sabato 5 febbraio 2022

Democrazia italiana – Finale di partita - Marco Revelli

 

A Roma tutto sembra uguale, Mattarella è ancora al Quirinale, Draghi a Palazzo Chigi. Come se la settimana scorsa non fosse esistita. Come se non fosse successo niente. E invece è successo tutto.

Intanto il sistema politico è definitivamente collassato. Le coalizioni che strutturavano lo spazio parlamentare ne sono uscite in pezzi. I partiti che le componevano si sono praticamente liquefatti, chi più chi meno. I rispettivi leader sono, tutti, usciti dalla prova delegittimati, qualcuno in forma devastante altri più lieve, ma ognuno con le proprie gatte da pelare se, alternativamente, hanno dovuto ricorrere all’astensione per non essere disarcionati in diretta dal fuoco amico dei franchi tiratori (forse solo la Meloni, la peggiore per contenuti, si salva, e non è una buona notizia). Liberi di muoversi come pesci nell’acquario i cosiddetti “grandi elettori”, in realtà in prevalenza piccoli piccoli, hanno seguito ognuno i propri personali istinti di sopravvivenza, intruppandosi alla fine dietro al nome scelto in un colloquio tra il Capo del Governo e il Capo dello Stato. Come dire che alla fine il Parlamento è stato orientato e di fatto commissariato dai due corni dell’Esecutivo, in quella che dovrebbe restare, almeno sulla carta, una democrazia parlamentare e che invece assomiglia sempre di più al funesto modello che il Gramsci dei “Quaderni” avrebbe definito come una forma di “bonapartismo-cesarismo”.

 

 Ciò significa che non solo la “società politica” è preda di un processo dissolutivo quasi terminale, ma anche l’assetto istituzionale è fortemente lesionato. Lo dicevano in molti prima della svolta di sabato, poi si sono taciuti, ma un Presidente che duri in carica 14 anni (due anni oltre quelli della Quarta repubblica francese, solo tre anni in meno del regno di Vittorio Emanuele II…) ricorda più una Monarchia elettiva che una Repubblica parlamentare (o, come è stato detto con felice espressione, offre il profilo di un “presidenzialismo preterintenzionale”). E un Presidente del Consiglio che, nella paralisi del Parlamento, assume il ruolo conclamato di King Maker (è salito prima lui “sul più alto colle” a far da apri-pista, seguito solo dopo dal gruppo dolente dei capigruppo col cappello in mano) rivela più di una “sgrammaticatura” nella  lettura del testo costituzionale. Per non parlare del “senso delle istituzioni” mostrato da quelli (e non sono pochi) che non ebbero dubbi nell’indicare o accettare per la Presidenza della Repubblica la persona che sta a capo dei servizi segreti, per farsi spiegare subito dopo da Matteo Renzi (Matteo Renzi!!! a cui è stato regalato gratis un pezzettino di tutte le facce perdute finora) che cose così avvengono solo in Russia e in Egitto…

 

Non ha torto chi ha osservato che quanto avvenuto in questa fine di gennaio del 2022 può essere paragonato all’effetto dissolutivo che ebbe, all’inizio degli anni Novanta, Tangentopoli sugli assetti della Prima Repubblica. In fondo, come già allora, anche oggi nel maelstrom a cui si è assistito in diretta sono state bruciate, come in un gigantesco autodafé televisivo, buona parte delle figure a cui il parco mediatico, a sua volta, ci aveva abituati, e sono andati in fumo, con esse, i residui “punti di riferimento” su tutti i fronti. Bruciato Silvio Berlusconi con  le sue stesse mani, con sovrana indifferenza per l’ondata di discredito che quel solo comparire tra i possibili candidati attirava sul Paese e sulle forze politiche (quasi la metà del Parlamento) che per giorni e giorni hanno continuato a sostenerlo aspettando Godot, con lo stesso spirito servile che le aveva caratterizzate durante il caso Rubi (non ne piangeremo certo la sorte, anzi, ma è comunque un pezzo di società politica che va giù, e la cosa va registrata). Bruciata la “seconda carica dello Stato”, travolta dalla sua stessa hybris e inadeguatezza al ruolo, ben visibile nella sua piccineria sul seggio da cui avrebbe per decenza dovuto assentarsi durante lo spoglio che la riguardava personalmente. Affondato (nel ridicolo) il “capitano” Salvini rovesciato dall’onda anomala da lui stesso alzata come se fosse sul bagnasciuga del Papeete nel suo sconnesso sbracciarsi per accattare un merito di demiurgo che mai possiederà. Sgonfiato persino Conte, che si è giocato i residui spiccioli della possibile stima guadagnata nel suo secondo mandato, logorato dal duello con il sodale Di Maio, ridotti entrambi a patetiche figurine tardo-democristiane uno col santino di Padre Pio in tasca l’altro con quello di San Gennaro, tristissimo esito di quello che voleva essere il “partito non partito” dell’onestà e della tabula rasa. Non si è salvato nemmeno Letta nipote, inciampato al penultimo gradino quando si è bevuto come calice avvelenato la candidatura Belloni probabilmente sussurratagli da Conte senza che neppure gli passasse per la testa l’irritualità della cosa, per farsela poi ricordare dal nemico giurato come un secondo “#enricostaisereno” e rispiegare, per aggiunta, da un Clemente Mastella assurto a maestro di responsabilità istituzionale… e poi quell’improvvido pollice alzato in segno di un tripudio malriposto. Nemmeno Draghi, bisogna aggiungere, se l’è cavata, legato come alla classica macina da mulino da quell’ infelice conferenza stampa pre-natalizia, e ridimensionato nel ruolo e nella persona dal possibile passaggio sul letto di Procuste parlamentare dove si avvertiva nell’aria tutto l’astio e il rancore che quell’esercito di peones che per mesi aveva guardato dall’alto in basso con sguardo da Marchese del Grillo nutriva per lui e che certamente se fosse arrivato alla conta gli avrebbero fatto pagare nel segreto dell’urna. Così anche il Migliore, entrato come possibile vincente, ne è uscito ridimensionato, da Supermario a Minimario potremmo dire…

 

Eppure, dobbiamo dirlo, era tutto ampiamente prevedibile. Lo si sapeva già da un anno – da quando Mattarella aveva prodotto quel monstrum istituzionale del “Governissimo”, con quasi tutti dentro e sopra il papa straniero piovuto direttamente dall’Eurotower -, che era stata innescata una bomba a orologeria che sarebbe esplosa alla resa dei conti dell’elezione quirinalizia ma il cui ticchettio, chi aveva orecchi per sentire, avvertiva come un memento mori. Era evidente che quella maggioranza bulgara e arlecchinesca, che metteva insieme “tacchi dadi e datteri” come avrebbe detto Totò, o diavoli e acque sante (inquinate) e che stava insieme solo perché la chiave di volta poggiava sul credito europeo, giunta alla prova del fuoco del voto segreto sarebbe esplosa (o implosa, il che è lo stesso). Che sarebbe stata una gabbia di ferro anelastica incompatibile con l’impossibilità di trovare una qualche figura nuova in grado di unire tutti e destinata a far saltare il governo in caso di voti contrapposti. Non c’era bisogno di essere dei Max Weber per capirlo, anche un bambino ci sarebbe arrivato.

Ora, in questo gioco delle oche selvatiche, si torna alla casella di partenza, peggiori di prima. Più delegittimati di prima, più frammentati di prima, più disorientati di prima. Quando nacque il governo Draghi parlai di una struttura a due livelli: il Caveau in alto, con alla guida il Migliore e i suoi fedeli, in prevalenza tecnici, addetti alla manovra; e il Pollaio in basso, con le forze politiche a starnazzare piantando bandierine su questo o quel provvedimento secondario e a misurarsi su chi avesse la cresta più alta. Ora ci possiamo aspettare che il film (noir) prosegua, con performances peggiori: con un maggior protagonismo “d’ufficio” del premier (dunque una minor collegialità del Governo che pure il dettato costituzionale non vorrebbe “monocratico”) accompagnato da un contemporaneo maggior dominio dell’Esecutivo su un Parlamento ampiamente sputtanato. E con un più rumoroso starnazzare in basso, in quella che si profila come una lunga, lunghissima campagna elettorale forse già cominciata.  Così sa un po’ di nemesi che tocchi proprio a Sergio Mattarella restare incatenato al proprio “compito istituzionale” per tentare di sbrogliare una simile matassa, essendo stato proprio lui, con l’improvvida manovra di un anno fa, ad aver creato le premesse per questo esito.

Tutto indicherebbe, come priorità più che evidente, la necessità urgente di una riforma elettorale in senso proporzionale puro, non come toccasana di tutto ciò ma almeno come misura per limitarne i danni e restituire al Parlamento un minimo di capacità rappresentativa. E forse qualcuno, in ciò che resta della vita politica a livello istituzionale, che ci pensa c’è, anche se finora in modo timido. Certo è che quello che risuona, forte sui media finora, è l’urlo opposto che rivendica, sull’onda dello spettacolo vergognoso offerto nelle sette tornate parlamentari, l’elezione diretta del Presidente. Il vero passaggio terminale che personalmente mi fa tremar le vene e i polsi, perché significherebbe consegnare il Paese al primo demagogo di turno che intercettasse le passioni tristi cresciute nella pancia di una società abbandonata a se stessa. In fondo, quello che ci ha salvato pur nella dissoluzione in corso da avventure autoritarie irreparabili, è stata l’assenza di una forza, o di una figura, capace di coagulare i veleni in sospensione e indirizzarli verso uno sfondamento definitivo. Il Presidenzialismo (o il semi-presidenzialismo) evocato potrebbe effettivamente chiudere il cerchio, con esiti disastrosi. Nella giornata di sabato, a happy end consumato, in cinque minuti, a raffica, con impressionante irresponsabilità, prima Aldo Cazzullo del “Corriere della sera” poi Matteo Renzi dal suo podio permanente hanno rilanciato il tema, quasi stesse nell’”ordine delle cose”. E c’è da giurare che altri lo riprenderanno. Dobbiamo saperlo, ed esserci preparati, perché è ciò contro cui ci troveremo a dover combattere da domani.

“Ti avverto. Adesso guarderò questo schifo, dato che me lo ordini. Ma è l’ultima volta…”. Così, a un certo punto, dice Clov a Hamm nella celebre piéce di Samuel Beckett Finale di partita. La scena mi è tornata in mente sabato, appena spento il televisore alla fine dell’ennesima maratona di Mentana. Non riuscivo a togliermi dalla mente l’immagine di quei due protagonisti beckettiani, soli nella stanza circondata dal nulla, a giocarsi le ultime mosse di uno stentato dialogo in prossimità della morte, con a fianco, ficcati nei bidoni della spazzatura, i decrepiti genitori. E in effetti forse il teatro dell’assurdo è l ’unica chiave con cui rappresentare la farsesca tragedia italiana delle ultime settimane.

da qui

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