domenica 12 marzo 2023

Default USA: l’innesco della crisi – Federico Dezzani

All’orizzonte si staglia già il probabile innesco della crisi finanziaria che seppellirà quel che rimane dell’economia globalizzata post-1945: il default americano. Il braccio di ferro tra repubblicani e democratici al Congresso sarà usato per provocare il default tecnico delle finanze statunitensi, generando uno tsunami che, oltre alle economie emergenti, colpirà in particolar modo Italia, Giappone e Cina.

 

Sovversione in grande stile

A distanza di due settimane dall’analisi “inaugurale” relativa al 2023, c’è già sufficiente materiale per raffinare quanto anticipato. Abbiamo detto, infatti, che con alta probabilità l’anno corrente sarebbe stato contraddistinto da una crisi finanziaria maggiore che spazzerà via gli ultimi resti dell’economia globalizzata post-1945, già duramente indebolita da Covid e conflitto russo-ucraino, spianando l’avvento dei nazionalismi/trumpismi in vista del conflitto tra USA e Cina da collocarsi attorno alla metà del decennio. Abbiamo più volte sottolineato, inoltre, come l’humus di tale crisi finanziaria sia stato oculatamente preparato nel corso di quindicina anni: all’epoca dei tassi a zero inaugurata dopo la crisi dei mutui subprime del 2008 e l’esplosione del debito post-pandemia, è subentrata la prima ondata di inflazione (poi esplosa grazie all’intervento di Vladimir Putin in Ucraina), funzionale all’aumento dei tassi, così da rendere progressivamente sempre più insostenibili e debiti accumulati. A questo preciso quadro, manca solo un “detonatore”, un evento che incendi le polveri ammassate in questi anni.

Tale “innesco”, e arriviamo subito al nocciolo dell’articolo, è ormai facilmente individuabile nonostante il 2023 sia appena iniziato: non si può neppure dire che sia una novità quanto, piuttosto, la riproposizione su larga scala, per cosi dire “definitiva”, di quanto già sperimentato nel 2011. Il detonare della crisi finanziaria sarà, in sostanza, il default del debito pubblico americano, l’insolvenza di quelle obbligazioni che fungono ancora da punto di riferimento per il mercato del debito mondiale. Un default del debito pubblico americano sarebbe tanto devastante quanto facile da provocare: la costituzione statunitense prevede, infatti, che il Congresso debba ciclicamente approvare l’innalzamento del tetto massimo del debito pubblico, salvo dichiarazione dello stato d’insolvenza e paralisi della spesa pubblica. Questo scenario, un tempo impensabile, è ormai entrato nel novero delle possibilità nel nuovo quadro geopolitico mondiale, in cui le potenze anglosassoni giocano esplicitamente il ruolo di incendiarie. Le premesse per il default tecnico degli USA ci sono già tutte: un Congresso suddiviso tra Senato a maggioranza democratica e Camera a maggioranza repubblicana, una politica più polarizzata che mai, uno clima ancora avvelenato dall’assalto al Campidoglio del 2021 e dalla costante delegittimazione dell’avversario.

Il default delle finanze pubbliche americane ben si inserirebbe in quel contesto di “guerra civile” strisciante che, quasi certamente, culminerà tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 nel definitivo regolamento di conti tra democratici e repubblicani, sancendo la vittoria dei “trumpisti” anti-Cina ed anti-Iran. Il default americano avrebbe, però, conseguenze più immediate e sopratutto estese ben oltre i confini americane. Come una bomba atomica innescata sotto il pelo dell’acqua, l’insolvenza dei T-bills americani genererebbe uno tsunami che raggiungerebbe le coste di tutto il mondo, provocando il collasso delle piazza finanziarie, degli assetti politici, delle relazioni internazionali consolidate in questi ultimi decenni, della residua fiducia nelle istituzioni globali. In una parola: il tracollo di quel che rimane dell’ordine mondiale uscito dal conflitto del 1945 e solo apparentemente rafforzato dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991.

Senza prendere in considerazioni i Paesi emergenti, che faticano a stare a galla negli attuali frangenti (vedi default dello Sri Lanka e difficoltà crescenti di un Paese chiave come l’Egitto) e che verrebbero trascinati a fondo senza alcuna speranza da un default americano, sono tre i principali Paesi che rischiano di rimanere duramente colpiti dallo tsunami finanziario statunitense. Si può infatti affermare che i principali bersagli della finanza angloamericana siano Cina, Giappone ed Italia.

La Cina, che è il secondo detentore estero di titoli di Stato americano (con circa 900 miliardi di dollari), vedrebbe nel default americano il conclamato sabotaggio di quell’ordine mondiale in cui ha prosperato per un trentennio. I cinesi considererebbero confermata la loro tesi secondo cui gli USA stiano deliberatamente alimentando il “caos” mondiale, coll’obiettivo di tarpare le ali alle potenze emergenti. L’insolvenza americana sarebbe un affronto secondo solo ai costanti flirt di Washington con l’isola di Taiwan: i guadagni accumulati in decenni di avanza commerciali sarebbero spazzati via da un giorno all’altro, causando ad un Paese ancora relativamente “povero” come la Cina enormi perdite finanziarie. Pechino quasi sicuramente subodora la trappola, e ciò spiega perché, negli ultimi anni, abbia progressivamente ridotto l’esposizione verso il debito americano. All’indomani del dissesto americano, spetterà in ogni caso alla Cina il compito di tentare di ricreare una qualche forma di mercato mondiale dei capitali, magari poggiante nuovamente sulle riserve auree, pena la progressiva “balcanizzazione” dell’economia mondiale.

Il Giappone sarebbe il secondo grande obiettivo della finanza angloamericana. Il default americano si ripercuoterebbe su Tokyo attraverso due canali: perdita secca derivante dalla svalutazione dei T-bills (il Sol Levante è il primo detentore estero di debito americano, con 1.000 miliardi di dollari) e rischi sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese stesso, pari al 260% del PIL. Il debito pubblico giapponese, la cui origine va fatta risalire agli accordi di Plaza imposti dagli USA a Tokyo nel 1985, è cresciuto infatti a dismisura all’interno di un contesto che sta progressivamente scomparendo: bassa inflazione, commercio mondiale in ascesa e integrazione crescente del mercato dei capitali. Da un giorno all’altro, si potrebbe scoprire che il debito pubblico giapponese non è più rifinanziabile, pena il tracollo dello yen e conseguente impossibilità di importare energia e derrate alimentari. Si potrebbe obiettare che il Giappone è parte integrante di quella alleanza anglosassone per contrastare l’ascesa della Cina nel Pacifico: in realtà, il disordine finanziario faciliterebbe la radicalizzazione del Giappone, favorendo il rafforzamento di quegli elementi estremisti e militaristi che sono funzionali ai piani delle potenze marittime.

L’Italia sarebbe quasi certamente la terza grande vittima del dissesto americano: con ogni probabilità (come già successo peraltro nel 2011), la crisi finanziaria italiana finirebbe coll’offuscare presto il default americano stesso, imponendosi come l’epicentro per eccellenza della crisi finanziaria mondiale. Col default italiano, la finanza anglosassone da un lato finirebbe il lavoro iniziato nel 1982 (divorzio Tesoro-Bankitalia, tre anni prima soltanto dei sullodati accordi di Plaza), dall’altro assesterebbe il colpo di grazia all’Europa a trazione tedesca che, insieme alla Cina, rimane davvero l’unica minaccia all’orizzonte per l’universo anglo-ebraico. Colpendo l’Italia, infatti, gli anglosassoni colpirebbero di nuovo per vie traverse la Germania che, insieme a Cina e Giappone, subirebbe i danni maggiori dall’implosione dell’economia globalizzata.

Se nel gennaio 2023 solo i cinesi dipingono gli USA come gli “incendiari” del mondo, entro l’estate, col default scientifico delle finanze statunitensi, questa percezione potrebbe diffondersi a macchia d’olio.

da qui

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