Un saggio breve che chiarisce le tappe attraverso cui l’emergenza securitaria si è fatta controllo permanente e preventivo. Da leggere per capire come la repressione del dissenso, dal G8 di Genova in poi, non sia più un’eccezione, ma la regola che sostituisce la politica e costruisce il mondo nuovo in cui siamo
Il G8 di
Genova del luglio 2001 non è stato una parentesi eccezionale nella storia
repubblicana italiana, né un semplice episodio di cattiva gestione dell’ordine
pubblico. Genova è stata una soglia storica e politica. Un
laboratorio. Un punto di condensazione in cui si sono manifestate in
forma estrema trasformazioni che covavano già da tempo dentro le democrazie
occidentali: la militarizzazione del conflitto sociale, la centralità crescente
degli apparati di sicurezza, l’espansione dello Stato penale e la progressiva
ridefinizione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico.
Le violenze
della Diaz, le torture di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la
sospensione materiale di diritti costituzionali fondamentali non furono
soltanto il prodotto di singoli abusi o di una degenerazione improvvisa. Quelle
giornate resero visibile una mutazione più profonda: il passaggio dalla
gestione politica del conflitto alla sua amministrazione poliziesca e militare.
Per
comprendere Genova occorre sottrarsi sia alla retorica istituzionale
dell’“errore”, sia a una lettura dei fatti puramente memoriale o
simbolica. Il cosiddetto movimento “noglobal” non fu semplicemente
sconfitto in piazza. Fu colpito da un dispositivo politico, mediatico, militare
e poliziesco costruito per stroncare la possibilità che quel ciclo di
mobilitazioni producesse un salto di scala globale. Dopo Seattle,
Praga, Göteborg e Napoli, le élites politiche ed economiche occidentali avevano
ormai compreso che stava emergendo un movimento transnazionale capace di
mettere in discussione le fondamenta stesse della globalizzazione neoliberale.
Il G8 di Genova ha rappresentato la risposta a questa minaccia percepita.
Negli anni
successivi al G8 è emerso con chiarezza il fatto che a Genova sia stata
sperimentata quella che possiamo definire una gestione controinsurrezionale
delle piazze. Che
consiste non soltanto nella repressione dell’ordine pubblico, ma anche nel
considerare il movimento come nemico strategico. La città venne trasformata in
uno spazio militarizzato: zone rosse, recinzioni, checkpoint, controllo
capillare del territorio, separazione fisica tra governanti e governati,
concentrazione di reparti speciali, presenza di strutture militari e di
intelligence. La logica non era quella della mediazione democratica del
conflitto, ma quella della neutralizzazione preventiva del nemico interno.
Una logica
che non nasce dal nulla, ma è il prodotto di trasformazioni profonde iniziate
già negli anni Ottanta e Novanta, dentro la crisi dello Stato sociale e dentro
l’affermazione del neoliberismo globale. La destrutturazione del mondo del
lavoro, la precarizzazione, l’indebolimento dei sindacati, la privatizzazione
dei servizi pubblici, l’aumento delle disuguaglianze e la frammentazione
sociale modificano radicalmente anche il ruolo dello Stato. Mentre arretra sul
terreno della protezione sociale, lo Stato rafforza progressivamente la
propria funzione coercitiva. Alla crisi della mediazione politica si
risponde con l’espansione del controllo penale, della sorveglianza e dei
dispositivi di sicurezza.
È dentro
questo quadro che si afferma progressivamente lo Stato penale. Le istituzioni
non intervengono più prioritariamente per ridurre le cause materiali
dell’insicurezza sociale, ma per amministrarne gli effetti attraverso polizia,
carcere e controllo. Povertà, marginalità, migrazione, conflitto sociale e
devianza vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Il
neoliberismo produce insicurezza sociale e contemporaneamente costruisce
apparati repressivi destinati a governarla. Genova è, precisamente, il
punto in cui questo nuovo paradigma si manifesta in modo spettacolare e
violento.
Dopo il G8
cambia il modo di pensare il conflitto sociale. Le piazze non vengono
più considerate uno spazio di espressione democratica di interessi e
contraddizioni collettive, diventano un problema di sicurezza. Il
dissenso non viene più interpretato come fenomeno politico ma come rischio da
prevenire. La figura del manifestante tende progressivamente a sovrapporsi a
quella del soggetto potenzialmente pericoloso.
Questa
trasformazione si accelera ulteriormente dopo l’11 settembre 2001. La “guerra al terrorismo” produce
una gigantesca riconfigurazione globale delle politiche securitarie. Il confine
tra guerra esterna e ordine pubblico interno si assottiglia sempre di
più. La categoria della “guerra asimmetrica” permette di trattare
fenomeni diversi — terrorismo, radicalismo politico, movimenti sociali,
immigrazione, marginalità urbana — come parti di un’unica minaccia all’ordine. Il
nemico non è più soltanto fuori dai confini dello Stato. È interno, mobile,
diffuso, potenzialmente invisibile.
Qui emerge
una continuità decisiva tra Genova e il presente. Le logiche sperimentate
durante il G8 non sono rimaste confinate a quell’evento. Sono diventate,
progressivamente, modalità ordinarie di governo del disordine sociale.
I decreti
sicurezza e le normative securitarie approvate nel corso degli anni non
rappresentano quindi una rottura improvvisa, ma l’approdo coerente di una lunga
trasformazione. Daspo
urbani, zone rosse, fogli di via, fermo preventivo, sorveglianza speciale,
criminalizzazione dei blocchi stradali, flagranza differita, restrizioni
amministrative contro chi manifesta, ampliamento dei poteri prefettizi e
questorili: tutto questo compone un modello fondato sull’anticipazione del
conflitto.
La repressione
contemporanea non interviene più soltanto dopo l’azione, ma prima. Non colpisce soltanto ciò che una
persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare. È il passaggio dal diritto penale
del fatto a una logica preventiva fondata sulla pericolosità sociale, sul
sospetto e sulla profilazione.
L’emergenza
diventa così tecnica ordinaria di governo. Terrorismo, mafia, immigrazione,
degrado urbano, ultras, rave, proteste ambientaliste, lotte territoriali,
conflitto sociale: ogni fenomeno viene trasformato in emergenza securitaria.
Ogni emergenza giustifica nuovi strumenti repressivi. Ogni crisi diventa
occasione per ampliare poteri di polizia e restringere libertà democratiche. Ma
questa trasformazione non riguarda soltanto le leggi. Riguarda le culture
operative, il “sapere di polizia”, la formazione degli apparati coercitivi e la
stessa idea di sicurezza.
Nei manuali
e nei discorsi istituzionali la folla viene spesso rappresentata come corpo
irrazionale, suggestionabile, emotivo, potenzialmente violento. I
manifestanti vengono distinti tra “pacifici” e “facinorosi”, tra dissenso
accettabile e dissenso illegittimo. Ma questa distinzione serve soprattutto
a stabilire quali forme di conflitto siano compatibili con l’ordine esistente e
quali debbano essere neutralizzate.
La
depoliticizzazione del conflitto è una delle principali funzioni della
governance securitaria contemporanea. Se una lotta viene privata delle sue
ragioni sociali può essere trattata come semplice disordine. Se una
piazza viene descritta come rischio, può essere militarizzata. Se il
dissenso viene assimilato alla minaccia, la repressione può essere presentata
come difesa della democrazia.
Questa
trasformazione si accompagna a un processo molto più ampio: la progressiva
fusione tra logiche militari e logiche poliziesche. Dagli anni Novanta in poi si
sviluppa infatti la militarizzazione delle polizie: le missioni internazionali
di “peace keeping”, le guerre “umanitarie”, la dottrina della Revolution in
Military Affairs, le pratiche controinsurrezionali sperimentate all’estero
rientrano progressivamente dentro la gestione della sicurezza interna.
Tecniche, linguaggi, equipaggiamenti e culture operative si contaminano.
L’ordine pubblico viene sempre più pensato secondo paradigmi militari. Allo
stesso tempo le forze armate assumono funzioni di controllo del territorio,
pattugliamento urbano e gestione della sicurezza civile.
Anche il
reclutamento cambia profondamente. In Italia, dagli anni Duemila, una parte
crescente degli ingressi nelle forze di polizia proviene direttamente
dall’esercito. Questo produce una trasformazione culturale significativa: ethos
militare, spirito di corpo, verticalità gerarchica, logiche di obbedienza e
visione antagonistica del territorio penetrano sempre più dentro le pratiche di
polizia. Diversi studi e testimonianze parlano apertamente di
remilitarizzazione delle forze dell’ordine e di indebolimento della cultura
democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981.
Dentro
questo quadro, Genova appare quasi come un punto di anticipazione storica. Le
tecniche di guerra applicate alle piazze — saturazione del territorio, uso
massiccio della forza, identificazione preventiva del nemico, impiego di
reparti speciali, sospensione di fatto delle garanzie — prefigurano modalità
che negli anni successivi diventeranno sempre più diffuse.
Ma oggi
esiste un ulteriore salto qualitativo. Le nuove tecnologie repressive
non sostituiscono il vecchio apparato coercitivo: lo potenziano e lo rendono
più pervasivo. Videosorveglianza, riconoscimento facciale,
geolocalizzazione, controllo biometrico, monitoraggio dei social network,
banche dati integrate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale applicata
all’ordine pubblico costituiscono l’evoluzione contemporanea del sapere di
polizia.
L’algoritmo
non elimina il manganello, lo precede. La repressione non si limita più a
intervenire quando il conflitto esplode; cerca di identificarlo prima, di
mapparlo, di profilare i soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, di
anticipare i comportamenti collettivi, di prevenire la formazione stessa del
dissenso organizzato.
Le nuove
architetture algoritmiche non operano più soltanto sul terreno della
repressione successiva al fatto. Producono “profili di minaccia” attraverso
l’incrocio di dati biometrici, geolocalizzazioni, reti relazionali, cronologie
digitali e comportamenti considerati anomali rispetto a una norma
statistica. Il problema non è soltanto l’estensione della sorveglianza,
ma la trasformazione della correlazione in sospetto e del sospetto in dispositivo
operativo. In questo paradigma il rischio precede il reato e tende
progressivamente a sostituirlo.
Questo salto
è emerso con forza anche nelle recenti inchieste sulle tecnologie di
sorveglianza utilizzate nello Xinjiang e nei Territori palestinesi occupati. In questi contesti, sistemi di
riconoscimento facciale, raccolta biometrica di massa, software predittivi e
piattaforme integrate di controllo vengono sperimentati su popolazioni
considerate permanentemente sospette o potenzialmente ostili. Dai Territori
palestinesi allo Xinjiang, le tecnologie di sorveglianza contemporanee mostrano
come la controinsurrezione coloniale anticipi spesso il futuro dell’ordine
pubblico interno. Le pratiche sviluppate in spazi eccezionali tendono
progressivamente a diffondersi anche dentro le democrazie occidentali.
Il controllo
contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso la presenza fisica della
polizia o l’intervento repressivo dello Stato. Si incorpora nelle
infrastrutture tecnologiche della vita quotidiana. Telecamere
intelligenti, piattaforme digitali, sistemi biometrici, cloud, algoritmi
predittivi e banche dati integrate non rappresentano strumenti neutri
utilizzabili in modi differenti, ma architetture di potere che ridefiniscono i
rapporti tra cittadini, mercato e apparati coercitivi.
La sicurezza
tende così a trasformarsi da funzione amministrativa in infrastruttura
permanente della società. Questo è uno dei punti decisivi della fase
contemporanea: non esiste più una distinzione netta tra infrastruttura tecnologica
e infrastruttura repressiva. Le grandi piattaforme digitali, i sistemi
di raccolta dati, il cloud computing, i satelliti, l’intelligenza artificiale e
i software di analisi predittiva sono ormai parte integrante degli apparati di
sicurezza contemporanei. Le corporation tecnologiche non rappresentano
semplicemente soggetti economici privati, ma attori geopolitici che partecipano
direttamente alla produzione di nuovi dispositivi di controllo sociale. In
questo senso, il potere algoritmico non coincide soltanto con una
trasformazione tecnica del controllo: ridefinisce il rapporto stesso tra Stato,
mercato e sovranità.
La
sorveglianza contemporanea non è neutrale. Non si limita a osservare la realtà:
la organizza secondo categorie di rischio. Decide quali quartieri siano
problematici, quali corpi siano sospetti, quali reti sociali vadano monitorate,
quali soggetti debbano essere fermati in anticipo.
È la vecchia
logica del controllo preventivo tradotta nel linguaggio della tecnologia. La
differenza è che oggi questa logica può diventare molto più capillare,
invisibile e automatizzata, e la sorveglianza permanente non agisce soltanto
sui comportamenti, ma tende progressivamente a modellare le soggettività.
La forza
delle nuove tecnologie di controllo non risiede soltanto nella loro capacità
coercitiva, ma nella loro progressiva normalizzazione sociale. La
sorveglianza viene interiorizzata come protezione, la tracciabilità come
comodità, il monitoraggio permanente come condizione naturale della sicurezza. In
questo senso il potere algoritmico contemporaneo realizza una forma di
disciplinamento ancora più profonda: non impone soltanto obbedienza, ma produce
adesione culturale al controllo stesso. Il Panopticon contemporaneo funziona
anche attraverso l’abitudine alla sorveglianza e la costruzione di un consenso
diffuso attorno alla necessità del monitoraggio permanente.
La
repressione contemporanea non controlla soltanto i corpi. Produce paura,
isolamento, autocensura, adattamento preventivo. Ridefinisce i confini di ciò
che può essere detto, fatto, organizzato. Trasforma la sicurezza in una
pedagogia politica.
In questo
quadro, il conflitto sociale non viene più considerato un elemento fisiologico
della vita democratica, cioè l’espressione di contraddizioni materiali,
disuguaglianze, bisogni collettivi e domande politiche che richiederebbero
mediazione, redistribuzione e trasformazione sociale. Viene progressivamente
reinterpretato come fattore di instabilità da contenere e neutralizzare. Allo
stesso modo, la marginalità sociale smette di essere letta come il prodotto di
processi economici e politici — precarizzazione del lavoro, impoverimento,
segregazione urbana, smantellamento del welfare — e viene invece trattata come
questione di rischio, degrado e sicurezza urbana.
Dentro
questa trasformazione, anche il dissenso cambia statuto: non è più qualcosa che
le istituzioni affrontano sul terreno del confronto politico, ma un fenomeno da
monitorare preventivamente attraverso strumenti amministrativi, dispositivi di
sorveglianza e pratiche di polizia sempre più invasive. L’eccezione non
rappresenta più una risposta temporanea a situazioni straordinarie, ma una
modalità ordinaria di governo. Invece di intervenire sulle cause strutturali
delle tensioni sociali, lo Stato tende sempre più ad amministrarne gli effetti
attraverso apparati coercitivi, controllo territoriale, espansione del diritto
penale e tecnologie di sorveglianza.
La sicurezza
assume allora una funzione sostitutiva della mediazione politica: non serve tanto a costruire
condizioni di maggiore giustizia sociale, quanto a garantire la governabilità
di società attraversate da crescenti disuguaglianze, frammentazione e
impoverimento. È in questo senso che il rafforzamento degli apparati repressivi
non appare come un’anomalia o una degenerazione esterna alla democrazia
contemporanea, ma come uno dei modi attraverso cui essa tenta di stabilizzarsi
nella fase neoliberale.
La crisi del
welfare novecentesco non produce soltanto più repressione, ma una diversa
modalità di governo. La società algoritmica non mira a integrare
universalmente, ma a classificare, gerarchizzare e filtrare. Alcuni soggetti
vengono considerati meritevoli di protezione, altri destinatari permanenti di
monitoraggio, sospetto e controllo. Il vecchio disciplinamento sociale
lascia progressivamente spazio a una gestione differenziale delle vite, dove
sicurezza, tecnologia e disuguaglianza si rafforzano reciprocamente.
È qui che la
continuità tra Genova, decreti sicurezza e tecnopolizia diventa pienamente
leggibile. Genova ha mostrato la possibilità della sospensione
materiale dei diritti dentro una democrazia occidentale. I decreti
sicurezza hanno trasformato quella logica in architettura normativa permanente.
Le nuove tecnologie stanno trasformando quella stessa razionalità repressiva in
infrastruttura ordinaria della vita sociale. Tutto ciò non riguarda soltanto la
violenza poliziesca nelle piazze, ma la trasformazione della democrazia
contemporanea. La vera continuità storica tra Genova e il presente è
precisamente questa: la progressiva trasformazione del governo democratico in
governo securitario. E dentro questa trasformazione, il problema non è soltanto
l’abuso. È il modello di società che quell’abuso rende possibile e contribuisce
a riprodurre.
Note
1. Sul carattere di laboratorio
repressivo del G8 di Genova e sulla gestione militarizzata dell’ordine pubblico
si vedano: Libro bianco repressione e diritto al dissenso;
Salvatore Palidda, 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di
Genova; Donatella della Porta, Herbert Reiter (a cura di), Polizia
e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai “no global”.
2. Sulla costruzione del movimento
alterglobalista come “nemico interno”, sulla gestione controinsurrezionale
delle piazze e sulla dissoluzione del confine tra sicurezza interna e guerra
asimmetrica si veda Marco Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo
scontro di piazza nell’Italia repubblicana.
3. Sul rapporto tra neoliberismo,
destrutturazione sociale ed espansione dello Stato penale: Emilio
Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; Loïc
Wacquant, Dallo Stato sociale allo Stato penale; Simone
Lucido, Tutti dentro. Dallo Stato sociale allo Stato penale.
4. Sul concetto di “emergenzialismo
strutturale” e sulla trasformazione dell’eccezione in tecnica ordinaria di
governo si vedano: Giorgio Agamben, Stato di eccezione; Libro
bianco repressione e diritto al dissenso.
5. Sulla depoliticizzazione del
conflitto sociale e sulla costruzione del dissenso come problema di ordine
pubblico si vedano Enrico Gargiulo, L’Idra dalle molte teste: le folle
nel sapere di polizia e Prevenire il dissenso.
6. Sul sapere di polizia come dispositivo
di classificazione delle soggettività sociali e sulla rappresentazione
patologizzante delle folle: Enrico Gargiulo, Sul sapere di polizia e
sulle sue ambiguità; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e
sicurezza in Italia.
7. Sulla continuità tra autoritarismo e
democrazia nelle società contemporanee, sul “governo del disordine” e sul ruolo
strutturale della repressione nelle società neoliberali si vedano Salvatore
Palidda, A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie e Polizie,
insicurezze e sicurezza in Italia.
8. Sulla militarizzazione delle
polizie, la poliziescizzazione dei militari e la fusione tra logiche di guerra
e ordine pubblico: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze
di polizia e la “civilizzazione della guerra”.
9. Sul reclutamento di ex militari
nelle forze dell’ordine italiane, sulla remilitarizzazione culturale della
polizia e sull’indebolimento della cultura democratica prodotta dalla
smilitarizzazione del 1981: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi
delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”; Salvatore
Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.
10. Sulla funzione pedagogica e
disciplinare della violenza poliziesca, sul rapporto tra autorità, obbedienza e
repressione e sull’interiorizzazione del controllo: La polizia che
punisce; Stanley Milgram, Obedience to Authority.
11. Sulle tecnologie di sorveglianza
contemporanee, il riconoscimento facciale, la governance algoritmica e il
controllo predittivo delle popolazioni: David Lyon, Surveillance
Studies; Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza;
Didier Bigo, Anastassia Tsoukala, Terror, Insecurity and Liberty.
12. Sul passaggio dal diritto penale del
fatto al diritto penale del nemico e sulla governance preventiva del rischio:
Günther Jakobs, Bürgerstrafrecht und Feindstrafrecht; Luigi
Ferrajoli, Diritto e ragione.
13. Sulla sperimentazione delle
tecnologie di sorveglianza nei territori coloniali e militarizzati e sulla
continuità tra controinsurrezione esterna e ordine pubblico interno: materiali e
inchieste pubblicati su Internazionale n. 1665 relativi allo
Xinjiang e ai sistemi di controllo nei territori palestinesi occupati.
14. Sul rapporto tra infrastrutture
digitali, corporation tecnologiche e nuovi dispositivi di potere algoritmico:
Francesca Bria, riflessioni sull’“Authoritarian Stack”; articolo “Il potere
algoritmico contro la democrazia” pubblicato su Osservatorio Repressione. Il potere
algoritmico contro la democrazia
15. Sull’interiorizzazione sociale della
sorveglianza e sulla normalizzazione culturale del controllo: Salvatore
Palidda, riflessioni sul panopticon contemporaneo e sulla videosorveglianza
come dispositivo di disciplinamento sociale.
16. Sul rapporto tra crisi del welfare,
selezione differenziale delle popolazioni e governo algoritmico delle vite:
Loïc Wacquant, Punire i poveri; Emilio Santoro, Le
politiche penali dell’era della globalizzazione; materiali su “Spese sociali
e spese penali”
Nessun commento:
Posta un commento