leggo con un enorme ritardo Works.
è una sorpresa leggere un libro working class dei più stupefacenti, Vitaliano racconta la sua vita lavorativa, i suoi lavori e lo schifo che gli hanno fatto, tranne il lavoro più pericoloso, quello di lattoniere.
la penna, il ritmo, le osservazioni, i conflitti, le sfumature sono proprio quelle dello scrittore, scomparso prematuramente e tragicamente (qui un ricordo).
e quando arrivi all'ultima pagina ti dispiace che il libro sia già finito, merito di Vitaliano Trevisan.
un libro da non perdere, promesso.
«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi
lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle
possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi
viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre
impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa.
Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette
mai».
Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come
cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo
di un’intera vita.
Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz,
che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione,
in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel
luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni
Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro
Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere
nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia,
che è sempre «una storia di soldi»…
...Procedendo in questo libro si
ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di
rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro
volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la
fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese,
allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa
elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle
“cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso
del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.
Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa
iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a
sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una
voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare
a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e
ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di
Benvenuto Cellini.
Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’
come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è
essere intonati e a ritmo con se stessi».
VITALIANO
TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE - Gianni Sartori
All’età di 61 anni
è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo
dai mille mestieri.
Perennemente
afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.
Di Vitaliano
Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi
ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone,
brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque
“borghesi”.
Anche se negli
ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo
definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi
venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”.
Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e
inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi
imperdibili libri.
Ossia – credevo
allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto
basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa
borghesia progressista.
Solo pochi mesi
fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel
“sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in
relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi
editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti,
ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che
dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per
aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di
sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi
maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.
Lessi il libro e
verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
Ma scoprii anche altro.
Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi –
Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale
Torino nei turni di notte.
Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro,
(notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di
turni di otto ore.
Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle
frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo
comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di
frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di
qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i
camion e il deposito.
Non solo. Mi
sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano
di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa)
di venti minuti, mezz’ora.
E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta,
quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come
avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie
anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover
portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).
E poi in “Works”
raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso
Vicentino.
Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che
operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come
bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno)
“mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata
(oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la
metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano
la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta
semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno
– “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era
soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli
innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da
allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente,
eccome. Anche da lontano.
Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere
creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri
sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo
proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di
volatili.
Ma quello che più
mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico
formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale,
con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…)
derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la
sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?
Non so se – come
aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il
maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito
interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e
tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo
hanno ricordato con commozione.
Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso,
fuori di testa, predisposto al suicidio….
Invece di
esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha
saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato)
dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza
personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto
grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti
sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli
ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).
Un esempio, un
modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere,
rielaborandola.
A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile
santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…
Chissà come è
andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero
formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe
uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i
boschi…
In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese,
Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma
cheavevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal
disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i
dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente)
imbalsamandoli poi da morti.
Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter
Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di
Mastrogiovanni.
In fondo anche
Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari
letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e
umiliato.
Niente di strano
se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di
mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.
…Pochissimi sono i romanzi italiani che hanno la forza dirompente
di “Works”. Il coraggio di squadernare davanti agli
occhi del lettore le ipocrisie, le falsità, i fasulli mascheramenti a cui la
società non sa sottrarsi. E Vitaliano Trevisan non
arretra mai, non si fa cogliere da tentennamenti nel raccontare il
coinvolgimento attivo del suo alter ego nel consumo e nello spaccio di droga.
Non tentenna quando deve esternare la sua convinzione che prostituirsi è un
lavoro come gli altri, se viene svolto per libera scelta e non sotto minaccia,
dietro coercizione (e non è forse la scrittura, si chiede, “far commercio di sé
in altra forma”?). Non si dimentica di dire forte e chiaro che gli incidenti
sul lavoro, le frequenti morti nei cantieri, non sono episodi isolati, dettati
dalla sfortuna. Ma conseguenza diretta e inevitabile del modo stesso in cui le
persone sono costrette a stare sospese nel vuoto, sulle impalcature, oppure a
sollevare pesi immani.
Il lavoro, raccontato da “Works”, assume
i connotati della condanna riservata all’uomo nel suo percorso terreno. Una
sorta di pena da scontare subito, qui e ora, visto che della vita ultraterrena
non c’è certezza. Ma trovarsi un’occupazione, incassare una paga e non perdere
tempo, diventa anche un obbligo fisico e metafisico. Per non trovarsi ai
margini della comunità umana, per non cedere alla tentazione di trasformarsi in
un’entità invisibile agli occhi dei “normali”.
Attraversando il tempo e la spazio di una vita scandita dal lavoro e
dai sogni, dagli amori finiti male e dalle amicizie sfociate in tradimenti, dai
progetti di scrittura, dai successi interlocutori e dalle cocenti
delusioni, Vitaliano Trevisan non si
lascia mai tentare dall’imboccare la scorciatoia dell’opportunismo. Non sceglie
nemmeno in una sola riga di imboccare la strada del quieto vivere. In “Works” impallina intellettuali e scrittori
con nomi e cognomi. E non nasconde, quando parla di sé, che la sua scrittura è
sempre stata dettata da quel senso di melanconia, straniamento, solitudine, che
si è portato dentro per tutta la vita. “Disperazione, è per questo che scrivo,
vale ora e valeva allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel
buco nero di questi tristi pensieri, che sempre accompagnano il fallimento del
momento, buco nero che ovviamente, col passare del tempo diventava sempre più
profondo e sempre più nero”.
Il Veneto di “Works” non
è di certo quelle delle commedie goldoniane. Nelle parole di Vitaliano Trevisan assume la fisionomia di
uno scosceso baratro umano. Dove le ragioni dell’industrializzazione, della
produzione, del profitto e del guadagno, hanno devastato la politica,
desertificato i rapporti sociali, modificato il territorio fino a umiliarlo e
stravolgerlo, isolato le persone spingendole verso la depressione.
È forse questo l’aspetto più inquietante e bello del libro. Non c’è
una sola riga di “Works” in
cui Vitaliano Trevisan si lasci andare alla
tentazione di consolare i suoi lettori. Per quasi 700 pagine, mai lo scrittore
concede sconti a quel mondo che ha guardato da vicino. Fino a non poterne più.
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