Da anni mi sono promesso di non mettere piede al Salone del Risparmio. Quest’anno però mi sono avvicinato – solo avvicinato, sottolineo – per incontrare all’uscita un caro amico. Per chi non lo conoscesse il Salone del Risparmio è l’appuntamento annuale del settore del risparmio gestito. Premetto che non faccio una colpa al mio amico di seguirlo, né a tutti quelli che lo seguono perché sono in cerca di informazioni, spunti, di networking, insomma delle solite cose che si cercano agli eventi per cercare di fare meglio il proprio lavoro. Il punto è che io non riesco più a seguirlo.
Per anni
l’ho fatto cercando con la lente gli appuntamenti in cui si parlava di finanza
sostenibile. Quando la finanza sostenibile era affare per pochi ma
quei pochi ci credevano, eccome se ci credevano. Poi nel giro di pochi anni c’è
stata la svolta e la finanza sostenibile era un po’ ovunque. In particolare
l’Esg era ovunque, l’acronimo che sta per Environmental, Social and
Governance. Ha una ventina d’anni, l’acronimo, è nato in un gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite, e ormai è diventato quello dominante per indicare
un approccio, una strategia, una filosofia, un insieme di metodologie e
strumenti per chi in finanza non guarda solo alla bottom line ma integra – o
almeno dichiara di farlo – considerazioni appunto Esg nel
suo modo di fare business e di investire.
Non riesco
più a seguirlo perché la finanza sostenibile ha perso l’anima: è
nata come voce scomoda, è diventata garante dello status quo. Della serie dare
l’impressione che tutto cambi perché nulla cambi. L’Esg sta bene su tutto, pure
sulle armi nucleari. Sì, chi sta leggendo ha letto bene, oggi anche i
produttori di armi nucleari rientrano nei criteri Esg. Guardare l’indice Mib
Esg della Borsa di Milano per vedere che ci sono dentro tutte le società che
hanno costruito e continuano ad alimentare il bel modello di sviluppo
in-sostenibile che abbiamo. E chi è che fa girare ‘sto modello? Le fonti
fossili. Ed è per questo che ne parlo in questo blog che denuncia
l’economia e la finanza fossili.
La finanza
sostenibile è finita. Non nel senso però che non serve più. Nel senso che è
diventata nemica del cambiamento radicale e urgente di cui c’è bisogno per
affrontare la policrisi e in particolare il collasso climatico. L’Esg oggi è
portatore di un messaggio accomodante, friendly, quasi cool. La finanza
sostenibile invece serviva in quanto portava un messaggio scomodo, battagliero,
disturbava, scocciava, diciamo pure rompeva le scatole perché quello era il suo
mestiere. Oggi a farlo è rimasta la finanza etica, per fortuna, che
però è un’altra cosa. E un’altra storia.
Il Salone
del Risparmio ha confermato tutto ciò. Non ho guardato il programma, ma
immagino ci fosse chi parlava di finanza sostenibile. Lo avrà fatto anche bene,
non dico di no. Il problema è il contenitore ed è un problema insolubile.
Perché il contenitore di quest’anno aveva un claim che dice tutto:
“Risparmio in movimento. Attivare la liquidità, accelerare la crescita”.
Risparmio in movimento? Boh, va bene. Attivare la liquidità? Massì. Accelerare
la crescita? No, questo no, fortissimamente no.
Si sa da
almeno cinquant’anni, da quando uscì nel 1972 il celeberrimo “The Limits to Growth” (chissà perché tradotto in italiano con “I limiti
dello sviluppo”, a mio avviso la madre di tutti i greenwashing perché voleva
far passare l’equazione crescita uguale sviluppo): la crescita è il problema.
Il mantra ma anche dogma della crescita è quello che sta al cuore del
neoliberismo, del turbocapitalismo, della finanziarizzazione dell’economia e
delle nostre vite, in sintesi della poli-devastazione che vediamo oggi. E il
Salone del Risparmio ancora è lì che mena la tolla con la crescita. Per
giunta da accelerare. Come uno che vede chiaramente che sta andando contro un
muro e non solo non fa nulla per frenare o cambiare direzione ma addirittura
accelera, così si schianta prima e meglio.
Parlare di
finanza sostenibile dentro un contenitore marchiato da un claim come questo non
è possibile. Non solo fa ridere ma è pericoloso. Perché vuol dire accettarlo,
conformarsi, smettere di rompere le scatole, non alzare più la voce scomoda che
dice, anzi, urla che bisogna cambiare. Per cui è un discorso che va
combattuto. Perché in un modello di sviluppo che idolatra la crescita non
c’è sostenibilità ma insostenibilità. Mi sono anche stufato di dare dei
riferimenti, ma chi ha voglia di cercarseli sappia che ci sono tonnellate e
tonnellate e tonnellate e tonnellate ecc. di studi che lo affermano. In modo
cristallino. Adamantino. Inconfutabile. Definitivo. Comunque il punto di
partenza, sempre per chi c’ha voglia, resta sempre “The limits to
growth”, scaricabile dal sito del Club di Roma. Quello – per dire che tutto si tiene – che diceva che gas e nucleare
non sono investimenti sostenibili ed era sbagliato inserirli nella tassonomia
europea che oggi governa la finanza Esg e che poi, ça va sans dire,
li ha inseriti. E ancora non si parlava di armi nucleari sostenibili
ma sono arrivate anche quelle.
Quando ci
stavamo incamminando a pranzo col mio amico, gli ho fatto notare il claim. Gli
ho spiegato il nonsense e perché gli avevo chiesto di vedersi fuori, non
dentro quelle sale. Ha sorriso amaro, alzando un po’ le spalle. So che era
d’accordo, eccome se era d’accordo.
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