martedì 3 febbraio 2026

Dieci buone ragioni – Giovanni Gusai

 Si è appena concluso il primo mese del centenario dal Nobel per la letteratura a Grazia Deledda. Nell’attesa di scoprire in che modo Nùoro celebrerà questa ricorrenza così importante, visite istituzionali già programmate a parte, e dopo aver scritto dei miei timori di apparire (almeno esteticamente) inadeguati, riporto anche qui alcune considerazioni in merito al valore degli anniversari legati a nascita, morte, premi, pubblicazioni e traguardi delle personalità della letteratura e del mondo della cultura in generale.

Si tratta di considerazioni che ho raccolto in occasione di un evento organizzato dalla Fondazione Salvatore Cambosu, del cui Consiglio di Amministrazione faccio parte, e tenutosi il 20 dicembre scorso nell’auditorium della Biblioteca Satta, a Nùoro. L’idea era quella di concludere degnamente il 2025, e anticipare i temi del 2026. Si parlava di anniversari, appunto. Il 2025 cinquantennale della morte di Salvatore Satta e centotrentennale della nascita di Salvatore Cambosu. E il 2026, allora imminente, centenario del Nobel a Grazia Deledda. Era un evento pensato per classi delle scuole superiori.

Ho cercato di immedesimarmi nella loro visione delle cose, di adottare il loro sguardo sul mondo. Se uno indossa gli occhiali dei giovani e legge centotrentennale, ho pensato, si sente già morire. Sono moltissimi anni fa, forse era appena nata la madre di loro nonna. Ho temuto che magari a loro non interessasse per niente stare ad ascoltarmi. E a forza di convivere con questa paura, ho finito per interrogarmi più seriamente sul senso di ciò che stavamo facendo. Quindi mi sono imposto di rivolgere a me stesso un interrogativo, e di rispondermi nel modo più onesto possibile. È venuta fuori una domanda che suonava un po’ così: ha ancora senso celebrare tutti questi anniversari, e ogni due-tre anni averne uno sattiano, deleddiano, cambosiano, ciusiano, sattiano (dell’altro), dessanaiano, balleriano…? Forse una persona più giovane la esprimerebbe in forma affermativa: questi anni sattiani deleddiani cambosiani eccetera ci hanno stufato.

Mi sono poi risposto che sì, certo, ha senso, ma a una condizione. Ossia che le ricorrenze non si trasformino in pretesti per glorificare il passato. E dunque che ci sforziamo di enucleare, dalle biografie e dalle opere, la componente di attualità che rende quei morti ancora contemporanei, eternamente vivi. Da queste parti siamo spesso affetti dal morbo della nostalgia per i tempi d’oro che non torneranno. Proprio come chi, ormai incapace di sognare un futuro più radioso, si rifugia nel ricordo delle proprie gambette scattanti che correvano sulle strade sterrate sgombre di automobili, in cui ci si conosceva tutti, il cibo era più sano e si stava bene anche se si guadagnava poco. Niente di originale, lo so. A volte lo fanno le città, le comunità, le amministrazioni pubbliche, ma è una posa che appartiene ai vecchi.

Poiché avevo da rivolgermi a dei giovani, e ancora di più perché credo che questo rimpianto del passato abbia contribuito a determinare l’immobilismo delle politiche sociali e culturali in cui quest’isola affonda – e per questo lo detesto, ho cercato di impostare il mio intervento al convegno concentrandomi sul modo di stare al mondo (e cambiarlo) di Salvatore Cambosu, Salvatore Satta e Grazia Deledda. In dieci punti: tre per ciascuno, più uno alla Deledda per oggettivi meriti sul campo. Il Nobel non lo danno proprio a tutti. Le riporto qui di seguito, così come le ho raccontate ai ragazzi e alle ragazze presenti, o quasi. A loro le ho presentate come Lezioni utili per vivere la contemporaneità.

Uno. Non importa dove nasci.

Nel 1895 Orotelli aveva circa 2000 abitanti. Era un paese lontanissimo dal centro del mondo. In quell’anno, in quel luogo, nacque Salvatore Cambosu, del quale parliamo ancora oggi. Non dovremmo farci spaventare dal luogo in cui veniamo al mondo. È la lezione di Cambosu, ma è ciò che dimostra ogni contenuto che ci appare sul feed dei social, quando perdiamo le ore a osservare gente che inventa un balletto, costruisce piscine a mani nude, inventa trucchi per reinventare gli scarti dell’immondizia. Non ci chiediamo da dove provengano, arrivano tra le nostre mani e basta. Ecco: si può arrivare ovunque, ormai non importa più da dove si parte.

Due. Vivere il patriarcato, distruggere il patriarcato.

Grazia Deledda è cresciuta in un tempo in cui l’empowerment femminile era rubricato serenamente alla voce “isteria”. Però intanto lei: ha sposato un uomo che ha abbandonato il suo lavoro per diventarne di fatto l’agente letterario, ha fondato la letteratura sarda, ha reso ricca la sua famiglia, è stata la prima donna con cittadinanza italiana a candidarsi al Parlamento, è la prima e attualmente unica donna nata nello Stato italiano a essere insignita del premio Nobel per la letteratura. Non si è mai detta contraria a una visione patriarcale della famiglia o della società, ma le sue azioni l’hanno decostruita con costanza e caparbietà. Mi sembra una lezione che dobbiamo ancora imparare, uomini per primi.

Tre. Oltre il lavoro, c’è molto di più.

Salvatore Satta è uno dei giuristi più importanti del Novecento. I suoi contributi sulla procedura civile sono stati materia di studio per enormi personalità del diritto. Si potrebbe dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua professione, ma forse è vero solo in parte. Mi sembra più probabile che, mai sopita del tutto, abbia albergato in lui una forza ostinata e potente, animata dalla passione per la scrittura, ed è a questa indomabile necessità, e non al suo rigore professionale, che dobbiamo rendere grazie se oggi possiamo tenere tra le mani quel capolavoro che è Il giorno del giudizio. Quindi, oggi che ci possiamo finalmente permettere di valutare che forse lavoriamo troppo, anche quando non dovremmo, e che a volte osiamo persino ammettere che forse il lavoro non è tutto: ecco, no. C’è molto di più, ma non bisogna dimenticarsene.

Quattro. Si può trascorrere una vita nascosta, intenti a osservare.

Salvatore Cambosu, sebbene inserito nel fermento culturale del suo tempo, è stato definito da alcuni dei suoi contemporanei “lo scrittore nascosto”. È stato giornalista, politico e insegnante. Tra gli altri, ha avuto come alunna Maria Lai. Mi sembrano tutte professioni in cui a lungo occorre stare a guardare, prendersi il dovuto tempo per comprendere e analizzare, misurare i contesti e le persone, sospendere il giudizio e soffermarsi sui dettagli, prima di agire o parlare. Anche questo mi sembra un antidoto alla velocità smodata dei nostri giorni, e un monito da ripeterci quando sentiamo di dover davvero, a tutti i costi, subito, gridare la nostra opinione da qualche parte.

Cinque. Il coraggio di dire e di non dire.

Colpi di scure è una novella di Grazia Deledda che denuncia il disboscamento selvaggio perpetrato dai piemontesi ai danni delle foreste millenarie del centro Sardegna. Scriverne duramente sarebbe già di per sé un bel gesto, ma c’è di meglio: il padre di Grazia Deledda stesso aveva commerciato in legname ricavato dal disboscamento. Ma era doveroso parlarne, e denunciare gli esiti di questi scriteriati, e dunque avere il coraggio di dire. Quando, nel novembre del 1927, la scrittrice ha ricevuto il premio Nobel, ha dovuto tenere un discorso, com’è consuetudine. L’ha scritto e proclamato, ha citato la sua infanzia in Sardegna, e ha ringraziato il Re di Svezia e il Re d’Italia. Mussolini era a capo del governo dittatoriale fascista da cinque anni: la scelta di escluderlo dai ringraziamenti non fu casuale. E quando lui le chiese di scrivere qualcosa per il partito, lei si rifiutò. Perché aveva il coraggio di non dire. Questa lezione è per ogni volta in cui non riusciamo a mostrare da che parte stiamo, neppure quando dovremmo.

Sei. Conoscere il valore dei soldi.

Ci sono degli scambi epistolari di Grazia Deledda con Angelo De Gubernatis in cui lei, neppure ventunenne, esige il pagamento che le è dovuto per la scrittura di un racconto. All’epoca De Gubernatis era uno degli editori più potenti d’Italia, e lei non aveva ancora scritto un romanzo importante o popolare. E in una corrispondenza recentemente recuperata, ironizza (ma neppure troppo, a parer mio) sull’opportunità di conservare il prezioso documento prodotto con il copialettere (si riferisce al romanzo Dopo il divorzio) affinché il suo piccolo Sardusino (uno dei due figli) possa venderlo a qualche signore inglese per cento milioni di lire. Non c’è mai desiderio di fare i soldi tanto per fare i soldi, eppure c’è sempre la consapevolezza del proprio valore, anche economico. La sesta lezione è la differenza tra queste due tendenze opposte.

Sette. Per le famiglie disfunzionali.

A chiunque sia convinto che solo in certi libri recenti ci sia spazio per le famiglie sballottate, zoppe o doloranti, e per chiunque tema invece di non trovare tra i libri adeguato conforto al dolore che la propria famiglia gli ha causato: non dimenticate che ne Il giorno del giudizio Don Sebastiano intima a Donna Vincenza di tacere, giacché lei è al mondo solo perché c’è posto. E sappiate che Salvatore Satta descriveva i propri genitori, e dunque il suo trauma e il suo dolore incurabile persino in punto di morte. Oggi che famiglia bisogna accordarsi su cosa sia, la lezione è semplice: è sempre stato un problema, oltre che una soluzione, e ci sono sempre e sempre ci saranno, parole per parlarne e per trovare una cura.

Otto. Restituire dignità alla morte (e alla vita).

Coerente con la vita nascosta che ha condotto, Salvatore Cambosu ha scelto di essere sepolto per terra, senza foto né orpelli sulla lapide. La tomba si trova nel cimitero di Nùoro, indistinguibile dalle altre. È morto il 21 di novembre, nel giorno della festa delle Grazie, e forse gli è dispiaciuto dare fastidio con un affare secondario come la sua dipartita, mentre i suoi cari avrebbero voluto magari festeggiare. Vedere la sua tomba spoglia e nuda mi ha dato l’impressione di un cerchio che si chiude, in un gesto che sembra ammettere con serenità che c’è poco da aggiungere, quando uno se ne va. Se ne va e basta. È molto triste e vero. Mi pare che non siamo capaci di convivere con l’idea della morte, e finiamo spesso per toglierle dignità. È un tema complesso che meriterebbe molto spazio, dunque qui non saprei dirvi bene perché quella lastra di granito mi sia sembrata una lezione per la contemporaneità. Però mi sembrava desse un senso al nostro essere creature mortali, ed è comunque tanto.

Nove. La scuola è l’inizio.

Siamo la provincia con il più alto tasso di abbandono scolastico, e lo Stato italiano non ci aiuta. La scuola è inadeguata e spesso anacronistica. Si imparano molte cose apparentemente inutili. Ma bisogna andare a scuola. Grazia Deledda ha potuto frequentare solo fino alla quarta elementare. L’ha fatto, per quanto le sembrasse poco. E poi ha ripetuto la quarta, perché potesse imparare qualcosa in più. Poi ha fatto tutto il resto, ma prima è andata a scuola. La lezione è per la nostra contemporaneità, per i ragazzi e le ragazze delle mie parti che scelgono di non andare a scuola: andateci.

Dieci. Bisogna osare.

Infine, prendete ancora Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Si possono scrivere libretti facili e leggeri, comporre musichette, girare filmucoli, strizzare l’occhio alle tendenze o cercare scorciatoie. Oppure si può scrivere un romanzo incentrato sul tema della morte e della caducità sociale e umana, con mezza riga di dialogo e senza trama, essere incompresi o fraintesi e poi entrare di diritto tra i libri più importanti del Novecento, morendo prima di saperlo. Perché bisogna fare le cose in grande, per sperare di rimanere vivi anche da morti. Non è una lezione per la contemporaneità: è così da sempre.
Non ci si deve accontentare.

da qui

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