martedì 4 dicembre 2018

Oggi è solo il tempo di piangere Suruwa - Recosol




(di Rete dei Comuni Solidali)

Abbiamo appreso con sgomento la notizia della morte di Suruwa Jaiteh, a causa del rogo che si è sviluppato durante la notte del Primo dicembre nella tendopoli di San Ferdinando.
Suruwa, gambiano, era ospite dello Sprar di Gioiosa Ionica. Un ragazzo di soli diciotto anni, arrivato in Italia ancora minorenne. Aveva ottenuto la protezione umanitaria e, seppur con le fragilità di una esistenza travagliata, stava ricostruendo la sua vita attraverso un percorso concreto di integrazione all’interno della comunità gioiosana, tra scuola di italiano e campo di calcio. Tra pochi giorni avrebbe iniziato il percorso di tirocinio formativo per avviarsi con più serenità alla conclusione del suo progetto, prevista per i primi giorni di marzo.

Un tragico destino, probabilmente la volontà di trascorrere qualche ora in compagnia di amici che si trovavano a San Ferdinando, lo ha invece strappato a questo suo sogno. Quel sogno che, in modo semplice e diretto, professava ogni volta che gli operatori Sprar gli chiedevano cosa volesse fare nella vita: “Voglio fare cose buone”.
Per questo motivo proviamo ancor più dolore, pensando a quanto assurda possa essere la morte che ti coglie in una tendopoli come quella di San Ferdinando, un luogo dimenticato che nel caso di Suruwa e di molti altri si è trasformato in un inferno.
Una morte che ancora una volta ci lascia completamente inermi, che ci interroga drammaticamente sulla incapacità di affrontare seriamente, senza slogan e in modo sobrio, le questioni epocali imposte dai fenomeni migratori. Ma oggi è solo il tempo di piangere Suruwa.
Scrive Mimmo Lucano:
Ciao Suruwa, anche tu sei volato nel cielo della piana di Gioia Tauro come Becky e Soumayla, lo stesso tragico destino, la stessa morte atroce tra le fiamme dell’inferno nel campo di concentramento di San Ferdinando, i luoghi della morte riservati agli scarti dell’umanità. Morire a diciotto anni bruciato vivo in una capanna avvolta di plastiche così finisce la pacchia di chi viene per trovare la vita e incontra la morte nella società delle barbarie della disumanizzazione degli odi razziali.  
Rimane una grande tristezza il fumo il vento l’odore acre della carne umana
l’indifferenza delle cosiddette autorità istituzionali. Mi viene la voglia di bruciare quella fascia tricolore che oggi sa di fascismo e discriminazione che rappresenta un paese che obbliga migliaia di persone ad abitare nelle baraccopoli in condizioni disumane.
Adesso viene Natale diventeremo tutti più buoni proviamo a fare il cambio almeno per una settimana, autorità istituzionali ministri prefetti sindaci a diventare abitanti delle baraccopoli per provare sulla nostra pelle le sofferenze di Becky, Sumaila, Suruwa e di chissà quanti altri ancora…


Nessun commento:

Posta un commento