mercoledì 4 febbraio 2026

La società horror degli Epstein files - Dante Barontini

Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.

E’ la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.

Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per li rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2005 per finire condannato tre anni dopo).

Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.

Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc.

Basta già questo, secondo noi, a fornire il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età. Otto-novemila giorni in tutto, per quasi mille “documenti” al giorno…

Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza…), fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi vola nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.

Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.

E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciate circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida salita nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso anche informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc, fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.

E’ la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello – per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.

Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali  nella massoneria, insomma…

Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’”oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).

La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.

Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.

Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale Usa, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.

Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.

Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.

Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.

Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole“, “morale“, “merito“, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.

Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore“. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea…).

Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).

Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.

Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.

 

P.s. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile QUI

 

da qui

Nessun commento:

Posta un commento