martedì 15 febbraio 2022

L’India che perseguita - Enrico Campofreda

 


Il Patrick Zaki indiano si chiama Sharjeel Imam. E’ di poco maggiore dello studente egiziano, ha 34 anni e come lui è un dottorando, all’Università Jawaharlal Nehru di New Delhi. E’ detenuto da mesi e accusato apertamente di terrorismo in base a Unlawful Activities Prevention Act, normativa che bolla come pericoloso per la nazione un comportamento o un semplice discorso che non piace al governo. Gli interventi dello specializzando, attraverso la rete social, erano rivolti a un’altra legge - Citizenship Amendment Act - votata dal Parlamento indiano nel dicembre 2019. Questa sta regolamentando l’ingresso in India di minoranze etnico-religiose di rifugiati dai Paesi confinanti, iniziativa di cui il governo Modi si vanta per l’apertura e l’accoglienza. Peccato che la norma faccia un distinguo: confini aperti a tutti tranne che ai musulmani, per questo le Nazioni Unite giudicano la misura discriminatoria. Nel Paese-continente dove la presenza islamica, pur minoritaria, raggiunge numeri considerevoli (200 milioni di cittadini) sono sorte proteste. Una, denominata Shaheen Bagh, ha visto sit-in pacifici per oltre cento giorni con la partecipazione di centinaia di migliaia di musulmani, solidali con fratelli e sorelle d’oltreconfine. Ma in base all’UAPA cinque Stati federali (Delhi, Uttar Pradesh, Arunachal Pradesh, Assam, Manipur) hanno indicato Imam come terrorista. 

 

La sua colpa è essersi richiamato a dette manifestazioni, averne diffuso notizie e riflessioni sul web. Il primo intervento l’aveva effettuato dal vivo nel gennaio 2020, prima che scoppiasse la pandemia di Covid-19, intervenendo all’Università Islamica di Aligarh, un ateneo con quasi centocinquant’anni di storia. Ciò che disse fece scalpore. Se ne occuparono anche i maggiori media nazionali, quelli vicini al governativo Baharatiya Janata Party l’additarono come un soggetto che spaccava il Paese. Eppure il richiamo dell’attivista ai blocchi stradali era di tipo pacifico, simile alle azioni attuate successivamente dai contadini durante il braccio di ferro antigovernativo del 2021. Ma il giovane studioso veniva considerato un pericolo pubblico “una sfida all’integrità e alla sovranità dell’India, un odiatore delle istituzioni, un fomentatore di disordini e anarchia”. Da qui l’arresto che l’ha sbattuto nella prigione di Tihar, alle porte della capitale, non si sa per quanto. E’ il maggior complesso carcerario dell’Asia meridionale, dotato di nove blocchi. Il ministero di Giustizia lo considera un gioiello, un perfetto ‘istituto di correzione’ fornito di musicoterapia e laboratori industriali interni, a tal punto che il marchio ‘Tihar’ viene riportato sulle merci prodotte. Sebbene le notizie che circolano fra gli attivisti dei diritti parlino di condizioni di salute precaria per tanti detenuti e un alto tasso di sieropositivi. Non ci sono notizie sul Covid ed è difficile pensare a vaccinazioni dei reclusi in corso. Suoi colleghi e insegnanti affermano sdegnati: “Sharjeel è conosciuto certo, è uno dei pilastri dell’opposizione al CAA, ma è detenuto perché è musulmano. Non ha commesso reati né crimini, ha solo espresso opinioni”. Quelle che Modi vuole cancellare a ogni costo. Come al-Sisi.

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