Lettera aperta di Haidi Giuliani: dissenso, repressione, democrazia
“La storia si ripete sempre due volte: la prima
come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel Diciotto Brumaio.
Ci pensavo
guardando le immagini di sabato scorso, a Torino. Sembrava di rivedere, in
scala ridotta, quelle del luglio 2001 qui a Genova. La grande presenza unitaria
di uomini e donne di tutte le età e di varia provenienza che hanno manifestato
lungo il percorso fino alla fine. L’arrivo di chi viene subito nominato come
“guastatore. Le forze dell’ordine massicciamente presenti, addobbate per la
guerra. I petardi da una parte, i candelotti lacrimogeni dall’altra, le botte
date nel mucchio.
A Torino per fortuna nessun morto, nemmeno in coma, solo un poliziotto preso a
calci. Delle altre persone ferite molti solerti giornalisti non hanno neppure
parlato: sembra che sia diventato normale tornare a casa dopo una giornata di
legittima protesta con la testa sanguinante e qualche osso rotto, si tratti di
cittadinǝ che difendono il proprio territorio, operaǝ che difendono il posto di
lavoro, studentǝ davanti a scuole e università.
Eppure la protesta resta un diritto costituzionale, non un favore concesso, ma
un elemento essenziale della democrazia. Manifestare significa rendere visibile
un conflitto, portarlo nello spazio pubblico, chiedere che venga riconosciuto e
discusso. Oggi, invece, il dissenso viene punito a prescindere, svuotato di
legittimità politica e riscritto come devianza. Decreto dopo decreto, il
perimetro di ciò che è considerato accettabile si restringe. Esporre un dubbio,
avanzare una critica, rischia di diventare un atto pericoloso, un reato penale
da perseguire.
In questo
contesto, vale la pena interrogarsi sul concetto stesso di violenza. Si parla
molto di violenza contro le cose e contro le persone durante le manifestazioni.
Si parla poco, invece, di altre forme di violenza, più pervasive e difficili da
nominare. La violenza economica che frustra sistematicamente le aspettative di
una generazione. La violenza semantica che delegittima chi dissente,
trasformandolo in nemico interno. La violenza comunicativa e propagandistica
che produce paura, semplifica il reale, cancella le cause dei conflitti.
Molti giovani scendono in piazza non per vocazione allo scontro, ma perché
vedono traditi i valori che la democrazia dovrebbe difendere. Vivono un
presente di ansia e paura, un futuro incerto, un lavoro instabile, un diritto
allo studio sempre più fragile. Quando ogni canale di partecipazione appare
chiuso, la protesta diventa l’unico linguaggio disponibile. È una richiesta di
ascolto.
Nel clima
attuale si sta affermando da tempo una cultura reazionaria: chi pone domande
viene marginalizzato, chi critica viene deriso e isolato, chi prova a
partecipare viene spinto ai margini del dibattito pubblico. Da qui nasce un
conflitto che si radicalizza, perché non trova luoghi di mediazione.
A questo punto la domanda non può che essere politica. Che cosa può fare la
politica, se non riappropriarsi degli spazi che le competono? Spazi di
confronto, anche aspro, anche scomodo. Spazi in cui incontrare i giovani,
tutti, anche quelli considerati “cattivi”. Non per giustificare ogni gesto, ma
per sottrarre il conflitto alla sola gestione repressiva.
Genova ha mostrato cosa accade quando la politica abdica a questo ruolo e
lascia alle forze dell’ordine il compito di gestire il rapporto con chi
protesta. Un rapporto che viene inevitabilmente trattato come questione di
ordine pubblico. Ancora 25 anni dopo, Torino lo ricorda. Quando la protesta
viene lasciata sola, viene anche delegittimata politicamente.
Che fare, allora? Tocca a noi ampliare il consenso, costruire alleanze,
radicarsi nei territori. Rendere la partecipazione contagiosa, non un gesto
isolato. Uscire dalla logica delle avanguardie e ricostruire spazi collettivi
di parola, conflitto e partecipazione. Tocca a noi, ancora e sempre, inventare
metodi nuovi o mutuati dalle lotte – ricchissime di esempi – di chi ci ha
preceduto. Senza questa assunzione collettiva di responsabilità, la
storia continuerà a ripetersi
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