giovedì 21 maggio 2026

Il moralismo europeo, un lasciapassare per i peggiori crimini - George Orwell

“…non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra."

 

Questo articolo di George Orwell fu pubblicato su Tribune il 31 marzo 1944, e rappresenta, come spesso accade con Orwell, un documento storico quasi inquietante per la sua bruciante attualità. Cambiano i nomi, cambiano le contingenze, ma le questioni di fondo sono tutte, ancora, vive e agenti: dal sentimento di vendetta non nasce la giustizia, e l’odio contro le popolazioni ritenute collettivamente colpevoli non è la strada per impedire che altre popolazioni, o quelle stesse, possano riproporre gli stessi crimini in un futuro, magari contro nuove vittime. Spesso anzi non è che una scappatoia moralista che lascia impuniti i colpevoli effettivi. È esattamente ciò che noi europei, che ci siamo retoricamente flagellati per i crimini della Seconda guerra mondiale – mentre al contempo, come in Italia, i fascisti godevano di larghe amnistie – stiamo oggi facendo nei confronti dei palestinesi e delle popolazioni del Vicino Oriente: consentire che gli stessi orrori che abbiamo avallato verso gli ebrei e le popolazioni occupate durante il nazismo oggi possano essere applicati verso i palestinesi, e verso nuove popolazioni, da parte del sionismo.

Le traduzioni dall’inglese della nostra rubrica Orwell sono tutte affidate alla penna attenta e scrupolosa della traduttrice letteraria Anna Martini.


La politica non può fondarsi sull’odio

L’altro giorno ho assistito a una conferenza stampa in cui un francese arrivato da poco, presentato come un “illustre giurista” — avendo famiglia in Francia, non poteva rivelare il proprio nome né altri dettagli — ha esposto il punto di vista francese sulla recente esecuzione capitale di Pucheu[1]. Mi ha sorpreso notare che era evidentemente sulla difensiva e sembrava convinto che la fucilazione di Pucheu richiedesse, agli occhi britannici e americani, più di una giustificazione. Ha insistito su un punto: Pucheu non è stato fucilato per ragioni politiche, ma per il comune reato di “collaborazione con il nemico”, che per la legge francese è sempre stato punibile con la morte.

Un corrispondente americano ha domandato: “La collaborazione col nemico sarebbe lo stesso genere di reato anche se si trattasse di un piccolo funzionario — un ispettore di polizia, per esempio?” “Sì, sarebbe la stessa cosa”, ha risposto il francese. Essendo appena arrivato dalla Francia, si presume che desse voce all’opinione francese, ma in pratica si può presumere che verranno messi a morte soltanto i collaborazionisti più attivi. Un vero massacro su larga scala, se avvenisse, sarebbe più che altro una punizione di colpevoli da parte di altri colpevoli. Esistono infatti diverse prove che larghe fette della popolazione francese nel 1940 fossero più o meno filotedesche, e abbiano cambiato idea soltanto quando hanno capito com’erano fatti i tedeschi.

Non voglio che persone come Pucheu restino impunite, ma sono stati fucilati anche alcuni quisling assai oscuri, fra cui un paio di arabi, e la questione della vendetta sui traditori e sui nemici catturati solleva problemi che sono strategici, oltre che morali. Il punto è che, se adesso fuciliamo troppi pesci piccoli, forse quando verrà il momento non avremo più lo stomaco per occuparci di quelli grossi. È difficile credere che i regimi fascisti si possano schiacciare completamente senza uccidere i singoli responsabili, che ammontano a qualche centinaio o anche migliaia in ciascun paese. Ma è ben possibile che, alla fine, tutti i veri colpevoli riescano a sfuggire, solo perché all’opinione pubblica saranno venuti a nausea i processi ipocriti e le esecuzioni a sangue freddo.

Nella guerra passata avvenne proprio questo. Chi ha vissuto quegli anni non ricorda forse l’odio maniacale per il Kaiser che veniva fomentato nel nostro paese? Egli doveva essere la causa di tutti i nostri mali, come Hitler in questa guerra. Nessuno dubitava che, non appena catturato, sarebbe stato giustiziato; gli unici dubbi riguardavano il metodo. In certi articoli di riviste si analizzavano attentamente i vantaggi della bollitura nell’olio, dello squartamento e del supplizio della ruota. Le esposizioni alla Royal Academy erano piene di quadri allegorici di incredibile cattivo gusto, raffiguranti il Kaiser scaraventato all’Inferno. E come finì? Il Kaiser si ritirò in Olanda e (sebbene nel 1915 stesse già “morendo di cancro”) visse altri ventidue anni come uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Lo stesso accadde a tutti gli altri “criminali di guerra”. Dopo tutte le minacce e le promesse, nessun criminale di guerra fu processato: o, per l’esattezza, una dozzina ebbe un processo e condanne al carcere, ma furono presto rilasciati. E benché, naturalmente, il mancato annientamento della casta militare tedesca sia stato effetto di una politica deliberata dei capi alleati (terrorizzati all’idea di una rivoluzione in Germania), a renderlo possibile fu anche il rovesciamento di sentimenti della gente comune. Quando ebbero il potere di vendicarsi, non vollero farlo. Le atrocità belghe, Miss Cavell[2], i comandanti degli U-boat che avevano affondato senza preavviso navi passeggeri e mitragliato i superstiti… In un modo o nell’altro, tutto questo fu dimenticato. Dieci milioni di innocenti erano stati uccisi, e a questo fatto nessuno volle far seguire l’uccisione di qualche migliaio di colpevoli.

Che noi fuciliamo o no i fascisti e i quisling che ci cadano fra le mani, probabilmente non è tanto importante di per sé. L’importante è che vendetta e “punizione” non dovrebbero aver parte nella nostra politica, e nemmeno nelle nostre fantasie. Fino a oggi, uno dei fattori attenuanti di questa guerra è che nel nostro paese abbiamo avuto ben poco odio. Non si è vista traccia del razzismo insensato dell’ultima volta: nessuno, per esempio, ha cercato di convincerci che tutti i tedeschi hanno facce da maiali. Nemmeno la parola “crucco”[3] è riuscita davvero a imporsi. I tedeschi che si trovano nel nostro paese, per lo più profughi, non sono stati trattati con grande riguardo, ma neppure sono stati perseguitati con la cattiveria dell’ultima volta. Nella guerra passata, per esempio, parlare tedesco in una strada di Londra sarebbe stata una grossa imprudenza. Agli sventurati fornai e parrucchieri tedeschi, la folla inferocita devastò le botteghe; la musica tedesca cadde in disgrazia; perfino i dachshund, i bassotti tedeschi, quasi scomparvero dalla circolazione perché nessuno voleva avere un “cane tedesco”. E la scarsa risolutezza degli inglesi, quando è cominciato il riarmo tedesco, è direttamente legata a quelle assurdità degli anni della guerra.

La politica non può fondarsi sull’odio, il quale, stranamente, può condurre a un’eccessiva morbidezza ma anche a un’eccessiva durezza. Nella guerra del 1914-18 il popolo britannico fu aizzato a un’orrenda frenesia d’odio, gli furono ammannite assurde menzogne su bambini belgi crocifissi e fabbriche tedesche dove dai cadaveri si ricavava la margarina; e poi, appena finita la guerra, vi fu una naturale reazione di rigetto, tanto più forte perché i soldati tornarono a casa, come sono soliti fare i britannici, pieni di calorosa ammirazione per il nemico. Di conseguenza si ebbe un’esagerata reazione filotedesca, a partire dal 1920 e finché Hitler non fu saldamente in sella. In quegli anni, tutte le opinioni “illuminate” (si veda, per esempio, un qualsiasi numero del Daily Herald prima del 1929) tenevano per articolo di fede che la Germania non avesse alcuna responsabilità per la guerra. Treitschke, Bernhardi, i pangermanisti, il mito “nordico”, le sfacciate millanterie su Der Tag[4] propinate dai tedeschi fin dal 1900 — tutto questo non servì a niente. Il trattato di Versailles era la più grande infamia mai vista al mondo; di Brest-Litovsk, pochi avevano sentito parlare. Ecco il prezzo di quell’orgia di menzogne e di odio durata quattro anni.

Chiunque abbia cercato di ridestare l’opinione pubblica negli anni dell’aggressione fascista, dal 1933 in avanti, conosce le conseguenze di quella propaganda d’odio. “Atrocità” sembrava diventato sinonimo di “falsità”. Ma i racconti sui campi di concentramento tedeschi erano racconti di atrocità: dunque erano falsi — così ragionava l’uomo medio. Quelli che da sinistra hanno cercato di mostrare al pubblico che il fascismo era un orrore indicibile si sono trovati a combattere contro la loro stessa propaganda degli ultimi quindici anni.

Ecco perché — anche se non salverei individui come Pucheu, neanche se potessi — non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra. Se sia più facile ottenerlo con la spietatezza o con la generosità, non saprei; ma di certo so che in un caso o nell’altro sarà più difficile, se ci lasciamo influenzare dall’odio.


[1] Pierre Pucheu, ex ministro del governo di Vichy, fu giustiziato il 20 marzo 1944 ad Algeri. Fu il primo a essere processato in seguito all’editto del Comitato francese di liberazione nazionale, emanato nel settembre del 1943, che dichiarava colpevoli di tradimento tutti i membri del governo di Vichy. Fu inoltre il primo collaborazionista giustiziato direttamente sotto l’autorità del generale Charles de Gaulle. (NdT)

[2] Edith Cavell, infermiera britannica ricordata per aver aiutato, durante la Prima guerra mondiale, soldati di ambo le fazioni in Belgio, e per aver favorito la fuga dal Paese di circa duecento soldati alleati; fu perciò giustiziata dai tedeschi, e il fatto provocò notevoli reazioni di protesta a livello internazionale. (NdT)

[3] Qui Orwell usa Hun, che in italiano sarebbe, letteralmente, “Unno”. (NdT)

[4] In tedesco “Il giorno”: quello dello scontro decisivo, in cui la Germania avrebbe militarmente sbaragliato la Gran Bretagna. (NdT)

da qui

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