Violenti lasciati agire senza contromisure adeguate. E poi blocchi posizionati male, comunicazioni radio ignorate e misure investigative fallimentari. È il senso di alcuni stralci di una lettera non ufficiale – che Il Fatto ha potuto visionare – circolata internamente alla polizia di Torino, da dove emerge malcontento e sconcerto da parte di una nutrita fetta di poliziotti torinesi per la gestione dell’ordine pubblico durante la manifestazione del 31 gennaio scorso. Missiva fatta arrivare al nuovo questore Massimo Gambino, che da quando l’ha ricevuta ha dovuto riprendere il dialogo per provare a riportare la calma nell’ufficio. Al termine del corteo in solidarietà al centro sociale Askatasuna, infatti, la frangia più violenta di antagonisti ha messo a ferro e fuoco la città della Mole. Il bilancio è stato di 96 poliziotti feriti, tra cui Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti, che il giorno dopo hanno ricevuto la visita della premier Giorgia Meloni. Il pomeriggio di violenze ha portato all’accelerazione decisiva per l’approvazione in toto, il 5 febbraio, del decreto Sicurezza voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, provvedimento che si era incagliato nelle pieghe dei dubbi di altri ministri e del Quirinale.
Eppure i poliziotti torinesi autori della missiva al questore lasciano intendere
che gli scontri sarebbero stati favoriti dall’inerzia della linea di comando,
“responsabile – si legge – dei gravi fatti verificatisi”.
Il passaggio principale riguarda i 200 antagonisti “organizzati in modo
compatto e coordinato” entrati in azione “un’ora e mezza dopo l’inizio delle
violenze, fornendo di fatto un supporto determinante a soggetti che avevano già
duramente impegnato e stremato gli operatori”. Nonostante questo gruppo si
fosse posizionato, travisato, a circa 50 metri dallo sbarramento all’imbocco di
Corso Regio Parco, “non risulta – scrivono gli agenti – essere stata diramata
alcuna segnalazione in merito” alla loro presenza e alla loro “pericolosità”.
Soprattutto, notano i poliziotti, non “risultano adottate misure idonee a
prevenirne l’azione”.
Affermazioni molto dure, come per il fatto che “non sono state prese in
considerazione da nessuno” le comunicazioni radio che chiedevano “un intervento
risolutivo alle spalle del corteo” lasciando “i colleghi in balia di violenti
attacchi”. Non solo. Si chiedono gli agenti come mai sia stato “consentito al
corteo di percorrere corso Regina Margherita per un tratto così esteso, senza
predisporre uno sbarramento più arretrato”. Circostanza rilevata dal Fatto lo
stesso giorno.
Alcuni agenti del Reparto mobile ci hanno riferito in forma anonima – non
poteva essere altrimenti, viste le ferree policy interne – che
il sentimento di malcontento è comune. “C’erano colleghi che mi chiamavano in
lacrime perché non sapevano cosa fare”, ci racconta uno di loro. Il questore
Gambino, insediatosi appena 19 giorni prima del corteo, ha dovuto prendere atto
delle lamentele. Al Fatto risulta siano state svolte riunioni
di debriefing coinvolgendo le sigle sindacali. D’altronde sono
mesi che serpeggiano dubbi sulla gestione dell’ordine pubblico a Torino. Il
blitz dei pro Pal alle Ogr il 1° ottobre, innanzitutto. E poi il gravissimo
assalto alla redazione della Stampa, del 28 novembre. “A Torino gli
obiettivi sensibili sono pochi, si sapeva che avrebbero cercato di colpire la
redazione: sarebbe bastato posizionare un blindato”, dice una fonte sindacale.
Fatto sta che dopo il blitz al quotidiano torinese arrivò lo spunto decisivo
per lo sgombero di Askatasuna.
Disordini che vanno avanti da mesi, dicevamo. Ma che, alla fine, ieri hanno prodotto
l’ennesima operazione spot per il governo: 18 misure cautelari (5 arresti
domiciliari, 12 obblighi di firma e un divieto di dimora) nei confronti di
altrettanti militanti di Askatasuna e di altri gruppi antagonisti per gli
incidenti provocati durante tutta la stagione delle proteste pro Pal,
dall’occupazione dell’A4 a quella di Porta Susa, passando per Ogr e assalto
alla Stampa. Obiettivo raggiunto: centro sociale prima sgomberato e
ora, forse, decapitato.
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