Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.
E’ la strada
intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con
qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla
berlina il campo politico solo formalmente avverso.
Chi ci
voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come
chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della
democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella
corte. E così via, giù per li rami di collaboratori di alto livello noti già
prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein
è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2005
per finire condannato tre anni dopo).
Ed anche un
po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di
distanza.
Eppure
questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico
occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui
fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.
Non siamo
andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files
desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in
pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc.
Basta già
questo, secondo noi, a fornire il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa
nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle
“deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità,
infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto
“autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo
abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.
Otto-novemila giorni in tutto, per quasi mille “documenti” al giorno…
Epstein non
era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall
Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella
“presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza…), fosse
dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la
differenza tra chi vola nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.
Sei milioni
di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali
gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello –
indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi
segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.
E in effetti
le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso
lasciate circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida salita nel mondo
che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso anche
informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli
di famiglie reali, imprenditori della old e della new
economy, finanzieri, giornalisti, ecc, fosse un patrimonio decisamente
più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica
interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque
di buona parte del pianeta.
E’ la stessa
logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di
ingresso e l’appartenenza alle “confraternite”
studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso
da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando
cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello
– per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.
Riti di
“iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune”
– da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o
comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella
massoneria, insomma…
Ogni sistema
ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali
da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’”oggetto di schedatura”. Era
stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore
dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo
mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).
La leggenda
non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo
non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra,
ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi,
bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era
“nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.
Segno che in
quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della
“Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto
antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica”
venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace.
Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.
Gli Epstein
files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli
Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere
“favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica
internazionale Usa, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere
che i conti correnti.
Anche a
leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono
tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente
quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.
Il primo
tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo
perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E
un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili
già solo per aver visto certe facce.
Il secondo,
altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare
quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che
permettono di stare in questo circolo riservato”.
Questa è la
gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un
palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa,
cioè la loro), “regole“, “morale“, “merito“, “sacrificio”
o ancora più canagliescamente “patria”.
Questa è la
gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini
morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un
dittatore“. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un
appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una
malattia venerea…).
Non è uno
spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada
tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un
immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché
onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché
loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).
Quel che
avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze”
dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film
da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The
Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.
Errore. Come
sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo
contemporaneo.
P.s. Per chi
volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è
visibile QUI
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