“…non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra."
Questo articolo di George Orwell fu pubblicato
su Tribune il 31 marzo 1944, e rappresenta, come spesso accade con
Orwell, un documento storico quasi inquietante per la sua bruciante attualità.
Cambiano i nomi, cambiano le contingenze, ma le questioni di fondo sono tutte,
ancora, vive e agenti: dal sentimento di vendetta non nasce la giustizia, e
l’odio contro le popolazioni ritenute collettivamente colpevoli non è la strada
per impedire che altre popolazioni, o quelle stesse, possano riproporre gli
stessi crimini in un futuro, magari contro nuove vittime. Spesso anzi non è che
una scappatoia moralista che lascia impuniti i colpevoli effettivi. È
esattamente ciò che noi europei, che ci siamo retoricamente flagellati per i
crimini della Seconda guerra mondiale – mentre al contempo, come in Italia, i fascisti godevano di larghe amnistie – stiamo oggi facendo nei
confronti dei palestinesi e delle popolazioni del Vicino Oriente: consentire
che gli stessi orrori che abbiamo avallato verso gli ebrei e le popolazioni
occupate durante il nazismo oggi possano essere applicati verso i palestinesi,
e verso nuove popolazioni, da parte del sionismo.
Le traduzioni dall’inglese della nostra rubrica Orwell
sono tutte affidate alla penna attenta e scrupolosa della traduttrice
letteraria Anna Martini.
La politica non può fondarsi sull’odio
L’altro giorno ho assistito a una conferenza stampa in
cui un francese arrivato da poco, presentato come un “illustre giurista” —
avendo famiglia in Francia, non poteva rivelare il proprio nome né altri
dettagli — ha esposto il punto di vista francese sulla recente esecuzione
capitale di Pucheu[1]. Mi ha sorpreso notare che era evidentemente
sulla difensiva e sembrava convinto che la fucilazione di Pucheu richiedesse,
agli occhi britannici e americani, più di una giustificazione. Ha insistito su
un punto: Pucheu non è stato fucilato per ragioni politiche, ma per il comune
reato di “collaborazione con il nemico”, che per la legge francese è sempre
stato punibile con la morte.
Un corrispondente americano ha domandato: “La
collaborazione col nemico sarebbe lo stesso genere di reato anche se si
trattasse di un piccolo funzionario — un ispettore di polizia, per esempio?”
“Sì, sarebbe la stessa cosa”, ha risposto il francese. Essendo appena arrivato
dalla Francia, si presume che desse voce all’opinione francese, ma in pratica
si può presumere che verranno messi a morte soltanto i collaborazionisti più
attivi. Un vero massacro su larga scala, se avvenisse, sarebbe più che altro
una punizione di colpevoli da parte di altri colpevoli. Esistono infatti
diverse prove che larghe fette della popolazione francese nel 1940 fossero più
o meno filotedesche, e abbiano cambiato idea soltanto quando hanno capito
com’erano fatti i tedeschi.
Non voglio che persone come Pucheu restino impunite,
ma sono stati fucilati anche alcuni quisling assai
oscuri, fra cui un paio di arabi, e la questione della vendetta sui traditori e
sui nemici catturati solleva problemi che sono strategici, oltre che morali. Il
punto è che, se adesso fuciliamo troppi pesci piccoli, forse quando verrà il
momento non avremo più lo stomaco per occuparci di quelli grossi. È difficile
credere che i regimi fascisti si possano schiacciare completamente senza uccidere
i singoli responsabili, che ammontano a qualche centinaio o anche migliaia in
ciascun paese. Ma è ben possibile che, alla fine, tutti i veri colpevoli
riescano a sfuggire, solo perché all’opinione pubblica saranno venuti a nausea
i processi ipocriti e le esecuzioni a sangue freddo.
Nella guerra passata avvenne proprio questo. Chi ha
vissuto quegli anni non ricorda forse l’odio maniacale per il Kaiser che veniva
fomentato nel nostro paese? Egli doveva essere la causa di tutti i nostri mali,
come Hitler in questa guerra. Nessuno dubitava che, non appena catturato,
sarebbe stato giustiziato; gli unici dubbi riguardavano il metodo. In certi
articoli di riviste si analizzavano attentamente i vantaggi della bollitura
nell’olio, dello squartamento e del supplizio della ruota. Le esposizioni alla
Royal Academy erano piene di quadri allegorici di incredibile cattivo gusto,
raffiguranti il Kaiser scaraventato all’Inferno. E come finì? Il Kaiser si
ritirò in Olanda e (sebbene nel 1915 stesse già “morendo di cancro”) visse
altri ventidue anni come uno degli uomini più ricchi d’Europa.
Lo stesso accadde a tutti gli altri “criminali di
guerra”. Dopo tutte le minacce e le promesse, nessun criminale di guerra fu
processato: o, per l’esattezza, una dozzina ebbe un processo e condanne al
carcere, ma furono presto rilasciati. E benché, naturalmente, il mancato
annientamento della casta militare tedesca sia stato effetto di una politica
deliberata dei capi alleati (terrorizzati all’idea di una rivoluzione in
Germania), a renderlo possibile fu anche il rovesciamento di sentimenti della
gente comune. Quando ebbero il potere di vendicarsi, non vollero farlo. Le
atrocità belghe, Miss Cavell[2], i comandanti degli U-boat che avevano
affondato senza preavviso navi passeggeri e mitragliato i superstiti… In un
modo o nell’altro, tutto questo fu dimenticato. Dieci milioni di innocenti
erano stati uccisi, e a questo fatto nessuno volle far seguire l’uccisione di qualche
migliaio di colpevoli.
Che noi fuciliamo o no i fascisti e i quisling che ci cadano fra le mani, probabilmente
non è tanto importante di per sé. L’importante è che vendetta e “punizione” non
dovrebbero aver parte nella nostra politica, e nemmeno nelle nostre fantasie.
Fino a oggi, uno dei fattori attenuanti di questa guerra è che nel nostro paese
abbiamo avuto ben poco odio. Non si è vista traccia del razzismo insensato
dell’ultima volta: nessuno, per esempio, ha cercato di convincerci che tutti i tedeschi
hanno facce da maiali. Nemmeno la parola “crucco”[3] è riuscita davvero a imporsi.
I tedeschi che si trovano nel nostro paese, per lo più profughi, non sono stati
trattati con grande riguardo, ma neppure sono stati perseguitati con la
cattiveria dell’ultima volta. Nella guerra passata, per esempio, parlare
tedesco in una strada di Londra sarebbe stata una grossa imprudenza. Agli
sventurati fornai e parrucchieri tedeschi, la folla inferocita devastò le
botteghe; la musica tedesca cadde in disgrazia; perfino i dachshund, i bassotti tedeschi, quasi scomparvero dalla
circolazione perché nessuno voleva avere un “cane tedesco”. E la scarsa
risolutezza degli inglesi, quando è cominciato il riarmo tedesco, è
direttamente legata a quelle assurdità degli anni della guerra.
La politica non può fondarsi sull’odio, il quale,
stranamente, può condurre a un’eccessiva morbidezza ma anche a un’eccessiva
durezza. Nella guerra del 1914-18 il popolo britannico fu aizzato a un’orrenda
frenesia d’odio, gli furono ammannite assurde menzogne su bambini belgi
crocifissi e fabbriche tedesche dove dai cadaveri si ricavava la margarina; e
poi, appena finita la guerra, vi fu una naturale reazione di rigetto, tanto più
forte perché i soldati tornarono a casa, come sono soliti fare i britannici,
pieni di calorosa ammirazione per il nemico. Di conseguenza si ebbe
un’esagerata reazione filotedesca, a partire dal 1920 e finché Hitler non fu
saldamente in sella. In quegli anni, tutte le opinioni “illuminate” (si veda,
per esempio, un qualsiasi numero del Daily Herald prima
del 1929) tenevano per articolo di fede che la Germania non avesse alcuna
responsabilità per la guerra. Treitschke, Bernhardi, i pangermanisti, il mito
“nordico”, le sfacciate millanterie su Der Tag[4] propinate dai tedeschi fin dal
1900 — tutto questo non servì a niente. Il trattato di Versailles era la più
grande infamia mai vista al mondo; di Brest-Litovsk, pochi avevano sentito
parlare. Ecco il prezzo di quell’orgia di menzogne e di odio durata quattro
anni.
Chiunque abbia cercato di ridestare l’opinione
pubblica negli anni dell’aggressione fascista, dal 1933 in avanti, conosce le
conseguenze di quella propaganda d’odio. “Atrocità” sembrava diventato sinonimo
di “falsità”. Ma i racconti sui campi di concentramento tedeschi erano racconti
di atrocità: dunque erano falsi — così ragionava l’uomo medio. Quelli che da sinistra
hanno cercato di mostrare al pubblico che il fascismo era un orrore indicibile
si sono trovati a combattere contro la loro stessa propaganda degli ultimi
quindici anni.
Ecco perché — anche se non salverei individui come
Pucheu, neanche se potessi — non mi rallegro quando vedo i processi ai
“criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e
quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor
meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la
Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre
riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un
biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18,
serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il
dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”,
quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che
importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa
guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra. Se sia più
facile ottenerlo con la spietatezza o con la generosità, non saprei; ma di
certo so che in un caso o nell’altro sarà più difficile, se ci lasciamo
influenzare dall’odio.
[1] Pierre Pucheu, ex ministro del
governo di Vichy, fu giustiziato il 20 marzo 1944 ad Algeri. Fu il primo a
essere processato in seguito all’editto del Comitato francese di liberazione
nazionale, emanato nel settembre del 1943, che dichiarava colpevoli di
tradimento tutti i membri del governo di Vichy. Fu inoltre il primo
collaborazionista giustiziato direttamente sotto l’autorità del generale
Charles de Gaulle. (NdT)
[2] Edith Cavell,
infermiera britannica ricordata per aver aiutato, durante
la Prima guerra mondiale, soldati di ambo le fazioni in Belgio, e per
aver favorito la fuga dal Paese di circa duecento soldati alleati; fu
perciò giustiziata dai tedeschi, e il fatto provocò notevoli reazioni di
protesta a livello internazionale. (NdT)
[3] Qui Orwell usa Hun, che in italiano sarebbe, letteralmente, “Unno”.
(NdT)
[4] In tedesco “Il giorno”: quello
dello scontro decisivo, in cui la Germania avrebbe militarmente sbaragliato la
Gran Bretagna. (NdT)
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