lunedì 28 febbraio 2022

Non siete stati ancora sconfitti - Alaa Abdel Fattah

 

Non siete stati ancora sconfitti è la prima traduzione in italiano degli scritti di Alaa Abdel Fattah. È pubblicato da hopefulmonster editore, nella collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi, e tradotto da Monica Ruocco.

 

“Noi dobbiamo impedire per vent’anni a questo cervello di funzionare!” disse qualcuno di Antonio Gramsci, buttando la chiave della cella.

Ad Alaa Abdel Fattah, ammiratore e studioso di Gramsci va ancora peggio. Mentre Gramsci aveva potuto scrivere in galera i Quaderni dal carcere, ad Alaa vengono negate carta e penna.

Chi legge gli scritti di Alaa Abdel Fattah soffrirà, nel leggere che terribile sorte capita a una persona lucida, pacifica, pericolosa perché libera.

Dalla “rivoluzione” di Piazza Tahrir Alaa Abdel Fattah, e anche prima, è stato un attento osservatore e protagonista della “rivoluzione”, sino ad oggi, cercando di ragionare, pensare, ipotizzare un futuro, in un presente sempre più difficile.

In questi anni è morto il padre, è nato un figlio, ma lui era sempre in prigione.

Leggendo alcune parti del libro ti viene quasi da piangere, non è un romanzo, è la vita vera in un paese governato da una dittatura schifosa, sostenuta dal governo italiano, e questo fa arrabbiare.

L’Egitto delle torture, delle decine di migliaia di prigionieri politici, di un sistema giudiziario che supera, in peggio, quello fascista, l’Egitto di Giulio Regeni è un regime schifoso sostenuto dal governo italiano.

Se pure esistesse un governo guidato da Alaa Abdel Fattah (o dai suoi compagni e compagne) l’Italia sarebbe contraria, le esportazioni di armi dall’Italia verso l’Egitto crollerebbero, con tutto l’indotto di corruzione (scusate, si chiamano commissioni e consulenze).

 

 

 

  

...Il libro più potente del 2021 è quello che raccoglie gli scritti dal carcere di uno dei più importanti attivisti politici egiziani, Alaa Abd El-Fattah. Il libro, You Have Not Yet Been Defeated-Non siete ancora stati sconfitti (Fritzcarraldo Editions, traduzione italiana edita da Hopefulmonster) raccoglie dieci anni di pensiero di Alaa Abd El-Fattah, pagine scritte per lo più dalle carceri egiziane dove l’autore ha trascorso la maggior parte dell’ultimo decennio. Il libro di Alaa segue un decenni di sviluppi politici, sociali e tecnologici sorti dopo l’esperienza della Primavera araba egiziana, la sua sconfitta e i diversi colpi di coda autoritari che si sono susseguiti dopo le proteste iniziate in Piazza Tahrir il 25 gennaio 2011. L’introduzione all’edizione in lingua inglese è di Naomi Klein.

A dieci anni da quegli eventi il libro è un documento potente e doloroso che si muove in almeno due dimensioni: una prima privata, in cui Alaa scrive della sua prigionia e delle ripercussioni che il carcere ha avuto sulla sua vita privata e sul attivismo; e una seconda, più pubblica, in cui le riflessioni dell’autore toccano il significato della rivoluzione, e il suo impatto sullo zeitgeist politico internazionale e sulla tecnologia come suo specchio. Tutte le pagine sono intrise di una scrittura umana, densa e lirica che rende impossibile scindere la sfera privata da quella pubblica, così tanto intrecciate nel vissuto e nella prigionia di Alaa che qui emerge in una raccolta di interviste, post di blog, aggiornamenti sui social media e deposizioni ufficiali alle autorità. I testi, che in diversi casi sono stati fatti trapelare di nascosto dal carcere, sono stati tradotti dall’arabo in inglese da un collettivo.

Alaa Abd El-Fattah è stato uno dei volti più noti e una delle voci più forti della rivoluzione egiziana del 2011 ed è oggi uno dei prigionieri politici più duramente colpiti dalla repressione di tutti i governi che si sono susseguiti in Egitto a partire dal 2006. Attivista, sviluppatore e blogger classe 1981, Alaa è stato arrestato una prima volta nel 2006, poi nel 2011 dopo Tahrir, ancora una volta nel 2013, di nuovo nel 2015 e un’ultima volta nel 2019, sei mesi dopo la precedente scarcerazione. Pochi giorni fa, dopo aver già passato due anni in detenzione preventiva, Alaa è stato condannato a 5 anni di reclusione, dopo un processo iniziato lo scorso ottobre. Complessivamente, Alaa è stato incarcerato dai governi di Hosni Mubarak, Mohamed Morsi, e Abdel Fattah el-Sisi, senza distinzioni. Anche quando fuori dal carcere, Alaa ha comunque visto la sua libertà fortemente limitata, dovendo, ad esempio, sottostare a un obbligo di permanenza in una caserma della polizia per 12 ore al giorno: all’oggi, Alaa si trova ancora (e dal 2019) in un carcere di massima sicurezza e lo scorso settembre ha denunciato al suo avvocato le durissime condizioni della sua detenzione, confessando anche di aver meditato il suicidio. Amnesty International ha definito la sua detenzione “inumana” e ha chiesto più volte l'immediata scarcerazione di Alaa. Secondo una recente stima di Human Rights Watch, sarebbero oltre 60mila i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri egiziane del regime di al-Sisi…

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Egitto, la morte del diritto – Enrico Campofreda

 

E’ la morte del diritto a spingere la rete cairota d’informazione sui diritti umani (Arabic Network Human Rights Information) a interrompere la propria attività. L’annuncia lo stesso gruppo che in questi anni oscuri di omicidi, sparizioni, detenzioni, torture, persecuzioni compiuti dal regime contro cittadini egiziani, ha tenuto accese luce e speranze assistendo chi ne aveva bisogno. Finendo direttamente tormentato e stritolato fra mukhabarat e magistrati compiacenti al presidente al Sisi e al suo piano di feroce repressione che incrimina gli stessi avvocati degli imputati e quelli della citata associazione. Anhri ribadisce d’aver fatto di tutto, proseguendo strenui tentativi di difesa di spazi di libertà ossessivamente violati dal governo non solo verso attivisti e giornalisti, ma nei confronti d’ogni persona che proponga una libera espressione, pur slegata da partiti politici. Altre Ong che s’occupano della questione dei diritti subiscono molestie, però i membri di Anhri sono stati oggetto di furti, attacchi fisici, convocazioni poliziesche illegali, arresti, torture. La cessazione dell’attività, dopo diciotto anni d’instancabili battaglie civili e legali, inseguendo gli spazi che la legislazione della nazione consentiva, è sicuramente uno stop inaccettabile per i sentimenti di democrazia e libertà che l’organismo persegue e difende. Deve, comunque, far riflettere quel mondo libero che osserva e si rapporta all’Egitto sulla caduta agli inferi di questa nazione. “Oggi abbiamo sospeso il nostro impegno istituzionale, ma continueremo a essere avvocati coscienti e come individui indipendenti, difensori dei diritti umani lavoreremo a fianco con altre organizzazioni che curano i diritti umani” ha dichiarato il direttore Gamal Eid.  Ecco un sunto della “cura Sisi” rivolta al network dal 2013: confisca del quartier generale di Anhri che non ha più potuto recuperare forniture e documenti; nel 2015 sequestro della pubblicazione Wasla; nel 2016 divieto di spostamenti al fondatore e direttore dell’organismo più congelamento dei fondi di Anhri e chiusura delle sue biblioteche pubbliche; ancora nel 2016 diffamazione del direttore, di sua moglie e della figlia minore; nel 2017 blocco del sito web Katib; convocazione di due avvocati del gruppo da parte della National Security; nel 2018 arresto e torture a un funzionario Anhri; nel 2019 furti e attacco fisico a Eid; ancora nel 2019 arresto dell’avvocato del gruppo Amr Imam, con una progressione repressiva nell’ultimo biennio volta a imprigionare tutti i legali della struttura così da bloccare qualsiasi iniziativa giuridica.

da qui

 

 

La scrittura censurata delle prigioni - Paola Caridi

 

Nell’era evanescente del digitale, è ancora la parola su carta a far paura alle dittature. Come succede alle parole di @alaa, il prigioniero di coscienza più noto in Egitto

 

Per la scrittura dal carcere nella sua dimensione globale, Antonio Gramsci rappresenta un esempio alto, altissimo. Un vero e proprio modello filosofico, di pensiero, letterario. Ci se ne accorge appena si esce dai confini del Belpaese, quando Gramsci non è solo un nome citato più e più volte, ma soprattutto un corpus conosciuto, studiato, citato a ragione. La scrittura dal carcere non si è, ahimè, estinta con le lettere e i quaderni dal carcere di Gramsci. Tutt’altro. Le parole tentano ancora di uscire dalle celle, nonostante i sistemi carcerari di dittature e autocrazie tentino di soffocare anche la minima idea di comporre il pensiero su un pezzo di carta. Nell’era del digitale, della parola che viaggia su piattaforme da noi considerate evanescenti, inconsistenti, un pezzo di carta e una penna divengono tra i desideri più ambiti, dopo la libertà dalla costrizione e dalla tortura. 

Silenzio dalle prigioni. Nessuna parola deve alzarsi in volo e superare le alte mura delle carceri. Anche se dentro – dentro le celle, nelle stanze degli interrogatori e delle torture, nelle limitate ore d’aria e lungo i bracci dei reparti – le voci si levano alte. Spesso sono grida, oppure pensieri ossessivi che rimangono nella testa dei prigionieri chiusi nelle celle d’isolamento.

Basta che non si scriva e non si legga. Nessuna parola nero su bianco. Nell’era evanescente del digitale, del consumo compulsivo di dati, è ancora la carta a far paura alle dittature. Alle autocrazie, ai regimi più o meno illiberali. Carta e penna sono vietate, o soggette a un estenuante negoziato. Eppure, carta e penna sono gli oggetti necessari per scrivere le lettere alle famiglie. Ai propri cari. Perché le visite nei parlatoi sono centellinate, se va bene. Proibite, nella maggior parte dei casi. Oppure carta e penna sono gli strumenti necessari per mettere giù i pensieri che affollano la mente, e riconquistare in questo modo il tempo che scorre. E poi c’è la carta dei libri, l’inchiostro delle riviste. Perché anche il semplice gesto di leggere e sfogliare pagine è considerato un pericolo.

Parliamo dell’Egitto di oggi. Di Iran e Turchia. Potremmo parlare dell’Egitto di ieri, della Nigeria degli anni Sessanta, della Polonia degli anni Ottanta. O dell’Italia del fascismo e del suo prigioniero più famoso, Antonio Gramsci.

Proprio Gramsci è divenuto, nel corso dei decenni, un simbolo, oltreconfine. Nelle università americane e britanniche. Nei circoli intellettuali di tutto il mondo, soprattutto di quello non occidentale. E anche tra gli arabi. Il Gramsci delle lettere e dei quaderni dal carcere non è solo molto tradotto e ancora di più letto, diviene una figura di riferimento per intere generazioni, in particolare quelle più recenti.

Com’è riferimento per Alaa Abd-el Fattah, il prigioniero più noto tra i circa sessantamila detenuti di coscienza che affollano fino all’inverosimile le carceri egiziane. Numeri, questi, forniti dalle associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International. Alaa Abd-el Fattah, o @alaa, com’è conosciuto nella realtà virtuale, non è solo la figura iconica della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. È una delle menti politiche più lucide che è possibile trovare in tutta la regione araba, e che occorre leggere – soprattutto noi italiani – per comprendere cos’è veramente successo e cosa sta accadendo in Egitto in questi ultimi anni. Sette degli ultimi anni @alaa li ha passati nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. È ancora lì dentro, dopo gli ultimi due anni in detenzione cautelare, sino a che – alla scadenza dei termini – le autorità del tribunale d’emergenza (non un tribunale ordinario) hanno deciso di rinviarlo a giudizio per accuse che i suoi avvocati non possono ancora vedere per studiare il suo caso.  L’ennesimo, per un uomo che è stato limitato nella libertà da tutti coloro che si sono succeduti al potere al Cairo, a cominciare da Hosni Mubarak. E la sentenza, il 20 dicembre 2021, è arrivata, un oltraggio alla giustizia, al diritto e ai diritti. Cinque ulteriori anni di carcere per Alaa Abd-el Fattah, da cui non verranno scontati i due anni di carcere preventivo. E quattro anni agli altri due imputati di presunti reati, l’avvocato di @alaa, Mohammed Baker, arrestato in un palazzo di giustizia quando due anni fa era andato a difendere i diritti del suo assistito. E Mohammed Ibrahim, Oxygen come lo conosce il mondo del web, blogger tra i più noti, a cui viene vietato da anni di incontrare i suoi familiari e che ha già tentato il suicidio.

Gramsci, dunque. Lo stesso Gramsci a cui per parecchio tempo fu negata carta e penna “dato che – scriveva nel 1928 in una delle sue lettere contingentate – passo per essere un terribile individuo, capace di mettere il fuoco ai quattro angoli del paese o giú di lí”. @alaa lo cita poco meno di un secolo dopo, in una lettera del 2019, uno degli scritti contenuti in Non siete stati ancora sconfitti, da poco pubblicato da hopefulmonster editore in contemporanea con l’edizione in inglese di Fitzcarraldo, risultato di un sorprendente lavoro collettivo di collazione, selezione e traduzione delle sue parole, spesso chiuse nel carcere di Tora. Per l’edizione in italiano, è Monica Ruocco ad aver tradotto dall’arabo le parole di Alaa Abd-el Fattah. ARCI e Amnesty International sezione italiano hanno dato il loro sostegno per la pubblicazione di un testo che Wired.it, nella recensione di Philip Di Salvo, ha definito il “libro più potente” del 2021.

“Non riesco davvero a sforzare la mia immaginazione con sogni post-rilascio ma, sai, cerco di trovare una ragione per essere un minimo ottimista di fronte all’ondata di destra che sta sommergendo il pianeta, e i cui effetti prima o poi arriveranno anche qui”, scrive Alaa Abd-el Fattah. “Certo, mi sforzo di applicare la teoria di Gramsci riguardo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, ma qui c’è una tale negazione della volontà che devo fare esercizio di ottimismo della ragione prima di incasinare i miei compagni”.

Tutti i sistemi autoritari, del passato e dell’oggi, sono accomunati dall’incapacità di gestire il proprio rapporto con l’atto del pensare. L’esercizio del pensiero, del dubbio, della confutazione è per questi sistemi insopportabile: può essere come l’acqua che marcisce le deboli fondamenta dell’autocrazia, che solo sulla violenza e la repressione può mantenere – fin quando possibile – il proprio potere. L’esercizio del pensiero è  quella forza dei fragili che impone, alla tirannia, di togliere dalla vista della società, o meglio, di coloro che sono (ancora) liberi, i corpi dei dissidenti e rinchiuderli dentro le mura delle carceri perché restino invisibili.

…. il testo continua su invisiblearabs, il blog di Paola Caridi. Questa riflessione amplia l’articolo che Paola ha scritto per l’Espresso, sul numero in edicola il 27 dicembre 2021.

https://www.lettera22.it/la-scrittura-censurata-delle-prigioni/

 

 

Alaa Abdel Fattah è ancora in carcere, ma il suo pensiero è libero - Catherine Cornet

 

Esiste una ricchissima tradizione di “letteratura carceraria” egiziana. È addirittura uno dei generi letterari più praticati: pensatori islamisti o laici, socialisti o liberali che hanno subìto la politica repressiva dei vari regimi egiziani, in particolare da Gamal Abdel Nasser in poi, hanno scritto dietro le sbarre, testimoni di una società civile e di un mondo intellettuale che non si lascia facilmente sconfiggere.

Uno degli archetipi di questa società civile dal coraggio straordinario è la famiglia Abdel Fattah-Soueif. Il padre, Ahmed Seif al Islam, fu imprigionato due volte sotto il presidente Anwar al Sadat e altre due sotto Hosni Mubarak. Durante la prigionia fu torturato con scariche elettriche e gli furono rotte le braccia e le gambe. Nonostante questo, si laureò in legge nel carcere dove stava scontando una pena di cinque anni. Uscito di prigione, fondò l’Hicham Mubarak center e divenne uno dei più rispettati avvocati per i diritti umani in Egitto. La madre, Laila Soueif, è docente di fisica e attivista della prima ora. E poi c’è Alaa Abdel Fattah, il loro figlio, blogger, attivista e pensatore, uno dei protagonisti della rivoluzione egiziana del 2011, che ha trascorso sette degli ultimi otto anni in carcere insieme ad altri 60mila prigionieri politici egiziani.

Non siete stati ancora sconfitti è la prima traduzione in italiano degli scritti di Alaa Abdel Fattah. È pubblicato da hopefulmonster editore, nella collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi, e tradotto da Monica Ruocco.

Solidarietà internazionale
Dobbiamo la pubblicazione di questo libro al coraggio e alla resistenza di tre donne: Laila Soueif e le sue figlie Mona e Sanaa, le sorelle di Alaa. Sono tutte e tre attiviste per i diritti umani che hanno trascorso decine di ore fuori della temutissima prigione di Tora al Cairo in attesa di una lettera, di uno scritto di Abdel Fattah. Sono state aggredite davanti alla prigione mentre le forze dell’ordine lasciavano fare. Sanaa, che ha 26 anni, è stata arrestata mentre era andata a denunciare il pestaggio alla polizia. Il 17 marzo è stata condannata a un anno e mezzo di carcere con accuse del tutto false 
secondo Amnesty international. Dal 2014 era già stata condannata al carcere in relazione a due altri casi, come ricorda questo video sul murale che le è stato dedicato dall’artista egiziano Ammar Abo Bakr a Roma.

Il libro esiste anche grazie alla bella solidarietà internazionale di un collettivo che circonda ancora i rivoluzionari di piazza Tahrir. I testi di Alaa Abdel Fatah sono stati pubblicati in inglese e in italiano contemporaneamente. La versione inglese ha un’introduzione della giornalista canadese Noemi Klein, quella italiana è presentata da Paola Caridi, giornalista esperta di Medio Oriente, mentre delle utilissime note ripercorrono il contesto politico degli scritti.

Il formato cartaceo potrebbe sembrare paradossale per un autore che è un programmatore di formazione ed è giustamente considerato come il padre dei blogger egiziani, avendo inventato, insieme alla moglie Manal Hassan, gli aggregatori di blog Manalaa e Omraneya, che intorno al 2005 spalancarono una nuova porta per la libertà di espressione in Egitto, sei anni prima della rivoluzione di piazza Tahrir.

Alaa Abdel Fattah è un intellettuale e attivista contemporaneo che si esprime con grande chiarezza su vari supporti e il libro abbraccia questa comunicazione molteplice. Ci sono gli articoli del periodo rivoluzionario, quando i suoi scritti erano pubblicati da diversi giornali contemporaneamente: l’articolo pubblicato da Al Shorouq il 10 luglio 2011, che apre la raccolta, è dedicato allo studio della costituzione sudafricana. L’entusiasmo e l’intensità democratica del pensiero di Abdel Fattah si evincono fin dalle prime pagine:

Ogni singolo problema importante, come la questione di avere un sistema presidenziale o uno parlamentare, richiede un’ampia discussione che può anche durare settimane. I dibattiti dovrebbero essere pubblici e dovrebbero esserci consultazioni per consentire ai cittadini, ai rappresentati della società civile, ai nostri movimenti politici e di protesta di partecipare alle discussioni.

Per rendere omaggio al suo attivismo durante il periodo tra il 2012 e il 2013, il collettivo di curatori ha selezionato invece i contributi pubblicati su Twitter e Facebook. In quel periodo Abdel Fattah è presente su tutti i fronti e, secondo il loro calcolo, se dal 2007 ha twittato oltre 290mila volte, “significa che se un libro contiene 300 pagine e ogni pagina contiene dieci tweet, equivale a circa cento libri composti soltanto di tweet”.

Ci sono anche interventi in contesti internazionali come il suo discorso di apertura della RightsCon, una conferenza sui diritti umani in epoca digitale tenuta nella Silicon Valley, in cui accusa pubblicamente le reti di telefonia private come Vodafone di essersi piegate all’autoritarismo durante la rivoluzione. Ma il suo pensiero politico va oltre e individua le ragioni strutturali della situazione, che hanno implicazioni globali:

Il mercato è altamente centralizzato, altamente monopolizzato, e ciò per assicurare privilegi a queste società. In cambio, le grandi società estendono i propri privilegi al governo, consentendogli di esercitare un maggiore controllo.

Il volume comprende inoltre estratti di interviste televisive, dialoghi con amici pubblicati dal giornale indipendente egiziano Mada Masr, collaborazioni letterarie con poeti tramite “grida da una cella all’altra”, lettere scritte su pezzi di carta in carcere e raccolte dalla madre e dalle sorelle. O ancora le sue famose dichiarazioni al magistrato: non avendo più neanche carta e penna in cella, l’intellettuale approfitta di questa occasione in cui gli viene data la parola per mischiare denunce puntuali del sistema giudiziario e riflessioni politiche...

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