oxfam è netto: la disuguaglianza non è un
destino naturale, ma il risultato di scelte politiche. E tra queste, le
scelte fiscali sono decisive. Continuare a proteggere fiscalmente le grandi
eredità e le rendite finanziarie significa accettare una società sempre più
chiusa, in cui il punto di partenza conta più del merito e in cui la ricchezza
si traduce automaticamente in potere politico. Riformare l’imposta di
successione e superare la flat tax sui redditi finanziari più
elevati non è una misura punitiva, ma una condizione minima di sostenibilità
democratica. In gioco non c’è l’invidia sociale, ma la qualità della
democrazia. Perché quando la ricchezza diventa intoccabile, anche il
principio di uguaglianza smette di essere credibile.
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