giovedì 3 febbraio 2022

Le due sinistre e la pandemia - Davide Grasso

 


Tra tecnocrazia e immaginazione: illusioni e fallimenti durante il governo della pandemia.

 

Il modello liberale di gestione della pandemia – lo sperimentiamo alla perfezione in Italia – si basa sull’assunto che la protezione della salute sia un diritto cui si accede secondo un’inclusione differenziale: chi ha più soldi protegge meglio la propria salute. Il collasso cronico del sistema sanitario nel contesto pandemico ha ridotto i servizi medici, nell’ultimo anno, a uno stato di coma vegetativo. Il mancato esproprio totale, parziale o temporaneo, nel 2020, della sanità privata (scenario che sarebbe stato, ed anche apparso, pienamente legittimato dall’emergenza) ha provocato il dirottamento di migliaia di pazienti verso cliniche private, spesso scadenti, per patologie “ordinarie” anche gravi. Dinamica presente da tempo, ma che la gestione liberale della pandemia vorrebbe eleggere a destino immutabile della nazione.

L’attuale sistema amministrativo, economico e d’apparato è incapace di auto-regolarsi in rapporto agli eventi storici e agli interessi generali, talvolta persino a quelli privati che lo influenzano. Legato mani e piedi a feticci ideologici come l’intangibilità della (grande) proprietà, il moderno stato-nazione procede ogni volta in maniera sorda e meccanica verso la socializzazione del debito derivata da ogni nuova privatizzazione dei profitti, e verso un approfondimento dell’inclusione rigorosamente premiale e condizionata nella sfera del benessere e dei diritti. Non è un caso che proprio in una fase che avrebbe consigliato strategie fondate su valori e obiettivi definiti i partiti abbiano compiuto un nuovo lungo passo verso il consociativismo.

I contributi economici emergenziali hanno premiato piccoli e grandi imprenditori, indubbiamente abili e ben organizzati – a differenza di precari e operai – nel pretendere correttivi a quello che spesso non è stato, per molti titolari d’impresa, che un temporaneo abbassamento dei livelli di investimento e consumo. Le detrazioni fiscali sono state interpretate come bolle speculative che raddoppiano gli introiti privati scaricando sui contribuenti (cioè su chi non può evadere) il peso finanziario degli stimoli e annullando, in casi come i bonus al 50%, l’effetto di risparmio sulle famiglie. Nulla è richiesto ai più abbienti: il sistema fiscale viene riformato a vantaggio dei redditi più alti. La scuola, i trasporti e la ricerca non hanno visto alcun potenziamento strutturale, e la delega delle ricerche per i vaccini ad aziende private è stata data per scontata fin dall’inizio, come la loro distribuzione secondo logiche di mercato.

Le case farmaceutiche ricattano così gli Stati per spillare, in cambio del principale strumento per tentare di uscire dalla pandemia, miliardi a debito delle future generazioni. A quello accumulato per l’inattività resa necessaria dal distanziamento pre-vaccinale si aggiunge così quest’altro, puramente ideologico, dovuto all’inchino che gli stati-nazione devono ai diritti della grande proprietà multinazionale su produzione, distribuzione e brevetti. Anche in questo caso l’assenza di ipotesi di commissariamento o esproprio delle grandi ditte farmaceutiche testimonia il carattere distorto delle politiche attuate durante un’emergenza giuridica che, per il carattere subordinato del ceto politico ai grandi poteri dell’economia, non può e non vuole coprire i bisogni generali dell’emergenza sanitaria. La conseguente, scandalosa esclusione della maggior parte delle società ex colonizzate dalla campagna vaccinale smentisce qualsiasi residua pretesa illuministica del liberalismo reale – che, sul piano globale, si è dimostrato in questo 2021 vero “No Vax” nella sostanza, senza tentennamenti o esitazioni.

 

Nuovi lumi per reagire da sinistra
Come reagire? L’anno intero è stato contraddistinto da scimmiottamenti fascistoidi d’opposizione e pose oscurantiste. È il baratro aperto dall’assenza di un pensiero alternativo reale. Di fronte al dogmatismo suicida del liberalismo al potere, nuovi e veri lumi sarebbero necessari. Essi non sorgeranno dall’arroganza dei giornalisti che difendono sempre e in ogni caso il potere costituito – molti di essi hanno difeso in questi anni guerre, sfruttamento e repressione del dissenso sociale con la stessa passione con cui oggi pretenderebbero di indossare i panni di paladini delle scienze. Non sorgeranno neanche dall’usuale feticcio di (non sempre precisati) “movimenti sociali”. Il pensiero che disegna una direzione alternativa non lo creano l’intellighenzia conformista o la mobilitazione di massa, non da oggi sensibili tanto alle sirene di poteri autoritari o a ideologie reazionarie, ma gli sforzi di militanti critici con contezza di ragioni e di fini della loro contrapposizione.

Simili militanti hanno sempre pensato e sempre penseranno a un programma di governo, dentro o fuori dall’attuale definizione giuridica del governo. Saranno interni alle mobilitazioni sociali, ma quando compatibili con una cultura della liberazione. La presa di partito è infatti sempre teorica, mai puramente sociale e tantomeno disposta a scambiare la società per la folla. Senza teoria non v’è successo per l’azione pratica, quando riferibile a obiettivi intellegibili. Non c’è neanche azione extra-teorica: al limite si subiscono (sub-)teorie in forma implicita, per pigrizia, mancanza di coraggio o assenza di reale autonomia. Non serve la rituale tonalità di protesta, reiterazione di un negativo che basta a sé stesso. La teoria deve avere come obiettivo la creazione di valori e cercherebbe forza, spazi e amici nella società senza attardarsi su fallite illusioni circa l’esistenza, nella storia, di una mano invisibile “antagonista”: popolo, moltitudine, classe, post-classe o altre mille possibili controfigure di un “soggetto storico” fuori dal quale, e in gran parte inizialmente contro il quale, obiettivi e valori per il cambiamento sono sempre stati costruiti – senza paralizzanti deferenze istintive per questo genere di illusioni.

 

La sinistra post-classica: tecnocratica o immaginaria
Due compiti sono prioritari per una sinistra da mettere al mondo: combattere l’idea del suo superamento e le forme che ha assunto negli ultimi decenni. Lo mostrano le reazioni alla pandemia e, prima, quelle alle primavere orientali, alla crisi economica, alle guerre “di pace” e allo stesso 1989. Le attuali forme della sinistra, antagoniste o di governo, si illudono – dal Pd alle disperse galassie spontaneiste – di valutare la propria condizione a partire da riflessioni che impattano su lassi temporali di mesi o anni. Dovrebbero invece comprendersi su tempi di trasformazione molto più lunghi. Non è la sinistra di ogni tempo e di ogni spazio: le sue origini si collocano in Europa e in Nord America nel Secondo dopoguerra, nel declino della minaccia bolscevica e nell’affermarsi, in parallelo, della società dei consumi. Allora – quando le varianti comunista e socialdemocratica sono scomparse come forme storiche, lasciando i loro simulacri e il guscio vuoto dei loro nomi a deperire per altri trent’anni – hanno visto la luce due nuove realtà: la sinistra tecnocratica e quella immaginaria. Sono ancora le realtà dello scenario attuale.

Cos’è la sinistra tecnocratica? Un serbatoio di competenze tecnico-amministrative per le burocrazie nazionali e (a causa della sua distanza dai sentimenti popolari e della conseguente precarietà elettorale) sovranazionali e internazionali. Cos’è la sinistra immaginaria? Un serbatoio di relazioni sociali e stili di vita prodotti parassitando il retaggio simbolico delle rivoluzioni passate o extra-occidentali. Scopo di entrambe queste sinistre non è lanciare una sfida all’ordine esistente, e neanche, conseguentemente, vincerla. Esse non funzionano secondo questo schema e talvolta mettono a tema questa circostanza. La sinistra tecnocratica si accontenta di amministrare le istituzioni nazionali e mondiali con malsicuro senso di superiorità culturale; quella immaginaria vi contrappone con convinzione fanatica, ma altrettanto malsicura, un senso di superiorità morale adornato da tonalità euforico-depressive. Il ceto politico tecnocratico, che ha rinunciato all’idea di cambiamento e progresso, ha forgiato uno stile di potere che ha traghettato il socialismo sovietico fino al 1989 e gran parte del liberalismo occidentale dopo quella data. L’arcipelago di relazioni tribali estetizzate sviluppatesi a partire dal 1968, tuttora vive e vegete (e potenzialmente indistruttibili), ha invece tramandato forme di opposizione auto-riferita e moralistica ad ogni tentativo di proporre un’azione imperfetta verso imperfetti cambiamenti concreti.

La sinistra tecnocratica, in epoca socialista, aveva assunto su di sé la scienza triste dello sfruttamento del lavoro e della repressione politica dei lavoratori; in epoca liberale si è resa connivente con lo strapotere politico della grande proprietà privata sul mondo, fino a farsi agente dello smantellamento del welfare, della precarizzazione del lavoro, della gestione differenziale dell’accesso sanitario e medico e persino vaccinale, sul piano globale, durante questa pandemia. La sinistra immaginaria è ai suoi margini, impotente per definizione di fronte a tutti i centri e a tutti i poteri, a tutto ciò che trascende l’universo simbolico e allusivo: nulla può se non ottenere facili vittorie sul terreno della contrizione interiore e del concetto. Nel ricondurre gesti o linguaggi della critica a una riproduzione interminabile di rapporti privati, o a forme di soddisfazione contemplativa, è un inesauribile meccanismo di disinnesco delle velleità di ribellione che possono albergare tra i giovani e nel mondo.

 

Le due sinistre e la pandemia
La sinistra liberale, da Speranza a Draghi, non possiede pensiero o progetto autonomo in relazione alle politiche sociali, economiche e vaccinali, qualificandosi per l’applicazione di tecniche di amministrazione dell’esistente. Esse possono variare e non hanno tutte lo stesso valore, ma non possono neanche ambire a costituire posizioni politiche nel senso pregnante del termine, che comprende sempre il non considerare quale scenario futuro l’attuale dato di fatto. Il carattere politico del liberalismo pandemico si delinea, non a caso, soltanto in negativo: nell’importante (ma insufficiente) opposizione alla brutalità dispiegata delle destre, o nella gogna spettacolare dei movimenti oscurantisti che soli, davvero, possono far apparire razionali gli adepti della tecnocrazia politica o dell’informazione.

La valenza della sinistra immaginaria durante la pandemia non è stata superiore, anzi. Le forme della sua critica sono state costruite sull’usuale presupposto di una totale irresponsabilità, la quale discende – si badi – da una consapevolezza inespressa della propria irrilevanza storica. Irrilevanza definitiva e non accidentale: la sinistra immaginaria esclude per definizione prese di posizione contingenti e concrete, poiché giustificazione della sua alienazione dal mondo è l’attesa di uno scenario già liberato in cui l’agire non costituisca più una forma di colpa o di compromesso. È evidente che tutto il lavoro di transizione che le sinistre classiche affidavano alla dura lotta dei rivoluzionari sono qui deputate interamente a un’attività onirica (o verbale). Per questo lo scenario impossibile di una “sinistra immaginaria al potere” è l’effettivo scenario distopico dell’epoca in cui viviamo.

Unico dogma che accomuna queste mille micro-frazioni immaginarie e i loro gerghi incomprensibili (non di rado perché insensati) è però proprio l’esclusione di ogni ipotesi di governo della società e, nel caso corrente, della pandemia. La variante immaginaria della sinistra sa di non potersi assumere responsabilità di sorta di fronte al mondo e alla storia. La discussione mimetica-mitologica sul “Che fare?” si riduce a forme di attivazione rituale talvolta genuine, ma che non discutono fini positivi generali, essendo semmai indispensabili a proteggere reti di relazioni personali. È questa allergia alle asperità, ai grigiori e alla mondanità del mondo che mistifica pericolosamente il “reale” della società e dei suoi conflitti, rendendo possibile la sua confusione con una mera immersione strumentale e alienata nelle folle. Di qui anche le sorprendenti frequentazioni di manifestazioni oscurantiste di norma care alle destre. Non ogni opposizione sociale è meglio di ciò cui si oppone. Il Novecento (e in verità la storia intera) hanno insegnato che non esiste legge dialettica dell’emancipazione attraverso la mobilitazione, ma è sempre possibile la negative Aufhebung delle condizioni attuali – ossia qualcosa di molto peggio.

Ecco allora che l’opposizione “di sinistra” alla tecnocrazia pandemica, nell’urgenza di cavalcare ogni piazza fisica o virtuale disposta a riempirsi, ha dovuto scegliere tra il silenzio e diverse gradazioni del surreale, coerenti con una cultura che isola ed eleva a metro della politica la sola facoltà (altrimenti utile) dell’immaginazione. Quest’ultima funziona nei sogni, ma produce anche incubi. Si è partiti dalla denuncia delle zone rosse come manovra totalitaria, ovviamente senza considerare minimamente il virus quale elemento reale dell’equazione storica; dei lockdown come arresti domiciliari di massa frutto, a seconda dei casi, di un disegno distopico o di mero sadismo; infine, si è giunti all’equiparazione del Green Pass a un provvedimento nazista. Il tutto senza chiedersi come un ipotetico governo giusto, eventualmente frutto dell’immaginata rivoluzione, affronterebbe situazioni simili. L’allergia all’assunzione di responsabilità ha a volte trapassato il piano politico per depotenziare il contributo individuale: non pochi, anziché instaurare contatti con i movimenti dei paesi poveri e pretendere universalità vaccinale, rifiutano di vaccinarsi esibendo narcisisticamente western people problems: mi si nota di più se non mi vaccino o se rinvio di un po’, attardandomi in pedanti e amletiche lamentazioni?

 

Vaccini e Green Pass tra tecnocrazia e immaginazione
Apparentemente questo genere di sinistra non può percepire il proprio imbarazzante privilegio geopolitico e non intende contestarlo in nome di una logica inclusiva, quindi lo estremizza elevandosi, piuttosto pateticamente, al di sopra di ogni responsabilità sociale nazionale o mondiale. È così che l’immaginazione si libera in un sol colpo dalle costringenti catene dall’etica e dalla logica, che svariate dottrine immaginarie hanno spiegato essere politicamente inopportune. Ne segue quella depressione latente che sempre conduce all’indicibile, non a caso sempre più detto: i campi di sterminio e le leggi razziali usate per giustificare i propri capricci, il paragone costante tra la propria realtà ovattata e la resistenza al nazi-fascismo. Banalizzazione estrema dell’estremo per cui i fascisti ringrazieranno a lungo.

La logica del Green Pass nulla ha a che fare con il fascismo (o “con il socialismo sovietico” – si dice; come se fossero la stessa cosa). È uno dei tanti esempi di governo tecnocratico-liberale della società e, nello specifico, della pandemia: «Libertà di scelta uguale libertà di portafoglio» chiosava soddisfatto, a tal proposito, un noto giornalista economico di Radio24. Il Green Pass, che non è la svolta palingenetica verso un universo da cui non si tornerà più indietro, afferma una libertà puramente formale per negarla nella sostanza, come ha giustamente fatto notare Alessandro Barbero: impone condizioni draconiane a chi non compie una scelta e, quindi, riduce l’affermazione della libertà a una sorta di presa in giro caratteristica del liberalismo fin dalle sue origini. Questa forma di induzione economica alla vaccinazione dovrebbe perciò essere sostituita con l’obbligo diretto che, coerentemente con la verificata utilità dei vaccini, e senza creare disuguaglianze o pericolose incertezze sui diritti, sarebbe altrettanto o più efficace nel portare a termine le campagne europee e – questo il vero tema – mondiali.

Esiste naturalmente un’altra alternativa al Green Pass promosso dalla sinistra tecnocratica, che quella immaginaria predilige: la libertà vaccinale piena. Soltanto una valutazione riduzionista degli effetti sociali e sanitari degli agenti patogeni (il coronavirus come altri) può però motivare simili pseudo-proposte, a meno che non si tratti di mera vigliaccheria intellettuale. Non è escluso sia una parte del problema: l’opposizione al Green Pass, se è stata per gli anti-vaccinisti un modo per riciclarsi come qualcosa di apparentemente diverso da ciò che sono, ad alcuni attivisti immaginari serve per sprofondare in una melassa che li toglie l’imbarazzo della fase pre-vaccinale, quando non sapevano mai cosa dire. Perché dire qualcosa è tutto quello che serve: l’opposizione immaginaria non è rivolta contro il governo della pandemia, né contro questo o quel governo, contro un certo ordinamento giuridico o contro una certa concezione del governo. È rivolta contro il concetto di governo in quanto tale.

Com’è possibile un’idea così balzana, tanto più per chi sbandiera una presunta politicità “radicale”? Si tratta, per gli appassionati di queste cose, di un fossile dell’inconcludenza tragica della sinistra extra-parlamentare degli anni Settanta, di cui le nuove generazioni di militanti dovrebbero finalmente smettere – dopo mezzo secolo – di pagare le sconfitte pratiche, concettuali e filosofiche. Dall’inconsistenza storica di quella tradizione deriva l’ostilità ad ogni prospettiva di cambiamento concreto e quindi di governo che, secondo l’etimo greco, è l’attività (kibernan) di direzione e precisazione, con un timone, della rotta della nave sociale. Attività mai individuale e mai unanime che è, con buona pace di Agamben ed anche di Foucault, essenziale anche e soprattutto a qualsiasi progetto di trasformazione, a pieno vantaggio di una nuova relazione tra individuo e società, e tanto più in una moderna società di massa. La lotta contro la sinistra immaginaria inizia qui: senza idea di governo, non c’è sinistra. Quella contro la variante tecnocratica aggiunge, senza illudersi possa bastare: senza volontà e capacità di rottura storica, nessuna sinistra dovrebbe essere al governo.

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